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giovedì 28 settembre 2017

PoliticAdv: Corbyn cavalca l'onda


Galvanizzato dall'esito delle ultime elezioni politiche, dai sondaggi di questi giorni e dalle reazioni positive al suo intervento alla conferenza annuale di partito, il leader laburista inglese Jeremy Corbyn cavalca l'onda. Mentre Theresa May annaspa nel bel mezzo della "Brexit Storm", Corbyn parla con convinzione di investimenti pubblici, di riforme e di politiche sociali. Già, perché il welfare state nasce proprio nella Queen's Land, dall'idea del politico ed economista William Beveridge, che immaginò - già nel 1942 - un sistema di tutele che accompagnassero il cittadino "dalla culla alla tomba". Oggi un video riassume il senso del manifesto politico dei Labour. Cambiamento, condivisione e dignità le parole d'ordine. E mentre chiude con lo slogan inclusivo "un paese per molti, non per pochi", appare la scritta "Hope" (un pizzico sentito, visto il notissimo poster obamiano realizzato da Shepard Farey. Comunicatori, ma la fantasia?). 

giovedì 10 dicembre 2015

Brexit o non brexit?



“I think with both the eurozone crisis and the migration crisis, the short term impact is for people to think, ‘oh Christ, push Europe away from me, it’s bringing me problems’ ”
David Cameron 

La crisi dei migranti, in aggiunta alla crisi dell'Eurozona, potrebbe spingere la Gran Bretagna ad uscire dall'Europa, dal momento che gli elettori saranno portati a pensare "tirateci fuori di qui". È all'incirca questo lo scenario raffigurato da David Cameron. 
Il numero dei richiedenti asilo in Ue, intanto, ha superato per la prima volta il milione mettendo in crisi un po' tutta l'impalcatura politico-istituzionale brussellese. 

Quali sono le ricadute di questo scenario sulla membership del Regno Unito? 

“The short term reaction can be get me out of here, the longer term reaction is we must find a better way of working with our partners because we share the same challenges.”

Ciò che intravede Cameron è una sorta di ricatto politico: se non ci date retta, è probabile che noi si esca dall'Unione: la crisi dei migranti - poi - è affar vostro. Nel lungo periodo, secondo il PM, questa situazione porterà i leader europei a venire a patti con le riforme richieste da Londra nell'ambito della rinegoziazione della propria appartenenza all'Unione. 

E - stando a quanto scrive il 
Telegraph - rincara la dose:

The Prime Minister has made clear to his close allies that he will lead the “Out” campaign if he considers the result of his renegotiation with Brussels to be unsuccessful. 

Cosa dice il voto inglese agli americani
Victory Speech(es)
Cameron, operazione simpatia
Una botta al cerchio, una alla botte
Cameron vs Juncker

lunedì 15 luglio 2013

I'm an Englishman in EU

La hp di "British Influence"



















Può essere definita una “cross-party initiative” quella di “British Influence” think tank pro-Europa nato su iniziativa di vari funzionari e opinion leader e che sta drenando risorse da una parte e dall’altra degli schieramenti della politica inglese.
Proprio oggi il gruppo ha pubblicato il suo manifesto, “Better off in a Better Europe”.
Ecco l’articolo che lo presenta.
Perché, con  un piede dentro ed uno fuori, la Gran Bretagna continua paradossalmente ad essere la nazione più impegnata in un serio dibattito sull’Unione eruopea e sulle riforme di cui essa ha bisogno.
***
Per oltre 500 anni la Gran Bretagna è stata un grande attore in Europa. In primo luogo, per garantire che nessun paese fosse libero, da solo, di determinare aggressivamente il futuro del vecchio continente; in secondo luogo, per spingere il continente verso i nostri valori fondamentali di democrazia, libertà e Stato di diritto. Considerando dove era l'Europa un secolo fa, non si può dire che l’influenza britannica non sia riuscita in questi compiti. Ma gli isolazionisti vorrebbero farci credere che la Gran Bretagna non ha voce in Europa ed è, al suo interno, senza amici. Questo messaggio disfattista è sbagliato e pericoloso. La Gran Bretagna possiede sia influenza che alleati. Il Regno Unito deve occupare il posto di guida, e non farsi trascinare. La leadership è in palio: evitarla significherebbe rinunciare ad una responsabilità nazionale, indegna per la nostra storia.

