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martedì 26 aprile 2016

L'olio dei vicini



L'olio tunisino nel mercato Ue: pro e contro 
Aumento dell’import di olio tunisino a dazio zero nell’Ue: contenuti del provvedimento e prospettive

Nelle ultime settimane si è molto discusso dell’approvazione da parte del Parlamento europeo di un piano di emergenza a favore della Repubblica Tunisina, secondo una proposta avanzata a settembre dalla Commissione europea. Il testo prevede l’immissione nel mercato europeo di 35 mila tonnellate l’anno di olio tunisino a dazio zero per il periodo 2016-2017, quantità che andrà ad aggiungersi alle 56 mila tonnellate non tassate annue già contemplate da precedenti accordi commerciali bilaterali.
Queste misure sono state approvate in virtù delle politiche di vicinato, attuate già dalla metà degli anni '90 dall’Unione verso i paesi limitrofi, che condividono i valori comuni della democrazia e del rispetto dei diritti umani, e con l’obbiettivo di accrescere la reciproca collaborazione politico-istituzionale e l'integrazione economica. Con questi accordi di cooperazione l’Europa si impegna a sostenere lo sviluppo tecnico, politico, sociale e finanziario dei paesi vicini. In particolare, la situazione della Tunisia, che ha intrapreso un lungo cammino verso la democrazia dopo la primavera araba del 2010, si presenta ora molto delicata: agli attentati del giugno 2015 nei pressi di Sousse è seguito il crollo del mercato del turismo, che ha portato con sé l’impoverimento della società e la perdita di posti di lavoro, innescando recenti rivolte civili. In questo quadro generale si è ritenuto di non poter ignorare le richieste di aiuto delle istituzioni di Tunisi, agendo da supporto commerciale nel campo dell’esportazione olivicola, che rappresenta il 50% del volume dell’export tunisino.
Daniel Rosario, portavoce per agricoltura e commercio della Commissione europea, in una dichiarazione all’ANSA ha parlato di una "necessità di importare", per consentire agli stock UE di recuperare, visto che il raccolto pur essendo cresciuto rispetto all’anno precedente è stato uno dei più bassi degli ultimi sette. Secondo lo stesso Rosario, inoltre, la quantità importata dalla Tunisia rappresenta una quota esigua inferiore al 4% del consumo annuo dei paesi europei. Riferendosi in particolar modo al mercato dell’olio in Italia, egli sottolinea che "è un mercato in deficit e ha bisogno di importare per coprire i bisogni del suo mercato interno e del suo export".
Secondo i dati emessi dalla Confagricoltura per il 2013, infatti, nella penisola si producono circa 450 mila tonnellate di olio l’anno, a fronte di un consumo e un export che sommandosi raggiungono 900 mila tonnellate. Per soddisfare la richiesta - dunque - si importano notevoli quantità di olio,  il  12% da paesi non comunitari.
Tuttavia, per evitare un eccessiva penalizzazione dei produttori Ue, gli eurodeputati hanno inserito nel testo definitivo alcuni emendamenti che comportano: l’impossibilità di proroga dell'accordo commerciale oltre i due anni, il controllo della provenienza del prodotto per evitare il rischio contraffazioni, e una revisione intermedia in base all’impatto della manovra sul mercato dell’olio nell’Unione. Nel caso dalla revisione a medio termine si evincesse uno squilibrio, la Commissione può esercitare il diritto di imporre misure correttive o sospendere il regime preferenziale con la Tunisia. Si prevede, poi, che l’importazione delle ulteriori 35 mila tonnellate sia consentito solo una volta esaurito il precedente contingente tariffario annuale senza dazio, al fine di evitare un’introduzione massiva.
La Coldiretti, per voce del presidente regionale Umbro Agabiti, mostra però alcune perplessità sugli effetti che la manovra andrà a determinare.  Dato l’aumento del volume di olio non tassato nell’economia Italiana, si avrà una diminuzione del prezzo di vendita all’ingrosso. La diminuzione non si rispecchierà però nel prezzo ultimo di vendita al dettaglio, ma si trasformerà in guadagno per le grandi imprese intermediare di commercializzazione dell’olio, ovvero quelle che operano il passaggio dai frantoi ai supermercati.
Inoltre, prosegue, a tutela del consumatore, l’attenzione deve concentrarsi su un’altra grande tematica: quella della tracciabilità e della garanzia di provenienza.  L’ultima notizia di frode risale proprio ad un mese fa, quando la Guardia di Finanza ha bloccato oltre 2000 tonnellate di olio straniero con marchio made in Italy, smascherando un sistema di contraffazione che, partendo da Puglia e Calabria, andava ad interessare altre regioni fra cui l’Umbria.
È proprio sulla questione della tracciabilità che si focalizza fortemente la Coldiretti, che da tempo chiede più chiarezza delle etichette e auspica per il futuro un maggiore utilizzo dei test del DNA , tecnica già utilizzata e in grado di attestare  le varietà e le zone di provenienza dell’olio.
Giulia Idolatri
(L'articolo è stato pubblicato sabato 23 aprile sul Corriere dell'Umbria - inserto Finestra sull'Europa).


