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mercoledì 8 luglio 2015
martedì 15 aprile 2014
Euro: i nobel dicono basta alle strumentalizzazioni
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| Gli economisti Joseph Stiglitz e Amarya Sen |
«Siamo decisamente in favore di un'Europa più unita» nell'ottica di arrivare a una «integrazione politica» e «restiamo fortemente pro-europeisti chiedendo molto di più di una semplice unione monetaria». Così, in una nota, i due premi Nobel per l'economia, l'indiano Amartya Sen e lo statunitense Joseph Stiglitz, hanno precisato le loro posizioni e preso le distanze dalla strumentalizzazione delle loro analisi sull'euro da parte di alcuni politici in Francia e in Europa.
«Siamo molto turbati - osservano i due premi Nobel - dall'apprendere che in alcune prese di posizione politiche, in Francia e in Europa, le nostre analisi sul funzionamento dell'euro sono state travisate. Noi siamo decisamente in favore di un'Europa più unita e di una maggiore integrazione politica. L'unione monetaria - proseguono Sen e Stglitz - deve procedere di pari passo con l'unione di bilancio e l'unione bancaria e auspichiamo che questo si realizzi nei tempi previsti».
Per i due premi Nobel, la realizzazione della moneta unica senza integrazione bancaria e di bilancio e la prospettiva di un'integrazione politica «è stato un errore economico". Ma ciò detto, i due economisti restano «fortemente pro-europeisti piuttosto che anti-europeisti e auspichiamo che si arrivi a molto di più che una semplice unione monetaria».
Sen e Stiglitz sono stati invitati a chiarire le loro posizioni, nel quadro del dibattito apertosi sull'euro e l'Europa in vista delle Europee, da Mario Monti nella sua veste di presidente del Consiglio per il futuro dell'Europa dell'istituto Berggruen.
Fonte: ANSA Europa (clicca qui)
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venerdì 24 maggio 2013
Mario, l’Euro e la City. Mission impossible?
L’Europa ha bisogno del Regno
Unito. Questo è un po’ il senso del (coraggioso) discorso di Mario Draghi ai banchieri della City di Londra. Discorso trascurato dalla stampa
italiana, ma abbondantemente ripreso da quella inglese. Pur con l’intento
dichiarato di non voler entrare in un dibattito tutto “domestico”, il governatore
della Banca Centrale Europea ha ricordato
le numerose interconnessioni tra Regno Unito ed Europa. «In virtù dei profondi
legami esistenti – ha dichiarato – l’area euro e la Gran Bretagna condividono
un interesse comune: quello per la stabilità nel funzionamento del nostro
sistema economico, ed in particolare dei nostri mercati finanziari». Tutte le principali banche dell’Eurozona, infatti, sono presenti nel
cuore della finanza londinese e, al contempo, le banche inglesi rappresentano i
leading players nei mercati finanziari di tutta Europa. Senza contare
che l’area-Euro rappresenta il più grande mercato delle esportazioni del Regno
Unito (pari a 200 miliardi di sterline nel corso dell’ultimo anno).
Un’eventuale uscita della Queen’s Land dall’Unione, insomma, potrebbe significare la dissoluzione delle istituzioni del continente, avverte Draghi. «E una simile scelta, sarebbe dannosa per tutti», aggiunge, facendo eco alla Cancelliera Merkel, che ha definito la Gran Bretagna “attore vitale dell’Ue”. «L’Europa ha bisogno di un’Inghilterra pienamente europea, più di quanto il Regno Unito necessiti di un’Europa più British», ha spiegato. Grazie agli interventi della Banca centrale, l’Eurozona oggi è più stabile, ma c’è ancora molto da fare. Secondo Mario Draghi, la crisi economico-finanziaria è l’occasione per far ripartire il processo di integrazione europea. Processo che non può non implicare la cessione di quote di sovranità nazionale, soprattutto in fatto di budget e di politiche strutturali. «La risposta alla crisi – conclude il Governatore – non deve essere meno Europa, ma più Europa».
Leggi l'articolo del The Guardian.
