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lunedì 9 settembre 2013

Io la conoscevo bene, in una domenica pomeriggio

Stefania Sandrelli è Adriana nel film di Antonio Pietrangeli "Io la conoscevo bene"


















Capita – in una domenica di fine estate, mentre insegui quell'ozio tutto estivo, ormai accarezzato da un’atmosfera che annuncia un’altra stagione – che Rai 3 mandi in onda un film di quelli in bianco e nero. Di quelli che, complice una colonna sonora cui fai subito l’abitudine, catturano. Ma a catturare, sono, ancor di più, gli occhi di Stefania Sandrelli, superba protagonista in “Io la conoscevo bene”. Per la regia di Antonio Pietrangeli, sceneggiato assieme a Ruggero Maccari ed Ettore Scola, il film è del 1965. E di quegli anni, di quell’Italia del boom, racconta molto.

Adriana è una giovane provinciale, bella e ingenua, semplice ma al contempo inconsapevolmente sofisticata che lascia, non priva di sensi di colpa, la famiglia contadina nel pistoiese e emigra a Roma, inseguendo un futuro da attrice. O, mal che vada, di comparsa per la pubblicità.
Un piccolo appartamento, un giradischi ed uno specchio sono il suo trampolino verso il mondo. Domestica, cameriera, maschera in un cinema, cambia diversi lavori, fino a quando non incontra un agente che le promette Cinecittà ma le rimedia solo qualche defilè in un teatro di provincia. O poco più.
Da una festa all’altra, da un uomo all’altro, la vita di Adriana è fatta di avventure di una notte e di sogni infranti. C’è Dario, che le lascia il conto da pagare in albergo; il borghese Carlo, di cui lei si invaghisce, che però è innamorato di un'altra; ci sono anche uno scrittore e il garagista del suo stabile. Ma tutti, uno dietro all’altro volano via, svaniscono, né più né meno come i sogni di successo di Adriana. Che disarmata di fronte a tanto vuoto, ballato l’ultimo ballo e suonato l’ultimo disco, si lascia cadere dal balcone del suo monolocale.

Il film è graffiante e schietto, descrivendo senza filtri l’Italia del boom e certa fauna – fatta di profittatori e ruffiani – che popola gli ambienti cinematografici e pubblicitari. Un’Italia ancora provinciale, che vuole affacciarsi a tutti i costi alla bella vita.

Non c’è una vera e propria trama, e le vicende di Adriana – come quelle del Jep Gambardella de La Grande Bellezza, un altro affresco, recente, di un paese pronto a tutto – si susseguono una dietro all’altra, trasmettendo sempre più lo spaesamento di una giovane. Vittima e carnefice di se stessa, sconfitta – in un destino beffardo – dalla crudele trasposizione nel reale dei propri sogni.


Io la conoscevo bene” (Italia/Francia/RFT 1965, bianco e nero, 115m); regia: Antonio Pietrangeli; produzione: Turi Vasile per Ultra/Les Film du Siècle/Roxy; sceneggiatura: Ruggero Maccari, Antonio Pietrangeli, Ettore Scola; fotografia: Armando Nannuzzi; montaggio: Franco Fraticelli; scenografia e costumi: Maurizio Chiari; musica: Piero Piccioni.

Con – tra gli altri – Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno.  

mercoledì 29 febbraio 2012

Più che amici

Omar Sy e Francois Cluzet in "Intouchables"
























