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lunedì 27 giugno 2016

Brexit: a scottish point of view

Nate Kitch's illustration (The Guardian)
























Kirstie, what's your opinion on what is happening in the Uk?

It's very tricky. Some wanted out and some voted in spite without thinking of the consequences. It's a bit of a shock that it's gone through for everyone. I hope it gets rejected in parliament, Nicola Sturgeon and her MPs are potentially going to reject the leave of the EU on behalf of Scotland which would veto it. She is frantically trying to keep Scotland in as the majority here want in.

What do you think about the geographic distribution of the vote?

The main point is that most of the big cities voted to stay as they no the benefits of membership due to being diverse where as rural people voted out. Older people tended to vote out more than the young as they want to go back to the 'good old days' and lots of young people didn't vote at all. But the old days are gone and that has nothing to do with EU. It's sad that the poor areas that benefit from extra funding are the ones that voted out! I believe most people who voted out don't know much about the issues and the leave campaign was targeted at people who think our problem are due to lots of foreign people clogging up our systems which isn't true. It was a shock to a lot of people who voted no as they didn't think it was going to actually happen. But nobody knows what's going to happen, everything is all over the place and people are petitioning government to have another vote.

EuRef has represented a severe political conflict...

Aparently Boris Johnson, who lead the leave side, decided to go for leave campaign so that he would be against Cameron and show himself to be a good candidate but never actually wanted to win. It looks like it was a vanity contest. A friend of Boris said he wrote 2 articles, one for leave and one to stay. His friend read them and said stay was more passionate but he said he had to go for leave as he wanted to go against Cameron to show himself in the lime light. Nobody wants Boris to be prime minister, in fact I think anyone who goes against him would get it. Everyone is blaming Corbyn as the reason so many people voted to leave as he couldn't unite them. Everyone on the leave side looks miserable and stressed I don't think they know what they are doing or actually wanted to win. Cameron looks stressed, looks like it's tough times!

What do you think Scotland should do?

I didn't want independence as I liked being part of the UK, but this has swung me more to the side of independence as I'd rather be part of the EU but I'd want to take London and Northern Ireland to as they want to be in the EU. I trust Nicola to act for Scotland though. I hope it all gets fixed but I don't know, it all looks bleak at the moment. The only positive think is the Scottish government fighting for it, if that wasn't going on it would be incredibly depressing here!

Tell me something about the perception on "migration" issue.

First of all, I just hope everyone outside of the UK doesn't think we all hate Europeans! I have lot of friends here from all over Europe who have lived here for years and are scared about the future. I think people are getting greedy and wanting to fend for themselves. The whole point of the EU is to help each other, scary how people are getting so anti immigration. My colleague is Muslim and gets shouted at every so often to get out the country. I still have hope that it'll be fixed somehow...

This morning Boris Johnson said UK will continue to "intensify" cooperation with EU following referendum result, what do you think about it?

He is right, now is the time to build bridges, our country needs it. I am interested to see how the leave result will work in practice and how they plan to unite people again. The fractions are deep and it won't be easy, Especially as it will effect all our lives especially our non British citizen colleuges, neighbours and friends living here who contribute so much. I hope what we end up with is not too different to what we have at the moment but I suppose all we can do at the moment is wait and see what the next move is in what feels at times like a political chess game.


Kirstie McDonald, 26, accountant, lives in Edinburgh. She works in small business and charity sector.





lunedì 9 maggio 2016

9 maggio: #EuropeDay


Ho partecipato alla rubrica Buongiorno Europa della Tgr dell'Umbria il giorno 9 maggio per parlare dell'anniversario della Dichiarazione Schuman e dei principali appuntamenti in Umbria legati a questa ricorrenza. 

9 MAGGIO 1950 - Dichiarazione Schuman 

La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.
Il contributo che un'Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent'anni antesignana di un'Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L'Europa non è stata fatta : abbiamo avuto la guerra.

