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martedì 27 ottobre 2015

Rileggere un libro: To kill a mockingbird




Jem, Atticus, Scout. Dill, Calpurnia, Boo Ridley, Mrs Maudie.

Alcuni di voi riconosceranno questi nomi, li sentiranno risuonare familiari.

Per chi ha letto "To kill a mockingbird" di Harper Lee (in Italia tradotto - non so perché - "il buio oltre la siepe", invece di "Uccidere un pettirosso") è difficile dimenticarli.
È difficile perché sono personaggi unici, protagonisti di un racconto unico.

Ho letto questo libro numerosi anni fa, tant'è vero che ne posseggo l'edizione scolastica. Ho deciso di leggerlo di nuovo. 

Seguo sempre con grande attenzione la cronaca americana e il prepotente ritorno sulle prime pagine della questione razziale, in particolare, di quella che potrebbe essere definita la "questione nera", mi ha turbato.
Il passato che non passa, quello della (dis)uguaglianza tra neri e bianchi. Una lunga marcia che sembra ancora incompiuta.
A Ferguson, dove il teenager afroamericano Mike Brown è stato ucciso da sei colpi di pistola esplosi da un ufficiale di polizia.  Ma c'è anche Walter Scott, colto a bruciapelo da colpi di arma da fuoco alle spalle in quel di Charleston, stesso luogo dell'ultimo, in ordine di tempo, drammatico attentato alla chiesa nera.

Tutti eventi degli ultimi mesi, degli ultimi anni. Legati da un filo rosso: quello dell'odio razziale, della mai sopita discriminazione di trattamento verso i neri d'America.

"Black lives matter", è diventato - oltre ad un hashtag molto popolare su Twitter - il nuovo grido dei neri e non solo, di tutti coloro che non accettano e mai accetteranno l'esistenza di disparità di trattamento basate sul colore della pelle e l'appartenenza sociale. "I can't breath", la frase pronunciata da Eric Garner, aggredito dalla polizia a New York e morto poco dopo all'ospedale , è diventato il grido di tutti, di dolorosa compartecipazione alla gravità di certi eventi.

Cercavo allora uno strumento di comprensione di conoscenza. Qualcosa che potesse confortarmi nell'analisi di questi fatti di cronaca, gravi e grotteschi insieme. Ho ripensato allora a questo testo di Harper Lee, i cui ricordi erano sfumati, ma che percepivo come fortemente significativo. Niente di meglio, allora, che rinfrescare la memoria. Anche perché i libri, si sa, non sono mai letti una volta per tutte. Quando ne riapri uno, ogni volta che sfogli di nuovo le sue pagine, è come se fosse la prima, sempre diversa. Cambia il contesto, sei cambiato tu che lo leggi: è sempre un'esperienza nuova.

Jim e Scout sono bambini, figli di un distinto avvocato (Atticus Finch) nella provincialissima provincia di Maycomb. Li vediamo crescere, nel corso del romanzo. Li vediamo passare dai giochi di infanzia all'incontro-scontro con temi spinosi che attraversano la loro comunità. Imparano a conoscere razzismo e discriminazione attraverso la loro stessa storia di famiglia: quando il padre accetta di difendere Tom Robinson, giovane "nero" ingiustamente accusato di violenza sessuale nei confronti niente meno che di una "bianca".

Jim e Scout Imparano a soffrire per le ingiustizie, oltre che a temere per le sorti del loro padre, esposto all'odio di chi non accettava che si potesse anche solo difendere le ragioni di un "negro".


"Se non dovresti difenderlo, perché lo difendi? - chiede Scout al padre. 
"Per vari motivi"  - disse Atticus - "Il principale è che non lo facessi non potrei andare più in giro con la testa alta, non potrei rappresentare la contea e non potrei nemmeno dire a te o a Jem: fa questo e non fare quello".
"Voi dire che se non difendi quell’uomo, Jem e io non potremmo darti retta?"
"Più o meno".

Privato e pubblico si mescolano - eccezionalità e potenza del racconto di Harper Lee - e la storia è quella di una famiglia che deve affrontare le conseguenze delle contraddizioni di una società intera.

