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lunedì 2 ottobre 2017

God Bless America



“Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, non si potrà violare il diritto dei cittadini di possedere e portare armi”.
- II amendament, The Bill of Rights
(ratificato dal Congresso degli Usa nel 1791)

Così recita l’emendamento che sa di frontiera, di pionieri e di coloni. L'emendamento espressione di una nazione neonata che, in crescita costante ma ancora fragile, vuole difendersi. Parole che parlano della corsa all'ovest, di avventure e di polvere da sparo. Emendamento che oggi, 2017, è ancora sacro vessillo di libertà (!) per le aree più conservatrici e retrive degli Stati Uniti.
Perché, in fondo, tutto cambia e nulla cambia. Anche nel paese per antonomasia più mutevole e contraddittorio. E così ci ritroviamo ancora una volta a piangere vittime su vittime, come a Las Vegas. 
E poi c’è la NRA, National Rifle Association, potentissima lobby delle armi, tenace barriera ad ogni tentativo di legiferazione contraria ai suoi interessi. E con Donald Trump, nulla cambierà in questo grottesco, tragico e violento far west: l'attuale inquilino della Casa Bianca è stato, pensate, il primo Presidente americano ad intervenire pubblicamente alla convention della NRA dal 1983, epoca di Reagan, cosa di cui si è detto "orgoglioso". Riferendosi all'epoca Obamiana, aggiunge: è finalmente finito l'assedio lungo 8 anni alle libertà del secondo emendamento.
God Bless America

giovedì 21 gennaio 2016

Commander in Chief: Sarah&Donald Show


Di male in peggio?
Forse. Perché se già le esternazioni di Donald Trump erano discutibili, ora non potrà che andare peggiorando, con l'endorsement ufficiale niente meno che di Sarah Palin, ex governatrice dell'Alaska, in ticket con McCain nel 2008 contro Obama. 
Ho assemblato questo video della sua prima uscita pubblica pro-Trump. 
Ne vedremo delle belle!

martedì 1 dicembre 2015

Una Rosa rivoluzionaria



Lei è Rosa Parks. In questo video del 1995 è ospite al Larry King Live.
Con una naturalezza incredibile racconta di come cambiò la storia.
Era il 1 dicembre del 1955, Montgomery (Alabama).
Un semplice autobus è il luogo della sua piccola grande rivoluzione: in piena segregazione razziale, scelse di non cedere il proprio posto ad un bianco.
Il suo gesto cambiò la storia dei diritti civili: nei giorni seguenti ci fu il boicottaggio dei mezzi pubblici. Il resto è storia, dalla marcia di Martin Luther King alle leggi sui diritti civili e politici degli anni '60.
Eppure è bene ricordarsi, sempre, della pacata fermezza di questa donna, oggi che ancora gli USA ed altre parti del mondo - più o meno inconsapevolmente - cadono nella tentazione di segregare qualcuno, nei fatti e negli animi.

martedì 27 ottobre 2015

Rileggere un libro: To kill a mockingbird




Jem, Atticus, Scout. Dill, Calpurnia, Boo Ridley, Mrs Maudie.

Alcuni di voi riconosceranno questi nomi, li sentiranno risuonare familiari.

Per chi ha letto "To kill a mockingbird" di Harper Lee (in Italia tradotto - non so perché - "il buio oltre la siepe", invece di "Uccidere un pettirosso") è difficile dimenticarli.
È difficile perché sono personaggi unici, protagonisti di un racconto unico.

Ho letto questo libro numerosi anni fa, tant'è vero che ne posseggo l'edizione scolastica. Ho deciso di leggerlo di nuovo. 

Seguo sempre con grande attenzione la cronaca americana e il prepotente ritorno sulle prime pagine della questione razziale, in particolare, di quella che potrebbe essere definita la "questione nera", mi ha turbato.
Il passato che non passa, quello della (dis)uguaglianza tra neri e bianchi. Una lunga marcia che sembra ancora incompiuta.
A Ferguson, dove il teenager afroamericano Mike Brown è stato ucciso da sei colpi di pistola esplosi da un ufficiale di polizia.  Ma c'è anche Walter Scott, colto a bruciapelo da colpi di arma da fuoco alle spalle in quel di Charleston, stesso luogo dell'ultimo, in ordine di tempo, drammatico attentato alla chiesa nera.

Tutti eventi degli ultimi mesi, degli ultimi anni. Legati da un filo rosso: quello dell'odio razziale, della mai sopita discriminazione di trattamento verso i neri d'America.

"Black lives matter", è diventato - oltre ad un hashtag molto popolare su Twitter - il nuovo grido dei neri e non solo, di tutti coloro che non accettano e mai accetteranno l'esistenza di disparità di trattamento basate sul colore della pelle e l'appartenenza sociale. "I can't breath", la frase pronunciata da Eric Garner, aggredito dalla polizia a New York e morto poco dopo all'ospedale , è diventato il grido di tutti, di dolorosa compartecipazione alla gravità di certi eventi.