I nostri partner in Europa, in America e nel Commonwealth vogliono la Gran Bretagna continui a svolgere un ruolo di primo piano in Europa. Ma presteranno sempre meno attenzione se ci avvieremo verso l'uscita. L'unico modo per ottenere le riforme dell'UE nel che vogliamo è rimanervi e lavorare, da dentro, per il cambiamento: l'UE non cambierà nel modo che vogliamo, se ne usciamo. Lasciare l'Unione sarebbe per il Regno Unito un enorme errore strategico, una completa negazione dei nostri interessi nazionali. Rinunciare all’Ue metterebbe in pericolo non solo la nostra economia, ma minerebbe il nostro rapporto politico con gli Stati Uniti e il nostro impatto sulla Cina, India e le altre potenze emergenti. L’isolamento ci renderebbe più deboli e più poveri. Il mondo sta cambiando e la capacità della Gran Bretagna di influenzare l'impegnativo ambiente globale è meglio assicurata nel quadro di un partenariato con i nostri vicini europei.

Il mondo globalizzato è ormai tenuto insieme da regole forgiate nelle sedi internazionali. Per garantire la crescita e creare posti di lavoro, la Gran Bretagna deve sedere al tavolo dove tali norme vengono decise. Al di fuori dell'Ue, la vendita di beni e servizi inglesi in Europa significherebbe conformarsi continuamente alle mutate norme Ue. Con l’uscita dall’Unione, il Regno unito perderebbe in fatto di sovranità, invece che guadagnarne. Westminster diventerebbe, al pari della Norvegia, una “fax democracy”.

Quindi dobbiamo rimanere, per vincere. Tuttavia, sono più che mai necessarie riforme economiche e politiche, e la Gran Bretagna dovrebbe condurle. Attraverso la creazione di alleanze con i tanti amici che condividono le nostre opinioni possiamo riformare attivamente l'Ue e proiettare questi valori in Europa e, attraverso essa, al resto del mondo. Sarebbe un errore storico di abbandonare questo compito proprio ora, quando il ruolo della Gran Bretagna è più che mai necessario. È per questo che il Regno unito dovrebbe adoperarsi per porre in essere le riforme dall'interno, e non minacciare un “rimpatrio unilaterale dei poteri”; dovremmo proporre un ordine del giorno per il cambiamento, che offra miglioramenti per tutti i membri, e non solo un accordo speciale per la Gran Bretagna. Molto si può essere fatto senza modificare i trattati, ed è questo il modo migliore per apportare cambiamenti per noi e per i nostri partner europei.
Westminster deve aprirsi e fare il suo lavoro. Qui in Gran Bretagna, il Parlamento dovrebbe tenere in maggiore considerazione il Consiglio e le altre istituzioni dell'UE, attraverso un deciso miglioramento sia in sede di esame della legislazione europea, che nelle attività di comunicazione ai cittadini. Grazie alla collaborazione con altri governi e parlamenti europei, si possono raggiungere maggiore trasparenza e responsabilità e cittadini potrebbero essere rassicurati circa il progresso democratico, in Europa come “in casa”. Ora, i nostri parlamentari non dispongono degli strumenti e dei poteri necessari per fare il loro lavoro correttamente, lasciando la responsabilità politica all'esecutivo e agli “eurofobi”.
Non c'è uscita senza dolore. La convinzione per cui – con l’uscita dall’Unione – verrebbe meno il peso della normativa europea è sbagliata: qualsiasi paese al di fuori del blocco e che desideri operare con l'UE – ad esempio la Norvegia - deve rispettare tutte le normative commerciali, ambientali e sociali dell’Unione. L'ipotesi secondo la quale per il Regno Unito andrebbe tutto liscio con un semplice accordo di libero scambio con l'Ue (e che un tale accordo sarebbe a costo zero) è sbagliata. Quali sarebbero le implicazioni per i milioni di cittadini britannici che vivono nel resto dell'UE? Verrebbero probabilmente meno diritti di assistenza sociale e sanitaria reciproca, nom ci sarebbe più alcun diritto automatico di permanenza, nessuna libertà di studiare e viaggiare in tutta l'UE e di costruirsi una casa di riposo al sole. Se la Gran Bretagna non fosse una base - all'interno dell'UE – per i produttori e gli investitori, sarebbero così tanti investitori internazionali a sentirsi sicuri di affollarsi sulle nostre coste? Sarebbe davvero tutto uguale per l'87% per cento dei nostri esportatori che commerciano con il resto dell'UE?