Leggi l'articolo del The Telegraph.
Un’eventuale uscita della Queen’s Land dall’Unione, insomma, potrebbe significare la dissoluzione delle istituzioni del continente, avverte Draghi. «E una simile scelta, sarebbe dannosa per tutti», aggiunge, facendo eco alla Cancelliera Merkel, che ha definito la Gran Bretagna “attore vitale dell’Ue”. «L’Europa ha bisogno di un’Inghilterra pienamente europea, più di quanto il Regno Unito necessiti di un’Europa più British», ha spiegato. Grazie agli interventi della Banca centrale, l’Eurozona oggi è più stabile, ma c’è ancora molto da fare. Secondo Mario Draghi, la crisi economico-finanziaria è l’occasione per far ripartire il processo di integrazione europea. Processo che non può non implicare la cessione di quote di sovranità nazionale, soprattutto in fatto di budget e di politiche strutturali. «La risposta alla crisi – conclude il Governatore – non deve essere meno Europa, ma più Europa».
Leggi l'articolo del The Guardian.
Leggi l'articolo del The Telegraph.
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giovedì 10 gennaio 2013
mercoledì 1 febbraio 2012
Eppur si muove
Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’Ue. Almeno rispetto all’inazione cui ci aveva abituati. Già perché nel corso del vertice informale svoltosi lo scorso lunedì a Bruxelles, è stato messo a punto un nuovo Trattato, significativamente intitolato “sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria”. L’obiettivo? Essenzialmente quello di introdurre una disciplina fiscale più stringente, per mezzo di sanzioni (quasi) automatiche e forme di sorveglianza più efficaci.
Il
trattato – più noto sotto la (mediatica) denominazione di “Fiscal compact” – sarà firmato a Marzo. Molte le
novità introdotte. In primis, il rigore di bilancio. I paesi Ue, infatti, si impegnano a mantenere il
deficit (grandezza di flusso derivante dalla differenza tra entrate e uscite
pubbliche) sostanzialmente in equilibrio, con un valore massimo dello 0,5%
rispetto al PIL. Pena l’applicazione di meccanismi correttivi automatici,
attuati nel “rispetto delle prerogative dei Parlamenti nazionali”, si legge
nella bozza di accordo.
Per quanto
riguarda il debito pubblico (quella grandezza di stock che rappresenta il totale degli
obblighi accumulati dallo Stato), invece, è stato ribadito il tetto del 60%
rispetto al prodotto interno lordo, impegnando gli Stati ad un piano di rientro
pari ad 1/20 l’anno. Meccanismi
più flessibili sono stati previsti per permettere l’adeguamento anche a paesi
che – come l’Italia – eccedono di molto la soglia.
“È il
primo passo verso l’Unione fiscale e aumenterà di certo la fiducia verso l’area
Euro”, ha commentato il Presidente della BCE Mario Draghi. Tutti d’accordo, insomma. Tutti tranne uno,
anzi, due: Regno Unito e Repubblica Ceca, infatti, hanno deciso di tenersi
fuori dal nuovo patto.
LEGGI IL TESTO DEL TRATTATO
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venerdì 4 novembre 2011
Lui chi è
Mario Draghi, buona la prima. Insediatosi ufficialmente solo pochi giorni fa alla Presidenza della Banca Centrale europea, l’ex-governatore di Via Nazionale spiazza tutti con una mossa che nulla o poco ha a che fare con l’ortodossia dell’Eurotower, il taglio del costo del denaro: il principale tasso d'interesse, quello di rifinanziamento, scende all'1,25%, con una riduzione di 25 punti base.
La
decisione ha convinto tutti, anche gli occhiuti tedeschi (persino il
rappresentante della Bundensbank
ha sostenuto la scelta, adottata – infatti – all’unanimità), a dimostrazione
del grande potere contrattuale dell’italiano a Francoforte. La riduzione ha
significato forzare il cosiddetto dogmatismo anti-inflazionistico alla tedesca,
secondo cui, con l’inflazione al 3%, (ossia troppo al di sopra del livello
desiderato del 2%), non ci si può muovere. E invece Draghi è riuscito dove
altri avrebbero fallito.