Cercavo allora uno strumento di comprensione di conoscenza. Qualcosa che potesse confortarmi nell'analisi di questi fatti di cronaca, gravi e grotteschi insieme. Ho ripensato allora a questo testo di Harper Lee, i cui ricordi erano sfumati, ma che percepivo come fortemente significativo. Niente di meglio, allora, che rinfrescare la memoria. Anche perché i libri, si sa, non sono mai letti una volta per tutte. Quando ne riapri uno, ogni volta che sfogli di nuovo le sue pagine, è come se fosse la prima, sempre diversa. Cambia il contesto, sei cambiato tu che lo leggi: è sempre un'esperienza nuova.

Jim e Scout sono bambini, figli di un distinto avvocato (Atticus Finch) nella provincialissima provincia di Maycomb. Li vediamo crescere, nel corso del romanzo. Li vediamo passare dai giochi di infanzia all'incontro-scontro con temi spinosi che attraversano la loro comunità. Imparano a conoscere razzismo e discriminazione attraverso la loro stessa storia di famiglia: quando il padre accetta di difendere Tom Robinson, giovane "nero" ingiustamente accusato di violenza sessuale nei confronti niente meno che di una "bianca".

Jim e Scout Imparano a soffrire per le ingiustizie, oltre che a temere per le sorti del loro padre, esposto all'odio di chi non accettava che si potesse anche solo difendere le ragioni di un "negro".


"Se non dovresti difenderlo, perché lo difendi? - chiede Scout al padre. 
"Per vari motivi"  - disse Atticus - "Il principale è che non lo facessi non potrei andare più in giro con la testa alta, non potrei rappresentare la contea e non potrei nemmeno dire a te o a Jem: fa questo e non fare quello".
"Voi dire che se non difendi quell’uomo, Jem e io non potremmo darti retta?"
"Più o meno".

Privato e pubblico si mescolano - eccezionalità e potenza del racconto di Harper Lee - e la storia è quella di una famiglia che deve affrontare le conseguenze delle contraddizioni di una società intera.

L'avvocato Finch riuscirà, alla fine, a dimostrare l'innocenza di Tom Robinson, ma l'uomo sarà ugualmente condannato a morte. Un finale dove pregiudizi e verità si mescolano.
E dove emerge, forte, l'umanità di questi personaggi, padre a figli.
Impariamo ad affezionarci a loro e quando il libro finisce ne sentiamo la mancanza.
Ma sono con noi quando leggiamo increduli e angosciati le notizie di un'America ancora preda di sentimenti di odio. Irrazionali, ingiusti ed inumani.


mercoledì 24 giugno 2015

La bandiera della discordia\2



Ieri vi parlavo della questione della Confederation Flag (qui): nello Stato nordamericano del Mississippi, dopo il massacro nella chiesa afro di Charleston, ultimo di una serie di episodi che hanno riportato in primo piano la questione razziale (e - precisamente - la questione nera) negli USA, i legislatori stanno preparando una legge per rimuovere l'emblema della Confederazione dalla bandiera dello Stato.L'iniziativa rientra in una più generale richiesta di rimuovere simboli che possano evocare la schiavitù (il vessillo si richiama alla ribellione secessionista degli Stati del Sud che nel 1861 combatterono per quattro anni contro gli Stati del Nord. Le origini della guerra civile, sicuramente economiche, erano anche legate a doppio filo alla questione della schiavitù).

Se sarà o meno presente, nel futuro, sulla bandiera ufficiale dello stato del Mississippi non lo sappiamo. Di certo, però, non sarà più sul tetto delle copie giocattolo della General Lee, macchina dalla serie televisiva USA Dukes of hazzard. 

La scelta di Warner Bros segue quelle di Amazon, E-bay e di altri rivenditori on-line, che hanno deciso di bandire dalle proprie piattaforme la bandiera simbolo della confederazione sudista. 
Non è ancora Chiaro se la Warner Bros continuerà a vendere la copia giocattolo della macchina senza bandiera, o se deciderà di cambiare il nome stesso della famosa car: il generale Lee, infatti, era il leader degli Stati confederati del Sud durante la guerra civile che divise l'America tra il 1860 ed il 1865. 


martedì 23 giugno 2015

La bandiera della discordia

I simboli contano. Eccome, se contano. Lo dimostra quello che sta avvenendo nello Stato nordamericano del Mississippi, dopo il massacro nella chiesa afro di Charleston, ultimo di una serie di episodi che hanno riportato in primo piano la questione razziale (e - precisamente - la questione nera) negli USA. I legislatori del Mississippi, infatti, stanno preparando una legge per rimuovere l'emblema della Confederazione dalla bandiera dello Stato, iniziativa che rientra in una più generale richiesta di rimuovere simboli che possano evocare la schiavitù.


Dylann Roof, sospetto autore del massacro, compare in una serie di scatti proprio reggendo in mano proprio una "Confederate Flag" (vedi foto).

