Visualizzazione post con etichetta United States of America. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta United States of America. Mostra tutti i post

lunedì 2 ottobre 2017

God Bless America



“Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, non si potrà violare il diritto dei cittadini di possedere e portare armi”.
- II amendament, The Bill of Rights
(ratificato dal Congresso degli Usa nel 1791)

Così recita l’emendamento che sa di frontiera, di pionieri e di coloni. L'emendamento espressione di una nazione neonata che, in crescita costante ma ancora fragile, vuole difendersi. Parole che parlano della corsa all'ovest, di avventure e di polvere da sparo. Emendamento che oggi, 2017, è ancora sacro vessillo di libertà (!) per le aree più conservatrici e retrive degli Stati Uniti.
Perché, in fondo, tutto cambia e nulla cambia. Anche nel paese per antonomasia più mutevole e contraddittorio. E così ci ritroviamo ancora una volta a piangere vittime su vittime, come a Las Vegas. 
E poi c’è la NRA, National Rifle Association, potentissima lobby delle armi, tenace barriera ad ogni tentativo di legiferazione contraria ai suoi interessi. E con Donald Trump, nulla cambierà in questo grottesco, tragico e violento far west: l'attuale inquilino della Casa Bianca è stato, pensate, il primo Presidente americano ad intervenire pubblicamente alla convention della NRA dal 1983, epoca di Reagan, cosa di cui si è detto "orgoglioso". Riferendosi all'epoca Obamiana, aggiunge: è finalmente finito l'assedio lungo 8 anni alle libertà del secondo emendamento.
God Bless America

martedì 1 dicembre 2015

Una Rosa rivoluzionaria



Lei è Rosa Parks. In questo video del 1995 è ospite al Larry King Live.
Con una naturalezza incredibile racconta di come cambiò la storia.
Era il 1 dicembre del 1955, Montgomery (Alabama).
Un semplice autobus è il luogo della sua piccola grande rivoluzione: in piena segregazione razziale, scelse di non cedere il proprio posto ad un bianco.
Il suo gesto cambiò la storia dei diritti civili: nei giorni seguenti ci fu il boicottaggio dei mezzi pubblici. Il resto è storia, dalla marcia di Martin Luther King alle leggi sui diritti civili e politici degli anni '60.
Eppure è bene ricordarsi, sempre, della pacata fermezza di questa donna, oggi che ancora gli USA ed altre parti del mondo - più o meno inconsapevolmente - cadono nella tentazione di segregare qualcuno, nei fatti e negli animi.

mercoledì 24 giugno 2015

La bandiera della discordia\2



Ieri vi parlavo della questione della Confederation Flag (qui): nello Stato nordamericano del Mississippi, dopo il massacro nella chiesa afro di Charleston, ultimo di una serie di episodi che hanno riportato in primo piano la questione razziale (e - precisamente - la questione nera) negli USA, i legislatori stanno preparando una legge per rimuovere l'emblema della Confederazione dalla bandiera dello Stato.L'iniziativa rientra in una più generale richiesta di rimuovere simboli che possano evocare la schiavitù (il vessillo si richiama alla ribellione secessionista degli Stati del Sud che nel 1861 combatterono per quattro anni contro gli Stati del Nord. Le origini della guerra civile, sicuramente economiche, erano anche legate a doppio filo alla questione della schiavitù).

Se sarà o meno presente, nel futuro, sulla bandiera ufficiale dello stato del Mississippi non lo sappiamo. Di certo, però, non sarà più sul tetto delle copie giocattolo della General Lee, macchina dalla serie televisiva USA Dukes of hazzard

La scelta di Warner Bros segue quelle di Amazon, E-bay e di altri rivenditori on-line, che hanno deciso di bandire dalle proprie piattaforme la bandiera simbolo della confederazione sudista. 
Non è ancora Chiaro se la Warner Bros continuerà a vendere la copia giocattolo della macchina senza bandiera, o se deciderà di cambiare il nome stesso della famosa car: il generale Lee, infatti, era il leader degli Stati confederati del Sud durante la guerra civile che divise l'America tra il 1860 ed il 1865. 


