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mercoledì 17 aprile 2013

Gli alternativi tedeschi

Il logo di Afd; Angela Merkel

Il suo acronimo è Afd (che sta per “Alternative für Deutschland”) e si propone, appunto, come alternativa. A cosa? All’europeismo – per molti forzato e difficile da digerire – di Angela Merkel.  Stiamo parlando del nuovo partito tedesco anti-euro. Un suo (improbabile) ingresso al Bundestag, in occasione delle elezioni del prossimo autunno, significherebbe l’avvio di una battaglia per la dissoluzione della moneta europea e per il ritorno al marco. «L'euro non funziona, divide più che unire il continente»,  afferma Alexander Gauland,  tra i fondatori del partito ed ex membro proprio della CDU, il partito della Merkel.
Già perché è proprio ai delusi cristiano-democratici e ai liberali che si rivolge la nuova formazione politica, che attinge consenso prevalentemente tra le file della destra, attirandosi, però, anche le simpatie dei movimenti radicali. Nel mirino, i trasferimenti di denaro tedesco a favore del salvataggio di Euro ed Europa. Insomma, la politica europea della Merkel. Manovre di salvataggio che, finora, hanno (più o meno) convinto tutti i maggiori partiti. Sull’economia, dunque, si fonda la sfida lanciata dal movimento, che coagula attorno a sé molti economisti e docenti, come Bernd Lucke, uno tra gli esponenti più in vista.
Ma il progetto di Afd – se è alimentato da qualche velleità (recenti sondaggi indicano che circa il 26% di elettorato sarebbe pronto a votare un partito anti-euro) – non sembra destinato ad avere grande successo: le scelte della Cancelliera godono ancora dell’appoggio della gran parte della popolazione. La situazione economica della Germania, nel complesso buona, conferma questa tendenza. Sembra, inoltre, molto difficile che il neocostituito partito riesca a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento per entrare in Parlamento. Unica possibilità per Afd di acquisire un certo “peso politico”, dunque, si avrebbe solo in caso di quasi parità tra le due coalizioni Cdu/liberali da una parte, socialdemocratici e verdi dall’altra. 

Questo post trae ispirazione dall'articolo di  Ralf Neukirch e  Merlind Theile 
pubblicato su Der Spiegel il 12 aprile e ripreso da Presseurop (leggi)

martedì 15 gennaio 2013

Allargare il dibattito per aumentare la democrazia


Il titolo – “Una campagna elettorale europea” – è particolarmente invitante. Così comincio a leggere quello che ha tutta l’aria di essere un articolo promettente, scritto da André Wilkens (tra i fondatori dell’European Council on Foreign Relations e direttore del Mercator Centre di Berlino), pubblicato su Project Syndicate e ripreso da Presseurop, l’utilissimo portale che raggruppa il meglio della stampa europea.
Il discorso è più o meno questo: l’Europa unita, per decenni fautrice di benessere, pace e successo, è oggi bersaglio del fuoco incrociato di più o meno giustificato biasimo. Colpevole di alcune incertezze e di qualche (grave) ritardo nella gestione della crisi dell’Euro, oggi l’Ue ha conquistato i titoli dei giornali, ma i termini non sono così lusinghieri. «Dopo tutto – scrive Wilkens – i dissidi fanno notizia. Ma il dibattito pubblico innescato da tali dissidi non è stato del tutto costruttivo». Perché? «I dibattiti che si svolgono in tutta l’Unione – spiega – continuano a essere in buona parte condotti da attori nazionali in forum nazionali e con lo sguardo rivolto ai soli interessi nazionali». «Per compiere un autentico passo avanti e decidere lo sviluppo dell’Ue – continua – occorre definire chiaramente gli interessi europei».
Ma individuare obiettivi e programmi che siano veramente condivisi – che forniscano, cioè, quel comune denominatore che spesso sembra sfuggire – significa attivare meccanismi di dibattito declinati in chiave europea. Wilkens non usa mezzi termini: «si renderà necessario un dibattito paneuropeo serio e schietto, superiore alla somma dei singoli dibattiti nazionali. La discussione dovrà essere pubblica e coinvolgere l’intera cittadinanza europea». E le elezioni del Parlamento europeo nel 2014 sono un’ottima occasione per mettersi in cammino lungo questa strada.
In altre parole, il dibattito prodotto dal Financial Times e dall’Economist, dalle conferenze paneuropee, dai network e dalle Ong, è condizione probabilmente necessaria, ma certamente non sufficiente, dal momento che è in grado di coinvolgere le sole élite intellettuali, che già possiedono un elevato livello di informazione ed alfabetizzazione circa gli affari europei. Occorrono, piuttosto, cambiamenti istituzionali in grado di propiziare la nascita di una sfera pubblica comune. In molti, da tempo, suggeriscono nuovi meccanismi, quali la creazione di collegi elettorali transnazionali per una competizione su scala europea o l’elezione diretta del Presidente della Commissione.
Perché, oggi, è proprio questo il punto: costruire una vera opinione pubblica europea. Luogo per eccellenza della rappresentanza e della partecipazione, ambito (a volte) della decisione, più spesso della discussione e del confronto, l’opinione pubblica – insieme allo spazio operativo immateriale entro cui opera, la sfera pubblica – costituisce linfa vitale della democrazia. Anche per l’Unione europea, organismo spurio, né Stato (tanto meno super-Stato), né semplice organizzazione internazionale, ma che, quotidianamente, decide di numerosi aspetti della nostra vita.
«La crisi dell’euro – conclude Wilkens – mette a repentaglio l’esistenza stessa dell’Ue, ma costituisce al contempo un’occasione per allargare l’importante dibattito sul futuro dell’Europa, un dibattito che funzionerà soltanto nell’ambito di una democrazia parlamentare genuinamente europea».