E
le borse plaudono, aprendo in rialzo. Per il resto, Draghi avverte: «il
programma della Bce di acquisti di Titoli di Stato dell'area euro resta
temporaneo e limitato», ha dichiarato. Convincendo anche per la prudenza
mostrata: in conferenza stampa (Video) non ha usato grandi parole, né fatto grandi
promesse. Molto pragmatismo e una buona dose di realismo, insomma.
Ma
chi è questo italiano che, per competenze e abilità tecniche, attira la fiducia
non solo dei connazionali (un recente sondaggio dimostra che – nel Bel Paese –
sono in molti quelli che lo preferiscono ai politici nostrani, piazzandolo in
testa alle classifiche di gradimento), ma anche dell’Europa tutta? Già perché
se è vero (come è vero) che la credibilità internazionale del nostro paese sta
toccando – in queste settimane – i minimi storici, proprio il neo-capo
dell’Eurotower sembra permetterci di recuperare lustro agli occhi dell’Ue.
giovedì 20 ottobre 2011
Manovre di salvataggio
Sono ore, queste, a dir
poco concitate per l’Europa. Ieri sera si è tenuto a Francoforte un
supervertice improvvisato tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, insieme ai
numeri uno della BCE. L’occasione? La cerimonia di fine mandato di Jean-Claude Trichet, che tra pochi giorni abbandonerà ufficialmente la carica di Presidente
della Banca centrale europea in favore dell’italiano Mario Draghi. Cerimonia
che – vista l’urgenza della crisi – si è tramutata in un vertice ristretto per
cercare, in extremis, soluzioni
da mettere sul tappeto nel corso del Consiglio europeo in programma per il fine
settimana.
L’allarme
economico, infatti, è salito a livelli emergenziali e l’imminente summit tra i
leader europei si preannuncia più delicato che mai. Nel frattempo, sembra
vacillare l’entente cordiale franco-tedesca: nonostante la condivisione degli
ultimi tempi, Merkel e Sarkozy non hanno ancora trovato l’accordo su alcuni
aspetti centrali nella gestione della crisi del debito. Ferma la volontà comune
di aumentare la dotazione del cosiddetto “Fondo salva stati”, ancora in alto
mare sono le scelte circa il funzionamento (procedure e poteri) dello stesso.
Ma
che cosa è esattamente il Fondo europeo salva stati? L’European Financial Stability Facilty (questa la dicitura inglese) altro non è che una società di
diritto lussemburghese i cui azionisti sono i 17 paesi di Eurolandia. Istituito
nel giugno 2010, il suo compito è quello di aiutare gli Stati europei in
difficoltà. Come? Emettendo obbligazioni ed altri strumenti di debito con
massimo rating (ossia tripla A).
Da
chi è garantito? Dai singoli bilanci dei Paesi europei. E – sa va sans dire – questo è il problema, dato che proprio oggi le
agenzie di valutazione internazionale hanno annunciato di essere pronte a
tagliare l’affidabilità del debito di Parigi, facendo così venire meno uno dei
capisaldi dell’intero meccanismo di salvataggio. Il tutto reso ancora più
traballante da una Germania con crescita dimezzata ed esportazioni in caduta
libera.
E
non finisce qui. Recentemente – tra aspre polemiche – il Fondo di stabilità ha visto aumentate (e di
molto) le proprie competenze, decisione che a fine settembre è stata ratificata
anche dal riluttante parlamento tedesco. La versione evoluta dell’Efsf prevede
che questo possa non solo intervenire sul mercato secondario (acquistando
titoli di Stato di Paesi in difficoltà), ma anche agire a sostegno delle banche
da ricapitalizzare. Aspetto, quest’ultimo, particolarmente caro a Sarkozy,
impegnato nel (difficile) tentativo di salvare dal fallimento gli istituti
bancari francesi, nelle cui casse abbondano i titoli dei paesi più deboli.