martedì 23 giugno 2015

La bandiera della discordia

I simboli contano. Eccome, se contano. Lo dimostra quello che sta avvenendo nello Stato nordamericano del Mississippi, dopo il massacro nella chiesa afro di Charleston, ultimo di una serie di episodi che hanno riportato in primo piano la questione razziale (e - precisamente - la questione nera) negli USA. I legislatori del Mississippi, infatti, stanno preparando una legge per rimuovere l'emblema della Confederazione dalla bandiera dello Stato, iniziativa che rientra in una più generale richiesta di rimuovere simboli che possano evocare la schiavitù.


Dylann Roof, sospetto autore del massacro, compare in una serie di scatti proprio reggendo in mano proprio una "Confederate Flag" (vedi foto).

Molti afroamericani percepiscono, a ragione, la bandiera come simbolo dell'odio razziale.
In effetti il vessillo si richiama alla ribellione secessionista degli Stati del Sud che nel 1861 combatterono per quattro anni contro gli Stati del Nord. Le origini della guerra civile, sicuramente economiche, erano anche legate a doppio filo alla questione della schiavitù (gli Stati del Sud combattevano contro il nord del presidente Lincoln, nel quale non si riconoscevano, proprio perché abolizionista).
E nel 1865 - a guerra finita - Lincoln abolì la schiavitù (ma ci volle ancora un secolo - e una lunga marcia - perché i neri potessero conquistare i diritti civili e politici).


Kenny Jones, senatore dello Stato del Mississippi, sta considerando insieme ad altri rappresentanti eletti, di presentare una proposta di legge per modificare la bandiera, disegno di legge da presentare nella prossima sessione di gennaio.



venerdì 19 giugno 2015

Charleston, Usa: il passato che non passa



Poche, pacate e profonde parole da parte di un uomo per il quale la storia del razzismo contro i neri d'America coincide con la storia della propria famiglia. Martin Luther King III.

Leggi anche:

Un neo soul di protesta
Washington abbiamo un problema: Ferguson
The superficialities of race

mercoledì 13 maggio 2015

Cosa dice il voto inglese agli americani

PHOTOGRAPH BY STEFAN ROUSSEAU/AFP/GETTY


Ho letto e tradotto questo illuminante articolo di John Cassidy sul New Yorker: ci spiega quali insegnamenti possono trarre gli americani dal voto inglese. In vista delle presidenziali del 2016.
Da leggere!

