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giovedì 9 giugno 2016

To Brexit or not to brexit?



To Brexit or not to brexit? That is the question. 
Intanto, godiamoci questa breve animazione del Guardian per fare il punto sulle principali ragioni del leave e del remain.
I prossimi giorni, su Chi più ne ha più ne metta, approfondiremo il tema, con video, interviste e quant'altro.
Enjoy!

venerdì 26 giugno 2015

Un brindisi all'Europa (o forse no): la Regina Elisabetta ci ripensa?



Ieri scrivevo dei "toni europeisti" della Regina Elisabetta, in occasione della sua visita in Germania. Parlava, ispirata, di unità europea e dei rischi della disunione.

Bene, a Palazzo debbono essersi spaventati ed è arrivata la retromarcia.

Una nota ufficiale di Buckingham Palace, infatti, ha prontamente negato che il discorso della Regina sottointendesse una sua convinzione circa la necessità che la Gran Bretagna continui a far parte dell'Unione europea.

Elisabetta aveva fatto riferimento alla pericolosità delle divisioni e all'opportunità di non dare per scontati i benefici di un continente pacificato.
Merkel annuiva vistosamente durante questo passaggio.

"Come sempre - ha spiegato un portavoce di palazzo - la Regina è al di sopra della politica ed è politicamente neutrale rispetto al tema dell'appartenenza all'Unione".

Il discorso di Berlino, preparato dagli ufficiali di Elisabetta, sarebbe stato, come al solito, approvato dal Governo inglese. Le sue parole precedono l'incontro tra i capi di stato e di governo dell'Unione durante il quale David Cameron presenterà le proprie proposte per la rinegoziazione dello status dell'Uk nella casa comune europea.

Insomma, dicono da Londra, il discorso era molto personale, basato sull'esperienza di vita della Regina e non ha niente a che vedere con questi negoziati.

Sarà, ma di certo pare che qualcosa sia cambiato ultimamente: l'euroscetticismo pre elettorale, si è trasformato in un cauto europeismo su misura, che Cameron intende portare avanti con decisione.

We'll see.



Leggi l'articolo sul The Guardian

lunedì 15 settembre 2014

Le parole della Cancelliera

Photograph: John Macdougall/AFP/Getty Images























Dicono che raramente la cancelliera tedesca Angela Merkel partecipi a dimostrazioni e manifestazioni. Ma ieri, domenica 14 settembre, lo ha fatto, prendendo parte - insieme al presidente Joachim Gauch - all'iniziativa dei leader delle comunità ebraiche presso la Porta di Brandeburgo a Berlino. 
L'evento "Stand Up: Jew Hatred - Never Again!" ha coinciso con il World Jewish Congress (WJC) opsitato dalla capitale tedesca.
"Che le persone in Germania possano essere minacciate a causa del loro essere ebrei o del loro supporto ad Israele è un fatto oltraggioso che noi non possiamo accettare", ha detto Angela Merkel. "È un nostro dovere nazionale e civico combattere l'anti-semitismo". 
"Abbiamo ascoltato parole che sono una sfida alla nostra coesistenza pacifica. Abbiamo visto atti che sono un attacco alla nostra libertà ed alla dignità umana.  Non possiamo ignorare. Ed è per questo che siamo qui oggi".
"Chiunque attacchi chi indossa una kippah, attacca tutti noi. Chiunque danneggi una pietra tombale ebraica sta disonorando la nostra cultura. Chiunque attacchi una sinagoga sta minando le fondamenta della nostra società libera". 
"Dobbiamo fare leva sul nostro comune senso di responsabilità per il bene comune. Si richiede coraggio e spirito di iniziativa, ma anche solidarietà, tolleranza e apertura mentale. I valori che rendono una società umana e sostenibile; valori che devono essere insegnati più e più volte. Il governo federale sostiene diverse attività: progetti che promuovono la tolleranza, rafforzano le abilità sociali e la comprensione della democrazia, in particolare per i giovani. Perché dobbiamo combattere tutte le forme di estremismo, di discriminazione ideologica e di violenza".  
"Il fatto che oggi più di 100,000 ebrei vivano in Germania è quasi un miracolo" - ha continuato Merkel, in quello che i presenti hanno descritto come un discorso insolitamente personale per lei - "è un dono che mi riempie della più profonda gratitudine". 
"La vita ebraica è parte della nostra identità e cultura. Mi ferisce quando sento i genitori di un giovane ebreo chiedersi se sia sicuro crescere i propri figli qui".  
"La Germania farà di tutto per combattere l'antisemitismo. A fronte dell'aumentare delle minacce agli ebrei il messaggio alla Germania e al mondo è tolleranza. A nome del governo federale condanno nei termini più forti tutte le forme di antisemitismo in Germania e in Europa". 
"La legittima critica alle azioni politiche di un governo, sia esso il nostro o quello di Israele, è possibile. Ma se questa viene usata come pretesto per dare sfogo all'odio di qualcuno verso altre persone, verso gli ebrei, siamo di fronte ad un uso improprio dei nostri diritti fondamentali di libertà di opinione e di assemblea".
"Amici, vicini, colleghi ebrei: sentitevi a casa qui".
Parole di circostanza, formali? Non proprio. Anzi, parole importanti, quelle della Cancelliera, considerando la storia tedesca e la sofferente elaborazione della colpa da parte di un intero popolo, alle prese con un passato che fa male anche se il tempo passa.