Quindi, i patrioti immaginano la Gran Bretagna in un’Europa riformata, mentre gli isolazionisti vogliono uscirne.  È una battaglia tra ottimisti e pessimisti, tra il futuro e il passato. Tra la realtà e la fantasia.

Leggi anche:
Nebbia sulla Manica: chi è (veramente isolato)? (sito internet "Isituto di politica")

venerdì 24 maggio 2013

Mario, l’Euro e la City. Mission impossible?

L’Europa ha bisogno del Regno Unito. Questo è un po’ il senso del (coraggioso) discorso di Mario Draghi ai banchieri della City di Londra. Discorso trascurato dalla stampa italiana, ma abbondantemente ripreso da quella inglese. Pur con l’intento dichiarato di non voler entrare in un dibattito tutto “domestico”, il governatore della Banca Centrale Europea ha ricordato le numerose interconnessioni tra Regno Unito ed Europa. «In virtù dei profondi legami esistenti – ha dichiarato – l’area euro e la Gran Bretagna condividono un interesse comune: quello per la stabilità nel funzionamento del nostro sistema economico, ed in particolare dei nostri mercati finanziari». Tutte le principali banche dell’Eurozona, infatti, sono presenti nel cuore della finanza londinese e, al contempo, le banche inglesi rappresentano i leading players nei mercati finanziari di tutta Europa. Senza contare che l’area-Euro rappresenta il più grande mercato delle esportazioni del Regno Unito (pari a 200 miliardi di sterline nel corso dell’ultimo anno). 
Un’eventuale uscita della Queen’s Land dall’Unione, insomma, potrebbe significare la dissoluzione delle istituzioni del continente, avverte Draghi. «E una simile scelta, sarebbe dannosa per tutti», aggiunge, facendo eco alla Cancelliera Merkel, che ha definito la Gran Bretagna “attore vitale dell’Ue”. «L’Europa ha bisogno di un’Inghilterra pienamente europea, più di quanto il Regno Unito necessiti di un’Europa più British», ha spiegato. Grazie agli interventi della Banca centrale, l’Eurozona oggi è più stabile, ma c’è ancora molto da fare. Secondo Mario Draghi, la crisi economico-finanziaria è l’occasione per far ripartire il processo di integrazione europea. Processo che non può non implicare la cessione di quote di sovranità nazionale, soprattutto  in fatto di budget e di politiche strutturali. «La risposta alla crisi – conclude il Governatore – non deve essere meno Europa, ma più Europa». 

Leggi l'articolo del The Guardian. 
Leggi l'articolo del The Telegraph. 

lunedì 13 maggio 2013

Smania referendaria



In Gran Bretagna prosegue il dibattito sull'Europa. Qui Michael Gove, Ministro dell'Istruzione nell'esecutivo inglese, che si dichiara pronto a votare per uscire dall'Unione. Dichiarazioni che hanno suscitato la reazione irritata di Cameron, che ribatte: "l'opzione referendaria è solo ipotetica" (Leggi l'articolo su The Guardian). 