mercoledì 28 gennaio 2015

European Passenger Record Plan: ecco cosa succede


In totale sono 42 le informazioni sui passeggeri aerei previste dal nuovo piano antiterrorismo della Commissione europea, che - stando al Guardian - dovrebbe essere reso pubblico a breve. 
Dopo i fatti di Parigi del 7 gennaio, infatti, sono state subito avviate le procedure per rafforzare i sistemi di sicurezza, attraverso, tra le altre cose, una revisione dello "European Passenger Record Plan", una proposta di direttiva che era stata già avanzata nel 2011, ma bocciata dal Parlamento europeo (leggi qui). I dati relativi ai passeggeri in volo da e per l'Europa saranno archiviati, per un massimo di 5 anni, accessibili all'intelligence ed alle autorità di sicurezza.  
Molti osservatori sono convinti che il piano sia una grave incursione nella privacy personale dei cittadini. Molto probabile la contrarietà del Parlamento europeo, in particolare della Commissione per le libertà civili, che già in passato ha lavorato sul dossier.
Ma quali saranno questi dati? 
Eccoli, li riporto in inglese secondo quanto scritto dal Guardian: 
The 42 categories are:Passport number; Country which issued passport; Passport expiry date; given names; last name; gender; date of birth; nationality; passenger name record locator code; date(s) of intended travel, date of reservation,
other names on c(PNR), address, all forms of payment information, billing address, contact telephone numbers, all travel itinerary for specific PNR, frequent flyer information, travel agency, travel agent, code share PNR information, travel status of passenger, split/divided PNR information, email address, ticketing field information, general remarks, ticket number, seat number, date of ticket issued, no-show history, bag tag history, go-show information, other service-related information, special service requests, such as meal preferences, received from information, all historical changes to PNR, number of travellers on PNR, seat information, one-way tickets, any collected advanced passenger information system information, automatic ticketing fare quote. 

L'Unione europea ha già concluso gli accordi con Stati Uniti, Canada e Australia per una consivisione di questi dati, di modo da raffozare la no-fly list, mentre non ci sono ancora 

accordi con il resto del mondo, in particolare con Turchia, Asia, Africa. 


Leggi anche: 
L'eterna lotta tra privacy e sicurezza

lunedì 30 giugno 2014

I cinque fantasmi della Gran Bretagna


"L'incubo del Regno Unito, e del primo ministro Cameron, è questo.
Primo passaggio: quei britannici che hanno votato per i conservatori convinti che il premier sarebbe riuscito a strappare concessioni agli altri leader comunitari arrivano alla conclusione che non ne è in grado e decidono di votare Ukip.
Secondo passaggio: i più euroscettici tra i parlamentari e i consiglieri comunali lasciano il partito conservatore e passano alla Corte di Farage.
Terzo passaggio: gli scozzesi, che il 18 settembre sono chiamati a scegliere in un referendum se vogliono o meno l'indipendenza, sono allarmati per il movimento antieuropeista in Inghilterra e votano sì all'indipendenza anche per rimanere nell'Unione europea.
Quarto passaggio: Cameron anticipa la data del referendum sulla permanenza del regno unito nell'Ue per arrestare la fuga dei suoi verso l'Ukip e la gente vota per abbandonare Bruxelles.
Quinto passaggio: il Regno Unito non è più "unito" (dal momento che l'unione è quella tra Inghilterra e Scozia, risalente al 1707), si ritrova sminuito per dimensioni e importanza fuori dalla Ue.
È uno scenario che sicuramente toglie il sonno a David Cameron. Resta poco probabile, ma è meno irrealistico di prima. Ancora adesso, comunque, resta più verosimile quest'altro scenario. Cameron che ha guadagnato popolarità per la sua fiera opposizione a Jean Claude Juncker, riesce a tenere insieme il suo partito. Gli altri leader europei, Angela Merkel in testa, faranno in modo che al commissario britannico vada un dicastero pesante, per esempio il mercato interno. Juncker si rivela più pragmatico che federalista e prende misure per restituire i poteri ai parlamenti nazionali (come molti leader desiderano, peraltro).
Gli scozzesi, preoccupati per le ripercussioni occupazionali e per il rischio di rimanere senza una moneta, se la Scozia dovesse diventare indipendente, votano per rimanere nel Regno Unito.
Cameron riesce a presentare la sua sconfitta della scorsa settimana come una parziale vittoria e si impegna a mantenere alta la pressione sull'Ue. Ed Miliband, il leader del partito laburista, fatica a guadagnare consensi. I conservatori vincono le elezioni del 2015 e riescono a governare da soli senza bisogno di coalizione. L'Ukip conquista pochissimi seggi a Westminster.
Cameron organizza un referendum sull'Ue poco dopo le elezioni: i britannici, convinti che l'Ue e Juncker non rappresentino una reale minaccia, votano per rimanere.
Questo scenario sembra non tenere conto di quella che sui mezzi di informazione d'Oltremanica è stata raffigurata come l'umiliazione di Cameron. Ma è una lettura errata della situazione.
La maggioranza dei britannici vuole rimanere nell'Ue, a patto che non cerchi di diventare uno Stato, con i poteri di uno Stato. È la posizione di Cameron, e nessun altro leader di partito è stato in grado di articolarla efficacemente quanto lui.
Ecco perchè nel lungo periodo probabilmente vincerà, o almeno non perderà".