Questo mio contributo è stato originariamente pubblicato 
sul portale di Libertà e Giustizia, associazione nazionale di cultura politica. 

martedì 9 ottobre 2012

Tobin Tax, ai blocchi di partenza


Finalmente l’Ecofin svoltosi oggi a Lussemburgo ha dato il via libera all’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, nota ai più come Tobin Tax. Abbandonata la strada dell’unanimità – alcuni paesi, in primis la Gran Bretagna si sono opposti da subito – si è deciso di percorrere quella della cosiddetta “cooperazione rafforzata”: undici paesi dell’Ue – tra cui l’Italia – adotteranno la Tobin Tax, sulla base di un draft che verrà presentato, sempre all’Ecofin, il prossimo novembre. Tanti i benefici di questa misura. Anzitutto permetterà di reperire nuove preziose risorse per il bilancio europeo. Ma poi scoraggerà le operazioni speculative degli squali della finanza, cominciando così a far pagare coloro che sono stati in gran parte responsabili dell'avvio della crisi. Oltretutto – nel caso dell’Italia – sarà possibile alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sull’impresa, andando a tassare le rendite finanziarie. Un modo, in altre parole, per fare della politica fiscale uno strumento per promuovere maggiore giustizia sociale e per incentivare lo sviluppo.

Ma che cosa è esattamente la Tobin Tax? Andiamo a spulciare nei libri di economia per cercare di saperne di più. Innanzitutto partiamo dal nome. Tobin, come James Tobin, ossia l’economista e premio Nobel (professore anche di Mario Monti, eh sì, come è piccolo il mondo) che l’ha inventata. Niente meno che 40 anni fa (il primo studio fu elaborato nel 1972). Già perché la “tassa Tobin” è, oramai, un vecchio progetto, mai realizzato. Ma sempre valido, anzi validissimo. Trattasi, in sostanza, di una tassa da applicare alle transazioni finanziarie internazionali, con l’obiettivo di frenare la speculazione e stabilizzare i mercati, raccogliendo al contempo nuove risorse utili – secondo la versione originaria – ad obiettivi globali (riduzione del divario tra i paesi ricchi e quelli poveri), oggi preziose soprattutto per ridare ossigeno ai debiti sovrani dei paesi in affanno.

La tassa – la cui aliquota di riferimento è compresa tra lo 0,1 e l’1 % – andrebbe a colpire soprattutto la speculazione: scattando implacabile ad ogni transazione, renderebbe poco convenienti, in particolar modo, le compravendite di breve periodo (comprare e vendere a piccoli intervalli di tempo per approfittare degli spostamenti del mercato, significherebbe vedersi applicare l’aliquota ad ogni passaggio). Valido deterrente, dunque, la Tobin Tax annullerebbe l’appetibilità di simili operazioni per i falchi della finanza. 
E se pensiamo che è stata proprio la finanza globale più spregiudicata ad innescare la crisi di cui ancora oggi stiamo pagando le (amare) conseguenze, be’, allora la Tobin tax diviene subito, agli occhi dei più, la “tassa buona” per eccellenza. Capace di rivalersi – una volta per tutte – sui veri responsabili del virus che ha drammaticamente contagiato l’economia reale. Cavallo di battaglia del movimento No Global, la tassa di Tobin era temporaneamente tornata in auge dieci anni fa (ricordate gli adesivi della campagna promossa dall’associazione francese Attac, con lo squalo – munito di ventiquattro ore – il cui feroce morso veniva fermato da una semplice matita, quella per la raccolta firme pro aliquota?), senza essere di fatto mai attuata. Le pressioni esercitate del mondo finanziario, riverito (anche dalla politica) e lasciato a mani libere, hanno sempre avuto la meglio.

Oggi, a quanto pare, qualcosa sta cambiando.


mercoledì 11 luglio 2012

La Corte dell’Euro


Presseurop


Estenuanti trattative politico-economico-diplomatiche potrebbero – sottolineiamo potrebbero – essere messe a repentaglio da una pronuncia della Corte costituzionale tedesca. Andiamo con ordine.
I giudici di Karlsruhe stanno esaminando i ricorsi presentati con riferimento alle norme approvate dal Parlamento tedesco per ratificare l’accordo sull’European Stability Mechanism (ESM), il prezioso fondo salva stati, norme che – a parere dei ricorrenti – sarebbero incostituzionali, in quanto lesive del potere sovrano dello stato.
Il funzionamento del meccanismo di stabilità (creato non solo per concedere prestiti ai paesi in difficoltà, ma anche per esempio acquistare titoli di Stato e mantenere stabili gli spread), così come definito dall’ultimo Consiglio europeo, ridurrebbe la discrezione della Germania, in particolare nelle decisioni su come utilizzare i propri fondi pubblici.
In altre parole, fino a che la Corte costituzionale non deciderà sull’ammissibilità dei quesiti di costituzionalità e, in caso affermativo, non si esprimerà nel merito, le leggi approvate in Parlamento sull’ESM non potranno entrare in vigore. E, prevedono in molti, ci vorranno numerose settimane. Settimane preziose, viste le turbolenze cui è esposta la moneta unica.
Ma, dietro le quinte di questi avvenimenti, si consuma l’ennesima puntata delle frizioni tra l’esecutivo tedesco e la Corte Costituzionale, fondata nel 1951 per garantire che le istituzioni statali agissero conformemente a quanto prevedeva la Legge fondamentale della neonata Repubblica federale tedesca.
«Le cose non sono mai andate lisce tra Berlino e la Corte che ha sede a Karlsruhe – scrive Der Spiegel – i politici al governo l’hanno spesso considerata un essere irritante, che può abrogare a proprio piacimento le leggi con un semplice tratto di penna. Una frase attribuita al defunto Herbert Wehner, appartenente al partito socialdemocratico, è diventata leggendaria: “Non permetteremo a quegli idioti di Karlsruhe di depennare le nostre politiche”».
Antiche rivalità si scontrano, oggi, con nuove sfide: con la crisi dell’euro, infatti, in palio c’è molto più dei consueti giochi tra poteri, dal momento che le decisioni di Karlsruhe potrebbero mandare all’aria i tentativi di salvataggio dell’Eurozona.