Molti afroamericani percepiscono, a ragione, la bandiera come simbolo dell'odio razziale.
In effetti il vessillo si richiama alla ribellione secessionista degli Stati del Sud che nel 1861 combatterono per quattro anni contro gli Stati del Nord. Le origini della guerra civile, sicuramente economiche, erano anche legate a doppio filo alla questione della schiavitù (gli Stati del Sud combattevano contro il nord del presidente Lincoln, nel quale non si riconoscevano, proprio perché abolizionista).
E nel 1865 - a guerra finita - Lincoln abolì la schiavitù (ma ci volle ancora un secolo - e una lunga marcia - perché i neri potessero conquistare i diritti civili e politici).


Kenny Jones, senatore dello Stato del Mississippi, sta considerando insieme ad altri rappresentanti eletti, di presentare una proposta di legge per modificare la bandiera, disegno di legge da presentare nella prossima sessione di gennaio.



venerdì 19 giugno 2015

Charleston, Usa: il passato che non passa



Poche, pacate e profonde parole da parte di un uomo per il quale la storia del razzismo contro i neri d'America coincide con la storia della propria famiglia. Martin Luther King III.

Leggi anche:

Un neo soul di protesta
Washington abbiamo un problema: Ferguson
The superficialities of race

mercoledì 13 maggio 2015

Cosa dice il voto inglese agli americani

PHOTOGRAPH BY STEFAN ROUSSEAU/AFP/GETTY


Ho letto e tradotto questo illuminante articolo di John Cassidy sul New Yorker: ci spiega quali insegnamenti possono trarre gli americani dal voto inglese. In vista delle presidenziali del 2016.
Da leggere!

Mentre David cameron compone il suo nuovo governo, nel partito labourista prosegue l'analisi dei risultati del voro. A seguito delle dimissioni del suo leader, Ed Miliband, c'è il tentativo di riportare il partito al centro della politica. Lord Mandelson, uno degli architetti del progetto centrista di "New Labour" di Tony Blair, ha così commentato le elezioni: "la ragione per cui abbiamo perso - e perso così pesantemente - sta nel fatto che nel 2010 abbiamo abbandonato il progetto del New Labour, invece che rivitalizzarlo e ridare ad esso energia, rendendolo centrale nei nuovi tempi che stavamo affrontando".
David Miliband, ex segretario delgli esteri Labour, sconfitto dal fratello alle primarie per la leadership del partito, ha detto: "penso che gli elettori ci abbiano consegnato un verdetto. Se il partito labourista non abbraccia una politica di aspirazione e di inclusione, una politica che sappia opporsi ad alcune etichette tradizionali che hanno afflitto la politica per così tanto tempo, non tornerà a vincere". 
Questo dibattito aumenterà di intensità, ora che il Labour party dovrà scegliere un nuovo leader. 
Ma quali sono le lezioni del voto inglese per le imminenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti? 
Storicamente la politica americana ed inglese hanno marciato in sincrono - si pensi a Reagan e Tatcher - e anche oggi ci sono forti legami tra i due principali partiti da una parte e dall'altra dell'Atlantico. 
Durante la campagna elettorale, David Axelrod, a lungo stratega di Obama, ha lavorato per i labour, mentre Jim Messina, il campaign manager di Obama ha collaborato con i conservatori (sì, in casa democrats in molti hanno storto il naso a fronte di questa decisione di Messina). Inoltre, alcunde delle dinamiche interne di partito che guidano le formazioni politiche nel Regno Unito hanno delle ripercussioni negli Stati uniti. Nel partito democratico, così come nel partito labourista, la componente progressista-liberal è perennemente alla ricerca di spostare il partito a sinistra e di sconfiggere l'opposizione dei centristi. Mentre i Repubblicani, come i conservatori stanno cerncando di venire a capo della materia dell'immigrazione. 
All'interno della campagna di Hillary, ci saranno senza dubbio persone che faranno eco alle argomentazioni dei Blairisti che la dura sconfitta dimostra il pericolo di uno spostamento troppo a sinistra. E - in un certo senso - queste persone hanno ragione. La piattaforma Labour - che include la promessa di alzare le tasse per i redditi più alti e di introdurre una nuova tassa sulle case multimilionarie - è stata premiata in alcune aree del paese, ad esempio nelle città, sede di numerosi liberal, college educated, così come di molti immigrati. In Greater London, ad esempio, i Labour hanno aumentato i seggi da 38 a 45. Ma nei sobborghi e nelle piccole cittadine, il messaggio progressista del partito non ha avuto successo, consentendo ai conservatori di ottenere la maggioranza alla Camera dei Comuni. 
Nonostante questo fallimento, sarebbe una semplificazione fuorviante sostenere che i Labour abbiano perso perché gli elettori hanno rifiutato il piano redistributivo, che in effetti ha avuto un risultato positivo nei sondaggi, così come lo hanno avuto altre porposte progressiste (come l'aumento del salario minimo, la riduzione dei costi del college e la garanzia di 25 ore di riposo alla settimana per le famiglie con figli piccoli). Miliband ha avuto il risultato migliore nei sondaggi quando ha promesso di eliminare la deroga che permettrva a molti ricchi redisenti British di non pagare le tasse sui rendimenti all'eserto. E la sua accusa che i Tories non finanziassero adeguatamente il National Health service ha fatto sì che i conservaotri trovassero nuovi fondi per la sanità pubblica. 