Mentre David cameron compone il suo nuovo governo, nel partito labourista prosegue l'analisi dei risultati del voro. A seguito delle dimissioni del suo leader, Ed Miliband, c'è il tentativo di riportare il partito al centro della politica. Lord Mandelson, uno degli architetti del progetto centrista di "New Labour" di Tony Blair, ha così commentato le elezioni: "la ragione per cui abbiamo perso - e perso così pesantemente - sta nel fatto che nel 2010 abbiamo abbandonato il progetto del New Labour, invece che rivitalizzarlo e ridare ad esso energia, rendendolo centrale nei nuovi tempi che stavamo affrontando".
David Miliband, ex segretario delgli esteri Labour, sconfitto dal fratello alle primarie per la leadership del partito, ha detto: "penso che gli elettori ci abbiano consegnato un verdetto. Se il partito labourista non abbraccia una politica di aspirazione e di inclusione, una politica che sappia opporsi ad alcune etichette tradizionali che hanno afflitto la politica per così tanto tempo, non tornerà a vincere". 
Questo dibattito aumenterà di intensità, ora che il Labour party dovrà scegliere un nuovo leader. 
Ma quali sono le lezioni del voto inglese per le imminenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti? 
Storicamente la politica americana ed inglese hanno marciato in sincrono - si pensi a Reagan e Tatcher - e anche oggi ci sono forti legami tra i due principali partiti da una parte e dall'altra dell'Atlantico. 
Durante la campagna elettorale, David Axelrod, a lungo stratega di Obama, ha lavorato per i labour, mentre Jim Messina, il campaign manager di Obama ha collaborato con i conservatori (sì, in casa democrats in molti hanno storto il naso a fronte di questa decisione di Messina). Inoltre, alcunde delle dinamiche interne di partito che guidano le formazioni politiche nel Regno Unito hanno delle ripercussioni negli Stati uniti. Nel partito democratico, così come nel partito labourista, la componente progressista-liberal è perennemente alla ricerca di spostare il partito a sinistra e di sconfiggere l'opposizione dei centristi. Mentre i Repubblicani, come i conservatori stanno cerncando di venire a capo della materia dell'immigrazione. 
All'interno della campagna di Hillary, ci saranno senza dubbio persone che faranno eco alle argomentazioni dei Blairisti che la dura sconfitta dimostra il pericolo di uno spostamento troppo a sinistra. E - in un certo senso - queste persone hanno ragione. La piattaforma Labour - che include la promessa di alzare le tasse per i redditi più alti e di introdurre una nuova tassa sulle case multimilionarie - è stata premiata in alcune aree del paese, ad esempio nelle città, sede di numerosi liberal, college educated, così come di molti immigrati. In Greater London, ad esempio, i Labour hanno aumentato i seggi da 38 a 45. Ma nei sobborghi e nelle piccole cittadine, il messaggio progressista del partito non ha avuto successo, consentendo ai conservatori di ottenere la maggioranza alla Camera dei Comuni. 
Nonostante questo fallimento, sarebbe una semplificazione fuorviante sostenere che i Labour abbiano perso perché gli elettori hanno rifiutato il piano redistributivo, che in effetti ha avuto un risultato positivo nei sondaggi, così come lo hanno avuto altre porposte progressiste (come l'aumento del salario minimo, la riduzione dei costi del college e la garanzia di 25 ore di riposo alla settimana per le famiglie con figli piccoli). Miliband ha avuto il risultato migliore nei sondaggi quando ha promesso di eliminare la deroga che permettrva a molti ricchi redisenti British di non pagare le tasse sui rendimenti all'eserto. E la sua accusa che i Tories non finanziassero adeguatamente il National Health service ha fatto sì che i conservaotri trovassero nuovi fondi per la sanità pubblica. 

Sarebbe altrettanto un errore interpretare il risoltato delle elezioni come una generico endorsemente alle poltiche di austerità dei conservaorti, che in larga misura hanno caratterizzato il primo mandato di Cameron. Anche se i Tories hanno leggermente visto accrescere il loro risultato, i liberal-democratici, la cui partecipazione al governo di coalizione ha permesso ai concervaori di portare avanti i propri piani economici, hanno sofferto di un crollo senza precedenti, scendendo dal 23.1% del 2010 al 7.9%. 
Il voto complessivo della coalizione dell'austerity ha collassato, come ha detto Yglesias su Vox. 