sabato 28 giugno 2014

Una botta al cerchio, una alla botte




Cameron, c'era da aspettarselo, ci è rimasto male e non poco.
Ce l'aveva messa tutta ad evitare che il lussemburghese JC Juncker venisse nominato presidente della Commissione. 
E commenta così:
"This was a bad day for Europe - and it has reinforced my conviction that Europe needs to change.
I am not going to back down. Securing reform is going to be a long, tough fight and sometimes you have to be ready to lose a battle to win a war.
Today we showed that we won’t be put off from our task - we won't be silenced.
Because the status quo is not right for the EU. And it is certainly not right for Britain. It has got to change.
And at the end of 2017, it will not be me, it will not be the House of Commons, it will not be Brussels who decides Britain's future in the EU. It will be the British people with an in-out referendum on our membership of the EU.

It will be your choice, and your choice alone".


Quasi una minaccia, allora. 


Spieghiamoci meglio: gran parte degli inglesi sono galvanizzati dalla promessa di referendum nel 2017, nel quale dovranno scegliere tra Europa sì e Europa no. 

E questo desiderio di fuga sarebbe acuito - stando al ragionamento del Primo Ministro - dall'aver scelto un Presidente di Commissione che non rappresenta il volere britannico (soprattutto in direzione di una "soft Europe"). 

Ma ecco che nel giorno più amaro per Cameron, altri leader europei - Merkel in testa - provano a rassicurarlo. 

"David Cameron has been offered an olive branch over Britain's place in Europe by the leaders of Germany and Sweden after his defeat over the nomination of Jean-Claude Juncker as European commission president", scrive il The Guardian. 

La Cancelliera tedesca si sarebbe detta pronta a considerare le preoccupazioni britanniche, mentre il primo ministro svedese, Frederik Reinfledt pare abbia riconosciuto che un'Unione più stretta non sarebbe l'opzione migliore per tutti". Eppure, entrambi i paesi hanno sostenuto la nomina di Juncker a capo dell'esecutivo europeo, ossia una figura - quella del lussemburghese - a favore di una maggiore integrazione.  

Perchè, allora, tante attenzioni - almeno a parole - ai sentimenti d'oltremanica?  È presto detto, parola di Merkel:

"I have every interest in having the UK continue to be a member of the EU. The UK always has to take that decision itself but from a European perspective and a German perspective, I think this is most important and this is what I'm going to work on. We have shown very clearly that we are ready to address British concerns."

Cameron, dal canto suo, assicura che farà di tutto per incidere sul documento relativo all'agenda strategica per i prossimi cinque anni. Esso dovrà prevedere che, nell'ambito del rafforzamento dell'integrazione europea, non verrà preclusa ai singoli stati la possibilità di prendere proprie decisioni in merito. 

L'ex segretario della difesa Liam Fox, intervistato sull'argomento, ritiene che l'aver perso il match su Juncker non avrebbe indebolito Cameron, né il ruolo della Gran Bretagna in Europa. 
"The prime minister has shown Britain will not take a back-seat approach to reform of the European Union," spiega. "If Juncker represents an even more integrated EU, then the prime minister has shown he supports an agenda for reform."
Di tutt'altro avviso e impegnato a premere l'acceleratore dell'anti europeismo è, ça va sans dire,
il leader del partito euroscettico Ukip, Nigel Farage, secondo cui la sconfitta di Cameron rispetto alla nomina del presidente della commissione, avrebbe minato la reale possibilità, per il primo ministro inglese, di rinegoziare le relazioni Londra-Bruxelles. 

E, secondo Farage, le mosse di avvicinamento di Angela Merkel non sarebbero genuine: 

"She said countries can move at different paces, while some can get there more quickly than others, but she wasn't for a moment suggesting that Britain can opt out of the principle of an ever-closer union … What I saw yesterday was the prime minister utterly humiliated, looking like a loser who had learnt nothing, still insisting, though it's rather more difficult, that he can renegotiate our position. He can't."
Insomma, la costruzione della nuova europa dopo la tornata elettorale dello scorso maggio sembra aver agitato ancor di più le acque della mai tranquilla membership inglese nell'Ue. 
Non resta che aspettare. 
E, di sicuro, ne vedremo delle belle.   

giovedì 29 maggio 2014

(Nuovi) seggi e (vecchie) ideologie



"I partiti, che per le loro finalità o per il comportamento dei loro aderenti si prefiggono di danneggiare od eliminare l'ordinamento fondamentale democratico e liberale o di minacciare l'esistenza della Repubblica Federale Tedesca, sono incostituzionali. Sulla questione d'incostituzionalità decide il Tribunale Costituzionale Federale".