Sarebbe altrettanto un errore interpretare il risoltato delle elezioni come una generico endorsemente alle poltiche di austerità dei conservaorti, che in larga misura hanno caratterizzato il primo mandato di Cameron. Anche se i Tories hanno leggermente visto accrescere il loro risultato, i liberal-democratici, la cui partecipazione al governo di coalizione ha permesso ai concervaori di portare avanti i propri piani economici, hanno sofferto di un crollo senza precedenti, scendendo dal 23.1% del 2010 al 7.9%. 
Il voto complessivo della coalizione dell'austerity ha collassato, come ha detto Yglesias su Vox. 

Il problema dei Labour è stato che non ha conquistato il voto dei non tory. In Scozia, questo è stato decimato dallo Scottish National Party; in Inghilterra ha ceduto molti voti all'Ukip. 
Tra coloro che sono stati sconfitti, Douglas Alexander e Ed Balls, il primo sconfitto dal NSP, l'altro dai conservaoti (a causa dell'8% conquistato dall'Ukip). 
Le sorti di Alexander e Balls, due labour moderati e di lungo corso, dimostra perché è pericoloso, da una prospettiva americana, dedurre in modo eccessivo da ciò che è successo ai labour. I Democratici hanno le loro sfide da affrontare, ma essere spremuti da una parte da un partito nazionalista di sinistra e dall'altra da un partito nazionalista di destra non è un pericolo effettivo per Hillary Clinton o chiunque altro sarà il candidato Dem. Certamente, a causa della rapida crescita del voto ispanico in molte aree, il tema dell'immigrazione, che è stato centrale nell'appello dell'UKIP, rappresneta iun grande pericolo per i repubblicani. Se il candidato repubblicano non riesce a trovare il modo di neuralizzare questo possibile problema, avrà grandi problemi in stai come il Colorado, la Florida e il Nevada. 
E non è solo questa la differenza tra gli Stati uniti e Gran Bretagna. Un'altra grande differenza è che i democratici sono attualmente al potere, il che significa che - come i conservatori in Inghilterra - beneficiano dei recenti miglioramenti dell'economia. Le performance dell'economia britannica non è stata soddisfacente, la crescita del pil è stata debole e gli standard medi di vita delle persone sono ancora al disotto rispetto al 2008. Durante gli ultimi due anni, però, le cose sono migliorate: il pil inglese è cresciuto più velocemente che in ogni altra economia europea e la crescita dell'occupazione è stata forte. Questa svolta ha permesso ai conservatori di parlare di successo dopo tutti i sacrifici compitui dal paesi e che non fosse il caso di rischiare dando il voto ai labour, partito che a riagione o no, in mlti identificano con l'overspending e la spesa in deficit.

L'economia americana, come quella inglese, sta sperimentando una ripresa modesta sul piano del PIL con una forte crescita del lavoro. Molti americani ancora non percepiscono cambiamenti nella loro vita ma questo era vero anche per la Gran Bretagna: la mancanza di fiducia era una delle ragioni che faceva pensare a molti commentatori che i labour avrebbero potuto vincere. Alla fine, invece, gli elettori hanno premiato i conservatives per la gestione dell'economia. Se negli USA la ripresa dell'economia continua, come molti economisti ritengono, i democratici potrebbero ottenere lo stesso premio dalle urne.

Ciò comunque non significa che i labour non abbiano fatto errori o che i Dem non debbano prendere lezione da questi. La lotta di Ed Miliband a partire dalla sconfitta di suo fratello, dimostra l'importanza della scelta di un leader credibile che con solida esperienza e capacità comunicative. Miliband, nonostante in campagna elettorale abbia avuto una performance migliore delle aspettative, non ha mai veramente raggiunto questi standard. Praticamente ogni cosa che ha dichiarato con riferimento all'aumento delle diseguaglianze e alla stagnazione del tenore di vita e all'attacco dei Tories verso i più bisognosi e i disoccupati era corretto. Così come era corretto il  fatto che la tassazione è stata distorta a favore dei più ricchi dai tempi in cui la Tatcher aveva abolito le tasse sulle proprietà immobili e la rimpiazzò con una tassa pro capite, e che la Gran Bretagna ha bisogno di investire nell'educazione e nelle infrastrutture, per costruire una società con elevate competenze ed alti salari. Ma anche se Miliband e il suo team hanno fatto la diagnosi corretta,  non hanno convinto gli inglesi sul fatto che avessero la giusta ricetta. Le singole proposte labour erano popolari, ma molti elettori si sono apparentemente fidati dell'avvertenza dei tories relativamente al fatto che i labour avrebbero speso irresponsabilmente e portato lo stato alla bancarotta.

