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mercoledì 23 aprile 2014
Well done
La scommessa (vinta) di un giornale che ha saputo adattarsi al mutare delle condizioni. La strada giusta verso il successo.
martedì 16 luglio 2013
I pasdaran di Miss Italia
Talebani,
oscurantisti, depressi e rancorosi. Sono solo alcune delle definizioni usate da
molti per impallinare coloro che – in primis la Presidente della Camera
Laura Boldrini – hanno salutato come segno di civiltà il no espresso della Rai
con riferimento al vetusto concorso di Miss Italia.
«Miss
Italia era il segno di un'Italia che cresceva, guidata dall'ottimismo e che
aveva voglia ogni tanto di distrarsi», spiegano i difensori della kermesse.
«Altro che civiltà – continuano – la mancata trasmissione televisiva della
manifestazione è lo specchio di un Paese impoverito, depresso e rancoroso».
Come
è possibile vedere un segno di civiltà nell’esposizione di giovani ragazze,
valutate per il “lato a” e per il “lato b”, più che per anima, personalità e
talento? E, soprattutto, quanta povertà culturale risiede nella convinzione che
il corpo della donna sia mero elemento consolatorio, strumento di “distrazione”
dalle durezze e dalle asperità della vita?
Credo
sia giunto il momento che il servizio pubblico smetta di veicolare certa
(deteriorata) immagine della donna. Lo faccia, se crede, la tv commerciale, con
il trash imperante che ha alimentato negli anni. Ma non la televisione
pubblica.
Polemica
sterile? Non credo.
Perché per
distrarsi non serve più far sfilare giovani ragazze in costume da bagno.
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venerdì 27 aprile 2012
Democrazia, media e potere nell’era della conoscenza
Il titolo è impegnativo, e
non poco. «È un tema infinito – spiega Stefano Rodotà, intervenuto con una preziosissima lectio al Festival Internazionale del giornalismo di
Perugia 2012. «Ma va trattato, sia
pure per generalizzazioni – avverte, il Professore, giurista di fama
internazionale – per capire, in fondo, quale è il futuro che ci sta davanti».
Tanti, infatti, gli interrogativi. La democrazia è salvata o invasa dalla
tecnologia? I nuovi media nutrono o uccidono la libertà?
Perché,
sullo sfondo, c’è sempre l’idea della democrazia diretta, «quasi un mito fondativo che affonda le sue
origini nella antica Grecia». È Atene, infatti, che – per quanto incompiuta (le
donne e gli apolidi non erano previsti nell’agorà) – offre l’immagine, oltre che la prima
sperimentazione, di quella democrazia in cui ciascuno può parlare, sentire e
farsi sentire.
E
oggi, esiste una piazza virtuale? Secondo
Rodotà sì. E, aggiunge, «non è detto che sia in competizione con quella reale».
Nel 1999, agli albori del movimento no-global, manifestanti provenienti da
tutto il mondo si riunirono a Seattle, in occasione della conferenza della
World Trade Organization. Dove si erano conosciuti, organizzati? Nella piazza
della rete. Dove si ritrovavano? Nella piazza fisica della città statunitense. «È
la prova che la vecchia piazza convive con quella nuova, come dimostrano – più
recentemente – le Primavere Arabe».
E
i media tradizionali? Continuano ad avere un loro peso, spiega il Professore.
Sempre nel ’99 la notizia delle proteste venne diffusa dai media tradizionali.
Ma anche il caso Wikileaks – grazie al quale i cittadini del mondo si sono
appropriati degli arcana imperii – lo dimostra: «Assange non ha messo in rete i dati di cui disponeva,
ma li ha forniti ai grandi giornali americani ed europei. Questo perché non c’è
solo discontinuità, ma anche continuità tra le tecnologie di prima e quelle
successive».
![]() |
| Il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia |
Ma
quella di Rodotà non è una visione (solo) romantica della rete e del web. Esitono
punti oscuri, come, in primis, la selezione del materiale e la
verifica della notizia, resa più difficile nel mare magnum del web. «La stampa tradizionale era depositaria del controllo della notizia.
Oggi prima arriva la notizia e poi c’è la verifica. Che non può non esserci». E
poi, il controllo (sia quello pubblico, cioè di sicurezza, che quello privato,
ossia di mercato), oggi reso possibile in una forma più che mai capillare.
La
prospettiva allora è forse quella di «un “Orwell ad Atene”, ad indicarci che la
grande utopia della democrazia diretta e la distopia della sorveglianza globale, in qualche modo, già oggi convivono».
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giovedì 5 aprile 2012
Se telefonando
Ero a Londra, nell’agosto
2011, quando la furia distruttrice si scatenava sui quartieri periferici della
capitale britannica. “London’s burning”, cantavano i Clash negli anni ’70. E Londra –
la scorsa estate – si è infuocata davvero. Quattro giorni di totale anarchia. Totthenam, Hoxton, Islington:
tante le zone della metropoli teatro degli scontri. Ma tutta la città ha
sofferto, percependo chiaramente quanto stava avvenendo («Oggi chiudiamo
prima», mi ha spiegato scura in volto una cameriera nella centralissima Regent
Street, dove un improvvisato coprifuoco sembrava l’unica difesa alla minaccia
dei manifestanti di invadere il cuore pulsante – e turistico – di Londra).