Recita così l'articolo 21 (comma secondo) della Grundgesetz, la Costituzione tedesca. 
E proprio questa richiesta è stata più volte presentata con riferimento al partito neonazista NPD (National Demokratische Partei) , che nel frattempo ha ottenuto alle elezioni europee del 25 maggio un seggio al Parlamento di Strasburgo. 
Si tratta della prima volta dalla seconda guerra mondiale che l'estrema destra tedesca ottiene rappresentanza all'Europarlamento.


Ad occupare lo scranno sarà Udo Voigt, che vedete ritratto nella foto accanto. Tratta dal suo materiale elettorale risalente ad una competizione del 2011, l'immagine fa riferimento al concetto di "dare il gas", che - per un partito neonazi - suggerisce orripilanti associazioni (la vicenda la trovate spiegata più nel dettaglio sul Telegraph).

Ma torniamo alla questione della costituzionalità dei partiti. Nel passato, due le richieste avanzate sulla base dell'articolo 21 e accettate dalla Corte costituzionale: quella - nel 1953 - relativa al partito neonazi "Sozialistische Reichspartei" e l'altra, tre anni dopo, riferita al partito comunista KPD. 

Risale invece alla fine del 2013 l'ultima richiesta, in ordine di tempo, rivolta al tribunale di costituzionalità di dichiarare illegittimo e dunque vietare il partito neo-nazista Npd. 
A presentarla sono stati sedici lander tedeschi, attraverso il Bundesrat, la camera del parlamento che li rappresenta. Il caso è tornato all'ordine del giorno dopo il grave fatto di cronaca avvenuto nel 2011 e che coinvolgeva la cellula nazionalsocialista Nsu, vera e propria organizzazione criminale di estrema destra accusata di avere ucciso 10 persone, la maggior parte di origini turche, tra il 2000 e il 2006 (il video della BBC in basso parla proprio di questo) . La cellula ha agito indisturbata anche grazie alla complicità corrotta di alcuni membri del servizio di Protezione della Costituzione, un reparto di intelligence interna. Dall'inchiesta sono emersi, inoltre, collegamenti tra la cellula Nsu e il partito NPD, conoscenze personali tra i rispettivi leader, trasferimenti di denaro e altro ancora. 

Proprio su questi legami tra mente politica e braccio armato dovrebbero concentrarsi le valutazioni atte a dichiarare l'illegittimità del NPD. Il solo essere antidemocratica, xenofoba ed antisemita, infatti, non è sufficiente perché il tribunale di costituzionalità proibisca l'esistenza della formazione politica. A tutela di ciò c'è la libertà di opinione. Quello che va dimostrato è il sussistere di un concreto rischio di sovversione del sistema democratico 

Vedremo come finirà. Ma di certo è impressionante che oggi nel cuore politico ed istituzionale dell'Europa sieda chi rappresenta una ideologia ed un modo di concepire la società e la politica che tanto male ha fatto alla storia del Vecchio Continente. 


lunedì 23 settembre 2013

La Cancelliera venuta dall'Est


Angela Merkel festeggia i risultati delle elezioni federali del 22 settembre 2013