John Lloyd, 
giornalista attualmente al Financial Times. 
da La Repubblica del 29-06-2014

sabato 28 giugno 2014

Una botta al cerchio, una alla botte




Cameron, c'era da aspettarselo, ci è rimasto male e non poco.
Ce l'aveva messa tutta ad evitare che il lussemburghese JC Juncker venisse nominato presidente della Commissione. 
E commenta così:
"This was a bad day for Europe - and it has reinforced my conviction that Europe needs to change.
I am not going to back down. Securing reform is going to be a long, tough fight and sometimes you have to be ready to lose a battle to win a war.
Today we showed that we won’t be put off from our task - we won't be silenced.
Because the status quo is not right for the EU. And it is certainly not right for Britain. It has got to change.
And at the end of 2017, it will not be me, it will not be the House of Commons, it will not be Brussels who decides Britain's future in the EU. It will be the British people with an in-out referendum on our membership of the EU.

It will be your choice, and your choice alone".


Quasi una minaccia, allora. 


Spieghiamoci meglio: gran parte degli inglesi sono galvanizzati dalla promessa di referendum nel 2017, nel quale dovranno scegliere tra Europa sì e Europa no. 

E questo desiderio di fuga sarebbe acuito - stando al ragionamento del Primo Ministro - dall'aver scelto un Presidente di Commissione che non rappresenta il volere britannico (soprattutto in direzione di una "soft Europe"). 

Ma ecco che nel giorno più amaro per Cameron, altri leader europei - Merkel in testa - provano a rassicurarlo. 

"David Cameron has been offered an olive branch over Britain's place in Europe by the leaders of Germany and Sweden after his defeat over the nomination of Jean-Claude Juncker as European commission president", scrive il The Guardian. 

La Cancelliera tedesca si sarebbe detta pronta a considerare le preoccupazioni britanniche, mentre il primo ministro svedese, Frederik Reinfledt pare abbia riconosciuto che un'Unione più stretta non sarebbe l'opzione migliore per tutti". Eppure, entrambi i paesi hanno sostenuto la nomina di Juncker a capo dell'esecutivo europeo, ossia una figura - quella del lussemburghese - a favore di una maggiore integrazione.  

Perchè, allora, tante attenzioni - almeno a parole - ai sentimenti d'oltremanica?  È presto detto, parola di Merkel:

"I have every interest in having the UK continue to be a member of the EU. The UK always has to take that decision itself but from a European perspective and a German perspective, I think this is most important and this is what I'm going to work on. We have shown very clearly that we are ready to address British concerns."

Cameron, dal canto suo, assicura che farà di tutto per incidere sul documento relativo all'agenda strategica per i prossimi cinque anni. Esso dovrà prevedere che, nell'ambito del rafforzamento dell'integrazione europea, non verrà preclusa ai singoli stati la possibilità di prendere proprie decisioni in merito. 