Anche qui, la situazione che devono affrontare i democratici è molto diversa e il fatto di essere al potere è un vantaggio. Qualunque piano economico assembli Hillary clinton (e qui sto dando per scontato che sia lei ad essere nominata), sarà in grado di far valere espereizna e una gestione responsabile delle finanze. A partire dal 2010, il deficit USA è sceso del 10% del PIL al 3%. Le accuse dei repubblicani contro le politiche spendaccione di Obama si sono dimostrate false e gli elettori non possono non riflettere su ciò. Se nel 2012 per il sessanta per cento degli americani l'economia risultava essere la principale sfida per il paese, nell'aprile di questo anno la percentuale è scesa al 34 per cento.

Si può sostenere che la sconfitta dei Labour sia più problematica per i Repubblicani che per i Democrats usa. Sono i Repubblicani che devono scalzare i democratici al potere.
Sono i Repubblicani ad essere il partito con guida maggiormente ideologizzata, e sono i repubblicani ad avere il record di utilizzo di surplus di budget nelle loro politiche preferite, come il taglio delle tasse e le avventure militari.
Miliband - nonostante le suoi migliori intenzioni - non ha potuto convincere gli elettori che i labour non si sarebbero ripresi quello che molti avevano ottenuto. Chiunque vincerà le primarie repubblicane, dovrà affrontare questa sfida.

martedì 28 aprile 2015

The superficialities of race

"They want to know if we can act as one people instead of a community divided by the superficialities of race". Basta questa frase per capire la pregnanza e la sofferenza delle parole al funerale di Freddie Gray, giovane afroamericano di Baltimora deceduto dopo l'arresto.

venerdì 13 marzo 2015

Washington, abbiamo un problema: Ferguson




















"What makes you think that you can treat people like you do? ", recita il neo-soul di protesta di Donnie. Un brano forte, ispirato alla cronaca recente.  
In questi tempi, infatti, sto seguendo le (preoccupanti) vicende Usa. Dai fatti di Ferguson (Missouri) - nell'agosto 2014 viene ucciso un giovane nero e disarmato, Michael Brown - passando per altre vicende altrettanto drammatiche.
Un insieme di eventi che dimostrano come ancora oggi - anno domini 2015, secondo mandato del primo Presidente afro-americano della storia a stelle strisce - esista, in America del nord, un non trascurabile problema razziale.
Episodi che fanno tornare indietro le lancette dell'orologio.
Ma - viene da chiedersi - gli USA non erano il paese del melting-pot; non stiamo parlando dello Stato che - dopo (molte) marce e (molto) sangue versato - era finalmente riuscito ad impostare un sistema in cui la diversità diveniva una ricchezza, ottimizzata e valorizzata?
La domanda è - ça va sans dire - provocatoria: nessuno è così ingenuo da pensare che l'ideale della convivenza fosse in tutto e per tutto aderente al vero, che fosse affermato, nell'entroterra (spesso retrivo), come nelle coste, da sempre avamposto di sviluppo ed integrazione sociale.
Ma l'interrogativo serve, più in generale, a capire come interpretare gli eventi cui assistiamo in questi mesi, sullo sfondo dell'immaginario costruito nei decenni dagli Stati Uniti, anche e soprattutto al di fuori dei propri confini.
"Ferguson ha dato una mazzata all'immagine dell'America come standard globale di eguaglianza, diritti umani e opportunità".
A scrivere è Stephen M. Walt, docente di affari internazionali ad Harvard.
"Il trattamento dei neri americani - continua - ha danneggiato la nostra 'mitologia' del melting pot e con essa la pretenziosa idea che l'America potesse costituire un modello ideale per il resto del mondo. Questi ultimi eventi ci ricordano che il paese ancora non ha raggiunto i livelli che pretende di inculcare agli altri".
Insomma, ipocrisia americana? O universale attitudine a predicare bene e razzolare male?
Quello che sorprende è che nel caso di molti osservatori americani, spiega Walt, i fatti siano percepiti esclusivamente come domestici, interni. Senza ricadute internazionali. Invece, c'è una forte dimensione di 'foreign-policy' negli avvenimenti del Missouri.  
Anzitutto - e lo abbiamo già detto - perché tutto ciò incide sulla "percezione" degli USA nel resto del mondo. In questo caso non si può non vedere il trade-off tra le ambizioni esterne di Washington e la capacità di costruire una nazione migliore in casa propria.
Parlando di concretezza, poi, c'è tutta la questione del bilanciamento delle risorse. A fronte del dispendio di energie fuori dai confini nazionali, quanto di potrebbe essere convertito in politica interna, a sostegno delle (infra)strutture utili alla coesione sociale?
"Quando una questione sociale dirompente come quella di Ferguson occupa tutte le televisioni - osserva Walt - questo avviene in parte anche perché abbiamo speso così tanta attenzione e così tante risorse a problemi distanti da noi, invece che concentrarci, prima e soprattutto, sulle sfide che i nostri cittadini stanno ancora affrontando".
Se le condizioni esterne influiscono sul potere statunitense, le condizioni interne lo generano: un'affermazione valida per buona parte della storia americana contemporanea, in primis per la sua politica estera.
Insomma, Ferguson dice all'America che sarà più sicura, prospera e giusta solo quando presterà più attenzione dentro ai suoi confini.
Evitando - ce lo auguriamo tutti - di uccidere i propri cittadini.