Trionfa Angela Merkel, l’imperscrutabile cancelliera venuta dall’Est. Amata, temuta, criticata e osannata, negli anni si è imposta – in patria come nella scena internazionale – con uno stile tutto suo. Ce lo racconta bene, questo stile, Ubaldo Villani-Lubelli, ricercatore esperto di politica e cultura tedesche, in “Enigma #merkel” (GoWare) godibile e dettagliato e-book, più che mai utile per comprendere il profilo umano e politico della Cancelliera. Dell’infanzia e della gioventù di Angela Kasner (questo il suo nome di battesimo) qualcosa (non molto) si sa, e Villani-Lubelli approfondisce prendendo a riferimento testi e biografie in lingua tedesca. Figlia di un pastore luterano che alla metà degli anni cinquanta decide, volontariamente, di trasferirsi nella Germania comunista per fondare un seminario, è una ragazza brillante. Dall’interesse per la fisica (Angela si dedica alla ricerca universitaria ed è molto stimata in ambito accademico) a quello per la politica, il passo è breve. Aderisce a Demokratischer Aufbruch, Risveglio Democratico (movimento di opposizione costituitosi subito dopo la caduta del Muro e ispirato ai cristiano-democratici della Germania occidentale). «Diventa, così – scrive Villani-Lubelli – protagonista silenziosa della riunificazione e si fa apprezzare da quello che sarà il suo mentore: Helmuth Kohl». Angela entra in politica e la politica entra nella sua vita. Dapprima è “Das Mädchen”, giovane promessa sponsorizzata da Kohl, che con il suo volto intende veicolare l’immagine della Germania riunificata e che per due volte la vuole nei suoi governi: prima è ministro per la Famiglia, per le Donne e i Giovani, poi per l’Ambiente e la Sicurezza dei reattori nucleari.
Ma al momento giusto, quando una serie di scandali finanziari travolgono la CDU, lei, Das Mädchen, non esita a rompere il cordone ombelicale con il suo mentore politico e – rottamatrice ante litteram – lo attacca dalle colonne del Frankfurter Allgemeine Zeitung:
«dopo una vita politica così lunga come quella che ha avuto Helmut Kohl, forse è chiedere troppo dimettersi da tutte le cariche, ritirarsi definitivamente dalla politica e lasciare libero il campo ai successori, ai giovani? »
Una scommessa. Una scommessa su se stessa, che Villani-Lubelli descrive come uno dei più delicati passaggi della carriera politica della futura Cancelliera.
Una outsider, a suo modo, dal 2000 alla guida della CDU: prima donna a presiedere un grande partito conservatore e, fino a quel momento, maschilista. E, qualche anno dopo, prima donna – per di più dell’Est – a guidare la Germania. La sua, secondo molti analisti politici, doveva essere solo una leadership di passaggio, una transizione di basso profilo. «Portatrice di una personalità con valori di riferimento almeno in parte in contrasto con le tradizioni dominanti tra i cristiano-democratici (...) Angela, la ragazzina che veniva dall’Est, era protestante, donna e non aveva figli. Una vera rivoluzione silenziosa!», spiega l’autore di Enigma #merkel.
E lei, stratega del compromesso, è in grado di guidare quella Grosse Koalition che ha rimescolato la geografia ideologica del paese, con i cristiano democratici e i socialdemocratici nella maggioranza, i verdi e i liberali all’opposizione. Leader della Germania ma sempre più, parallelamente, anche personaggio dal profilo internazionale, tanto che per Forbes è la donna più autorevole al mondo e il secondo politico più influente dopo Obama. È poi la volta del secondo governo della Cancelliera, quello nato nel 2009. Il terzo mandato da Cancelliera inizia ora, dopo i risultati usciti dalle elezioni federali di ieri, in quella che è stata, non c’è che dire,  una vittoria anche personale. 

lunedì 2 settembre 2013

Merkiavelli


Angela Merkel

«È meglio essere amato che temuto, o ‘l converso?. Rispondesi, che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma, perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua».
Così ragionava – nel lontano 1513 – Nicolò Machiavelli ne “il Principe”, sofisticato trattato di teoria politica, che ha fatto storia nel suo genere e non solo (finendo, spesso, per essere più chiacchierato che letto, porgendo il fianco ad interpretazioni forzate e contrapposte).
A riportare all’attualità questo passaggio è il sociologo e scrittore tedesco Ulrich Beck che, dalle pagine di Repubblica, commenta le imminenti elezioni tedesche e tratteggia il ruolo della Cancelliera Angela Merkel, alle soglie di quella che ha tutta l’aria di essere una sua riconferma alla guida del paese. Se, infatti, con la crisi dell’Euro molti dei governi europei in carica hanno perso rovinosamente le elezioni, opposta sembra essere la tendenza della politica tedesca. «I tedeschi adorano angela Merkel – spiega Beck – innanzitutto perché pretende pochissimo da loro. E poi perché sta mettendo in pratica un nuovo stile di potere politico: il merkiavellismo». Di che cosa si tratta, esattamente? Parafrasando le parole de “Il principe”, il sociologo vede nell’agire politico della Cancelliera una applicazione selettiva e asimmetrica del principio machiavelliano, per cui la Merkel punterebbe ad essere temuta fuori dai confini tedeschi e amata all’interno di essi. «Neoliberismo brutale – puntaulizza – per il mondo esterno, concertazione con una spruzzata di socialdemocrazia in casa: questa è la formula del successo che ha sistematicamente consentito a Merkiavelli di espandere il suo potere e quello della Germania». A fronte di questo delicato equilibrismo, il dibattito che sta accompagnando i cittadini alle urne è poco europeo e molto concentrato sulla politica interna, mentre su Euro ed europa sembra reggere un tacito consenso, anche grazie ad una “opposizione che non si oppone” («i due partiti di opposizione, socialdemocratici e verdi, contestano i piani di austerity della cancelliere su alcuni dettagli, ma in parlamento hanno sempre votato con lei»). Se quindi il progetto europeo, è – per ora – il convitato di pietra delle elezioni tedesche, c’è da scommettere che, all’indomani della chiusura delle urne, diventerà il nodo principale da sciogliere. E la Germania non potrà tirarsi indietro.