L'ex segretario della difesa Liam Fox, intervistato sull'argomento, ritiene che l'aver perso il match su Juncker non avrebbe indebolito Cameron, né il ruolo della Gran Bretagna in Europa. 
"The prime minister has shown Britain will not take a back-seat approach to reform of the European Union," spiega. "If Juncker represents an even more integrated EU, then the prime minister has shown he supports an agenda for reform."
Di tutt'altro avviso e impegnato a premere l'acceleratore dell'anti europeismo è, ça va sans dire,
il leader del partito euroscettico Ukip, Nigel Farage, secondo cui la sconfitta di Cameron rispetto alla nomina del presidente della commissione, avrebbe minato la reale possibilità, per il primo ministro inglese, di rinegoziare le relazioni Londra-Bruxelles. 

E, secondo Farage, le mosse di avvicinamento di Angela Merkel non sarebbero genuine: 

"She said countries can move at different paces, while some can get there more quickly than others, but she wasn't for a moment suggesting that Britain can opt out of the principle of an ever-closer union … What I saw yesterday was the prime minister utterly humiliated, looking like a loser who had learnt nothing, still insisting, though it's rather more difficult, that he can renegotiate our position. He can't."
Insomma, la costruzione della nuova europa dopo la tornata elettorale dello scorso maggio sembra aver agitato ancor di più le acque della mai tranquilla membership inglese nell'Ue. 
Non resta che aspettare. 
E, di sicuro, ne vedremo delle belle.   

venerdì 23 maggio 2014

Elezioni europee: istruzioni per l'uso





Il 25 maggio urne aperte, in Italia, per eleggere i 73 deputati spettanti al nostro paese dei 751 membri totali del Parlamento europeo. Una scelta importante, se pensiamo che chi ci rappresenta a Strasburgo avrà il compito di legiferare per i prossimi cinque anni. Le operazioni di voto nel nostro paese si terranno dalle 7.00 alle 23.00 (e, attenzione, i seggi saranno chiusi il lunedì). Il territorio nazionale è diviso in cinque circoscrizioni elettorali: nord-ovest, nord-est, centro, sud, isole. L'elettore dovrà presentarsi al seggio dove, munito di tessera elettorale e documento d'identità valido, riceverà la scheda elettorale.
Il voto si esprime tracciando un segno sul simbolo della lista prescelta (una ed una sola, ça va sans dire). A fianco del simbolo è possibile indicare fino ad un massimo di tre preferenze, scrivendo il nome e il cognome, o solo il cognome dei candidati di quella lista. Se si decide di esprimere tutte e tre le preferenze, queste dovranno riguardare candidati di sesso opposto, pena l'annullamento della terza preferenza (ecco la legge che ha introdotto modifiche al fine di rafforzare la rappresentanza di genere: qui). Le modalità di elezione del Parlamento europeo sono disciplinate autonomamente da ciascuno Stato membro sulla base di alcuni principi comuni stabiliti dall'Unione europea. In Italia il sistema elettorale è proporzionale ed i seggi sono assegnati nel collegio unico nazionale, alle liste concorrenti presentate nell’ambito delle cinque circoscrizioni. Sono ammesse all’assegnazione dei seggi le liste che hanno conseguito sul piano nazionale almeno il 4% dei voti validi espressi. I seggi sono attribuiti proporzionalmente ai voti conseguiti in ambito nazionale con il sistema dei quozienti interi e dei maggiori resti. I seggi conseguiti da ciascuna lista sono quindi riassegnati alle circoscrizioni in proporzione ai voti ottenuti in ciascuna di esse. Determinato il numero dei seggi spettanti alla lista in ciascuna circoscrizione, sono proclamati eletti i candidati con il maggior numero di voti di preferenza.



lunedì 19 maggio 2014

Parlamento europeo chi?