«Le trattative sono in corso», fanno sapere da Berlino, mentre un accorato
Barroso implora: «trovate un compromesso».
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lunedì 17 ottobre 2011
Chi viene e chi va
Sempre più vicino il
cambio della guardia alla Banca Centrale europea dove, il prossimo primo
novembre, al posto del governatore uscente, Jean-Claude Trichet, si insedierà
l’italiano Mario Draghi.
Con
il suo quartier generale a Francoforte, la BCE è l’istituzione dell’Ue che ha
il compito (oggi più che mai ingrato) di controllare l’Euro e l’Eurozona,
determinando tassi di interesse e massa monetaria in circolazione. Il passaggio
di testimone avviene – sia pure in un mare in tempesta – all’insegna della
condivisione e della continuità, tanto che lo scorso agosto Trichet e Draghi
hanno scritto a quattro mani la famosa lettera indirizzata al Governo italiano,
contenente l’elenco di misure urgenti da adottare.
Francese,
68 anni, Trichet – in ordine, ministro del Tesoro e governatore della Banque
de France, dal 2003 alla guida
dell’Eurotower – ha combattuto numerose battaglie. Nel corso di estenuanti global
meeting, è riuscito a coordinare
(o per lo meno a non far scontrare) le diverse Banche centrali, mentre in piena
emergenza è riuscito – cosa non da poco – ad agire. Ma soprattutto ha
affrontato le resistenze di coloro che, in Germania, hanno fatto di tutto per
ostacolare i suoi recenti interventi nel mercato dei bond governativi. E, last but not least, ha
salvaguardato la stabilità dei prezzi.
E
ora se ne esce di scena – «non ho ancora riflettuto su quello che farò
nell’immediato futuro, sicuramente avrò più tempo per le mie nipoti» – con una
proposta coraggiosa: quella di creare un Ministro europeo delle Finanze, figura
unica di riferimento per tutta l’Eurozona. Già perché, nonostante tutto,
Trichet è ottimista sul futuro dell’Europa: «c’è una debolezza nella governance, non nell’Euro come moneta. Nessun paese e nessun
leader si assumerà la responsabilità di tornare indietro», ha dichiarato
qualche giorno fa in un’intervista al Financial Times. «Per l’Europa ci sono più motivi di unirsi in
campo economico-finanziario oggi che all’inizio del 1950 – aggiunge – e credo
proprio che la trasformazione dell’assetto mondiale, con l’emergere di Cina,
India, America Latina, inviterà ancora di più gli europei ad unirsi».
Quel
che è certo è che ad attendere Mario Draghi – dotato di grandi competenze
tecniche e di credibilità internazionale – ci sono temi più che scottanti: la
questione delle banche e quella dei debiti sovrani, il dibattito sulle regole
del mondo della finanza e le decisioni da prendere in merito al cosiddetto
fondo di stabilità. Così come la querelle sull’acquisto dei bond governativi italiani e spagnoli. Ma anche –
come se non bastasse – temi più tradizionali, come la politica monetaria e la
strategia dei tassi di interesse, con l’eterno scontro tra chi preferisce
stimolare la ripresa economica e chi vuole combattere l’inflazione.
Tutte questioni che il governatore uscente della Banca
di Italia dovrà affrontare scontando alcune difficoltà aggiuntive, a cominciare
dal tiepidissimo endorsement da parte del
governo italiano. E poi la nazionalità: il fatto di provenire da un Paese con
un debito pubblico di tali dimensioni scontenta tutti quelli che avrebbero
voluto affidare la guida della autorità monetaria europea ad un paese meno
importante ma più virtuoso. E, infine, la facile accusa di una sorta di
“conflitto di interesse”, a rendere ancora più difficili (ed imbarazzanti) i
già mal digeriti interventi di sostegno ai Titoli del tesoro italiano.
«L’Italia deve salvarsi da sola e non sperare nell’intervento di eserciti
d’oltralpe» si è affrettato a dichiarare poco tempo fa per fugare ogni dubbio.
Come si suol dire, a buon intenditor, poche parole.
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