da La pericolosa solitudine di Angela Merkiavelli, 
articolo di Ulrich Beck, 
la Repubblica, 31 agosto 2013


giovedì 20 giugno 2013

mercoledì 17 aprile 2013

Gli alternativi tedeschi

Il logo di Afd; Angela Merkel

Il suo acronimo è Afd (che sta per “Alternative für Deutschland”) e si propone, appunto, come alternativa. A cosa? All’europeismo – per molti forzato e difficile da digerire – di Angela Merkel.  Stiamo parlando del nuovo partito tedesco anti-euro. Un suo (improbabile) ingresso al Bundestag, in occasione delle elezioni del prossimo autunno, significherebbe l’avvio di una battaglia per la dissoluzione della moneta europea e per il ritorno al marco. «L'euro non funziona, divide più che unire il continente»,  afferma Alexander Gauland,  tra i fondatori del partito ed ex membro proprio della CDU, il partito della Merkel.
Già perché è proprio ai delusi cristiano-democratici e ai liberali che si rivolge la nuova formazione politica, che attinge consenso prevalentemente tra le file della destra, attirandosi, però, anche le simpatie dei movimenti radicali. Nel mirino, i trasferimenti di denaro tedesco a favore del salvataggio di Euro ed Europa. Insomma, la politica europea della Merkel. Manovre di salvataggio che, finora, hanno (più o meno) convinto tutti i maggiori partiti. Sull’economia, dunque, si fonda la sfida lanciata dal movimento, che coagula attorno a sé molti economisti e docenti, come Bernd Lucke, uno tra gli esponenti più in vista.
Ma il progetto di Afd – se è alimentato da qualche velleità (recenti sondaggi indicano che circa il 26% di elettorato sarebbe pronto a votare un partito anti-euro) – non sembra destinato ad avere grande successo: le scelte della Cancelliera godono ancora dell’appoggio della gran parte della popolazione. La situazione economica della Germania, nel complesso buona, conferma questa tendenza. Sembra, inoltre, molto difficile che il neocostituito partito riesca a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento per entrare in Parlamento. Unica possibilità per Afd di acquisire un certo “peso politico”, dunque, si avrebbe solo in caso di quasi parità tra le due coalizioni Cdu/liberali da una parte, socialdemocratici e verdi dall’altra. 

Questo post trae ispirazione dall'articolo di  Ralf Neukirch e  Merlind Theile 
pubblicato su Der Spiegel il 12 aprile e ripreso da Presseurop (leggi)

lunedì 25 febbraio 2013

Turchia in Europa? Sì, no. Forse



Angela Merkel, oggi a colloquio con Erdogan, appare possibilista sul rilancio del negoziato per l'ingresso della Turchia nell'Ue. «Ma - avverte - sono ancora scettica».

sabato 9 febbraio 2013

L'Austerity sbarca in Europa

Burki

Petar Pismestrovic


Mentre i vignettisti si sbizzarriscono a raccontarci il nuovo accordo sul bilancio Ue, un dato è certo: quello varato ieri è il primo quadro finanziario al ribasso della storia comunitaria. Scontenti, molto, quelli che speravano in un’inversione di tendenza, in una sterzata Keynesiana ed in un'iniezione di politiche anticicliche. 

Il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale copre i prossimi sette anni (2014-2020) ed è concepito per un'Unione europea a 28 Stati membri, in base all'ipotesi di lavoro che la Croazia aderisca all'Unione nel 2013. 


Il Consiglio europeo, riassumendo, ha raggiunto un accordo politico in base al quale la cifra massima totale della spesa per l'Ue a 28 è pari a 959 988 milioni di Euro in stanziamenti per impegni che rappresentano l'1,00 % del reddito nazionale lordo (RNL) dell'Unione e a 908 400 milioni di EUR in stanziamenti per pagamenti che rappresentano lo 0,95% dell'RNL europeo. 

Si è trattato, come ha spiegato efficacemente Marco Zatterin su La Stampa, di uno «scontro fra i rigoristi condotti da Cameron e i fan della spesa comune in chiave anticrisi come Italia e Francia». «La cifra  - continua Zatterin - comprende 450 miliardi per la crescita, somma maggiore sull’esercizio precedente, ma smagrita rispetto alle idee di partenza: alleggeriti gli investimenti sulle reti transfrontaliere, sparite le Tlc, al punto da fare commentare a una fonte: «E’ rimorto Keynes!». 