Le dichiarazioni di Walt sono tratte dal suo articolo su Foreign Policy (clicca qui). 
Ascolta il brano di Donnie: qui. 








martedì 25 marzo 2014

La diplomazia del ping pong



Il ping pong, grande protagonista della diplomazia tra Cina e Stati uniti.
Qui la first lady Michelle Obama, in visita ufficiale a Pechino.
Come tanti anni fa, torna la diplomazia del ping pong (leggi l'articolo de il Post).

martedì 18 marzo 2014

La pistola nell'orologio

Smart Gun, la pistola intelligente.
Ovvero, l'ultima frontiera della tecnologia delle armi.
In poche parole prendi due paghi - e non poco - uno: insieme all'arma, infatti, viene venduto un orologio speciale, senza il quale non è possibile sparare.
Solo quando il proprietario inserisce la password e indossa l'orologio, l'arma si sblocca. Ma ci sono anche le armi che riconoscono le impronte digitali degli "users".
Di recente un'azienda tedesca, la Armatix, ha dato il via alla vendita - sul mercato americano - del nuovo modello di pistola personalizzata, la "iP1".
Secondo alcuni queste futuristiche tecnologie contribuirebbero alla riduzione della drammatica "gun violence" a stelle e strisce, abbattendo il rischio - ad esempio - dell'uso accidentale delle armi da parte dei bambini e disincentivando l'utilizzo di armi rubate al fine di commettere crimini.
Per altri, invece, poco cambierebbe, in quanto il meccanismo per accedere al mercato delle armi e acquisirne una resterebbe lo stesso.
Di nuovo, insomma, si pensa all'arma e non al suo possessore, non riuscendo così ad evitare l'uso illegale di una tecnologia legale.




Intanto la National Rifle Association - la potentissima lobby delle armi - si prepara alla sua kermesse annuale, con un video al solito infarcito di retorica patriottica e di letture anacronistiche del II emendamento della Costituzione americana VIDEO:

 

Leggi anche:

A pretty shameful day for Washington
Well done
Smokin' Guns

lunedì 27 gennaio 2014

The State of the Union




Domani, 28 gennaio, Barack Obama pronuncerà il suo sesto discorso sullo Stato dell’Unione. Andrà in onda in prime time e a guardarlo ci saranno milioni di americani: per Mr President è l’occasione per riconquistare la fiducia degli elettori, dopo un difficilissimo un anno di presidenza: l'anno dello shutdown del governo federale (ovvero la chiusura dei rubinetti monetari di Washington), della travagliata entrata in vigore della riforma sanitaria, del datagate, della crisi delle armi chimiche siriane. 

La Casa Bianca ha lanciato una campagna di comunicazione ad hoc, per coinvolgere i cittadini nella stesura del discorso, di cui ci vengono mostrate le varie fasi di preparazione.

"The State of the Union", una tradizione. La Costituzione americana prevede che il presidente “di tanto in tanto” informi il Congresso sullo stato della nazione e i suoi programmi per il futuro. Nel tempo l’appuntamento ha assunto una scadenza fissa: una volta l’anno, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, il presidente degli Stati Uniti riferisce al Congresso in seduta plenaria alla presenza dei membri del governo e della Corte Suprema, rendendo conto delle condizioni della nazione e, soprattutto, descrivendo la sua agenda e le sue priorità per l’anno a venire, che lo staff di Obama ha definito come "anno dell'azione". 

giovedì 5 settembre 2013

La Grande Mela al voto


Uno dei video della campagna di Christine C. Quinn L'endorsement di Rudy Giuliani per Joseph J. Lhota.
Il video promozionale di Bill de Blasio


NYC va alle urne. Dopo i tre mandati dell’attuale sindaco Michael Bloomberg, la Grande Mela vota un nuovo Mayor. Il 10 settembre si terranno le primarie (se nessuno, tra i dodici candidati, otterrà più del 40 per cento dei voti, i primi due si giocheranno la candidatura in un ballottaggio il primo ottobre), mentre il voto è fissato per il 5 novembre.  

Ma chi sono i pretendenti alla poltrona più importante della più progressista e cosmopolita città degli USA (che, però, ha espresso prevalentemente sindaci repubblicani)?

Oggi ne conosciamo tre. 

Christine C. Quinn (web), democratica,
ha 46 anni ed è la presidente del Consiglio comunale, di fatto la figura istituzionale più importante in città dopo Bloomberg. È lesbica e si batte per i diritti civili, puntando in particolare al voto delle donne e della comunità gay. I suoi temi? La casa – ha proposto la costruzione di  80,000 nuove unità abitative per l e fasce deboli della popolazione – e la sanità.

Joseph J. Lhota (web), 58 anni, repubblicano,
è stato alla guida della azienda dei trasporti di New York. Vicino a Rudy Giuliani, è considerato il favorito alle primarie, ma forse è un po’ troppo di destra per attirare elettori moderati e centristi alle elezioni di novembre (New York, infatti, ha sempre optato per repubblicani censtristi).


