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mercoledì 8 luglio 2015

Boos & Cheers

giovedì 14 maggio 2015

MigrationEU: alcuni chiarimenti

 Jason Florio/AFP/Getty Images


Tutti parlano della nuova agenda della Commissione sull'immigrazione. Bene così, un passo importante e anche coraggioso (si pensi al meccanismo delle quote per la ripartizione di rifugiati e richiedenti asilo). 

Ma attenzione a cantar vittoria troppo presto: questo documento è solo una proposta, che deve passare al vaglio degli Stati membri. Precisamente questo avverrà a fine giugno. 
Tutta la proposta, infatti, è basata sull'articolo 78 comma 3 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, che così recita:

"In the event of one or more Member States being confronted by an emergency situation characterised by a sudden inflow of nationals of third countries, the Council, on a proposal from the Commission, may adopt provisional measures for the benefit of the Member State(s) concerned. It shall act after consulting the European Parliament." 

Dove non è specificato diversamente, il Consiglio vota a maggioranza qualificata.

Chiariamo anche il ruolo di alcuni paesi, nello specifico Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca. 
Per quanto concerne i primi due, godono - stando ai Trattati - di una clausola detta 'opt in', in base alla quale possono scegliere entro tre mesi da una proposta presentata dal Consiglio in base al titolo V del trattato sul funzionamento dell'Ue, se aderire alla misura. 
La Danimarca gode invece di un opt out, per cui non partecipa alle misure previste dallo stesso Titolo V. 
Dunque, essendo l'agenda sui migranti basata proprio sul Titolo V del Trattato (l'art. 78 sopracitato è infatti nel titolo V), ciò significa che Uk e Irlanda saranno obbligati dalle misure solo se lo vorranno e la Danimarca non sarà obbligata. 



lunedì 30 giugno 2014

I cinque fantasmi della Gran Bretagna


"L'incubo del Regno Unito, e del primo ministro Cameron, è questo.
Primo passaggio: quei britannici che hanno votato per i conservatori convinti che il premier sarebbe riuscito a strappare concessioni agli altri leader comunitari arrivano alla conclusione che non ne è in grado e decidono di votare Ukip.
Secondo passaggio: i più euroscettici tra i parlamentari e i consiglieri comunali lasciano il partito conservatore e passano alla Corte di Farage.
Terzo passaggio: gli scozzesi, che il 18 settembre sono chiamati a scegliere in un referendum se vogliono o meno l'indipendenza, sono allarmati per il movimento antieuropeista in Inghilterra e votano sì all'indipendenza anche per rimanere nell'Unione europea.
Quarto passaggio: Cameron anticipa la data del referendum sulla permanenza del regno unito nell'Ue per arrestare la fuga dei suoi verso l'Ukip e la gente vota per abbandonare Bruxelles.
Quinto passaggio: il Regno Unito non è più "unito" (dal momento che l'unione è quella tra Inghilterra e Scozia, risalente al 1707), si ritrova sminuito per dimensioni e importanza fuori dalla Ue.
È uno scenario che sicuramente toglie il sonno a David Cameron. Resta poco probabile, ma è meno irrealistico di prima. Ancora adesso, comunque, resta più verosimile quest'altro scenario. Cameron che ha guadagnato popolarità per la sua fiera opposizione a Jean Claude Juncker, riesce a tenere insieme il suo partito. Gli altri leader europei, Angela Merkel in testa, faranno in modo che al commissario britannico vada un dicastero pesante, per esempio il mercato interno. Juncker si rivela più pragmatico che federalista e prende misure per restituire i poteri ai parlamenti nazionali (come molti leader desiderano, peraltro).
Gli scozzesi, preoccupati per le ripercussioni occupazionali e per il rischio di rimanere senza una moneta, se la Scozia dovesse diventare indipendente, votano per rimanere nel Regno Unito.
Cameron riesce a presentare la sua sconfitta della scorsa settimana come una parziale vittoria e si impegna a mantenere alta la pressione sull'Ue. Ed Miliband, il leader del partito laburista, fatica a guadagnare consensi. I conservatori vincono le elezioni del 2015 e riescono a governare da soli senza bisogno di coalizione. L'Ukip conquista pochissimi seggi a Westminster.
Cameron organizza un referendum sull'Ue poco dopo le elezioni: i britannici, convinti che l'Ue e Juncker non rappresentino una reale minaccia, votano per rimanere.
Questo scenario sembra non tenere conto di quella che sui mezzi di informazione d'Oltremanica è stata raffigurata come l'umiliazione di Cameron. Ma è una lettura errata della situazione.
La maggioranza dei britannici vuole rimanere nell'Ue, a patto che non cerchi di diventare uno Stato, con i poteri di uno Stato. È la posizione di Cameron, e nessun altro leader di partito è stato in grado di articolarla efficacemente quanto lui.
Ecco perchè nel lungo periodo probabilmente vincerà, o almeno non perderà".