«Guardando da una prospettiva globale – ha affermato Herman Van Rompuy alla fine della maratona negoziale, durata ben 25 ore – questo è un budget orientato al futuro, realistico e guidato da preoccupazioni urgenti». Della serie, poteva andare anche peggio.

venerdì 21 settembre 2012

Europa: verso dove?

La scorsa settimana molto si è parlato, anche in Italia, della Corte Costituzionale tedesca che, con la sua sentenza, ha salvato in un sol colpo Euro ed Europa. Legittimando gli strumenti di stabilità finanziaria faticosamente ideati da Merkel & Co. nei tormentati mesi passati, i giudici di Karlsrue, infatti, hanno evitato il tanto temuto tracollo della moneta unica, dei mercati e del castello europeo tutto. Ma – ancora una volta – non basta. La stessa sentenza, infatti, prevede che Bundestag e Bundesrat siano costantemente informati delle decisioni relative al fondo salva stati e che, ai fini di un aumento del contributo teutonico al meccanismo di stabilità, venga richiesto il nulla osta del Parlamento. Dalla pronuncia e dai paletti posti (ad onor del vero, più soft rispetto alle previsioni), dunque, trapelano ancora una volta ancestrali dubbi e atavici timori: quelli relativi al rischio di una eccessiva sottrazione di sovranità, a detrimento degli Stati nazione e a favore di un’Unione che, secondo molti, non ha ancora raggiunto accettabili livelli di democraticità. Il dibattito, lungi dall’essere moda delle ultime ore, va avanti da mesi. Almeno negli altri paesi europei. A dare il la è stato Ulrich Beck, che – dalle colonne del Guardian – ha posto, alcuni mesi fa, un quesito di non poco conto: come può l’Europa dei burocrati divenire l’Europa dei cittadini? «Ciò che andrebbe potenziato è la democrazia europea. Il rule of law e il mercato non sono sufficienti, abbiamo bisogno di una società civile», scrive Beck. E invoca forme di democrazia diretta: «senza la possibilità, su scala transnazionale, di partecipazione dal basso – avverte il sociologo – senza referendum sui temi europei, l’intera impresa è destinata a fallire». Lancia anche la proposta (sostenuta da molti altri) di un Presidente dell’Ue eletto direttamente da tutti i cittadini di Eurolandia e di una Costituente che ridisegni i confini – politici, istituzionali e ideali – dell’Ue. E proprio su questo punto gli fa eco Habermas, che si fa portatore del concetto di “democrazia transnazionale”. Utopia? Secondo il filosofo tedesco no, dal momento che le basi di un simile progetto politico si ritrovano nella attuale Unione, che dovrebbe però abbandonare lo «stile burocratico-gabinettistico sinora consueto».
Insomma, anche se i giudici tedeschi hanno evitato il terremoto, occorre comunque “ripensare”, questa Europa, che, per come oggi è strutturata, rende ancora attualissima la definizione datale da Jacques Delors – padre nobile dell’Ue – di “oggetto politico non identificato”. Anche i giornali, in questi giorni, stanno facendo la loro parte e cominciano a porsi interrogativi. «Cercherei soluzioni più innovative, più appropriate alla nostra epoca, per esempio forme istituzionalizzate e paneuropee di deliberazione e di partecipazione per tutti coloro che lo desiderano», scrive Jacek Żakowski per Gazeta Wyborcza, una delle più importanti testate polacche. E invoca una lungimiranza che sembra mancare agli attuali leader europei: «i rimedi efficaci dovranno tener conto della natura socioculturale delle attuali tensioni, senza prendere di mira esclusivamente la gestione a breve termine di questa strana creatura che è oggi l’Unione europea». «La battaglia, ora, si allarga dall’economia alla politica – spiega Andrea Bonanni su Repubblica – dalle istituzioni finanziarie si estende ai Parlamenti, ai governi, alle urne in cui nei prossimi anni le democrazie saranno chiamate a decidere il futuro del continente». Dopo aver salvato la moneta, insomma, ora bisogna salvare l’Europa, «conferendole quella sovranità che ancora non possiede». E di nuove idee e nuovi ideali ha parlato anche il Presidente della Commissione europea Barroso, nel discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato lo scorso 12 settembre. «La globalizzazione vuole un’Europa più unita. Più unità vuol dire più integrazione. E più integrazione vuol dire più democrazia. Più democrazia europea». E mentre non lascia dubbi sull’integrità dell’Unione o sull’irreversibilità dell’euro, Barroso invoca la costruzione di uno spazio pubblico veramente comune. Serve, detto in altri termini, una (vera) opinione pubblica, luogo per eccellenza della rappresentanza e della partecipazione, ambito, a volte, della decisione, più spesso della discussione e del confronto. «Non possiamo continuare a risolvere i problemi europei attraverso soluzioni nazionali, il dibattito si deve svolgere nelle nostre società e tra i nostri cittadini. Oggi, però, mi rivolgo anche ai pensatori europei, agli uomini e alle donne di cultura, perché prendano parte a questa discussione sul futuro dell’Europa: l’indifferenza o il pessimismo degli europeisti sono ancora più pericolosi dello scetticismo degli antieuropei».