© European Union 2014 - European Parliament


Il 25 maggio urne aperte, in Italia, per eleggere i 73 deputati spettanti al nostro paese dei 751 membri totali del Parlamento europeo. Una scelta importante se pensiamo che chi ci rappresenta a Strasburgo avrà il compito di legiferare per i prossimi cinque anni. Ma sappiamo veramente cos'è e di cosa si occupa il Parlamento europeo? Molte cose sono cambiate dalla nascita, nel 1952, dell’assemblea comune della Comunità europea del carbone e dell'acciaio o, nel 1958, dell'assemblea parlamentare della Comunità economica europea, concepita, allora come organo (solo) consultivo. Oggi l'Europarlamento è profondamente mutato dalla sua forma originaria, rappresenta un organo centrale dell’attività politica europea e svolge importantissime funzioni. Anzitutto quella legislativa: il Parlamento - insieme al Consiglio dell’Ue - discute e approva gli atti legislativi europei. Le due istituzioni, infatti, sono in piano di quasi perfetta parità nell'ambito della cosiddetta "procedura legislativa ordinaria".
Sempre più numerosi, nel corso del tempo (e soprattutto grazie al Trattato di Lisbona approvato nel 2009), i settori di competenza dell'Europarlamento, dal mercato unico alla giustizia, passando per l'immigrazione, la tutela dei consumatori, i trasporti, la ricerca, nonché l'ambiente e l'energia. Ma l'emiciclo di Strasburgo svolge anche una rilevante funzione di controllo politico sull’operato delle altre istituzioni dell’Unione, Commissione e Consiglio: i deputati possono chiedere a singoli commissari europei di riferire in aula su questioni ritenute rilevanti, nonché istituire speciali Commissioni di inchiesta e chiedere ì al Consiglio di  rispondere a specifiche interrogazioni. Altro potere - anch'esso condiviso con il Consiglio dell'Ue - è l’approvazione del bilancio annuale dell'Unione, ossia l'individuazione e la modifica di capitoli di spesa, che in alcuni casi, producono significative ripercussioni all’interno degli Stati membri (si pensi, ad esempio, ai cosiddetti fondi strutturali, destinati a promuovere lo sviluppo delle regioni europee).
Importante anche il "volto esterno" del Parlamento europeo, che - nel contesto internazionale - partecipa alla politica estera dell’Unione. Il suo assenso è oggi determinate per la conclusione di importanti accordi internazionali e per l’adesione di nuovi Stati. Più in generale, è un'istituzione che da sempre opera a favore dei diritti e delle libertà democratiche fondamentali (si pensi, ma è solo un esempio, al premio Sacharov per la libertà di pensiero, assegnato ogni anno al fine di rendere omaggio a personalità o organizzazioni che si distinguono su questo campo).
Last but not least, le elezioni di domenica prossima segnano un altro traguardo nella storia del Parlamento europeo, e - più in generale - in quella della democrazia del vecchio continente. Per la prima volta, i cittadini chiamati alle urne con il loro voto orienteranno la scelta del Presidente della Commissione europea, l’esecutivo di Bruxelles. A differenza del passato, il Consiglio europeo, nel nominare questa figura, infatti, terrà conto dei risultati elettorali. Insomma, un'occasione da non perdere per esercitare il diritto di voto e per fare la differenza.

mercoledì 13 novembre 2013

Giovani, europei e solidali

Il Il video realizzato nel corso dello scambio interculturale


In un momento difficile per il processo di integrazione europea, schiacciato tra le difficoltà della crisi e gli errori nel gestirla, fa bene ricordarsi che l’Europa unita non è solo finanza e burocrazia, ma anche e soprattutto una miniera di opportunità. Come ci racconta Francesca Spatola, 30 anni, giornalista, che ha partecipato ad un progetto di scambio in Lettonia.



Come ti è venuta l’idea di partecipare a un progetto di scambio in Lettonia?
A settembre, dopo aver lavorato 9 mesi all’Ufficio d’Informazione del Parlamento europeo, ero alla ricerca di nuove esperienze formative e volevo provare con il volontariato all’estero. Mi sono ricordata del programma europeo Youth in Action, che promuove scambi interculturali tra Paesi europei e quelli prossimi all’adesione.
Guardando le varie offerte sul sito scambieuropei.it ho notato subito un progetto lanciato da una Ong Lettone dal nome “Patverums – Drosa Maja” della durata di dieci giorni sui problemi e le realtà del traffico di esseri umani. Avendo una passione per il diritto, essendo laureata in legge, mi sembrava interessante approfondire l’argomento.

Come sei stata selezionata?
Ho inviato subito il mio curriculum considerato che erano ancora aperte le selezioni. Dopo poco mi è arrivata la risposta, mi avevano preso.

Sensazioni prima della partenza?
Ero molto emozionata, non ero mai stata in Lettonia e il progetto prevedeva la partecipazione di altri 5 Paesi europei: Italia, Portogallo, Romania, Cipro e Crozia. Ho pensato che fosse un’opportunità per conoscere persone diverse e per farmi un’idea della situazione socio-economica dei loro Paesi di provenienza.