Il problema dei Labour è stato che non ha conquistato il voto dei non tory. In Scozia, questo è stato decimato dallo Scottish National Party; in Inghilterra ha ceduto molti voti all'Ukip. 
Tra coloro che sono stati sconfitti, Douglas Alexander e Ed Balls, il primo sconfitto dal NSP, l'altro dai conservaoti (a causa dell'8% conquistato dall'Ukip). 
Le sorti di Alexander e Balls, due labour moderati e di lungo corso, dimostra perché è pericoloso, da una prospettiva americana, dedurre in modo eccessivo da ciò che è successo ai labour. I Democratici hanno le loro sfide da affrontare, ma essere spremuti da una parte da un partito nazionalista di sinistra e dall'altra da un partito nazionalista di destra non è un pericolo effettivo per Hillary Clinton o chiunque altro sarà il candidato Dem. Certamente, a causa della rapida crescita del voto ispanico in molte aree, il tema dell'immigrazione, che è stato centrale nell'appello dell'UKIP, rappresneta iun grande pericolo per i repubblicani. Se il candidato repubblicano non riesce a trovare il modo di neuralizzare questo possibile problema, avrà grandi problemi in stai come il Colorado, la Florida e il Nevada. 
E non è solo questa la differenza tra gli Stati uniti e Gran Bretagna. Un'altra grande differenza è che i democratici sono attualmente al potere, il che significa che - come i conservatori in Inghilterra - beneficiano dei recenti miglioramenti dell'economia. Le performance dell'economia britannica non è stata soddisfacente, la crescita del pil è stata debole e gli standard medi di vita delle persone sono ancora al disotto rispetto al 2008. Durante gli ultimi due anni, però, le cose sono migliorate: il pil inglese è cresciuto più velocemente che in ogni altra economia europea e la crescita dell'occupazione è stata forte. Questa svolta ha permesso ai conservatori di parlare di successo dopo tutti i sacrifici compitui dal paesi e che non fosse il caso di rischiare dando il voto ai labour, partito che a riagione o no, in mlti identificano con l'overspending e la spesa in deficit.

L'economia americana, come quella inglese, sta sperimentando una ripresa modesta sul piano del PIL con una forte crescita del lavoro. Molti americani ancora non percepiscono cambiamenti nella loro vita ma questo era vero anche per la Gran Bretagna: la mancanza di fiducia era una delle ragioni che faceva pensare a molti commentatori che i labour avrebbero potuto vincere. Alla fine, invece, gli elettori hanno premiato i conservatives per la gestione dell'economia. Se negli USA la ripresa dell'economia continua, come molti economisti ritengono, i democratici potrebbero ottenere lo stesso premio dalle urne.

Ciò comunque non significa che i labour non abbiano fatto errori o che i Dem non debbano prendere lezione da questi. La lotta di Ed Miliband a partire dalla sconfitta di suo fratello, dimostra l'importanza della scelta di un leader credibile che con solida esperienza e capacità comunicative. Miliband, nonostante in campagna elettorale abbia avuto una performance migliore delle aspettative, non ha mai veramente raggiunto questi standard. Praticamente ogni cosa che ha dichiarato con riferimento all'aumento delle diseguaglianze e alla stagnazione del tenore di vita e all'attacco dei Tories verso i più bisognosi e i disoccupati era corretto. Così come era corretto il  fatto che la tassazione è stata distorta a favore dei più ricchi dai tempi in cui la Tatcher aveva abolito le tasse sulle proprietà immobili e la rimpiazzò con una tassa pro capite, e che la Gran Bretagna ha bisogno di investire nell'educazione e nelle infrastrutture, per costruire una società con elevate competenze ed alti salari. Ma anche se Miliband e il suo team hanno fatto la diagnosi corretta,  non hanno convinto gli inglesi sul fatto che avessero la giusta ricetta. Le singole proposte labour erano popolari, ma molti elettori si sono apparentemente fidati dell'avvertenza dei tories relativamente al fatto che i labour avrebbero speso irresponsabilmente e portato lo stato alla bancarotta.

Anche qui, la situazione che devono affrontare i democratici è molto diversa e il fatto di essere al potere è un vantaggio. Qualunque piano economico assembli Hillary clinton (e qui sto dando per scontato che sia lei ad essere nominata), sarà in grado di far valere espereizna e una gestione responsabile delle finanze. A partire dal 2010, il deficit USA è sceso del 10% del PIL al 3%. Le accuse dei repubblicani contro le politiche spendaccione di Obama si sono dimostrate false e gli elettori non possono non riflettere su ciò. Se nel 2012 per il sessanta per cento degli americani l'economia risultava essere la principale sfida per il paese, nell'aprile di questo anno la percentuale è scesa al 34 per cento.