Sullo stesso argomento:


giovedì 5 aprile 2012

Se telefonando



Ero a Londra, nell’agosto 2011, quando la furia distruttrice si scatenava sui quartieri periferici della capitale britannica. “London’s burning”, cantavano i Clash negli anni ’70. E Londra – la scorsa estate – si è infuocata davvero. Quattro giorni di totale anarchia. Totthenam, Hoxton, Islington: tante le zone della metropoli teatro degli scontri. Ma tutta la città ha sofferto, percependo chiaramente quanto stava avvenendo («Oggi chiudiamo prima», mi ha spiegato scura in volto una cameriera nella centralissima Regent Street, dove un improvvisato coprifuoco sembrava l’unica difesa alla minaccia dei manifestanti di invadere il cuore pulsante – e turistico – di Londra). Massiccia la mobilitazione delle forze dell'ordine, ovunque annunciate da sirene di ogni tipo.
Protagonisti di quei giorni, oltre ai giovani (sneakers e felpa con cappuccio di ordinanza) e a David Cameron – rientrato di gran fretta dalle vacanze in Toscana per gestire l’emergenza – sono stati i telefonini. Sì, proprio i cellulari, è soprattutto i sistemi di messaggistica istantanea (un esempio su tutti il Blackberry Messenger service), rei di aver reso possibile una capillare organizzazione dei tumulti. 
È di questi giorni la notizia delle nuove misure legislative messe in cantiere dal governo britannico che renderanno più facili i controlli sulle comunicazioni elettroniche e telefoniche. La Gchq (Government Communications Headquarters) – l’agenzia inglese di spionaggio elettronico – potrà richiedere alle aziende della telcomunicazione e del web informazioni in tempo reale su quantità, durata e destinatari degli scambi – e-mail, telefonate e messaggi – mentre per accedere ai contenuti sarà necessaria la richiesta del giudice.
La proposta di oggi fa il paio con quella – suggerita da Downing Street nelle ore immediatamente successive ai riots – di bandire dalla rete dei social media (Facebook e Twitter in primis) le persone sospettate di incitare alla violenza o di pianificare azioni rivoltose. Durante i disordini di agosto, alcuni utenti di Twitter, ad esempio, sono stati accusati di aver di aver incoraggiato gli atti vandalici a Totthhenam, mentre altri – attraverso il web – davano istruzioni e suggerimenti per estendere la protesta alle zone della capitale ancora immuni.
Tutto ciò è necessario per combattere terrorismo e crimine? Forse. Ma di certo simili proposte sollevano numerosi problemi. E non di poco conto. Chi stabilisce se un dato contenuto è pericoloso? Chi decide quando un messaggio o un post è da eliminare? Quali sono i confini tra il lecito e l’illecito? Questi gli interrogativi più frequenti e molte delle associazioni della società civile si stanno già mobilitando, inducendo nel governo – riporta il The Guardian di ieri – alcuni tentennamenti. 
Già, perché il problema è quello di non sacrificare – in nome della sicurezza – quella freedom of speech che è a fondamento della cultura anglosassone e, con essa, quei diritti civili che proprio la Gran Bretagna, per prima, ha insegnato al resto del mondo. 

Il messaggio della BlackBerry Uk in occasione dei disordini di Londra

martedì 21 febbraio 2012

Nuovi equilibri



L’Eurogruppo ha (faticosamente) raggiunto un accordo sui nuovi aiuti alla Grecia. Ma questo lo sapete già. Così come sapete già che 130 miliardi confluiranno ad Atene, sotto il controllo degli osservatori della cosiddetta troika, e cioè dell’Unione, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

Quello che – in tutta questa vicenda – risulta più che atipico, è l’entusiasmo quasi europeista di una Gran Bretagna che – per tradizione e per scelte recenti – particolarmente europeista non è mai stata. «Il salvataggio della Grecia è più che positivo per la Gran Bretagna», ha commentato un euforico George Osborne, ministro delle finanze nella Queen’s Land. «Risolvere la situazione greca è un passo fondamentale per risolvere la crisi dell’Eurozona», ha aggiunto. E – va da sé – risolvere la crisi dell’Eurozona rappresenta uno stimolo fondamentale per l’economia inglese.