In cosa consisteva il progetto, cosa hai fatto in quei dieci giorni?
Per dieci giorni abbiamo fatto ricerche, progetti e presentazioni, studiando e analizzando il problema del traffico degli esseri umani in tutte le sue forme, sia a livello locale e sia a livello europeo. Studiare e organizzarci insieme per le presentazioni, due ogni giorno, è stato incredibile. Nonostante i diversi background culturali, le età diverse (andavano dai 16 ai 33 anni) eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, ci ascoltavamo a vicenda e le idee degli altri servivano a intensificare e a migliorare quelle altrui. Come una palla di neve che rotola giù da una montagna, diventa sempre più grande, perché raccoglie altra neve lungo il tragitto.
In un breve tempo abbiamo sviluppato un sentimento di fratellanza e sorellanza, si dormiva i, si mangiava e si giocava anche insieme. Il programma era fatto di lavoro di gruppo, pause caffè e simpatiche interruzioni per respirare l’aria aperta del freddo vento lettone.

Qual’era il compito della Ong?
L’Ong ci formava, riusciva a coordinarci dandoci delle regole di convivenza che se non erano rispettate, si doveva aiutare a fare piccoli lavoretti di pulizia.  I volontari e i responsabili della Ong sono stati degli insegnanti fantastici, non solo riuscivano con un metodo di lezione attiva ad interessarci, ma hanno sempre mantenuto alto l’umore del gruppo, riuscendo sempre a redimere i pochi e brevi dissidi che venivano da una convivenza con 30 persone.

Esattamente la Ong di cosa si occupa?
La Ong si occupa sia della tutela legale delle vittime di tratta, sia del loro recupero. E’ un lavoro molto difficile perché la maggior parte dei casi non sono denunciati. Inoltre, sviluppa seminari d’informazione sulla tratta, per bambini e adulti. La sua pianificazione è molto ampia, il 18 ottobre ad esempio era la giornata europea contro la tratta degli esseri umani e per tutto un mese sono stati organizzati dibattiti, conferenze e il lancio di una campagna d’informazione.

Quale progetto ti ha entusiasmato di più?
In previsione del lancio della campagna d’informazione, durante la nostra permanenza abbiamo creato e realizzato l’idea di uno spot-pubblicità progresso per informare le persone del problema. Ci siamo divisi in due gruppi e abbiamo in sole sei ore pensato a due idee diverse. Un lavoro che di solito richiede almeno 1 mese, siamo riusciti a realizzarlo in poche ore, questo lascia intendere quanto il gruppo fosse sinergico e quanto si lavora bene in un ambiente internazionale.

Qual è stata l’idea del tuo gruppo?
A seguito della formazione ricevuta nella prima settimana, il primo pensiero che ci è venuto in mente è stato il fatto che la vittima di tratta è scambiata come una merce, non è più umana, diventa un oggetto. Dopo un paio d’idee scartate, abbiamo pensato che il modo migliore era rappresentare il momento della vendita e mostrare delle scatole molto grandi che si scambiano due trafficanti. Il compratore apre la scatola, da cui esce il viso livido di una ragazza. Sul davanti c’è una scritta che dice: “Nome prodotto Schiavo, Made in Moldavia”. L’altro gruppo ha invece approfondito il momento della perdita dei diritti di una ragazza e della violenza sulla stessa, un video altrettanto interessante e soprattutto molto commuovente.
Questi due video la stessa sera sono stati messi online e hanno iniziato a girare su internet. Pochi giorni fa sono stati utilizzati per il lancio della campagna di informazione in Lettonia.
E’ grazie a questi programmi che noi europei riusciamo a conoscersi e a creare nuove intese.
Questa è l’Europa che voglio, questa è l’Europa del futuro.


Per maggiori informazioni:
Il sito dell'associazione,
la pagina Facebook 

mercoledì 2 novembre 2011

In principio era il Caos

Il mondo intero sta seguendo con il fiato sospeso il convulso evolversi della crisi dell’Eurozona. Ed è proprio di origine greca – beffarda ironia – l’etimologia della parola che – meglio di tutte – descrive l’attuale “si salvi chi può”: "caos", abisso, baratro. Tra servizi live e aggiornamenti dell’ultima ora, la copertura dei media internazionali è completa, quasi febbricitante. Come febbricitanti sono i mercati, che – per tutto il giorno – hanno reagito schizofrenici ad ogni dichiarazione, lungo un innaturale sali scendi, dopo l’abisso di ieri. Siti web e telegiornali riportano, minuto per minuto, gli eventi di Bruxelles, Atene, Roma. E Cannes, sede – domani – del G20 e dove, già da oggi, si sono svolte le prime proteste.
Dopo aver incassato il sì del governo alla sua proposta di indire il referendum sul piano di austerità targato Ue/Fmi, il primo ministro greco Papandreou vola verso la Croisette, atteso per un pre-vertice con francesi e tedeschi («abbiamo bisogno di chiarezza», dice Angela Merkel). Già perchè lo scenario è più che mai inquietante: l’esito negativo della consultazione popolare voluta da Atene innescherebbe un effetto domino letale per tutti, in primis per Francia e Germania, le cui banche detengono pericolose quote di debito greco.
Il tutto mentre un altro leader in difficoltà, Silvio Berlusconi è impegnato in queste ore in un consiglio dei ministri straordinario, nella difficile impresa di provare a tradurre in realtà le misure promesse all’Europa, cercando nello stesso tempo di tenere assieme una compagine governativa oramai in frantumi. E – nel caos – giunge accorata la voce delle istituzioni dell’Unione che, per bocca del presidente della Commissione europea Barroso, chiede l’impossibile alla Grecia: l’unità e la stabilità politica. Senza le quali «le conseguenze sarebbero impossibili da prevedere». 

