martedì 13 gennaio 2015

L'eterna lotta tra privacy e sicurezza



                            Immagine da The Spectator

Ero a Londra, nell'agosto 2011, quando la furia distruttrice si scatenava nei quartieri periferici della capitale britannica. "London's burning", cantavano i Clash negli anni '70. E i riots di quattro anni fa mettevano a ferro e fuoco Totthenam, Hoxton, Islington. 
Protagonisti di quei giorni, oltre ai giovani mossi dal disagio sociale, erano - secondo molti - i telefonini. Sì, proprio i cellulari, è soprattutto i sistemi di messaggistica istantanea (un esempio su tutti, il Blackberry Messenger service), rei di aver reso possibile una capillare organizzazione dei tumulti. 
Oggi che - per motivi e attori totalmente diversi - è Parigi ad essere militarizzata, dopo la strage di Charlie Ebdo, ritornano prepotenti questi argomenti. Ed è proprio il premier inglese David Cameron, oggi come allora, a riproporre il tema: i servizi di intelligence devono poter accedere ai sistemi di messaggistica e di comunicazione. Chi non lo permette (come ad esempio il diffusissimo Whatsapp) potrebbe andare incontro ad un blocco da parte delle autorità.   
Insomma, l'idea è quella di nuove misure legislative per facilitare i controlli sulle comunicazioni elettroniche e telefoniche. Misure già contenute nel cosiddetto "Snoopers' charter" (Draft Communication Data Bill - Documento), bloccato però nel Parlamento inglese dai liberal-democratici e, dunque, mai entrato in vigore. 

La proposta fa il paio con quella – suggerita da Downing Street qualche tempo fa ma mai realizzatasi – di bandire dalla rete dei social media (Facebook e Twitter in primis) le persone sospettate di incitare alla violenza o di pianificare azioni rivoltose. 
Che succede ora? Viste le imminenti elezioni di maggio 2015, per Cameron questo diventa uno dei terreni di battaglia con i suoi avversari politici: "Se noi conservatori vinceremo le elezioni - ha dichiarato - verranno dati maggiori poteri ai servizi di sicurezza, di modo che possano avere accesso ai messaggi scambiati in internet". 
Non si fa attendere la reazione di Nick Clegg, leader lib-dem: "si tratterebbe di un nuovo ed indiscriminato potere del governo di registrare il profilo web di ognuno, a prescindere dal fatto che sia colpevole o innocente". 
E qui arriva il nodo della questione: tutto ciò è necessario per combattere terrorismo e crimine? Forse. Ma di certo simili proposte sollevano numerosi problemi. E non di poco conto. Chi stabilisce se un dato contenuto è pericoloso? Chi decide quando un messaggio o un post è da eliminare? Quali sono i confini tra il lecito e l’illecito? Questi gli interrogativi più frequenti e molte delle associazioni della società civile si stanno già mobilitando. Insomma, come sempre avviene dopo episodi di terrorismo, ritorna in auge l'eterna lotta tra privacy e sicurezza, dove il rafforzamento dell'una sembra dover portare - sempre e comunque - alla compressione dell'altra.
Già, perché il problema di fondo rimane quello di non sacrificare quella freedom of speech che è a fondamento della cultura anglosassone e, con essa, quei diritti civili che proprio la Gran Bretagna, per prima, ha insegnato al resto del mondo. 

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