Ancor più stupefacente è che proprio il Regno Unito figuri – assieme a Italia e Olanda – tra i paesi dai quali è partita l’iniziativa di scrivere un documento programmatico sotto forma di lettera, inviato a Barroso e a van Rompuy. Il testo – che prende spunto da una precedente missiva di Mario Monti al Consiglio europeo – chiede, in poche parole, “più Europa”. Si invoca il completamento del mercato interno europeo (in primis nel settore dei servizi), la realizzazione del mercato unico digitale e del mercato unico dell’energia.
Al fine di potenziare i commerci, si auspicano accordi internazionali, mentre è ritenuto di vitale importanza ridurre quella zavorra di oneri amministrativi che pesano sulle imprese europee. Altro obiettivo della ricetta per la crescita è quello di promuovere – nei singoli paesi – un mercato del lavoro ben funzionante, che crei più opportunità di impiego. E, dulcis in fundo, operare per ottenere un “settore dei servizi finanziari che sia solido, dinamico e competitivo, che crei posti di lavoro e offra sostegno vitale a cittadini ed imprese”.
L’iniziativa italo-britannico-olandese ha poi raggranellato il consenso di altri 9 paesi (Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia e Polonia). Manca – e l’assenza si nota – la firma di Germania e Francia, i due paesi che più negli ultimi mesi hanno gestito gli affari europei, sollevando da più parti il timore di un asse eccessivamente decisionista ed accentratore.
Che grazie al rinnovato attivismo europeo italiano si siano modificati gli assetti di potere dell’Unione, creando alleanze inaspettate ed insolite?  E’ presto per dirlo. Certo è che oggi collaborazioni ed intese nell’Europa a 27 si sono fatte più fluide e meno prevedibili.
Benvenuti nell’Europa dalle geometrie variabili.
Leggi anche:

venerdì 18 novembre 2011

Media (inglesi) e protagonisti (italiani)



Ultimamente la stampa inglese si è occupata – nel bene e nel male – di noi italiani. Nello specifico di due italiani: Silvio (Berlusconi) e Leonardo (da Vinci). Cosa c’entra – direte voi – l’uomo del Rinascimento, colui che ha unito umanesimo e scienza, con l’altro che – meno virtuosamente – ha unito interessi personali e politica? Niente, se non una coincidenza temporale: nei giorni in cui si consumavano – in mondovisione – le ultime ore del governo dell’imprenditore delle televisioni, infatti, apriva i battenti alla National Gallery di Londra “Painter at the Court of Milan”, l’imponente mostra dedicata al Maestro italiano. E la stampa inglese ha seguito l’una e l’altra cosa. Con ben diversi atteggiamenti, sa va sans dire.  
Mai, infatti, si sono visti editoriali tanto infuocati nei confronti di un leader estero. Come nel caso del Financial Times che – citando Oliver Cromwell – ha così sbottato: “In the name of God, Italy and Europe, go!” vattene, mentre la copertina del The Economist illustrava un Berlusconi in un clima di basso impero accanto alla scritta “That's all, folks”, è tutto, gente! Ma ancora: “Silvio Berlusconi: a story of unfulfilled promises” (The Guardian) e “Silvio Berlusconi has resigned bringing to an end a tumultuous, 17-year political career which was marred by sex scandals, corruption allegations and gaffes on the international stage.” (The Telegraph).
 Matt Pritchett, The daily Telegraph Uk
Tutt’altra musica – invece – nelle pagine della cultura: gli inglesi sembrano letteralmente perdere la testa per Leonardo da Vinci, arrivando addirittura a perdonarci (forse) vizi ed eccessi odierni. Una “mostra stupenda” dedicata ad un “talento sconfinato” (boundless talent), scrive il The Independent, mentre il Telegraph apre la sua lunghissima review complimentandosi – e l’orgoglio  è evidente – con la National Gallery, per essere riuscita a portare sotto un unico tetto le più eccezionali opere dell’Uomo del Rinascimento. E proprio all’autore della Gioconda, l’ex premier si era paragonato, qualche tempo fa, in uno dei suoi sussulti di narcisistica auto celebrazione (il video).