Si può sostenere che la sconfitta dei Labour sia più problematica per i Repubblicani che per i Democrats usa. Sono i Repubblicani che devono scalzare i democratici al potere.
Sono i Repubblicani ad essere il partito con guida maggiormente ideologizzata, e sono i repubblicani ad avere il record di utilizzo di surplus di budget nelle loro politiche preferite, come il taglio delle tasse e le avventure militari.
Miliband - nonostante le suoi migliori intenzioni - non ha potuto convincere gli elettori che i labour non si sarebbero ripresi quello che molti avevano ottenuto. Chiunque vincerà le primarie repubblicane, dovrà affrontare questa sfida.

giovedì 15 gennaio 2015

Un neo soul di protesta



Prendete un neo-soulster talentuoso come Donnie, aggiungete una dose massiccia di impegno civile ed ecco che viene fuori un brano molto speciale. Si tratta di Protester, novità nel mondo della black music che prende le mosse dai gravi fatti che nelle scorse settimane hanno scosso gli USA: vittime il più delle volte uomini di colore, oggetto di violenza da parte di chi dovrebbe difenderci, tutti. Ed è così che negli Stati Uniti del melting pot riemerge prepotente una forte tensione sociale, con più di un dubbio sulla reale integrazione degli afroamericani.
"What makes you think that you can treat people like you do?".
Questo si chiede il brano.
E ce lo chiediamo anche noi, quando assistiamo a certe immagini che non vorremmo più vedere.

(Thx to Vibe di Massimo Oldani, sempre ispirazione per la buona musica e non solo)


Leggi anche: Washington abbiamo un problema: Ferguson 

martedì 25 marzo 2014

La diplomazia del ping pong



Il ping pong, grande protagonista della diplomazia tra Cina e Stati uniti.
Qui la first lady Michelle Obama, in visita ufficiale a Pechino.
Come tanti anni fa, torna la diplomazia del ping pong (leggi l'articolo de il Post).

lunedì 27 gennaio 2014

The State of the Union




Domani, 28 gennaio, Barack Obama pronuncerà il suo sesto discorso sullo Stato dell’Unione. Andrà in onda in prime time e a guardarlo ci saranno milioni di americani: per Mr President è l’occasione per riconquistare la fiducia degli elettori, dopo un difficilissimo un anno di presidenza: l'anno dello shutdown del governo federale (ovvero la chiusura dei rubinetti monetari di Washington), della travagliata entrata in vigore della riforma sanitaria, del datagate, della crisi delle armi chimiche siriane. 

La Casa Bianca ha lanciato una campagna di comunicazione ad hoc, per coinvolgere i cittadini nella stesura del discorso, di cui ci vengono mostrate le varie fasi di preparazione.

"The State of the Union", una tradizione. La Costituzione americana prevede che il presidente “di tanto in tanto” informi il Congresso sullo stato della nazione e i suoi programmi per il futuro. Nel tempo l’appuntamento ha assunto una scadenza fissa: una volta l’anno, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, il presidente degli Stati Uniti riferisce al Congresso in seduta plenaria alla presenza dei membri del governo e della Corte Suprema, rendendo conto delle condizioni della nazione e, soprattutto, descrivendo la sua agenda e le sue priorità per l’anno a venire, che lo staff di Obama ha definito come "anno dell'azione". 

giovedì 5 settembre 2013

La Grande Mela al voto


Uno dei video della campagna di Christine C. Quinn L'endorsement di Rudy Giuliani per Joseph J. Lhota.
Il video promozionale di Bill de Blasio


NYC va alle urne. Dopo i tre mandati dell’attuale sindaco Michael Bloomberg, la Grande Mela vota un nuovo Mayor. Il 10 settembre si terranno le primarie (se nessuno, tra i dodici candidati, otterrà più del 40 per cento dei voti, i primi due si giocheranno la candidatura in un ballottaggio il primo ottobre), mentre il voto è fissato per il 5 novembre.  