Prendete gli opposti e metteteli insieme. La caotica e rassegnata banlieue parigina e il centro della città, charmante e composto. La precarietà di una vita senza lavoro (ma con il solo sussidio di disoccupazione) e gli agi di una ricchezza che si tramanda da secoli. L'alta borghesia e il sottoproletariato (extra)urbano. Ecco, prendete questi elementi, metteteli insieme, mischiateli e lasciatevi sorprendere dall’insolito risultato. È questa la sorpresa di Intouchables (riduttivamente tradotto, nella versione italiana, con il poco azzeccato “Quasi amici”), film di Olivier Nakache e Eric Toledano, che ha fatto il boom in Francia e non solo, conquistando critica e pubblico.
Philippe (Francois Cluzet) è un uomo raffinato, ricco e colto, al quale, però, la vita non ha sorriso: dopo aver perso precocemente la moglie della quale era profondamente innamorato, rimane vittima di un incidente che gli causa la completa immobilità. Driss (Omar Sy) è un giovane originario del Senegal, cui lo squallido grigiore della periferia urbana ha rubato il futuro.
Come si incontrano due mondi tanto lontani? Grazie ad un annuncio: Philippe cerca un collaboratore personale. Driss risponde all’annuncio. Non certo per ottenere il lavoro, ma solo per dimostrare di cercarlo: quello che basta, insomma, per rinnovare il sussidio di disoccupazione. E, colpo di scena, viene assunto. Cosa che cambia la sua vita. E, soprattutto, quella di Philippe.
Drammatico, direte voi. Niente affatto: commedia. Humor è, infatti, la parola magica del film, il passe-partout che apre le porte ad un’umanità vera e genuina e le chiude al pietismo e alla commiserazione. Si parla di disabilità, sì, ma in modo nuovo, dissacratorio. Al bando l’ipocrisia e quella solidarietà melliflua e un po’sdolcinata, cui – più o meno consapevoli – siamo abituati. È così che il “ciclone Driss” entra nella vita imbalsamata di Philippe: entra nel suo ambiente dove tutto ha un posto, dove tutto ha un significato e, soprattutto, una regola. Ma capisce meglio di tutti gli altri i suoi bisogni (tra intoccabili, del resto, ci si intende): “non ha pietà” nei suoi confronti, ma lo scuote e gli restituisce la voglia, il gusto, di vivere e di trasgredire.
Un umorismo quasi british, tanto è assurdo e sottile, surreale, a tratti scomodo. Schiodando tabù finora intoccabili e sfidando il perbenismo, il film ci racconta una storia (vera) dove razza, disabilità e disuguaglianza sociale si annullano e si fondono nel più umano e intenso dei rapporti.
Chapeau



domenica 26 febbraio 2012

Aria di Oscar



Woody Allen e la cerimonia degli Oscar? Due elementi difficilmente conciliabili: il regista newyorkese si è sempre rifiutato di parteciparvi, anche quando uno dei suoi film,  Io e Annie, vinse ben quattro statuette. Ma, come sempre, c’è l’eccezione che conferma la regola. Nel 2002, Allen decise di accettare la richiesta della Academy of Motion Picture Arts and Sciences: a seguito dei tragici attentati dell’11 settembre, fu invitato per rendere un tributo tutto speciale alla città ferita, raccontando l’importanza della Grande Mela per il cinema.

Chi meglio di lui? Accettò («per la mia città, qualsiasi cosa») e varcò la soglia del Kodak Theatre di Los Angeles. Delizioso il monologo, come pure il medley di tanti film con un unico filo conduttore: New York.

Ecco il gustosissimo video (prendetevi questi 9 minuti, li merita).
Nell’attesa degli Oscar di questa sera. 


credits: cattivamaestra

sabato 28 gennaio 2012

E ora dove andiamo?























La vita – nel piccolo villaggio mediorientale – scorre tranquilla, come tranquilla (ma più che mai precaria) è la convivenza tra cristiani e musulmani. Nella pellicola E ora dove andiamo? di Nadine Labaki gli uomini giocano a carte e le donne cucinano assieme. La guerra c’è stata e c’è ancora, ma non si vede. Tutto procede più o meno regolare. Fino a quando – anche a causa di uno sgangherato televisore dal segnale incerto – arrivano le notizie da Beirut, dove cristiani e musulmani hanno ripreso ad ammazzarsi. Notizie che infiammano nuovamente gli animi e che riaccendono la miccia dell’odio. Un odio imposto, dovuto. Recitato, quasi esistesse un invisibile copione di violenza e di sangue.

