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giovedì 10 aprile 2014

Now they know the world is watching



Un bel video di Amnesty International ci fa capire che ognuno di noi può fare qualcosa. Sempre.

giovedì 27 marzo 2014

Pena di morte, parmi un assurdo



È stato pubblicato oggi il rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte. I dati si riferiscono al 2013. «Il percorso a lungo termine è chiaro: la pena di morte sta diventando un ricordo del passato», spiega Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. «Sollecitiamo tutti i governi che ancora uccidono in nome della giustizia a imporre immediatamente una moratoria sulla pena di morte, in vista della sua abolizione». Nonostante i passi indietro del 2013 (Iran ed Iraq, ad esempio, hanno determinato un profondo aumento delle condanne a morte eseguite nel  corso dello scorso anno), negli ultimi due decenni vi è stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche recentemente.

Perché non c’è che dire: la pena di morte è e rimane la massima negazione dei diritti umani, uccisione premeditata e a sangue freddo di uomini e donne da parte dello Stato. Una punzione crudele, inumana e degradante. Eseguita in nome della giustizia.

E allora riprendo un volume - tra quelli a me più cari - e cerco tra le pagine, sfogliando tra capitoli e titoli di un italiano desueto. Finché trovo le righe che cercavo.

«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio".

Certo, chi scrive queste righe è un intellettuale illuminato, uno che precorre i tempi. È uno di quei pochi uomini che la storia ogni tanto ci regala, che sembrano saltare secoli e anticipare un sentire ancora lungi dal divenire comune e condiviso. 
Chi scrive queste righe è Cesare Beccaria, nel suo Dei delitti e delle pene, pubblicato a Livorno nel 1764. 
Eppure ancora oggi, esattamente 250 anni dopo, il suo insegnamento è ancora - in molte parti del mondo ormai globalizzato - un'utopia. 




  


martedì 30 ottobre 2012

Good night, Vietnam




Rei di critica, colpevoli di libertà di espressione. Due musicisti vietnamiti sono stati condannati oggi per propaganda contro lo stato, al termine di un processo durato mezza giornata davanti ad un tribunale di Ho Chi Minh City. Il verdetto aggiunge un altro triste capitolo all'attuale giro di vite in corso contro il dissenso nel Paese. Vo Minh Tri (34 anni), meglio noto come Viet Khang, è stato condannato a quattro anni di reclusione piú due agli arresti domiciliari. Tran Vu Anh Binh (37 anni) dovrà invece rimanere in carcere per sei anni, seguiti da altri due da prigioniero in casa.
I due – in carcere dalla fine del 2011 – sono stati condannati per aver composto ed eseguito canzoni – i video circolano anche su YouTube – contro la debolezza del Governo vietnamita in merito al possesso degli arcipelaghi delle isole Spratly e Paracel, contese con la Cina nel Mar cinese meridionale. Più in generale, i loro testi parlano di temi sociali, proteste e dissidenza.
Le accuse di propaganda contro lo Stato e di tentato rovesciamento del governo, vengono regolarmente utilizzate contro dissidenti e attivisti per la democrazia, in un paese in cui il partito comunista ha oramai vietato qualsiasi tipo di dibattito politico. "È un modo grottesco di trattare le persone, colpevoli solo di aver scritto canzoni", afferma Rupert Abbott, Amnesty International, che descrive i due uomini come "prigionieri di coscienza". "Oppositori politici, blogger, poeti, e ora musicisti" Phil Robertson (Human Rights Watch), denuncia la "repressione crescente contro la libertà di espressione". A fine settembre, infatti, tre famosi blogger vietnamiti sono stati condannati al carcere pesante per "propaganda contro lo Stato", provocando numerose proteste, dagli Stati Uniti all'Unione europea. "È scandaloso – prosegue Robertson – che il governo vietnamita abbia condannato alla prigione per la scrittura e l'esecuzione di canzoni. La sfida del Vietnam alle norme internazionali in materia di diritti umani è senza limiti”.