Massiccia la mobilitazione delle forze dell'ordine, ovunque annunciate da sirene
di ogni tipo.
Protagonisti
di quei giorni, oltre ai giovani (sneakers e felpa con cappuccio di ordinanza)
e a David Cameron – rientrato di gran fretta dalle vacanze in Toscana per
gestire l’emergenza – sono stati i telefonini. Sì, proprio i cellulari, è
soprattutto i sistemi di messaggistica istantanea (un esempio su tutti il Blackberry
Messenger service),
rei di aver reso possibile una capillare organizzazione dei tumulti.
È
di questi giorni la notizia delle nuove misure legislative messe in cantiere
dal governo britannico che renderanno più facili i controlli sulle
comunicazioni elettroniche e telefoniche. La Gchq (Government Communications Headquarters) – l’agenzia inglese di spionaggio elettronico –
potrà richiedere alle aziende della telcomunicazione e del web informazioni in
tempo reale su quantità, durata e destinatari degli scambi – e-mail, telefonate
e messaggi – mentre per accedere ai contenuti sarà necessaria la richiesta del
giudice.
La
proposta di oggi fa il paio con quella – suggerita da Downing Street nelle ore
immediatamente successive ai riots
– di bandire dalla rete dei social media (Facebook e Twitter in primis) le persone sospettate di incitare
alla violenza o di pianificare azioni rivoltose. Durante i disordini di agosto, alcuni utenti di
Twitter, ad esempio, sono stati accusati di aver di aver incoraggiato gli atti
vandalici a Totthhenam, mentre altri – attraverso il web – davano istruzioni e
suggerimenti per estendere la protesta alle zone della capitale ancora immuni.
Tutto
ciò è necessario per combattere terrorismo e crimine? Forse. Ma di certo
simili proposte sollevano numerosi problemi. E non di poco conto. Chi stabilisce se un dato contenuto è pericoloso?
Chi decide quando un messaggio o un post è da eliminare? Quali sono i confini
tra il lecito e l’illecito? Questi gli interrogativi più frequenti e molte
delle associazioni della società civile si stanno già mobilitando, inducendo
nel governo – riporta il The Guardian
di ieri – alcuni tentennamenti.
Già,
perché il problema è quello di non sacrificare – in nome della sicurezza –
quella freedom of speech
che è a fondamento della cultura anglosassone e, con essa, quei diritti civili
che proprio la Gran Bretagna, per prima, ha insegnato al resto del mondo.
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| Il messaggio della BlackBerry Uk in occasione dei disordini di Londra |
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lunedì 12 marzo 2012
Donne (italiane) e media (inglesi)
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| Blue Nude, Henri Matisse, 1952 |
Non mollano la presa i media stranieri e vigilano occhiuti (forse più di noi) sullo stato delle donne in Italia. E' capitato l'altro giorno sulla BBC (articolo del 10 marzo, leggi).
"Italy's women still wait for change under Mario Monti", questo il titolo, un po' ingenuo nel credere che - con l'avvento del governo dei tecnici - tutto sarebbe cambiato, non solo le quotazioni dello spread ma anche cultura, atteggiamenti e senso comune, passando un colpo di spugna su venti anni di "berlusconismo".
"Berlusconi se ne è andato ed il nuovo governo rimanda un'immagine molto diversa del ruolo delle donne ai livelli più alti della politica" - afferma Mark Duff - e spiega come, finalmente, figure femminili di primo piano occupino posti chiave della nuova compagine governativa. La triade Fornero (definita come la "Margaret Tatcher italica"), Severino, Cancellieri, insomma, pare spopolare all'estero.
"Ma certe cose sembrano non essere cambiate" - continua Duff - donne semi nude appaiono ancora in TV e nei cartelloni pubblicitari". E il Festival della Canzone di Sanremo - tra spacchi e farfalle - sbarca (ahinoi) nei media inglesi, come paradigma del "tutto cambia, nulla cambia".
Polemica sterile? Discorso rifritto? Usurato leit-motiv? Valutate voi. Certo è che, Mario Monti e la nuova epoca della sobrietà nulla possono (per ora) a fronte della pluridecennale epopea delle tv commerciali e del trash imperante.
E se oggi si afferma con forza e naturalezza il binomio "donna competente - politica", prima ben altre erano le logiche a monte, che facevano del gentil sesso uno dei tanti "benefit" - al pari di case, mazzette e macchine - concessi al politico o all'imprenditore di turno.
Se cambiamento sarà, di acqua sotto i ponti ne dovrà passare ancora molta.
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