L'Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L'unione delle nazioni esige l'eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l'azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania.
A tal fine, il governo francese propone di concentrare immediatamente l'azione su un punto limitato ma decisivo.
Il governo francese propone di mettere l'insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un'organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei.
La fusione della produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime.
La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile. La creazione di questa potente unità di produzione, aperta a tutti i paesi che vorranno aderirvi e intesa a fornire a tutti i paesi in essa riuniti gli elementi di base della produzione industriale a condizioni uguali, getterà le fondamenta reali della loro unificazione economica.
Questa produzione sarà offerta al mondo intero senza distinzione né esclusione per contribuire al rialzo del livello di vita e al progresso delle opere di pace. Se potrà contare su un rafforzamento dei mezzi, l'Europa sarà in grado di proseguire nella realizzazione di uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano. Sarà così effettuata, rapidamente e con mezzi semplici, la fusione di interessi necessari all'instaurazione di una comunità economica e si introdurrà il fermento di una comunità più profonda tra paesi lungamente contrapposti da sanguinose scissioni.
Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace.Per giungere alla realizzazione degli obiettivi cosi' definiti, il governo francese è pronto ad iniziare dei negoziati sulle basi seguenti.
Il compito affidato alla comune Alta Autorità sarà di assicurare entro i termini più brevi: l'ammodernamento della produzione e il miglioramento della sua qualità: la fornitura, a condizioni uguali, del carbone e dell'acciaio sul mercato francese e sul mercato tedesco nonché su quelli dei paese aderenti: lo sviluppo dell'esportazione comune verso gli altri paesi; l'uguagliamento verso l'alto delle condizioni di vita della manodopera di queste industrie.
Per conseguire tali obiettivi, partendo dalle condizioni molto dissimili in cui attualmente si trovano le produzioni dei paesi aderenti, occorrerà mettere in vigore, a titolo transitorio, alcune disposizioni che comportano l'applicazione di un piano di produzione e di investimento, l'istituzione di meccanismi di perequazione dei prezzi e la creazione di un fondo di riconversione che faciliti la razionalizzazione della produzione. La circolazione del carbone e dell'acciaio tra i paesi aderenti sarà immediatamente esentata da qualsiasi dazio doganale e non potrà essere colpita da tariffe di trasporto differenziali. Ne risulteranno gradualmente le condizioni che assicureranno automaticamente la ripartizione più razionale della produzione al più alto livello di produttività.
Contrariamente ad un cartello internazionale, che tende alla ripartizione e allo sfruttamento dei mercati nazionali mediante pratiche restrittive e il mantenimento di profitti elevati, l'organizzazione progettata assicurerà la fusione dei mercati e l'espansione della produzione.
I principi e gli impegni essenziali sopra definiti saranno oggetto di un trattato firmato tra gli stati e sottoposto alla ratifica dei parlamenti. I negoziati indispensabili per precisare le misure d'applicazione si svolgeranno con l'assistenza di un arbitro designato di comune accordo : costui sarà incaricato di verificare che gli accordi siano conformi ai principi e, in caso di contrasto irriducibile, fisserà la soluzione che sarà adottata.
L'Alta Autorità comune, incaricata del funzionamento dell'intero regime, sarà composta di personalità indipendenti designate su base paritaria dai governi; un presidente sarà scelto di comune accordo dai governi; le sue decisioni saranno esecutive in Francia, Germania e negli altri paesi aderenti. Disposizioni appropriate assicureranno i necessari mezzi di ricorso contro le decisioni dell'Alta Autorità.
Un rappresentante delle Nazioni Unite presso detta autorità sarà incaricato di preparare due volte l'anno una relazione pubblica per l'ONU, nelle quale renderà conto del funzionamento del nuovo organismo, in particolare per quanto riguarda la salvaguardia dei suoi fini pacifici.
L'istituzione dell'Alta Autorità non pregiudica in nulla il regime di proprietà delle imprese. Nell'esercizio del suo compito, l'Alta Autorità comune terrà conto dei poteri conferiti all'autorità internazionale della Ruhr e degli obblighi di qualsiasi natura imposti alla Germania, finché tali obblighi sussisteranno.

giovedì 28 aprile 2016

L'A B C di Schengen


Se ne parla tanto in questi mesi caratterizzati da una forte pressione migratoria in atto nei confronti del Vecchio Continente, mentre lo spettro di muri e reti divisorie ricompare più sinistro che mai.
Ma cosa è esattamente la cosiddetta "Area Schengen"? Come funziona e da quali regole è caratterizzata?
La storia ha inizio nel Lussemburgo, a Schengen appunto, nel 1985 in occasione della firma di un accordo intergovernativo il cui obiettivo è quello di garantire la libertà di circolazione delle persone, libera circolazione che - insieme a quella delle merci, dei servizi e dei capitali - ha costituito uno degli aspetti più evidenti dell'integrazione europea. Ogni cittadino dell'Unione può viaggiare, spostarsi e lavorare all'interno dei paesi europei senza intoppi alle frontiere.
Nel 1990 viene firmata la Convenzione che implementa l'accordo di 5 anni prima. Ma ci vuole un ulteriore lustro perché il sistema Schengen diventi realtà (1995), coinvolgendo - siamo all'inizio - solo 7 Stati. In altre parole, la cooperazione di Schengen permette di attraversare i confini interni senza essere sottoposti ai controlli alle frontiere.
Ad oggi qual è la situazione? Del sistema Schengen fanno parte 26 Stati, di cui:

22 Paesi appartenenti all'Ue, con eccezione di Bulgaria, Cipro, Croazia, Romania, Irlanda e Regno Unito

4 Stati NON UE, ossia: Islanda, Norvegia, Svizzera, Liechtenstein.

L'assenza de facto di frontiere interne, dunque, garantisce la libertà di movimento a 400 milioni di cittadini europei, così come a molti non cittadini europei. Ogni persona può attraversare le frontiere interne senza essere oggetto di controlli alla frontiera. Ciò non toglie che possano essere effettuati controlli di polizia disposti dalle autorità nazionali, purché la finalità del controllo non sia l'attraversamento della frontiera in quanto tale, ma altre esigenze di polizia e di informazione finalizzata alla tutela della sicurezza e della legalità.
Ma veniamo alle possibili sospensioni di Schengen: il sistema permette agli Stati membri di reintrodurre controlli alle frontiere in caso di eventi che minaccino seriamente la sicurezza pubblica e la sicurezza interna. Viene chiarito che: "la reintroduzione dei controlli alle frontiere deve rimanere un'eccezione, in  linea con il principio di proporzionalità. Inoltre, l'estensione della sospensione della libertà di movimento deve essere strettamente legata alla sussistenza della minaccia.
Nonostante queste che potremmo definire "avvertenze", rimane il fatto che sospendere o meno la libertà di circolazione è prerogativa degli Stati Membri: la commissione europea può solo pronunciarsi sulla necessità e sulla proporzionalità della scelta del singolo Stato membro. Nessun veto UE è possibile in questo senso.
Esistono 3 fattispecie che permettono la reintroduzione di controlli alle frontiere:

1) In caso di "Eventi prevedibili" (es. eventi sportivi) : la durata della misura è limitata a 30 giorni rinnovabili (ma non per un totale che ecceda i 6 mesi). Lo Stato membro deve notificare questa decisione alla Commissione ed agli altri stati almeno quattro settimane prima della reintroduzione dei controlli alle frontiere.

2) Casi che richiedono azioni immediate: è possibile, per uno o più Stati membri reintrodurre i controlli alla frontiera senza preavviso e per la durata di 10 giorni. Commissione e altri Stati membri devono essere tempestivamente avvisati. i diedi giorni possono essere prolungati di venti giorni, entro un massimo di due mesi.

3) Casi in cui circostanze eccezionali mettono in crisi il sistema Schengen nel suo insieme.
In presenza di serie e persistenti minacce alla sicurezza interna e alla sicurezza pubblica, il Consiglio può, su proposta della Commissione, raccomandare che uno o più Stati membri reintroducano i controlli alla frontiera. Si tratta di una cosiddetta ultima spiaggia, misura tesa a salvaguardare un comune interesse dell'Area Schengen nel suo complesso.

Delineate le casistiche previste, vediamo alcuni casi recenti di sospensione del sistema Schengen:


Ma area Schengen non significa solo libertà di transito attraverso i confini interni, ma anche cooperazione in materia giudiziaria e di polizia con riferimento ai confini esterni. Le autorità degli Stati europei lavorano assieme a tutela della sicurezza dei cittadini e di coloro che viaggiano nel territorio europeo. L'abolizione dei controlli ai confini interni, non può - questo è il senso - andare a scapito della sicurezza. Dal momento che non esistono controlli ai confini tra gli Stati dell'area Schengen, i paesi UE hanno decido di unire le forze al fine di conseguire un duplice obiettivo: aumentare la sicurezza attraverso un efficace controllo delle frontiere esterne e facilitare l'accesso a coloro che hanno un legittimato interesse ad entrare nell'Unione. 
Esistono anzitutto meccanismi di condivisione delle informazioni come il VIS, Visa Information System, che permette agli Stati Schengen di scambiare i dati dei visti, in particolare quelli relativi ai soggiorni brevi; Il SIS, Schengen Information System, invece, permette di scambiare dati sui sospetti criminali o persone che possono non avere il diritto di entrare e risiedere nel territorio dell'Unione.
Con riferimento specifico ai confini esterni, e dunque all'ingresso e transito dei non-europei, è di pochi giorni fa la notizia che la Commissione intende rafforzare il Sistema di informazione sulla sicurezza dei confini, attraverso il potenziamento di database e tecnologie per assicurare una migliore condivisione dei dati, nel rispetto della privacy (per maggiori informazioni qui).
Insomma, stando a quanto detto prima, la scelta dell'Austria con riferimento ai controlli al Brennero ed alla creazione di una frontiera anche fisica attraverso rete metallica, non sembrerebbe affatto rientrare nelle fattispecie previste dal diritto europeo.