mercoledì 27 giugno 2012

Poche e sentite parole



"Mettono tenerezza i cittadini che chiedono la rottamazione dell’euro e il ritorno alla vecchia moneta. Non rimpiangono la lira, ma il tempo della lira. Quando le famiglie risparmiavano ancora, l’economia cresceva poco ma cresceva, e la svalutazione gonfiava gli affari. Fare un mutuo costava il doppio di adesso e l’inflazione viaggiava a due cifre, però i cinesi stavano dietro la Muraglia, gli slavi ansimavano dietro il Muro e i brasiliani e gli indiani esportavano solo miseria. Il mondo era un posto relativamente piccolo e ordinato che coincideva con l’Occidente. Ma se oggi tornasse la lira, di quel tempo tornerebbe soltanto lei. Insieme con l’inflazione a due cifre. I cinesi non andrebbero certo indietro, e nemmeno i brasiliani. In compenso noi andremmo al supermercato con la carriola: non per infilarci la spesa ma i soldi necessari a comprarla. Una pila di cartaccia che della vecchia lira conserverebbe soltanto il nome. Secondo i calcoli più ottimistici perderemmo in un giorno il 30 per cento del valore di tutto ciò che ci resta, diventando la replica della Germania di Weimar che fece da culla al nazismo.

Mettono tenerezza i cittadini spaventati dal futuro, quando si aggrappano a un passato che non può tornare. Mentre provocano soltanto rabbia quei politici che queste cose le sanno benissimo, ma preferiscono lisciare il pelo del popolo impaurito invece di guardarlo negli occhi e dirgli parole adulte: che chi perde la strada deve resistere alla tentazione di tornare indietro, perché solo andando avanti troverà il sentiero che lo riporterà sulla strada perduta".

Massimo Gramellini
La Stampa  27 giugno 2012

mercoledì 20 giugno 2012

Euro(pei)

"C'è stato un tempo in cui era una moneta unica!"          Patrick Chappatte - Neue Zurcher Zeitung

La Spagna ha ricevuto dall'Ue un prestito da 100 miliardi di Euro per ricapitalizzare le proprie banche                                                                                          Ruben L. Oppenheimer - Nrc Handelsblad  
Il Premier spagnolo Mariano Rajoy si è detto molto soddisfatto del prestito concesso dall'Ue      Christo Komarnitski 
Brian Adcock

lunedì 18 giugno 2012

La Grecia, tra il mito di se stessa e la crisi

Oli Scarff/Getty Images

«Non è certo una novità, è molto tempo che in Grecia viviamo nella luce di una stella morta», spiega Dimitris Dimitriadis, 68 anni, drammaturgo saggista, poeta e traduttore, intervistato da Le Monde a proposito del suo paese, mai come oggi in (profonda) difficoltà. Ma che forse, con il voto di domenica, ha deciso di voltare pagina, di andare avanti e provare a risalire la china. «Quello che caratterizza la Grecia è una sorta di stagnazione, di immobilismo mentale. Si rimane intrappolati in abitudini psicologiche e sociali, ci si adagia su una tradizione morta e non si pensa più a rinnovare – continua – si tratta di un problema gravissimo. Un paese con una storia come la Grecia è bloccato nel meccanismo stesso della storia. Per questo motivo siamo arrivati a questa situazione. Tutto quello di cui si parla, questa grande eredità greca di cui ci si vanta, è chiusa in modelli preconcetti, in stereotipi».
E, ironia della sorte, proprio lui – in Muoio come paese, opera risalente all’ormai lontano 1978 – aveva profetizzato un simile destino: «ho scritto questo testo 35 anni fa. Il paese era uscito dalla dittatura dei colonnelli, era un periodo pieno di speranze, di promesse e di ricchezza. Mi trovavo in una situazione personale di solitudine assoluta, che mi ha spinto a scrivere questo testo che ha preso la forma di una parabola: parlo di un paese che muore perché non accetta la propria fine e non accetta l'altro. Un paese che si sente assediato da mille anni, che non accetta quello che chiama il nemico, che non vede che il "nemico" è la sua stessa prospettiva di futuro».
Dimitris Dimitriadis
Nelle parole di Dimitriadis, dunque, la crisi appare, prima che economico-finanziaria, storica e culturale. «il sistema politico nel quale viviamo in Grecia, e che risale all'occupazione ottomana (quindi a diversi secoli fa), è completamente clientelare. I grandi proprietari terrieri di un tempo sono stati sostituiti dai partiti politici, ma i rapporti con la popolazione sono rimasti gli stessi. Lo stato appartiene al partito, e il partito sfrutta le risorse dello stato per mantenere il suo sistema clientelare».
E non nasconde le responsabilità dei cittadini greci, rei di aver «vissuto con facilità e superficialità». «I nostri politici sono l'immagine del nostro popolo. Questa deplorevole mentalità interessa tutta la popolazione greca. Spesso ho l'impressione che una forma di volgarità, di maleducazione, abbia conquistato il nostro paese».
Da sempre si parla della Grecia come della"culla" della nostra civiltà «In realtà dobbiamo renderci conto che questa culla è diventata la nostra tomba. Ma una tomba può a sua volta diventare una culla. Finora l'umanità ha sempre saputo rinnovare le sue forze e i suoi modelli di civiltà attraverso le sventure e le catastrofi. E non vi è alcuna ragione per pensare che non possa continuare a farlo».