Due italiani visti da Londra, “due Italie” portatrici di simboli e significati che più diversi non potrebbero essere. Casuale contrapposizione, certo. Ma curiosa. Anche perchè oggi servirebbe, eccome, recuperare un po’ di quello spirito del Rinascimento che in fondo è tanto simile – e lo spiega bene Roberto Benigni – ad una resurrezione. Che sia oramai tempo di Quaresima?

sabato 29 ottobre 2011

Il pomo della discordia

















Ebbene sì, ci risiamo. L’Euro – ancora una volta – è il pomo della discordia, bistrattato e insultato da alcuni, fermamente difeso e sostenuto da altri. E questo non solo in Italia, ma anche in diversi paesi del vecchio continente. 
In Europa, in effetti, sono in tanti quelli che in questi giorni hanno segnalato – non senza ragione – le debolezza di una valuta senza retroterra politico. In altri termini, l’euro oggi traballa anche perché è un oggetto valutario senza identità politica, mentre storicamente le monete sono state sempre ancorate ad un soggetto politicamente coerente. Ma questa non è una novità: se ne è discusso infinite volte e anche osservatori genuinamente europeisti non hanno mancato di segnalare questa anomalia, suggerendo i passi da compiere per eliminarla (vedi l’intervista ad Enrico Letta).
Ma l'Euro turba i sonni anche ai paesi che non l’hanno adottato. A seguito della recente decisione di rafforzare la governance europea formalizzando gli incontri dei leader di Eurolandia, i 10 paesi dell’Ue al di fuori dell’area-euro temono che questa nuova “Europa a due velocità” possa in qualche modo danneggiarli. Anche se, infatti, la maggior parte delle politiche rimarranno di competenza dell’Unione a 27, paesi come, ad esempio, Gran Bretagna e Svezia tremano all’idea che le decisioni prese dal circolo ristretto dei 17 possano comunque riguardarli, indirettamente, su materie sensibili come settore bancario, allocazione delle risorse e budget dell’Unione (lo spiega bene un interessante articolo su BBC  News).
E in Italia? Ci pensa Silvio Berlusconi a riscaldare il dibattito con un attacco all’Euro che tradisce il suo bisogno – hic et nunc – di fare dell’Ue il capro espiatorio di misure impopolari. E per compiacere l’euroscettica Lega, partner sempre più bizzoso. Allora nel Bel Paese sta al Presidente Giorgio Napolitano riaffermare la centralità della moneta unica, rispetto alla quale – come ha più volte sottolineato – ogni altra opzione sarebbe a dir poco drammatica.  

martedì 25 ottobre 2011

Secessione?