venerdì 30 settembre 2011

Ripartire dal sogno federalista

Tra crisi economica, euro ed età pensionabile, tutti, in questi giorni, parlano d'Europa. Pochi, però, possono farlo con l'autorevolezza e la lucidità di Emma Bonino. Volto noto della politica italiana, ricopre attualmente la carica di Vicepresidente del Senato. Nella scorsa legislatura è stata Ministro per il commercio internazionale e per le politiche europee. Importantissima e ricca di riconoscimenti la sua carriera internazionale: nel 1995 è nominata dal governo italiano Commissario europeo per gli aiuti umanitari (ed anche per la politica dei consumatori e la pesca), mentre fino al 2006 è stata deputata al Parlamento europeo. Con lei, che l'Europa l'ha vissuta in prima persona, continua il nostro viaggio insieme ad esperti ed autorevoli commentatori, per comprendere meglio l'attualità - e le potenzialità inespresse - del processo di integrazione.
Il terremoto economico finanziario attualmente in atto, secondo alcuni, potrà persino tradursi in un salto di qualità. Anche lei la pensa così?
La crisi ha avuto se non altro il merito di mettere in primo piano l'euro, un progetto rimasto per molti versi incompiuto; dall'altra, l'opportunità che ci offre è quella di compiere finalmente un cambio di passo in Europa per quanto riguarda il governo dell'economia e non solo e, qui da noi, di sgombrare il campo da una serie di alibi che hanno impedito le riforme strutturali essenziali per la modernizzazione del Paese.
Ma esistono, secondo lei, dei leader in grado di cogliere queste "opportunità nascoste"?
Per coglierle ci vorrebbero leader lungimiranti con in mente un grande disegno federalista. Purtroppo non ne vedo all'orizzonte.
Quanto rimane, oggi, del sogno federalista?
L'Europa oggi è davanti ad una rivoluzione possibile a patto però di essere capace di affrontare le nuove sfide e di credere nelle radici del progetto fondatore, puntando ad una "Patria europea" e non ad una "Europa delle Patrie" antistorica e litigiosa su tutto, e incapace di vedere che oltre il proprio naso c'è un mondo che corre e che dell'Europa, in definitiva, può fare anche a meno. L'idea degli "Stati Uniti d'Europa" rimane la migliore carta da giocare a lungo termine per evitare all'Europa di rimanere periferica rispetto alle cose del mondo.
Non crede però che, in concreto, fu solo grazie al modello funzionalista (improntato ad un avanzamento graduale e settoriale dell’integrazione) che si poté costruire l’Europa?
Ma il modello funzionalista non avrebbe mai preso forma se non fosse stato incardinato all'interno di una visione! Lo stesso Jean Monnet parlava di "Stati Uniti d'Europa". Io ho sempre preferito il metodo comunitario a quello intergovernativo ma non nego che, in momenti di stallo, per rimettere in moto la macchina ci possa essere bisogno di un nucleo duro di paesi che agiscano da catalizzatori pronti, per il bene comune, a condividere i rischi e l'onere politico di cessioni di sovranità ulteriori. Il mio europeismo mi spinge a dire che è meglio un'Europa a due velocità che un'Europa a velocità zero o in folle...  
Rischiando di semplificare, oggi l’alternativa si gioca tra l’ “Europa dei popoli” e l’ “Europa degli Stati”. Come evitare che la prima venga sopraffatta dalla seconda?
Credo che occorra dare un segnale che dia un forte senso di appartenenza. Come per esempio l'elezione diretta del presidente del Consiglio europeo o della Commissione. E poi puntare, non ad un super-stato europeo ventilato dagli euro-scettici per bloccare il processo d'integrazione, ma ad una federazione "light", vale a dire un'entità composta da stati nazione che detenga però alcuni pilastri di un organismo sovrano: un presidente ed un parlamento eletto, una Corte di Giustizia, una moneta unica con relativi meccanismi di governance, una banca centrale, un ministro del Tesoro, una forza armata unica, un servizio diplomatico comune...Alcune cose le abbiamo, altre solo parzialmente, altre ancora sono sulla carta solamente.