giovedì 14 giugno 2012

Botta e risposta 2. La vendetta.


All’Economist non l’hanno presa bene e rispondono, piccati, al quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, reo di aver, per così dire, “reinterpretato” – in una variante filo-tedesca – l’ultima copertina del giornale inglese, che raffigurava la riluttanza della Cancelliera Merkel ad "accendere i motori" dell’economia europea. «E’ una replica quanto mai strana» – si legge nella versione on-line del settimanale londinese – con la Germania, export dipendente, che se ne sta in disparte rispetto all’economia mondiale». Quando in realtà, «il debito pubblico dei tedeschi è più grande di quello della Spagna e l'America è cresciuta più rapidamente rispetto alla Germania nel corso del primo trimestre del 2012 (per la fortuna degli stessi tedeschi, che sono esportatori netti per l'economia americana)».
«La verità è che – conclude l’Economist – il governo della Germania, più di ogni altro, ha la capacità solcare le acque dell’economia dell’eurozona e, dunque, di quella mondiale, allontanandola dal pericolo di una catastrofe economica. Ma, come dimostra l’immagine proposta da Handelsblatt, i tedeschi ancora non se ne rendono conto».

mercoledì 13 giugno 2012

Botta e Risposta


Il primo ad iniziare è l’Economist: sulla copertina dell’ultimo numero c’è una nave che affonda – metafora dell’economia mondiale – e un fumetto che dice: “Per favore, possiamo accendere i motori adesso, signora Merkel?”.
Il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt ha risposto con una pagina interna, che –modificando la copertina originale del noto settimanale – raffigura il ministro tedesco dell’Economia, Wolfgang Schäuble (in sedia a rotelle a causa delle ferite riportate in un attentato) che chiede alla Merkel: “Dove sono i nostri amici, Angela?”: “Troppo grossi per stare a galla”, risponde la cancelliera, con un “too big to swim” che riprende (evidentemente e ironicamente) la famosa formula “too big to fail”. La nave affonda a causa di alcune “zavorre” tra cui Italia, Spagna, Grecia, Stati Uniti, Francia... 


giovedì 31 maggio 2012

Irish vote



Fiscal compact, sì o no? Questo il quesito al quale dovranno rispondere, oggi, giovedì 31 maggio, i cittadini irlandesi. L’Irlanda, infatti, è l’unico paese europeo a sottoporre a consultazione popolare il patto, nato 4 mesi fa per tamponare gli effetti traumatici della crisi e per avviare percorsi di maggiore rigore fiscale.
E mentre sondaggi e pronostici danno per vincenti i sì, non mancano coloro che del fiscal compact, così come della troika (Bce, Fmi e Ue) e dell’austerity farebbero volentieri a meno. Come, ad esempio, Sinn Féin, storica formazione socialista irlandese che – similmente a Syriza in Grecia – ha fatto dell’anti-austerità la sua più recente bandiera.
«Ancora una volta – si legge sulla piattaforma web “vote no 2012”, creata dal partito proprio in occasione del referendum – i leader europei hanno fallito e si sono concentrati sui sintomi della crisi più che sulle cause». Nel mirino, dunque, la strategia adottata dall’Unione per gestire una crisi erroneamente ritenuta, spiegano quelli di Sinn Féin, prerogativa della periferia dell’Eurozona, curabile solo con massicce dosi di austerità. «Per accorgersi poi – si leggeche il problema stava coinvolgendo anche le “core economies” dell’Europa, poste sempre più sotto pressione dai mercati e sempre più in difficoltà nel ripagare i propri debiti».
Il governo di Dublino, dal canto suo, promuove la linea della responsabilità. «Non è un referendum qualsiasi – spiega in un video messaggio il Primo Ministro Enda Kenny – e ci sono tre ragioni per votare sì». Anzitutto, spiega, il sì è il modo migliore per consolidare il recente flusso di investimenti da parte delle multinazionali, unica via per incrementare le prospettive occupazionali dei cittadini irlandesi. E poi, in secondo luogo, aprirebbe la strada ai fondi messi a disposizione dall’Ue via “European Stabiliy Mechanism”. «Voglio che il nostro paese abbia lo stesso accesso degli altri a queste opportunità». Last but not least, il sì andrebbe ad aumentare il livello di regolamentazione, in Irlanda così come nel resto d’Europa, ingenerando maggiore responsabilità in fatto di bilanci.