Bill de Blasio (web), 51 anni, democratico,
è attualmente il difensore civico di New York. La sua campagna si basa su una forte critica di quanto realizzato nell’era Bloomberg. Con le sue origini italiane e con quelle caraibiche della moglie (sul suo sito ufficiale le dedica grande spazio), punta agli ethnic voters, anche se la presenza nella corsa di un candidato asiatico e di uno afroamericano rende più complicata la sfida. 



sabato 31 agosto 2013

Odi et amo

L'ultima copertina del Time fotografa bene quello che deve essere lo stato d'animo di Mr. President
(photograph by Jonathan Ernst/Reuters)
In queste ore di incertezze e indecisioni, infarcite di quel lessico ripetitivo e monotono, che fa tanto tensione internazionale (crimine, colpo e intervento le parole più usate), il caso Siria riapre, puntuale, il vaso di Pandora di valutazioni - più o meno accurate - sull'interventismo americano. Bello il pezzo di Vittorio Zucconi su Repubblica, che descrive in termini asciutti il paradosso storico di una nazione e, ora, anche di un Presidente. Il paradosso di un paese che, nato da un gruppo di padri pellegrini che fuggivano dal vischiosissimo vecchio continente e dai tutti i suoi lacci e lacciuoli, si impantana sempre in guerre combattute lontano, molto lontano. E il paradosso di un Presidente, che solo pochi giorni fa celebrava il cinquantesimo anno dalla storica giornata di "I have a dream", di un sogno di pacifismo ed eguaglianza, e che oggi si trova, controvoglia, alle prese con una crisi internazionale dalla cui gestione - così dicono - dipende la credibilità di un governo e di un paese.
«Anche in Siria - scrive Zucconi - come nei canali di Fiandra, come tra le dune della Normandia, come nelle paludi Indocinesi, come nei deserti d'Arabia, come in dozzine di altri angoli del mondo spesso sconosciuti anche ai soldati mandati a morire per loro, l'America non può sfuggire al destino di essere America». Perché? Facile: l'interventismo, secondo molti, non sarebbe altro che il rovescio della medaglia dell'imperialismo economico e commerciale nordamericano. E, all'uopo, gli Usa avrebbero non solo colto al volo le occasioni di intervento, ma anche creato le occasioni per l'intervento manu militari. Queste, in breve, le tesi di certo antiamericanismo tanto in voga da noi. Ma queste spiegazioni, impastate di dietrologia e infarcite di complottismo, non spiegano niente. Certo, la storia Usa è fatta anche di errori e di false provocazioni (Zucconi cita l'esplosione del Maine a l'Avana e l'incidente americano nel Golfo del Tonchino), ma spesso l'interventismo ha prodotto più costi che benefici.
"Non ci sono precedenti nella storia del mondo - continua il giornalista - di superpotenze che consumino tesori immensi e brucino migliaia di vite senza pretendere annessioni, tributi, cessioni totali di sovranità dai nemici vinti, come ha fatto l'America dopo il doppio intervento nella guerra dei trent'anni in Europa, fra il 1914 e il 1945». E dalle tragedie di Vietnam, Afghanistan ed Iraq, gli Usa non hanno tratto particolari vantaggi imperiali, finendo - al contrario - col perdere ogni forma di controllo su queste complesse realtà geopolitiche. «Tutto questo mentre nel 2008, quando l'imperialismo yankee avrebbe dovuto conoscere la propria apoteosi, gli Stati Uniti hanno rischiato il collasso economico totale».
Criticata e, al tempo stesso, chiamata in causa.
«Segretamente e incoffessabilmente si punta sull'eccezionalismo americano, sulla disponibilità ad intervenire con la violenza per impedire la violenza. La prepotenza americana è l'indicatore inverso della della impotenza altrui. Di fronte al vuoto di volontà, di determinazione, di semplice capacità d'azione Washington si lascia risucchiare ancora e ancora pur sapendo, come anche oggi i generali stanno dicendo a Obama, che una spedizione punitiva contro Assad è un salto nel buio dove i rischi superano di molto i possibili vantaggi. Ma l'America non può fare a meno di essere l'America, di sentirsi chiamata a rispondere e a indossare la responsabilità di essere insieme il protettore e al vittima, il poliziotto e il killer nella viltà del mondo».
In queste ore di incertezze ed indecisioni, non sappiamo se ci saranno altre tragedie, altri uomini e donne destinati a morire, in spirali di violenza che non vorremmo mai vedere.
Sappiamo solo che, per dirla con Zucconi, «non c'è un'altra America, ma soltanto questa, la somma di tutti i successi e i disastri della storia contemporanea, sempre più sola, sempre meno amata, sempre più indispensabile».