John Lloyd, 
giornalista attualmente al Financial Times. 
da La Repubblica del 29-06-2014

sabato 28 giugno 2014

Una botta al cerchio, una alla botte




Cameron, c'era da aspettarselo, ci è rimasto male e non poco.
Ce l'aveva messa tutta ad evitare che il lussemburghese JC Juncker venisse nominato presidente della Commissione. 
E commenta così:
"This was a bad day for Europe - and it has reinforced my conviction that Europe needs to change.
I am not going to back down. Securing reform is going to be a long, tough fight and sometimes you have to be ready to lose a battle to win a war.
Today we showed that we won’t be put off from our task - we won't be silenced.
Because the status quo is not right for the EU. And it is certainly not right for Britain. It has got to change.
And at the end of 2017, it will not be me, it will not be the House of Commons, it will not be Brussels who decides Britain's future in the EU. It will be the British people with an in-out referendum on our membership of the EU.

It will be your choice, and your choice alone".


Quasi una minaccia, allora. 


Spieghiamoci meglio: gran parte degli inglesi sono galvanizzati dalla promessa di referendum nel 2017, nel quale dovranno scegliere tra Europa sì e Europa no. 

E questo desiderio di fuga sarebbe acuito - stando al ragionamento del Primo Ministro - dall'aver scelto un Presidente di Commissione che non rappresenta il volere britannico (soprattutto in direzione di una "soft Europe"). 

Ma ecco che nel giorno più amaro per Cameron, altri leader europei - Merkel in testa - provano a rassicurarlo. 

"David Cameron has been offered an olive branch over Britain's place in Europe by the leaders of Germany and Sweden after his defeat over the nomination of Jean-Claude Juncker as European commission president", scrive il The Guardian. 

La Cancelliera tedesca si sarebbe detta pronta a considerare le preoccupazioni britanniche, mentre il primo ministro svedese, Frederik Reinfledt pare abbia riconosciuto che un'Unione più stretta non sarebbe l'opzione migliore per tutti". Eppure, entrambi i paesi hanno sostenuto la nomina di Juncker a capo dell'esecutivo europeo, ossia una figura - quella del lussemburghese - a favore di una maggiore integrazione.  

Perchè, allora, tante attenzioni - almeno a parole - ai sentimenti d'oltremanica?  È presto detto, parola di Merkel:

"I have every interest in having the UK continue to be a member of the EU. The UK always has to take that decision itself but from a European perspective and a German perspective, I think this is most important and this is what I'm going to work on. We have shown very clearly that we are ready to address British concerns."

Cameron, dal canto suo, assicura che farà di tutto per incidere sul documento relativo all'agenda strategica per i prossimi cinque anni. Esso dovrà prevedere che, nell'ambito del rafforzamento dell'integrazione europea, non verrà preclusa ai singoli stati la possibilità di prendere proprie decisioni in merito. 

L'ex segretario della difesa Liam Fox, intervistato sull'argomento, ritiene che l'aver perso il match su Juncker non avrebbe indebolito Cameron, né il ruolo della Gran Bretagna in Europa. 
"The prime minister has shown Britain will not take a back-seat approach to reform of the European Union," spiega. "If Juncker represents an even more integrated EU, then the prime minister has shown he supports an agenda for reform."
Di tutt'altro avviso e impegnato a premere l'acceleratore dell'anti europeismo è, ça va sans dire,
il leader del partito euroscettico Ukip, Nigel Farage, secondo cui la sconfitta di Cameron rispetto alla nomina del presidente della commissione, avrebbe minato la reale possibilità, per il primo ministro inglese, di rinegoziare le relazioni Londra-Bruxelles. 

E, secondo Farage, le mosse di avvicinamento di Angela Merkel non sarebbero genuine: 

"She said countries can move at different paces, while some can get there more quickly than others, but she wasn't for a moment suggesting that Britain can opt out of the principle of an ever-closer union … What I saw yesterday was the prime minister utterly humiliated, looking like a loser who had learnt nothing, still insisting, though it's rather more difficult, that he can renegotiate our position. He can't."
Insomma, la costruzione della nuova europa dopo la tornata elettorale dello scorso maggio sembra aver agitato ancor di più le acque della mai tranquilla membership inglese nell'Ue. 
Non resta che aspettare. 
E, di sicuro, ne vedremo delle belle.