Ma di Fiscal Compact non si parla solo nella verde Irlanda: il trattato occupa (e preoccupa) altre capitali. Prima fra tutte, Parigi: Hollande, infatti, non ha mai fatto mistero della sua volontà di volerne rivedere i contenuti, anche a costo di inasprire i rapporti con i tedeschi di Angela Merkel, contraria ad ogni modifica all’attuale testo. 

Guarda:
Vote Yes VIDEO
Vote No VIDEO

giovedì 10 maggio 2012

Il compleanno (amaro) dell'Europa. Intervista a Gianfranco Pasquino.


















Ha l’aria di chi la sa lunga Gianfranco Pasquino, uno dei più autorevoli politologi italiani, docente di Scienza politica all’Università di Bologna e alla Johns Hopkins University. Uno che, oltre ad averla studiata, la politica l’ha anche fatta (è stato senatore per ben undici anni). E con lo stesso sguardo lucido ci spiega questa Europa, giunta oramai al sessantaduesimo anniversario (ieri, 9 maggio, è stata celebrata la Festa dell’Europa, ricorrenza della Dichiarazione franco-tedesca del 1950, primo mattone dell’Europa di oggi). Un progetto, di questi tempi, in balia di un mare in tempesta chiamato crisi.

“Rifare gli italiani per stare in Europa” è il titolo di un suo recente colloquio pubblico con il Presidente Napolitano. Oggi siamo in Europa?
Geograficamente e giuridicamente sì. E poi il nostro è un paese fondatore, che ha espresso commissari europei di grande spessore. Ma bisogna “saper stare” in Europa. E questo non sempre avviene.

Di chi è la colpa?
Della classe dirigente italiana, che continua a vivere e a pensare l’Unione come alibi per quello che non riesce a fare e come vincolo per quello che non vuole fare. Gli unici che sembrano coglierne le opportunità sono i giovani che – grazie al progetto Erasmus – stanno diventando sempre più europei.

Lei, in qualità di docente di scienza politica, è un esperto di sistemi elettorali e di meccanismi di voto. Come avvicinare l’Ue ai cittadini?
Sono state proposte molte soluzioni, tra cui l’elezione diretta del Presidente dell’Unione. Tutte certamente utili – produrrebbero grande mobilitazione – ma, in questo momento, futuribili.

Esiste anche un problema di leadership. Non c’è proprio nessuno in grado di riportarci al centro d’Europa?
Oggi l’Italia è fortunata ad essere rappresentata da due grandi europeisti: Mario Monti, ma anche Giorgio Napolitano che, se solo avesse trenta anni in meno, potrebbe essere un perfetto leader europeo. O, ancora, Mario Draghi, uomo di grandi competenze, convinto della soluzione europea, ma impegnato in incarichi di natura tecnica. Altri, invece, non sono presenti sulla scena europea.

“Economicamente, geograficamente e politicamente, è inevitabile che la Germania rivesta ed eserciti un ruolo di eccezionale importanza nell’Europa unità”.  Lo scrisse lei nel lontano ‘93 e i fatti sembrano averle dato ragione... 
Effettivamente è così, anche se c’è una certa preoccupazione che i tedeschi dettino le linee politiche e, soprattutto, di politica economica.

Cosa dice a chi teme questo ruolo da primus inter pares della Germania?
Che non c’è nulla da temere. Se un paese ha individuato delle soluzioni efficaci è nell’interesse di tutti prenderlo come riferimento. Imitino – invece che subirlo – questo modello.

Le dinamiche globali hanno sempre condizionato il processo di integrazione europea. Una volta, ad esempio, era l’espansionismo sovietico ad unificare l’Europa. Oggi cosa può svolgere questa funzione?
Non vedo fattori esterni in grado, oggi, di rafforzare l’Ue. Anzi, l’atteggiamento ambivalente degli Usa nei confronti del vecchio continente, incide – rafforzandoli – sui tentennamenti europei della Gran Bretagna. 

Nemmeno l’espansionismo economico e finanziario della Cina?
La Cina rappresenta, piuttosto, un aspetto da affrontare. Ma oggi l’opportunità più grande viene dalla crisi, vera finestra sul cambiamento. 

Le difficoltà odierne finiscono, quindi, per rafforzare quella ‘comunità di destino’ di cui parlava Edgar Morin?
La comunità di destino esiste, ma ci vogliono politici che se ne facciano “predicatori”. Ci vorrebbero persone come Altiero Spinelli, ma anche come Helmuth Kohl e François Mitterand. Lo stesso Tony Blair avrebbe potuto essere un ottimo leader europeo.

Ma...
Ma si è bruciato con la guerra in Iraq. Aveva buone qualità oratorie.

Quindi serve anche un po’ di ‘narrativa’, non bastano bravi tecnici...
Esattamente. Purtroppo il prestigio che raggiungono i predicatori dell’Europa non è elevato. Questo è un problema di cultura politica: in Italia dovremmo capire che essere europarlamentari può essere molto meglio che occupare un posto da sottosegretario a Roma. 