Tra le fondamenta della costruzione europea vi è, senza dubbio, il rifiuto dei nazionalismi. Come spiegare, allora, il fatto che oggi più di 100 membri del PE siano espressione di forze nazionaliste, euroscettiche e, non di rado, xenofobe e razziste?
Essere cittadino europeo significa godere pienamente di diritti individuali ma implica anzitutto stato di diritto, tolleranza, rispetto reciproco, accettazione delle diversità, nonché conformarsi alle regole della democrazia e contribuire allo sviluppo di una società equa e coesa. Di fronte ai grandi flussi migratori della nostra epoca, questo "modello europeo" si è trovato sotto attacco per via della risorgenza dell'intolleranza e della discriminazione, che ha pure trovato rappresentanza politica. Questo è un tema che non sottovaluto al punto di aver accettato un invito del Consiglio d'Europa, che ricordo è custode della Convenzione Europea sui Diritti Umani, di far parte di un gruppo di personalità con il compito di elaborare un rapporto entro l'anno prossimo che identifichi l'origine di questo fenomeno, ne valuti la portata e proponga soluzioni.  
Oggi i negoziati sull'ingresso della Turchia nell'Ue sono in stallo, molti leader europei frenano (da Sarkozy alla Merkel), le relazioni tra questo Paese e l'Occidente sono in forte crisi (basti pensare all'intervento israeliano contro la nave turca diretta a Gaza). Da radicale, da tempo favorevole all’adesione della Turchia, cosa ne pensa?
Penso che non siamo in presenza di una politica neo-ottomana, come alcuni sostengono, e che la questione non si ponga in termini binari Est-Ovest ma che la Turchia fa quello che farebbe qualsiasi potenza regionale che deve affrontare problemi con i suoi vicini. Quando la Turchia si volge ad oriente in realtà manda un forte messaggio ad occidente: attira la nostra attenzione sul fatto che la loro zona d'influenza è fuori dalla nostra portata e questo dovrebbe rafforzare la loro domanda di adesione, non il contrario. E io sono d'accordo con questa visione anche perché sono convinta che per i dirigenti turchi l'entrata in Europa rimane un interesse nazionale, oltre che una priorità strategica. E, a maggior ragione, questo vale per l'Europa.   
Lei ha più volte fatto riferimento alla cosiddetta “introversione istituzionale” dell’Unione. A cosa si riferisce esattamente? C'è qualche rimedio?
Per introversione istituzionale non mi riferisco solo alle lunghissime "pause di riflessione" dopo le bocciature del Trattato e i sette anni complessivi che ci sono voluti per la ratifica. Mi riferisco anche al riflesso nazionalistico che scatta ogni volta che si affaccia una crisi, magari per proteggere qualche campione nazionale o per paura di ledere situazioni di rendita strategica di questa o quella capitale.  L'Unione, invece, deve tentare di evolvere, adattando i suoi meccanismi istituzionali a misura delle sfide che questo presenta.
Sul severo ultimatum della Commissione europea all’Italia, a proposito dell’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego, lei ha assunto posizioni....controcorrente rispetto agli schieramenti politici nazionali. Perché?
L'innalzamento dell'età pensionabile, con relativa equiparazione, è una necessità e non solo perché ce lo chiede l'Europa. Nessuno stato sociale è più in grado di garantire pensioni ultra ventennali. L'aumento della durata di vita ed il declino demografico fa sì che saremo sempre meno e sempre più vecchi. Secondo il recente rapporto Gonzales, nel 2050 ci troveremo, in tutta Europa, con quattro adulti in età lavorativa a mantenere tre pensionati. Ma si tratta anche di evitare alle donne risarcimenti pelosi che le inchiodano al ruolo di funambole per ovviare a servizi inesistenti di assistenza e cura in famiglia. Ora il ministro Tremonti non faccia il furbo: il gettito che se ne ricaverà non deve servire a fare cassa  ma deve essere utilizzato, fino all'ultimo centesimo, per le politiche di sostegno alle donne, per gli asili nido, per il doposcuola, per l'assistenza domiciliare agli anziani.