Ma chi sono i pretendenti alla poltrona più importante della più progressista e cosmopolita città degli USA (che, però, ha espresso prevalentemente sindaci repubblicani)?

Oggi ne conosciamo tre. 

Christine C. Quinn (web), democratica,
ha 46 anni ed è la presidente del Consiglio comunale, di fatto la figura istituzionale più importante in città dopo Bloomberg. È lesbica e si batte per i diritti civili, puntando in particolare al voto delle donne e della comunità gay. I suoi temi? La casa – ha proposto la costruzione di  80,000 nuove unità abitative per l e fasce deboli della popolazione – e la sanità.

Joseph J. Lhota (web), 58 anni, repubblicano,
è stato alla guida della azienda dei trasporti di New York. Vicino a Rudy Giuliani, è considerato il favorito alle primarie, ma forse è un po’ troppo di destra per attirare elettori moderati e centristi alle elezioni di novembre (New York, infatti, ha sempre optato per repubblicani censtristi).


Bill de Blasio (web), 51 anni, democratico,
è attualmente il difensore civico di New York. La sua campagna si basa su una forte critica di quanto realizzato nell’era Bloomberg. Con le sue origini italiane e con quelle caraibiche della moglie (sul suo sito ufficiale le dedica grande spazio), punta agli ethnic voters, anche se la presenza nella corsa di un candidato asiatico e di uno afroamericano rende più complicata la sfida. 



giovedì 20 giugno 2013

mercoledì 8 maggio 2013

La storia dell'unicorno e del cambiamento climatico



Può accadere che qualcuno – e non uno qualsiasi, ma nella fattispecie lo speaker della Camera John Boehner (Partito repubblicano) – vada in giro dicendo che le teorie scientifiche sul cambiamento climatico siano pressoché infondate. O per lo meno prive di adeguate dimostrazioni. E, insieme a lui, altri membri del Congresso Usa.
A loro modo di vedere, l’annoso problema del climate change – massima sfida per le potenze industriali del 21°secolo – sarebbe ampiamente sopravvalutato e – udite, udite – non sarebbe il prodotto delle (inquinanti) attività umane. Non occorre essere eccessivamente maliziosi per ipotizzare che dietro alle affermazioni di questi deputati ci sia lo zampino delle lobbies variamente ascrivibili al settore “Oil & Gas, Coal and Utility”, solitamente molto generose nel foraggiare i politici propensi a smontare le tesi del climate change e ad ostacolare le politiche che lo combattono. 
Ed ecco allora la mail inviata (oggi, 8 maggio 2013) da Organizing for Action, il braccio informatico di Barack Obama:

Friend --

If I said to you: "Unicorns exist, I totally just saw one galloping down the street," most likely you'd give me a sad look and get on with your day.

But what if House Speaker Boehner and the chairman of the House Science Committee said they didn't know if the science behind climate change was real. (Yeah. That actually happened.)

Now obviously, it doesn't matter if I just make stuff up about unicorns. But it matters, and it matters a whole lot, that so many of our elected officials in Washington who represent us are denying science and using that denial to refuse to take action on climate change.

It's actually dangerous -- and it matters how we react.

Each and every day that congressional leaders hold on to their bizarre fantasy world, OFA is going to be there, not letting them get away with it.


We're going to make them say it out loud -- either double-down on their claims, or come to their senses. The National Academy of Sciences and more than 13,000 peer-reviewed scientific papers all confirm that the carbon pollution in our atmosphere today is causing dangerous climate change.

The sticky thing about the truth is that it's the truth whether Congress likes it or not.

Unicorns don't exist, climate change is real, and we said we weren't going to let this go.

Sign here and help Congress get real:


Thanks,

Ivan

Ivan Frishberg
Climate Campaign Manager
Organizing for Action

Sopra il video di Organizing for Action e quello – di qualche tempo fa – in cui John Boehner dichiarava in tv l’infondatezza delle teorie scientifiche sul cambiamento climatico. Suscitando lo stupore del giornalista. E di tutti noi, ça va sans dire.

giovedì 18 aprile 2013

"A pretty shameful day for Washington”



La reazione, dura e comprensibilmente rabbiosa, di Barack Obama al voto del Senato che ha bloccato la "Gun Control Legislation".