L'avvocato Finch riuscirà, alla fine, a dimostrare l'innocenza di Tom Robinson, ma l'uomo sarà ugualmente condannato a morte. Un finale dove pregiudizi e verità si mescolano.
E dove emerge, forte, l'umanità di questi personaggi, padre a figli.
Impariamo ad affezionarci a loro e quando il libro finisce ne sentiamo la mancanza.
Ma sono con noi quando leggiamo increduli e angosciati le notizie di un'America ancora preda di sentimenti di odio. Irrazionali, ingiusti ed inumani.


venerdì 17 luglio 2015

Le mie prigioni



La prima volta che un Presidente Usa in carica va a far visita ad una prigione.

mercoledì 20 maggio 2015

#GimmeFive

Non finirò mai di postare i video di "Let's Move" la campagna per uno stile di vita sano e per l'esercizio fisico promossa dalla First Lady USA Michelle Obama. Questo è quello nuovo.
Lei ci mette la faccia. Ma anche pesi e guantoni.


Il tutto in risposta a questo:

  


Altro sulla scoppiettante Michelle:

Uptown Funk You Up (ft. Michelle)
Michelle Ma belle

martedì 7 aprile 2015

Uptown Funk you up (ft. Michelle)




Al tradizionale Eastrer Egg Roll alla Casa Bianca, Michelle Obama ha ballato di nuovo, sulle note di Uptown funk di Mark Ronson (ft. Bruno Mars). Lo aveva già fatto allo show di Ellen Degeneres (qui)

E io, totalmente "addicted" alla scatenata First Lady Usa, non smetto di condividere questi video.

sabato 4 aprile 2015

Let's move!

Avevo pubblicato il primo, non potevo non pubblicare il secondo. Spettacolo al Tonight Show di Jimmy Fallon. Super guest: Michelle Obama. Il pretesto è il quinto anniversario del progetto "Let's move!" fortemente voluto dalla First Lady contro l'obesità. Per la prima versione, clicca qui

martedì 25 marzo 2014

La diplomazia del ping pong



Il ping pong, grande protagonista della diplomazia tra Cina e Stati uniti.
Qui la first lady Michelle Obama, in visita ufficiale a Pechino.
Come tanti anni fa, torna la diplomazia del ping pong (leggi l'articolo de il Post).

giovedì 28 novembre 2013

Happy Thanksgiving



Mentre in Italia si discute di graziare il decaduto Berlusconi, un ben più significativo atto di clemenza avviene negli Stati Uniti: quello di Barack Obama nei confronti di due tacchini, nel giorno del Thanksgiving, che - per citare Mr President - "in genere è un brutto giorno per essere un tacchino". 

mercoledì 27 marzo 2013

Vintage Easter Egg Roll


Easter Egg Roll 1898
Easter Egg Roll 1901
Easter Egg Roll 1920s
Easter Egg Roll 1922
  
Easter Egg Roll 1923

Easter Egg Roll 1939


Easter Egg Roll 1982

Easter Egg Roll




Non c’è Pasqua, alla Casa Bianca, senza il tradizionale Easter Egg Roll. Il gioco è semplice e come tutte le cose semplici è duraturo: dal 1878 i Presidenti americani – assieme alle loro famiglie – celebrano il Lunedì dell’Angelo con questo evento un po’ speciale, che consiste nel far rotolare, con l’aiuto di un cucchiaio dal lungo manico, le uova (opportunamente decorate) sul tappeto erboso nel lato ovest della residenza presidenziale. Vince chi riesce a far compiere alle uova più a lungo. Senza romperle, ça va sans dire. In origine il gioco si svolgeva nel giardino del Capitol Hill, prima di essere proibito da un Atto del Congresso. Ma le tradizioni, si sa, sono dure a morire ed è così che – grazie al Presidente Hayes – nel 1878 il gioco si trasferì al cortile della White House. Altri ritengono sia stata la First Lady Dolley Madison – agli inizi dell’800 – ad avviare la tradizione, mentre alcuni parlano di informali Egg Roll risalenti addirittura all’epoca dell’amministrazione Lincoln. Oggi l’Egg Roll si è trasformato in una vera e propria kermesse con animazioni varie, giochi, racconti di fiabe, ma anche attività sportive e corsi di cucina legati alla campagna Let’s Move! della First Leader Michelle Obama. 