da Odiata e indispensabile, la condanna dell'America a finire in prima linea, articolo di Vittorio Zucconi, La Repubblica 31 agosto 2013, pag. 7

mercoledì 28 agosto 2013

Un sogno di eguaglianza e di pace



Un sogno di eguaglianza e di pace. Questo il senso più profondo di un discorso - "I have a dream"- che è passato alla storia. Lo pronuncia a Washington, il 28 agosto 1963, Martin Luther King, pastore della chiesa battista nera, ben presto leader e catalizzatore del movimento improntato alla non violenza ed alla disobbedienza civile. Già perché dopo un secolo dalla abolizione della schiavitù (voluta dal Presidente Lincoln e costata una guerra) i neri americani sperimentano ancora le violenze e le frustrazioni della segregazione. Nel 1964 il Civil rights Act riconosce i diritti civili ai neri, rendendo illegali le sinora consuete "separazioni" tra neri e bianchi nelle scuole, nei trasporti e nei luoghi pubblici in genere. Un anno dopo è la volta del Voting Right Act che afferma la piena partecipazione dei neri alla politica, sia come elettori che come eletti.
Con due importanti leggi federali, dunque, il movimento per i diritti civili, con tutte le sue anime e tutte le sue modalità di espressione, ottiene un primo grande successo.
Ma la marcia di emancipazione è ancora lunga.
E purtroppo - e non solo in america - non è ancora finita.

Leggi il testo del discorso di Martin Luther King.


Non solo in America...:
Scene di ordinario razzismo in ospedale

mercoledì 15 maggio 2013

I'm an Englishman in New York



Prime Minister & Prince Harry, insieme, a New York, per promuovere l'industria e il turismo made in Britain. Lo scopo è quello di incoraggiare un numero crescente di americani non solo a visitare il Regno Unito, ma anche a considerarlo una buona opportunità per studi e business. L'evento fa parte della Great Campaign, l'iniziativa governativa a sostegno dell'immagine della Gran Bretagna in giro per il mondo. Con tanto di rieditato bus a due piani."Dobbiamo essere competitivi: Stati uniti e Inghilterra vantano intelligenza, abilità e creatività", spiega Cameron. Perché, si sa, la famiglia è un po' la stessa e - accantonati gli oramai vetusti rancori della Guerra di indipendenza - le due sponde dell'atlantico sono da tempo unite da una incontrovertibile special relationship. E chissà che anche questo viaggio - insieme alla campagna di promozione più in generale - non sia il segno della sempre crescente volontà del Regno Unito giocare da singolo, di optare per il solo, in contrapposizione ad una integrazione europea nella quale crede sempre meno.

mercoledì 8 maggio 2013

La storia dell'unicorno e del cambiamento climatico



Può accadere che qualcuno – e non uno qualsiasi, ma nella fattispecie lo speaker della Camera John Boehner (Partito repubblicano) – vada in giro dicendo che le teorie scientifiche sul cambiamento climatico siano pressoché infondate. O per lo meno prive di adeguate dimostrazioni. E, insieme a lui, altri membri del Congresso Usa.
A loro modo di vedere, l’annoso problema del climate change – massima sfida per le potenze industriali del 21°secolo – sarebbe ampiamente sopravvalutato e – udite, udite – non sarebbe il prodotto delle (inquinanti) attività umane. Non occorre essere eccessivamente maliziosi per ipotizzare che dietro alle affermazioni di questi deputati ci sia lo zampino delle lobbies variamente ascrivibili al settore “Oil & Gas, Coal and Utility”, solitamente molto generose nel foraggiare i politici propensi a smontare le tesi del climate change e ad ostacolare le politiche che lo combattono. 
Ed ecco allora la mail inviata (oggi, 8 maggio 2013) da Organizing for Action, il braccio informatico di Barack Obama:

Friend --

If I said to you: "Unicorns exist, I totally just saw one galloping down the street," most likely you'd give me a sad look and get on with your day.

But what if House Speaker Boehner and the chairman of the House Science Committee said they didn't know if the science behind climate change was real. (Yeah. That actually happened.)

Now obviously, it doesn't matter if I just make stuff up about unicorns. But it matters, and it matters a whole lot, that so many of our elected officials in Washington who represent us are denying science and using that denial to refuse to take action on climate change.

It's actually dangerous -- and it matters how we react.

Each and every day that congressional leaders hold on to their bizarre fantasy world, OFA is going to be there, not letting them get away with it.


We're going to make them say it out loud -- either double-down on their claims, or come to their senses. The National Academy of Sciences and more than 13,000 peer-reviewed scientific papers all confirm that the carbon pollution in our atmosphere today is causing dangerous climate change.

The sticky thing about the truth is that it's the truth whether Congress likes it or not.

Unicorns don't exist, climate change is real, and we said we weren't going to let this go.

Sign here and help Congress get real:


Thanks,

Ivan

Ivan Frishberg
Climate Campaign Manager
Organizing for Action

Sopra il video di Organizing for Action e quello – di qualche tempo fa – in cui John Boehner dichiarava in tv l’infondatezza delle teorie scientifiche sul cambiamento climatico. Suscitando lo stupore del giornalista. E di tutti noi, ça va sans dire.