Mentre Fox news taglia rocambolescamente la conferenza stampa del Presidente, salvo poi scusarsi:



mercoledì 27 marzo 2013

Easter Egg Roll




Non c’è Pasqua, alla Casa Bianca, senza il tradizionale Easter Egg Roll. Il gioco è semplice e come tutte le cose semplici è duraturo: dal 1878 i Presidenti americani – assieme alle loro famiglie – celebrano il Lunedì dell’Angelo con questo evento un po’ speciale, che consiste nel far rotolare, con l’aiuto di un cucchiaio dal lungo manico, le uova (opportunamente decorate) sul tappeto erboso nel lato ovest della residenza presidenziale. Vince chi riesce a far compiere alle uova più a lungo. Senza romperle, ça va sans dire. In origine il gioco si svolgeva nel giardino del Capitol Hill, prima di essere proibito da un Atto del Congresso. Ma le tradizioni, si sa, sono dure a morire ed è così che – grazie al Presidente Hayes – nel 1878 il gioco si trasferì al cortile della White House. Altri ritengono sia stata la First Lady Dolley Madison – agli inizi dell’800 – ad avviare la tradizione, mentre alcuni parlano di informali Egg Roll risalenti addirittura all’epoca dell’amministrazione Lincoln. Oggi l’Egg Roll si è trasformato in una vera e propria kermesse con animazioni varie, giochi, racconti di fiabe, ma anche attività sportive e corsi di cucina legati alla campagna Let’s Move! della First Leader Michelle Obama. 

 

mercoledì 20 marzo 2013

E sono dieci


Kuwait: i preparativi dei Marines americani all'ordine di attraversare il confine iracheno, 20 marzo 2003 - CNN
Washington: le prime pagine dei giornali - CNN
Fumo e fiamme si alzano da Baghdad dopo un massiccio attacco aereo, 21 marzo 2003 - CNN
Marines camminano sullo sfondo del panorama desolato di Nasiryah, 26 marzo 2003




Maggio 2009, il corpo di un militare statunitense viene trasportato
Le tombe di un cimitero costruito in un campo di calcio, Falluja, maggio 2004 - CNN
Al cimitero Nazionale di Arlington (Washington), maggio 2007
 Un tecnico al lavoro nella fabbrica di protesi di Baghdad, dicembre 2011 - CNN
Narwan, Luglio 2008
Approfondisci su:

giovedì 7 marzo 2013

Parole, parole, parole



Sembra impossibile, ma non lo è. E sembra illegale, ma non lo è. Stiamo parlando del filibustering, pratica in uso nel Senato degli Stati Uniti allo scopo (esplicito) di esercitare ostruzionismo rispetto ad una determinata votazione. Come? Parlando. Parlando senza sosta. L'escamotage si basa sull'assenza di limiti agli interventi dei singoli senatori. Ed è così che Rand Paul - senatore del Kentucky, repubblicano ed esponente del Tea Party - ha parlato ininterrottamente per 13 ore - da mezzogiorno di mercoledì alle 12.39 di giovedì - pur di far saltare la votazione sulla conferma di Brennan a capo della CIA. Il Senato, infatti, è stato costretto a riaggiornare la seduta.
Il suo intervento ha avuto come main issue la questione dell'utilizzo dei droni da parte dell'amministrazione Obama.
In questi casi, l'ostruzionismo può essere superato solo con una mozione, che deve però essere votata a maggioranza qualificata. 
Nonostante la maratona, Paul non ha raggiunto quello che rimane il recordman in fatto di ostruzionismo: Strom Thurmond, la cui impresa, nel 1957, durò più di 24 ore.
Il video che posto vi fa vedere i minuti finali dell'impresa.