 

domenica 24 febbraio 2013

Dancing First Lady



Virale. E non poteva essere altrimenti, il video di Michelle Obama che balla - divertente e divertita come sempre - al Late Night di Jimmy Fallon. Una delle tante incursioni televisive della nostra Michelle per promuovere Let's move, la campagna anti obesità giunta oggi al terzo anno.

Ci piace, tanto.

sabato 19 gennaio 2013

America. In Action.


Prima era OFA, organizing for America. Adesso è OFA, organizing for action. Una sola parola, lo stesso acronimo, per segnare il passaggio alla fase due della macchina organizzativa e di mobilitazione a supporto della presidenza Obama.

"Il nostro impegno non si è esaurito nell'Election Day - si legge nella piattaforma dedicata - dobbiamo supportare l'agenda legislativa che abbiamo votato, formare la prossima generazione di grassroots people, volontari e leader, e organizzare  le nostre comunità". 

Già, grassroots. Una delle parole che più mi affascinano della variante democratica d'oltreoceano. Che parla di movimenti dal basso, che racconta di quella democrazia, tutta americana, basata sul door to door, che lavora sul concetto di vicinato, tra un barbecue e una serata musicale. 

Ed è una splendente Michelle, con tanto di nuovo look, a dare il via alla nuova era della macchina obamiana. 

Mi sono iscritta subito (esattamente come nel 2008) e questa è la risposta: 

Hi --

Thanks for saying you’re in for the next phase of our grassroots movement.

I’m Jon Carson, and I'll be the executive director of Organizing for Action. I’m excited to get the chance to work with you as we set out to finish what we started.

Over the next four years, we’ve got an incredible opportunity to keep moving this country forward. This grassroots movement has shown time and again that ordinary people have the power to change our country if we work together to do it.

So locally and nationally, OFA will fight for our shared values on issues like immigration reform, climate change, gun violence, balanced deficit reduction, and more.

We’ll be working with you and other supporters to write a plan for 2013. This organization will be volunteer-led, always guided by the core principles of "respect, empower, include."

That starts now. Make sure your friends and family know about Organizing for Action, and ask them to add their names now to get involved:

http://OFA.BO/aftLVr

Thanks so much for being a part of this. See you in the field.


martedì 6 novembre 2012

Hello! My name is Walter




Si chiama grassoroots movement o grassoroots democracy e sta a significare quel modo –un po’ speciale e molto anglosassone – di partecipazione alla politica. Come? La base, in tutte le sue espressioni, si mobilita, producendo una felice parentesi dell’altrimenti marcato individualismo americano. Un movimento dal basso, un esercizio di quella democrazia, tutta americana, basata sul door to door e che lavora sul concetto di vicinato, tra un barbecue, una serata musicale e una lotteria.
Ecco allora che Walter, 91 anni, veterano della seconda guerra mondiale, si mette in gioco e telefona agli elettori per sostenere la rielezione di Barack Obama.
È con persone come lui che, quattro anni fa, una campagna che sembrava improbabile, divenne probabilissima e, soprattutto, vittoriosa, regalandoci il primo Presidente afroamericano della storia degli States.
Oggi ci risiamo, e si tratta della conquista di un prezioso ‘secondo tempo’. 

mercoledì 31 ottobre 2012

Quella di ieri e quella di oggi



Questione di parole. E di note. Nel 2008 il mantra obamiano Yes we can era stato trasformato nella omonima canzone ad opera di will.i.am. 
Oggi, Anno Domini 2012, nuova parola d’ordine, Forward, e nuova corrispondente song di Ne Yo, Johnny Rzeznik, Herbie Hancock, Delta Rae e Natasha Bedingfield. 

Enjoy! 

martedì 23 ottobre 2012

Terzo round






Obama vs Romney, Romney vs Obama. Si è svolto ieri il terzo ed ultimo dibattito televisivo tra i due candidati alla Casa Bianca. E ora, inizia il countdown verso l’Election day del 6 novembre. Intanto, più o meno noti vignettisti si sbizzarriscono e ne ... disegnano di tutti i colori.