mercoledì 6 gennaio 2016

#EuReform: Cameron al lavoro


"With permission, Mr Speaker, I would like to make a statement on the European Council meeting which took place before Christmas" 
Inizia così - il 5 gennaio 2016 - l'intervento del Primo Ministro inglese David Cameron alla House of Parliament su quanto avvenuto nel corso dell'ultimo Consiglio europeo del 2015. 
Il meeting - tra le altre cose - affrontava lo scotttante tema della cosiddetta "UK’s renegotiation", la riforma della membership nell'Ue voluta da Londra, in vista del referendum del 2017 che permetterà agli inglesi di decidere se restare o meno nelle stanze dei bottoni brussellesi.
"Ho delineato - spiega Cameron - le 4 aree nelle quali il Regno Unito intende promuovere significative riforme. Con riferimento alla sovranità ed alla sussidiarietà, ho chiarito che il nostro paese non intende far parte di una Unione sempre più stretta, ma che intende, anzi, rafforzare il ruolo dei parlamenti nazionali". 
Sul piano della competitività, Cameron chiarisce che "l'Ue dovrebbe rafforzarla piuttosto che comprimerla: servono - spiega - nuovi accordi commerciali, una riduzione della regolamentazione ed il completamento del mercato unico". 
Con questo ultimo passaggio, impossibile non notarlo, il discorso di Cameron diventa lievemente contraddittorio, laddove si augura un completamento del single market, aspetto che significa di per sé un rafforzamento dell'Ue e di uno dei suoi storici e maggiori risultati. 
Il PM poi si riferisce alla questione monetaria, augurandosi che - nell'ambito dellì'integrità del mercato unico - non ci siano discriminazione e detrimento per i paesi, come l'UK, fuori dall'Euro. 
Il tema della politica migratoria, poi, vede Cameron sottolineare la necessità di contrastare gli abusi della libertà di movimento, facendo sì che il sistema di welfare britannico non sia, per i migranti, una finta esca (letteralmente "artificial draw"). 
"Mr Speaker, this is the first time a country has tried to renegotiate its membership of the EU from a standing start".
"Molti, prosegue, dubitavano ciò fosse possibile, mentre questo Consiglio ha dedicato una intera sessione a questo tema, con il contributo di ciascuno degli altri leader europei". 
"C'è - spiega il Primo Ministro - una forte volontà di far rimanere il Regno Unito nell'Ue. I leader europei hanno sottolineato che per il bene dell'Europa unita occorre mantenere al suo interno la Gran Bretagna, delineando una chiara volontà di raggiungere un accordo". 
C'è stata una discussione su tutte le quattro aree e in tutte sono emerse difficoltà. Il tema più spinoso è risultato essere quello della libertà di circolazione e del welfare. "Nondimeno, spiega Cameron, ho riscontrato una grande prova di buona volontà". 
Alla fine delle discussioni il Consiglio ha determinato di lavorare per il raggiungimento di soluzioni soddisfacenti per tutti i quattro punti: é importante che le conclusioni parlino di "soluzioni" e non di "compromessi". 
Secondo Cameron, queste soluzioni debbono avvenire attraverso riforme vincolanti giuridicamente ed irreversibili. 
E Cameron arriva al dunque: "Se arriviamo i fondo ed otteniamo questi cambiamenti, riusciremo a modificare le relazioni UK-UE, dando risposte alle preoccupazioni dei cittadini inglesi. Se non ci riusciamo, non posso escludere nulla" (e qui Cameron si riferisce, non citandola, all'uscita del paese dall'Ue). 
"La mia intenzione è fare sì che alla fine della rinegoziazione il Governo inglese raggiunga una raccomandazione e che, poi, si svolga il referendum, nel quale, come è ovvio, sono i cittadini a scegliere e non i politici. Come detto prima di Natale, ci sarà una chiara posizione del Governo, ma sarà possibile per i singoli ministri prendere posizioni personali. Saranno i cittadini britannici a decidere per il futuro di questo paese votando nel referendum se stare o no dentro una UE riformata". 
Leggi qui tutto il discorso di Cameron
Altri post sullo stesso tema: 
Cosa dice il voto inglese agli americani
Victory Speech(es)
Cameron, operazione simpatia
Una botta al cerchio, una alla botte
Cameron vs Juncker