Diletta Paoletti

venerdì 4 maggio 2012

Il voto greco



Esattamente tra due giorni, il 6 maggio, una Grecia stremata dalle difficoltà economiche e dal malessere sociale torna alle urne. La posta in gioco è, in primis, quella della governabilità del paese, ma anche la sua permanenza nell'Eurozona. Da una parte, Evanghelos Venizelos, leader del partito socialista Pasok e attuale ministro delle Finanze del governo tecnico Papademos, artefice di una serie di rigide misure di austerity (la cui efficacia tarda a farsi sentire), che ha dichiarato di voler ricostruire l'autonomia economica della Grecia e, sul piano istituzionale, la malandata membership greca nell'Ue. Dall'altra, Nuova Democrazia (ND), formazione di centro destra - con grandi responsabilità nell'attuale crisi economica, per aver truccato i conti, nascondendo il buco nel bilancio pubblico - guidata da Antonis Samaras, politico di lungo corso, ministro dei governi di centrodestra degli anni Novanta, che ha promesso, pur nel rispetto dei limiti e degli obiettivi imposti dalla comunità internazionale, tagli alle tasse e aumento della spesa pubblica. 
La ricetta di Venizelos, invece, propone l’annullamento graduale della “tassa di solidarietà”, imposta negli ultimi anni per combattere la crisi, promettendo anche la graduale riduzione dell’IVA per agricoltori e ristoranti. Ha inoltre dichiarato di voler diminuire i contributi alla sicurezza sociale del 10 per cento, per far ripartire l’economia e l’occupazione (oggi in Grecia i disoccupati sono circa il 25 per cento della forza lavoro). Ha anche promesso la graduale riduzione dell’IVA per agricoltori e ristoranti, sempre nel rispetto dei paletti imposti dalla comunità internazionale.
Segue una sfilza di altri partiti e partitini (in tutto sono 32 - sigh! - le formazioni politiche in lizza). Molto probabile, comunque, una grande coalizione ND-Pasok, dal momento che, da soli, i due partiti non riuscirebbero a formare un governo.  Ma è anche possibile che i due grandi partiti non raggiungano insieme la maggioranza dei voti, scenario che comporterebbe una elevatissima instabilità politica. 
Ma a preoccupare è anche l'ascesa delle forze di estrema destra. «In tempo di crisi economica è la democrazia ad essere svantaggiata», spiega Ilia Maglini in un articolo apparso sul quotidiano greco Kathimerini, citando Robert Paxton autore de "The Anathomy of Fascismo". Osservazione che pare essere confermata: "Alba dorata" - partito nazionalista, il cui simbolo ricorda neanche tanto vagamente una svastica -  ha già superato, nei sondaggi, il 5 per cento dei voti, ben oltre la soglia del 3 per cento necessaria per entrare in Parlamento. Esclation paragonata da Venizelos ad un inquietante precedente, l'ascesa politica dei nazisti durante la Repubblica di Weimar tedesca, appena dopo la Prima guerra mondiale. 



martedì 24 aprile 2012

Il voto che preoccupa l’Europa


C’è preoccupazione, in Europa, per il voto francese della scorsa domenica. Ma a suscitare timori diffusi non è tanto lo scontro finale tra Sarkozy e Hollande, in programma per il prossimo 6 maggio. A spaventare è piuttosto il trionfo del Front National di Marine Le Pen, che, al primo turno, si è conquistata un sensazionale 17,9%, mai raggiunto prima, nemmeno dal padre (quando nel 2002 Jean Marie Le Pen travolse Jospin, aveva solo sfiorato il 17 per cento).
Secondo quanto riferisce Le Figarò, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha definito "preoccupante" il punteggio ottenuto dall’estrema destra. Come dire, l’energica bionda del FN non diventerà presidente, ma il partito da lei guidato si aggiudica comunque il terzo posto nella politica d’oltralpe. Rincara la dose, il Ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, che – ribadendo l'importanza della collaborazione franco-tedesca per il futuro dell'Europa – tira un sospiro di sollievo nel vedere al secondo turno due candidati "democratici", etichetta inapplicabile per l’euroscettica Le Pen.
Meno esplicite, ma ugualmente intimorite, le istituzioni dell’Ue, che – per voce di Olivier Bailly, spokesperson del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso – lanciano un appello ai leader europei, invitandoli a "non cedere alla deriva populista, ma a continuare ad avanzare lungo la strada dell’Europa della pace e della crescita”. Il tutto – è vero – a dispetto della crisi, rea di aver aggravato le disuguaglianze sociali e aver reso, così, il “terreno più che mai fertile per lo sviluppo del populismo politico”. E c’è chi – come il socialista Jean Asselborn, ministro degli Esteri del Lussemburgo – se la prende con Nicolas Sarkozy, che – con le sue critiche al sistema Schengen – sarebbe in parte responsabile del punteggio della candidata del FN, mentre secondo il danese Villy Sovndal, il risultato di Marine Le Pen si inserisce in un trend generale, che già da qualche tempo ha visto crescere in Danimarca, in Austria ed in Finlandia i movimenti di estrema destra.
E, in effetti, i timori sembrano essere fondati. Il FN, infatti, non esita a descrivere l’integrazione europea come un processo “contro i popoli d’Europa” e l’Euro come un novello Minotauro al quale sadici eurocrati offrono in pasto vittime greche.
Alla prossima puntata....

venerdì 20 aprile 2012

Tra i due litiganti, l'Europa.