Questo mio contributo è stato originariamente pubblicato 
sul portale di Libertà e Giustizia, associazione nazionale di cultura politica. 

mercoledì 11 luglio 2012

La Corte dell’Euro


Presseurop


Estenuanti trattative politico-economico-diplomatiche potrebbero – sottolineiamo potrebbero – essere messe a repentaglio da una pronuncia della Corte costituzionale tedesca. Andiamo con ordine.
I giudici di Karlsruhe stanno esaminando i ricorsi presentati con riferimento alle norme approvate dal Parlamento tedesco per ratificare l’accordo sull’European Stability Mechanism (ESM), il prezioso fondo salva stati, norme che – a parere dei ricorrenti – sarebbero incostituzionali, in quanto lesive del potere sovrano dello stato.
Il funzionamento del meccanismo di stabilità (creato non solo per concedere prestiti ai paesi in difficoltà, ma anche per esempio acquistare titoli di Stato e mantenere stabili gli spread), così come definito dall’ultimo Consiglio europeo, ridurrebbe la discrezione della Germania, in particolare nelle decisioni su come utilizzare i propri fondi pubblici.
In altre parole, fino a che la Corte costituzionale non deciderà sull’ammissibilità dei quesiti di costituzionalità e, in caso affermativo, non si esprimerà nel merito, le leggi approvate in Parlamento sull’ESM non potranno entrare in vigore. E, prevedono in molti, ci vorranno numerose settimane. Settimane preziose, viste le turbolenze cui è esposta la moneta unica.
Ma, dietro le quinte di questi avvenimenti, si consuma l’ennesima puntata delle frizioni tra l’esecutivo tedesco e la Corte Costituzionale, fondata nel 1951 per garantire che le istituzioni statali agissero conformemente a quanto prevedeva la Legge fondamentale della neonata Repubblica federale tedesca.
«Le cose non sono mai andate lisce tra Berlino e la Corte che ha sede a Karlsruhe – scrive Der Spiegel – i politici al governo l’hanno spesso considerata un essere irritante, che può abrogare a proprio piacimento le leggi con un semplice tratto di penna. Una frase attribuita al defunto Herbert Wehner, appartenente al partito socialdemocratico, è diventata leggendaria: “Non permetteremo a quegli idioti di Karlsruhe di depennare le nostre politiche”».
Antiche rivalità si scontrano, oggi, con nuove sfide: con la crisi dell’euro, infatti, in palio c’è molto più dei consueti giochi tra poteri, dal momento che le decisioni di Karlsruhe potrebbero mandare all’aria i tentativi di salvataggio dell’Eurozona.


