Il titolo è impegnativo, e
non poco. «È un tema infinito – spiega Stefano Rodotà, intervenuto con una preziosissima lectio al Festival Internazionale del giornalismo di
Perugia 2012. «Ma va trattato, sia
pure per generalizzazioni – avverte, il Professore, giurista di fama
internazionale – per capire, in fondo, quale è il futuro che ci sta davanti».
Tanti, infatti, gli interrogativi. La democrazia è salvata o invasa dalla
tecnologia? I nuovi media nutrono o uccidono la libertà?
Perché,
sullo sfondo, c’è sempre l’idea della democrazia diretta, «quasi un mito fondativo che affonda le sue
origini nella antica Grecia». È Atene, infatti, che – per quanto incompiuta (le
donne e gli apolidi non erano previsti nell’agorà) – offre l’immagine, oltre che la prima
sperimentazione, di quella democrazia in cui ciascuno può parlare, sentire e
farsi sentire.
E
oggi, esiste una piazza virtuale? Secondo
Rodotà sì. E, aggiunge, «non è detto che sia in competizione con quella reale».
Nel 1999, agli albori del movimento no-global, manifestanti provenienti da
tutto il mondo si riunirono a Seattle, in occasione della conferenza della
World Trade Organization. Dove si erano conosciuti, organizzati? Nella piazza
della rete. Dove si ritrovavano? Nella piazza fisica della città statunitense. «È
la prova che la vecchia piazza convive con quella nuova, come dimostrano – più
recentemente – le Primavere Arabe».
E
i media tradizionali? Continuano ad avere un loro peso, spiega il Professore.
Sempre nel ’99 la notizia delle proteste venne diffusa dai media tradizionali.
Ma anche il caso Wikileaks – grazie al quale i cittadini del mondo si sono
appropriati degli arcana imperii – lo dimostra: «Assange non ha messo in rete i dati di cui disponeva,
ma li ha forniti ai grandi giornali americani ed europei. Questo perché non c’è
solo discontinuità, ma anche continuità tra le tecnologie di prima e quelle
successive».
Il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia |
Ma
quella di Rodotà non è una visione (solo) romantica della rete e del web. Esitono
punti oscuri, come, in primis, la selezione del materiale e la
verifica della notizia, resa più difficile nel mare magnum del web. «La stampa tradizionale era depositaria del controllo della notizia.
Oggi prima arriva la notizia e poi c’è la verifica. Che non può non esserci». E
poi, il controllo (sia quello pubblico, cioè di sicurezza, che quello privato,
ossia di mercato), oggi reso possibile in una forma più che mai capillare.
La
prospettiva allora è forse quella di «un “Orwell ad Atene”, ad indicarci che la
grande utopia della democrazia diretta e la distopia della sorveglianza globale, in qualche modo, già oggi convivono».
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