Peter Schrank -  Handelszeitung


A poche ore dal primo turno delle presidenziali francesi, facciamo il “toto-europeismo”. Che Europa vogliono i due leader in lizza per l’Eliseo? Quali cambiamenti auspicano e quali proposte avanzano?
Andiamo con ordine. Innanzitutto, partiamo da un dato di fatto: per riavvicinarsi al proprio elettorato, Sarkozy si è allontanato, e di molto, da Angela Merkel, con la quale nei, mesi scorsi, aveva vissuto una (apparentemente) solida entente cordiale. “Merkozy”, dunque, “è morto”. Già perché il presidente uscente ha affermato di voler congelare il contributo francese all'Unione europea, rincorrendo così Marine Le Pen, leader dell’estrema destra, la prima a voler ridurre la somma francese versata a Bruxelles. E soprattutto, Sarkozy sarebbe anche persuaso della necessità di riscrivere lo statuto della Banca centrale europea (BCE) rendendola sempre più simile alla Federal Reserve. E cioè, riconoscendole il ruolo di prestatore di ultima istanza. Irritata la reazione di Berlino, da sempre contraria a cambiamenti di pelle dell’istituzione di Francoforte. Il governo tedesco è, infatti, «profondamente convinto che la Bce debba esercitare il suo mandato in modo totalmente indipendente dalla politica».
Dal canto suo, il candidato socialista Francois Hollande lancia un appello alla Eurotower, chiedendo di tagliare i tassi di interesse al fine di favorire la crescita in Europa.
Ai microfoni di radio Europe 1, Hollande ha precisato che ''ci sono due modi per rilanciare la crescita: o la Banca centrale europea abbassa i tassi di interesse, oppure concede prestiti direttamente agli Stati membri''.

A quanto pare, dunque, l’austerity promossa dall’Ue negli ultimi mesi non convince nessuno. E gli slogan “pro crescita”, ca va sans dire, restano sempre quelli vincenti in campagna elettorale. Ma, al netto delle ricette anti-crisi, a fare la differenza tra i due sfidanti è la concezione stessa dell’Unione: «Sarkozy è per un’Europa intergovernativa, che risponda alle decisioni di Parigi e che non accetti il metodo comunitario con un ruolo centrale della Commissione e del Parlamento europeo – spiega a Lettera43.it François Lafond, analista politico francese e già consulente di ministeri e think-tank– mentre Hollande ha un’idea di Europa molto più federalista, orientata verso un futuro comune. Ma deve convincere una parte della sua maggioranza assai più critica su questo punto». Quel che è certo è che il voto francese è destinato ad influire sui rapporti di potere dell’intero Vecchio Continente. Intanto, secondo l’ultimo sondaggio di questa mattina, Hollande è in testa di quattro punti percentuali rispetto al presidente uscente. 

martedì 21 febbraio 2012

Nuovi equilibri



L’Eurogruppo ha (faticosamente) raggiunto un accordo sui nuovi aiuti alla Grecia. Ma questo lo sapete già. Così come sapete già che 130 miliardi confluiranno ad Atene, sotto il controllo degli osservatori della cosiddetta troika, e cioè dell’Unione, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

Quello che – in tutta questa vicenda – risulta più che atipico, è l’entusiasmo quasi europeista di una Gran Bretagna che – per tradizione e per scelte recenti – particolarmente europeista non è mai stata. «Il salvataggio della Grecia è più che positivo per la Gran Bretagna», ha commentato un euforico George Osborne, ministro delle finanze nella Queen’s Land. «Risolvere la situazione greca è un passo fondamentale per risolvere la crisi dell’Eurozona», ha aggiunto. E – va da sé – risolvere la crisi dell’Eurozona rappresenta uno stimolo fondamentale per l’economia inglese.

Ancor più stupefacente è che proprio il Regno Unito figuri – assieme a Italia e Olanda – tra i paesi dai quali è partita l’iniziativa di scrivere un documento programmatico sotto forma di lettera, inviato a Barroso e a van Rompuy. Il testo – che prende spunto da una precedente missiva di Mario Monti al Consiglio europeo – chiede, in poche parole, “più Europa”. Si invoca il completamento del mercato interno europeo (in primis nel settore dei servizi), la realizzazione del mercato unico digitale e del mercato unico dell’energia.
Al fine di potenziare i commerci, si auspicano accordi internazionali, mentre è ritenuto di vitale importanza ridurre quella zavorra di oneri amministrativi che pesano sulle imprese europee. Altro obiettivo della ricetta per la crescita è quello di promuovere – nei singoli paesi – un mercato del lavoro ben funzionante, che crei più opportunità di impiego. E, dulcis in fundo, operare per ottenere un “settore dei servizi finanziari che sia solido, dinamico e competitivo, che crei posti di lavoro e offra sostegno vitale a cittadini ed imprese”.
L’iniziativa italo-britannico-olandese ha poi raggranellato il consenso di altri 9 paesi (Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia e Polonia). Manca – e l’assenza si nota – la firma di Germania e Francia, i due paesi che più negli ultimi mesi hanno gestito gli affari europei, sollevando da più parti il timore di un asse eccessivamente decisionista ed accentratore.
Che grazie al rinnovato attivismo europeo italiano si siano modificati gli assetti di potere dell’Unione, creando alleanze inaspettate ed insolite?  E’ presto per dirlo. Certo è che oggi collaborazioni ed intese nell’Europa a 27 si sono fatte più fluide e meno prevedibili.
Benvenuti nell’Europa dalle geometrie variabili.
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venerdì 10 febbraio 2012