Gli uomini recitano pedissequamente e senza originalità la parte. Le donne no. E fanno di tutto – con ironia, forza, ingegno e simpatia – per frenare l’escalation della forza bruta. Già perché questa commedia è tutta al femminile. Quasi femminista, dal momento che dipinge mariti, figli e padri come ottuse macchine da violenza, incapaci di immaginare altro destino se non quello di ammazzarsi a vicenda. 

E allora ecco che Amale, Takla, Afaf, Yvonne gettano al fuoco i giornali, colpevoli di raccontare il conflitto (meglio bruciare i quotidiani che vedere bruciare il villaggio, pensano). Mescolano hashish nelle focacce; assoldano un gruppo di biondissime ucraine per distrarre i mariti, tutti uguali (e molto, molto infantili) di fronte alla fascinazione femminile. Della Lisistrata di Aristofane – lei allora convinse tutte le donne elleniche a uno sciopero del sesso pur di mettere fine alla guerra del Peloponneso – Nadine Labaki sembra riprendere proprio l’idea di quella solidarietà tutta femminile, che si traduce in (diabolica?) inventiva capace di bloccare le violenze. 

Più registri si intrecciano nel lavoro della giovane regista e interprete libanese. I momenti tragici non mancano, si inseguono e si mescolano con gli escamotage della commedia. Sullo sfondo, le intriganti melodie mediorientali, a dare un tocco molto musical al tutto. Stupisce minuto dopo minuto questo film, perennemente appeso tra dramma e commedia, e per questo profondamente reale. Sorprende con le sue trovate, dalla prima all’ultima. Fino alla estraneante (e provocatoria) inversione dei ruoli, con le musulmane che portano la croce d’oro al collo e le cristiane che indossano il velo. Perché – dietro ad ogni simbolo e oltre ogni differenza – c’è una persona che puoi amare. Senza riserve. 


martedì 20 dicembre 2011

Almanya



Ebbene sì, ci ho preso gusto. Ci ho preso gusto a parlare dei (bei) film che mi è capitato di vedere in questi giorni. Dopo “Miracolo a Le Havre” è la volta di “Almanya, la mia famiglia va in Germania”. Bello, bellissimo. Genere: “migration movie”. Segni particolari: forte e ironico. Ma anche tenero.
Una famiglia, originaria di uno sperduto villaggio dell’Anatolia, decide di trasferirsi in Germania. A fare da apripista il padre, Hüseyin, protagonista principale della storia, che per primo decide di andare in Almanya a lavorare come operaio, chiedendo poi il ricongiungimento familiare. 
Lo spettatore rivive la sua storia, e quella di tutta la famiglia, grazie ad un lungo flashback: voce narrante, la nipote di Hüseyn, Canan, che racconta al piccolo (e ignaro, molto tedesco e poco turco) Cenk (oramai la terza generazione) la storia di famiglia. Tanti i temi trattati, con garbo e non senza ironia, da Yasemin e Nesrin Samdereli (rispettivamente alla regia e alla sceneggiatura), due sorelle tedesche di origine, ça va sans dire, turca!
C’è la questione della differente percezione delle origini da parte dei giovani della famiglia, nati in Germania e, di fatto, tedeschi. Ci sono i sentimenti contrastanti in merito all’acquisizione della cittadinanza del paese ospitante: Hüseyin – poco convinto e molto titubante – rispetto ad un pezzo di carta che sente estraneo da sè; la moglie che, invece, è al settimo cielo – quasi emozionata – nel divenire “ufficialmente” tedesca.
E, infine, c’è la volontà di Hüseyin di recuperare in parte quelle origini che non tollera siano ignote ad alcuni dei suoi familiari. Come? Con una vacanza in Turchia: una vacanza che sarà un viaggio indietro nel tempo per chi la patria l’aveva conosciuta, una scoperta invece per chi non ci era mai stato. Tutti insieme. Già perché in questa commedia c’è, eccome, la famiglia, grande, vera, a volte brontolona ma in fondo unitissima. E, come a chiudere un cerchio, Hüseyin muore proprio lì, accanto ai suoi cari e nel luogo da cui – tanti anni prima – si era staccato, andando in cerca di fortuna in Almanya.