martedì 26 giugno 2012

Quando anche la tassa piace


Che sia la volta buona? Per mesi, lo scorso inverno, ha campeggiato nei titoli dei quotidiani e rimbalzato sulle pagine dei social network, diventando inevitabile e ripetitivo leitmotiv di ogni Tg. Stiamo parlando della Tobin Tax, l'arcinota tassa sulle transazioni finanziarie (in inglese FFT, financial transaction act). Alcuni paesi europei, infatti, hanno deciso di avviare la cosiddetta procedura di cooperazione rafforzata, quella che permette - nei casi in cui manca l'unanimità - di procedere comunque, cominciando a buttare giù un progetto per l'introduzione dell'imposta. Ma che cosa è esattamente la Tobin Tax? Andiamo a spulciare nei libri di economia per cercare di saperne di più.
Il Prof. James Tobin
Innanzitutto partiamo dal nome. Tobin, come James Tobin, ossia l’economista e premio Nobel (professore anche di Mario Monti, eh sì, come è piccolo il mondo) che l’ha inventata. Niente meno che 40 anni fa (il primo studio fu elaborato nel 1972). Già perché la “tassa Tobin” è, oramai, un vecchio progetto, mai realizzato. Ma sempre valido, anzi validissimo.
Trattasi, in sostanza, di una tassa da applicare alle transazioni finanziarie internazionali, con l’obiettivo di frenare la speculazione e stabilizzare i mercati, raccogliendo al contempo nuove risorse utili – secondo la versione originaria – ad obiettivi globali (riduzione del divario tra i paesi ricchi e quelli poveri), oggi preziose soprattutto per ridare ossigeno ai debiti sovrani dei paesi in affanno.
La tassa – la cui aliquota di riferimento è compresa tra lo 0,1 e l’1 % – andrebbe a colpire soprattutto la speculazione: scattando implacabile ad ogni transazione, renderebbe poco convenienti, in particolar modo, le compravendite di breve periodo (comprare e vendere a piccoli intervalli di tempo per approfittare degli spostamenti del mercato, significherebbe vedersi applicare l’aliquota ad ogni passaggio). Valido deterrente, dunque, la Tobin Tax annullerebbe l’appetibilità di simili operazioni per i falchi della finanza. 
E se pensiamo che è stata proprio la finanza globale più spregiudicata ad innescare la crisi di cui ancora oggi stiamo pagando le (amare) conseguenze, be’, allora la Tobin tax diviene subito, agli occhi dei più, la “tassa buona” per eccellenza. Capace di rivalersi – una volta per tutte – sui veri responsabili del virus che ha drammaticamente contagiato l’economia reale.
L'adesivo della campagna
promossa dall'associazione ATTAC
Cavallo di battaglia del movimento No Global, la tassa di Tobin era temporaneamente tornata in auge dieci anni fa (ricordate gli adesivi della campagna promossa dall’associazione francese Attac, con lo squalo – munito di ventiquattro ore – il cui feroce morso veniva fermato da una semplice matita, quella per la raccolta firme pro aliquota?), senza essere di fatto mai attuata. Le pressioni esercitate del mondo finanziario, riverito (anche dalla politica) e lasciato a mani libere, hanno sempre avuto la meglio.
E oggi a rispolverarla e rilanciarla ci pensano in particolare Francia e Germania (dal ministro dell'economia tedesco, Wolfgang Schauble, la svolta: durante l'ultimo Ecofin ha proposto un'alzata di mano per valutare la possibilità di avviare la cooperazione rafforzata). Mentre il Premier inglese David Cameron – alla ricerca del consenso della City – non ne vuole sentire a parlare: “gli Stati che vogliono introdurre la tassa sulle transazioni finanziarie sono liberi di farlo – dichiarò senza mezzi termini qualche mese fa – ma bloccherò l’idea di una tassa europea”. E, ad oggi, non sembra aver cambiato idea. L'Italia, dal canto suo, appoggia l’ipotesi di un prelievo sugli scambi finanziari, ma - al momento - ha preferito non prendere impegni concreti. Il nostro paese, infatti, avrebbe preferito una applicazione estesa a tutti i 27 (o 26, senza il Regno Unito) paesi dell’Unione. Già perché, con una misura del genere, il rischio è quello di provocare l’effetto “fuga dei capitali”: gli investitori andrebbero ad operare nei Paesi detassati. Rischio che anche Mario Monti – pur favorevole (“per ragioni economiche e politiche”) alla misura – ha ben presente. 

giovedì 14 giugno 2012

Botta e risposta 2. La vendetta.


All’Economist non l’hanno presa bene e rispondono, piccati, al quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, reo di aver, per così dire, “reinterpretato” – in una variante filo-tedesca – l’ultima copertina del giornale inglese, che raffigurava la riluttanza della Cancelliera Merkel ad "accendere i motori" dell’economia europea. «E’ una replica quanto mai strana» – si legge nella versione on-line del settimanale londinese – con la Germania, export dipendente, che se ne sta in disparte rispetto all’economia mondiale». Quando in realtà, «il debito pubblico dei tedeschi è più grande di quello della Spagna e l'America è cresciuta più rapidamente rispetto alla Germania nel corso del primo trimestre del 2012 (per la fortuna degli stessi tedeschi, che sono esportatori netti per l'economia americana)».
«La verità è che – conclude l’Economist – il governo della Germania, più di ogni altro, ha la capacità solcare le acque dell’economia dell’eurozona e, dunque, di quella mondiale, allontanandola dal pericolo di una catastrofe economica. Ma, come dimostra l’immagine proposta da Handelsblatt, i tedeschi ancora non se ne rendono conto».

mercoledì 13 giugno 2012

Botta e Risposta


Il primo ad iniziare è l’Economist: sulla copertina dell’ultimo numero c’è una nave che affonda – metafora dell’economia mondiale – e un fumetto che dice: “Per favore, possiamo accendere i motori adesso, signora Merkel?”.
Il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt ha risposto con una pagina interna, che –modificando la copertina originale del noto settimanale – raffigura il ministro tedesco dell’Economia, Wolfgang Schäuble (in sedia a rotelle a causa delle ferite riportate in un attentato) che chiede alla Merkel: “Dove sono i nostri amici, Angela?”: “Troppo grossi per stare a galla”, risponde la cancelliera, con un “too big to swim” che riprende (evidentemente e ironicamente) la famosa formula “too big to fail”. La nave affonda a causa di alcune “zavorre” tra cui Italia, Spagna, Grecia, Stati Uniti, Francia...