Tu vuò fa' l'europeo




Low profile e understatement. Due parole (anglosassoni) descrivono particolarmente bene lo stile del nostro Presidente del Consiglio Mario Monti, in patria come all’estero. Ma molto (forse troppo e in modo caricaturale) è stato detto della sobrietà dell’era del “loden”. Non è di questo che vogliamo parlare, ora. Quello che ci è piaciuto della visita di Monti negli States è l’immagine di un leader che ha, sì, a cuore il destino del proprio paese, ma che ragiona in termini europei. Parla, eccome, d’Europa, Monti. C’è l’Italia, ma è saldamente e fermamente collocata – nella strategia del professore – in Europa. Scomparsi il senso di fastidio e disagio di un’Italia affetta dal “mal d’Europa”, insofferente, pronta – appena possibile – a disattendere impegni comuni e a deviare da strade condivise. Niente più marachelle, dispetti o leggerezze. Ma profondo senso di responsabilità.

Già, perché se a molti l’Europa dello spread, delle Merkel e dei Sarkozy sta antipatica, è proprio di più Unione (e di una diversa Unione) che abbiamo bisogno. Di una azione fiscale comune (va in questo senso l’accordo firmato non più di dieci giorni giorni fa), di una governance economica comune. Di una politica comune. 

«Ora è il momento di completare il mercato unico europeo – ha spiegato Monti in un’intervista al Time (guarda) – e di attivare politiche di crescita». Un imperativo, questo, su cui ha concordato con Obama: «una crescita che può venire solo da riforme strutturali in grado di stimolare la produttività e l’efficienza europee».

E intanto in Italia – un giorno sì e l’altro pure – si rischia di venire travolti da un fiume in piena di demagogia, di maldestro e malcelato rancore sociale, dove una dichiarazione, più o meno azzeccata, spesso mal compresa, riesce a catalizzare l’attenzione di tutti, azzerando ogni possibilità di un serio e costruttivo dibattito pubblico. Un paese che non sembra volersi lasciare alle spalle vecchie incrostazioni e vecchi stereotipi.

Ma per fortuna c’è chi parla una nuova lingua, quella europea. Facendo un passo in avanti, uscendo da quell’asfittico provincialismo che rischia di farci precipitare nel baratro.
Un perfetto esempio, insomma, di quella ‘leadership europea’ che – da tempo – ci mancava.


Leggi anche:

L’Intervista a Marc Lazar “Ue: cercasi urgentemente un leader”
L’intervista a Enrico Letta “L’Europa è finita. Anzi no”  
L'intervista ad Emma Bonino "Ripartire dal sogno federalista"

mercoledì 1 febbraio 2012

Eppur si muove




















Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’Ue. Almeno rispetto all’inazione cui ci aveva abituati. Già perché nel corso del vertice informale svoltosi lo scorso lunedì a Bruxelles, è stato messo a punto un nuovo Trattato, significativamente intitolato “sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria”. L’obiettivo? Essenzialmente quello di introdurre una disciplina fiscale più stringente, per mezzo di sanzioni (quasi) automatiche e forme di sorveglianza più efficaci.

Il trattato – più noto sotto la (mediatica) denominazione di “Fiscal compact” – sarà firmato a Marzo. Molte le novità introdotte. In primis, il rigore di bilancio. I paesi Ue, infatti, si impegnano a mantenere il deficit (grandezza di flusso derivante dalla differenza tra entrate e uscite pubbliche) sostanzialmente in equilibrio, con un valore massimo dello 0,5% rispetto al PIL. Pena l’applicazione di meccanismi correttivi automatici, attuati nel “rispetto delle prerogative dei Parlamenti nazionali”, si legge nella bozza di accordo.

Per quanto riguarda il debito pubblico (quella grandezza di stock che rappresenta il totale degli obblighi accumulati dallo Stato), invece, è stato ribadito il tetto del 60% rispetto al prodotto interno lordo, impegnando gli Stati ad un piano di rientro pari ad 1/20 l’anno.  Meccanismi più flessibili sono stati previsti per permettere l’adeguamento anche a paesi che – come l’Italia – eccedono di molto la soglia.

“È il primo passo verso l’Unione fiscale e aumenterà di certo la fiducia verso l’area Euro”, ha commentato il Presidente della BCE Mario Draghi. Tutti d’accordo, insomma. Tutti tranne uno, anzi, due: Regno Unito e Repubblica Ceca, infatti, hanno deciso di tenersi fuori dal nuovo patto.

Mercati e spread sembrano gradire (i primi sono volati, il secondo è sceso), mentre molte sono le critiche verso quello che – secondo numerosi osservatori – altro non è che un diktat improntato al rigorismo tedesco. Una bella vittoria per Angela, non c’è che dire.


LEGGI IL TESTO DEL TRATTATO

mercoledì 25 gennaio 2012

Se la nave (italiana) diventa metafora della crisi (europea e americana)

David Fitzsimmons






















Accade che – mentre il mondo naviga in acque a dir poco agitate – disegnatori e vignettisti prendono la Costa Concordia, simbolicamente adagiata mezza sott’acqua e mezza sopra, e ne fanno potente metafora per descrivere la crisi dell’Eurozona come degli USA.

Ho fatto un giro per il web e questo è quello che ho trovato. Dove gli Schettino sono Merkel, Monti e Obama. E dove lo scoglio che manda tutto a fondo è la crisi del debito e l’ingordigia della  finanza

Alan Moir

Jeff Koterba


Jeremy Nell

Paresh Nath 
Rick McKee

Sean Delonas