sabato 25 luglio 2015

Condizionatori e tasse? Tutto falso



Ebbene sì, la vulgata dell'Europa delle tasse e dei balzelli ha di nuovo provocato l'ennesima ondata (è proprio il caso di dirlo) di disinformazione. È quanto avvenuto con riferimento alla cosiddetta tassa sui condizionatori d'aria che, però, non esiste!
A scatenare l'allarme due associazioni di consumatori (Federconsumatori e Adusbef): secondo la loro interpretazione dei fatti alcune normative europee  avrebbero obbligato i proprietari di condizionatori d'aria a dotarsi di libretto di impianto e a procedere a regolari controlli, con "aggravi economici per le famiglie". In poche ore la notizia è stata ripresa da politici ed organi di stampa, felici di poter dare l'ennesima stoccata all'Europa matrigna e vessatrice.
Peccato che tutto ciò sia semplicemente falso.
Tanto che il Ministero dello sviluppo economico MISE ha pubblicato sul suo sito una nota che recita:


Mise: nessuna tassa sui condizionatori delle abitazioni

È quanto precisa il Ministero dello Sviluppo economico in merito a notizie pubblicate su organi di stampa. Il Dicastero comunica altresì che l'Italia ha introdotto, al fine di adeguarsi alle direttive europee, prescrizioni per il miglioramento dell'efficienza energetica nel condizionamento per tutelare l'ecosistema e favorire risparmio economico e competitività.
Quanto a impianti di maggior potenza installati presso gli esercizi commerciali, occorre evidenziare che a fronte della spesa per la corretta manutenzione, vi sono importanti vantaggi. Infatti, oltre a garantire la sicurezza, la riduzione dei consumi per il miglioramento dell'efficienza comporta una riduzione della spesa per la bolletta energetica.
Per quanto riguarda gli incentivi, si segnala che sono a disposizione dei cittadini e delle imprese diversi strumenti di agevolazione. Il cosiddetto ECOBONUS garantisce la detrazione fiscale del 65% delle spese sostenute per la sostituzione di condizionatori con impianti più efficienti. Inoltre, le detrazioni fiscali per la ristrutturazione edilizia consentono di detrarre il 50% della spesa per l'acquisto di nuovi impianti. Un ulteriore strumento particolarmente adatto alle imprese che intendono sostituire gli impianti di condizionamento con altri più efficienti è il cosiddetto "Conto termico" che mette a disposizione incentivi per gli impianti a fonti rinnovabili.

Quello che è accaduto, insomma, è che sono state introdotte alcune regole di efficientamento dei sistemi di condizionamento d'aria (secondo quanto previsto dalla direttiva europea 31 del 2010, recepita in ritardo dall'Italia).
Inoltre, i controlli agli impianti sono previsti solo per i grossi impianti (dalla potenza minima di 12kw, mentre quelli domestici sono di 2kw.
Comunicare l'europa non è semplice.
Comunicarla male è facilissimo e molto dannoso.

lunedì 8 giugno 2015

Cameron: sì al referendum e sì all'Europa


Photograph: Carl Court/Getty Images

“I’ve been very clear. If you want to be part of the government, you have to take the view that we are engaged in an exercise of renegotiation, to have a referendum and that will lead to a successful outcome.”

A parlare è il Primo Ministro inglese David Cameron, di fronte ai giornalisti, in occasione del G7 in Germania.
Si riferisce al referendum sulla membership inglese all'Ue, promesso dal suo stesso governo e da realizzarsi entro il 2017.

Appartenenza alla casa comune europea: sì o no?

"I membri del governo - spiega Cameron - dovranno sostenere al campagna per il sì, impegnandosi nel processo di rinegoziazione che Londra chiede a Bruxelles circa le regole del gioco".

"David Cameron - si legge sul The Guardian - has given his clearest warning that he will sack any government minister who wants to campaign to quit the European Union, insisting the government will not be neutral once he has struck a deal on a new relationship with the EU.