Ps: a proposito, perché i candidati alle primarie democratiche nostrane non prendono il buon esempio? Un confronto sui temi e suoi programmi non sarebbe, davvero, una cattiva idea. 


giovedì 6 settembre 2012

Le donne della Convention


La first lady, ovviamente, appassionata e convincente come sempre. Ma anche Kamala Harris, Procuratore Generale della California, la spumeggiante Tulsi Gabbard, candidata hawaiana alla House of Representative ed Elizabeth Warren, lo sceriffo di Wall Street, impegnata nel controllo delle operazioni di salvataggio delle banche.

mercoledì 5 settembre 2012

cAstro nascente




Julian Castro. Astro nascente dei Democrats Usa? Forse. Anzi, molto probabile. Così come la Convention del 2004 lanciò Barack Obama nella sua incredibile ascesa da outsider a Presidente, così la kermesse attualmente in corso a Charlotte sembra portare alla ribalta il giovane ispanico, 37 anni, sindaco di San Antonio, seconda città nel repubblicanissimo Texas (lo Stato di origine – tanto per spiegarsi – del clan Bush).
Carte da giocare ne ha, eccome. Anzitutto è carismatico: sa parlare e sa affrontare il pubblico, galvanizzandolo quanto basta. Vanta poi un’ottima istruzione, con una laurea - “with honors and distinction” – alla Stanford University, più un dottorato alla Harvard Law School.
Ha, inoltre, una storia familiare che si inserisce perfettamente nella lunga marcia per la tutela delle minoranze (la madre, Rosie, è un’attivista impegnata da sempre per i diritti civili).
Come Obama ha rappresentato gli afroamericani,  Castro darebbe voce ai “latinos” americani, che hanno ormai sfondato la soglia dei 50 milioni, rappresentando il 17% della popolazione totale. E la chiamano minoranza...  

martedì 24 luglio 2012

Inspiring First Lady



Continua la parata di stelle mobilitate per la rielezione di Barack Obama. Dopo Sarah Jessica Parker, Anna Wintour e molti altri, è la volta di Beyoncé Knowles. E' con una lettera alla First Lady ed un video che la protagonista del moderno R&B targato Usa offre il suo endorsement alla coppia presidenziale, in una campagna elettorale che si sta rivelando più difficile del previsto (impressionante la quantità di fondi raccolti dallo sfidabnte Romney - soprattutto grazie ai criticatissimi PAC - mentre il microfinanziamento pro-Obama, tanto massiccio nel 2008, oggi stenta a raggiungere i fortunati livelli del passato) . "Michelle Obama inspires me -  spiega senza mezzi termini la cantante - she is the ultimate example of a truly strong african american woman".

lunedì 4 giugno 2012

Vote and the City






«Caro amico,
è mio grande onore invitarti a partecipare all’evento che organizzo a casa mia con il Presidente e la First Lady il prossimo 14 giugno. Facendo oggi una donazione di qualsiasi importo, potrai automaticamente partecipare all’estrazione, vincere due biglietti per New York e unirti a noi».
A parlare, anzi, a scrivere – a milioni di persone che, come me, nel 2008 (in piena “Obamania”) si sono iscritte ad Organizing for America, ricevendo, da quel giorno, aggiornamenti via mail dallo staff del Presidente Usa – è Sarah Jessica Parker, l’arcinota Carrie di Sex and the City.
«Sono convinta, oggi come nel 2008, che con l’impegno di tutti noi – continua l’attrice –non solo faremo la storia, ma riusciremo a creare quel fondamentale cambiamento di cui gli americani hanno bisogno».
Il la lo aveva dato – il mese scorso – George Clooney, imbastendo un megaevento a Los Angeles, in occasione del quale i 150 partecipanti hanno sborsato (niente meno che) 40,000 $ pro capite.
Le “campaign dinner”, si sa, sono una vera miniera d’oro nella delicata fase del fundraising. Ancora più preziose per agguantare il secondo mandato.
Hollywood, del resto, ha sempre guardato alla politica, e non solo da sinistra: a parte l’attivismo di molti attori e registi liberal, numerose sono state – soprattutto nel passato – le star di destra ad aver influenzato la storia politica americana, da Reagan a Schwarzenegger.
E oggi anche il patinato mondo della moda – nella persona della zarina Anna Wintour, direttrice di Vogue USA – scende in campo, per promozionare la glamorous “New York Night” di metà giugno.
Alè.