Terremoto politico in Inghilterra, dove il Primo ministro David Cameron deve fronteggiare – dalla scorsa notte – una delle più grandi “ribellioni parlamentari” sull’Europa mai sperimentate da un Premier conservatore. La notizia – finora trascurata dai principali giornali italiani – non è di poco conto.
Ma andiamo con ordine. Tra malesseri e malumori di matrice euroscettica, è di pochi giorni fa la proposta di indire un referendum popolare niente meno che sulla stessa permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Di fronte a questa eventualità il governo ha optato per una posizione ufficiale, contraria alla realizzazione della consultazione popolare. 
Ieri notte Cameron ha vinto in Parlamento con una maggioranza di 372 voti. Ma il problema (tutto politico) è la sfida lanciatagli dai “ribelli” del suo stesso partito: 80 parlamentari tories, infatti, hanno votato contro la posizione ufficiale del governo e – ora – annunciano battaglia. Si apre, così, una ferita politica non facile da chiudere.
Il Regno Unito, si sa, non è mai stato un paese particolarmente acceso da entusiasmi “europeisti”.  Forte della rete rappresentata dal Commonwealth e della “Special Relationship” con i cugini d’oltreoceano, non ha mai investito molto sulla casa comune europea, da quando – nel lontano 1973 – vi entrò a far parte. E, a conferma di ciò, il paese non si è mai convinto di abbandonare la cara vecchia Sterlina in favore dell’Euro.
A partire dal “I want my money back” della sig.ra Thatcher relativo a questioni di budget (il Regno Unito – allora – finanziava la Politica agricola comune senza avvantaggiarsene più di tanto), numeorsi sono stati i momenti ben poco idilliaci nel rapporto tra la Gran Bretagna e Bruxelles, ma mai come ora la stessa membership inglese era stata così duramente osteggiata. Complici – senza dubbio – le incertezze e i ritardi dall’Ue nella gestione della attuale crisi economico-finanziaria. 

mercoledì 5 ottobre 2011

Niente Euro, siamo Inglesi


























Tornata di recente da Londra, dal mio portafoglio vedo ancora spuntare – in varie e gradevoli nuances, dal viola al giallo senape – il volto di Her Majesty The Queen che – assieme a Charles Darwin e Adam Smith – campeggia su pounds di varie pezzature, prodotto esclusivo della Bank of England. Già, la sterlina... L’Europa è unita – almeno ci prova – e possiede (ancora per quanto?) una moneta unica. La Gran Bretagna è sì in Europa, ma dell’Euro non ne ha mai voluto sapere. E non ne vuole sapere. Non è l’unica, del resto: dei 27 paesi dell’Unione, l’Euro è la valuta ufficiale di 17 stati.
Ma perché il Regno Unito si è da sempre tenuto fuori dalla moneta unica? La storia inizia da lontano. Già dai tempi dello Sme (1979), il Sistema monetario europeo – embrione della politica monetaria comune, una sorta di banda di fluttuazione per legare tra loro le valute europee – il Regno Unito si tenne prudentemente fuori dal gioco. La moneta? Simbolo e sede di troppa sovranità per poter essere ceduta ad un’Europa in costruzione. Ameno così ragionava una recalcitrante ed (euro)scettica Gran Bretagna, che alla partnership con i cugini d’oltremanica ha sempre preferito la storica relazione con i paesi del Commonwealth.
Dopo timidi tentativi – durante l’epoca di un possibilista Tony Blair si pensò addirittura ad un referendum popolare per entrare nell’Euro, idea che ha poi finito per impantanarsi miseramente nelle secche del più generale fallimento del trattato costituzionale – gli inglesi non si sono mai decisi. E oggi – a fronte di incertezze e timori non più solo fantascientifici di break-up – i nemici dell’Euro hanno gioco facile nel ripetere qua e là il leitmotiv “noi l’avevamo detto”.
Se quindi nella Queen’s Land cala (e di molto) la fiducia nella comune casa europea (alcuni chiedono addirittura un referendum per uscire dall’Unione), ciò che sale – alle stelle – è l’insofferenza dei settori più euroscettici del governo, tanto che un disinibito William Hague, Ministro degli Esteri, ha definito l’Euro – riporta The Spectator –“un palazzo in fiamme senza uscite”.
Timorosi di essere travolti nella crisi (l’Europa è pur sempre il loro maggiore mercato), gli inglesi  stanno correndo ai ripari. Come? Predisponendo un piano d’emergenza, per attrezzarsi (sul piano del mercato e dei servizi finanziari) qualora le cose in Eurolandia dovessero precipitare.
Come si suol dire, la prudenza non è mai troppa.....