Le sue affermazioni hanno sollevato qualche polemica: le voci critiche chiedono il riconoscimento della libertà di voto per i membri del governo.
David Cameron ha tentato una marcia indietro, dicendo che le sue parole sono state - cito - "over interpreted" e che lui si riferiva solo al fatto che i ministri dovessero condividere la responsabilità collettiva durante il processo di rinegoziazione delle regole di appartenenza e di funzionamento dell'Ue.  


Leggi anche: 



martedì 26 maggio 2015

Unione (dis)integrata?


Lucio Caracciolo, saggista e direttore della rivista di geopolitica Limes, è da tempo critico circa le modalità che hanno accompagnato il processo di integrazione. Ne ho già parlato su questo Blog, intervistando Enrico Letta proprio sul testo scritto a quattro mani con Caracciolo, "L'Europa è finita". 
E il direttore di Limes, lo conferma anche oggi, con un editoriale su Repubblica. 

"L'Europa - scrive - è tornata alla normalità: ognuno per sé, nessuno per tutti. Un quarto di secolo fa il Muro di Berlino crollava, la Porta di Brandeburgo veniva riaperta. Di qui conseguiva, stando alle oleografie del tempo, niente meno che la "riunificazione dell'Europa" (il fatto che non lo fosse mai stata pareva trascurabile). Oggi questo continente, in specie l'Unione Europea che per noi italiani ne è sinonimo, appare diviso in un arcipelago di isole che alzano ponti e fortificano barriere per sventare presunte invasioni barbariche, dove i barbari sarebbero (anche) altri europei".

La sua analisi odierna prende le mosse dalla cronaca politica di questi giorni, con la vittoria del candidato della destra nazionalista, Duda, alle elezioni presidenziali polacche e l'affermazione di Podemos nel voto amministrativo di Barcellona e di Madrid. Tutti elementi che si aggiungono allo scenario di fondo che prevede la possibilità di una doppia uscita dall'Unione (diversissima per motivazioni): quella di Regno Unito e Grecia. Secondo Caracciolo, ciò è la dimostrazione plastica del "grado di disintegrazione raggiunto dal processo di integrazione europea".

Troppo facile, secondo il direttore di Limes, sarebbe poi dare la colpa ai "populisti" di destra e di sinistra, "da Salvini a Tsipras passando per Le Pen e Iglesias, irresponsabili agitatori che parlano alla pancia della gente esasperata dalla selvaggia crisi economica degli ultimi otto anni, da cui stentiamo a uscire, e dal senso di deprivazione che ne deriva. "Tutti in un calderone - nazistelli, opportunisti e democratici sinceri. Bollati quali nemici del buon tono, che ci rovinano il gusto dei frutti dell'albero piantato sessant'anni fa dai padri fondatori. Spiegazione di comodo".

"È ovvio che in questo clima avvelenato alcuni imprenditori politici speculino su paure diffuse  -  peraltro fondate  -  per raccattare voti e profilarsi come vendicatori del popolo contro i poteri stabiliti. È altrettanto scontato che costoro non abbiano interesse a risolvere i problemi che denunciano, e anzi godano ogni volta che il demone dell'eurocrisi avanza di un passo verso il baratro. Ed era prevedibile, come scrisse vent'anni fa Tony Judt, che l'europeismo di maniera intento a rimuovere la realtà delle nazioni sarebbe diventato "una risorsa elettorale dei nazionalisti virulenti".

Insomma, se la diagnosi di Caracciolo sembra essere, per molti versi, corretta, la sua terapia qual è? 
Non ne parla esplicitamente, ma la lascia intendere: abbandonare il processo di integrazione.

Eppure, bisognerebbe tenere conto di una serie di elementi.

Anzitutto l'Unione è sospinta di volta in volta dalla volontà politica prevalente: chi ha detto - e già la cosa si sta profilando - che l'ortodossia dell'austerità non possa lasciare il posto ad una politica della crescita?

Inoltre, c'è da tenere conto del contesto congiunturale di crisi (prima finanziaria, poi economica), il cui virus è rapidamente passato attraverso le due sponde dell'Atlantico. Di questo contesto qualsiasi progetto avrebbe risentito pesantemente, impossibile negarlo.

Insomma, se la casa comune ha bisogno di essere ristrutturata, lo si faccia, invece che pensare di demolirla.

Ecco che allora servirebbe una governance comune della politica economica dei paesi dell'Eurozona, così come di una politica estera (davvero) comune, che comunque sarebbe molto più efficace di 28 politiche estere differenti. 
Non auspico per nulla - ma proprio per nulla - il ritorno all'Europa delle patrie, gelose ed egoiste.