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martedì 14 giugno 2016

EuRef: Putin Poker face

mercoledì 6 gennaio 2016

#EuReform: Cameron al lavoro


"With permission, Mr Speaker, I would like to make a statement on the European Council meeting which took place before Christmas" 
Inizia così - il 5 gennaio 2016 - l'intervento del Primo Ministro inglese David Cameron alla House of Parliament su quanto avvenuto nel corso dell'ultimo Consiglio europeo del 2015. 
Il meeting - tra le altre cose - affrontava lo scotttante tema della cosiddetta "UK’s renegotiation", la riforma della membership nell'Ue voluta da Londra, in vista del referendum del 2017 che permetterà agli inglesi di decidere se restare o meno nelle stanze dei bottoni brussellesi.
"Ho delineato - spiega Cameron - le 4 aree nelle quali il Regno Unito intende promuovere significative riforme. Con riferimento alla sovranità ed alla sussidiarietà, ho chiarito che il nostro paese non intende far parte di una Unione sempre più stretta, ma che intende, anzi, rafforzare il ruolo dei parlamenti nazionali". 
Sul piano della competitività, Cameron chiarisce che "l'Ue dovrebbe rafforzarla piuttosto che comprimerla: servono - spiega - nuovi accordi commerciali, una riduzione della regolamentazione ed il completamento del mercato unico". 
Con questo ultimo passaggio, impossibile non notarlo, il discorso di Cameron diventa lievemente contraddittorio, laddove si augura un completamento del single market, aspetto che significa di per sé un rafforzamento dell'Ue e di uno dei suoi storici e maggiori risultati. 
Il PM poi si riferisce alla questione monetaria, augurandosi che - nell'ambito dellì'integrità del mercato unico - non ci siano discriminazione e detrimento per i paesi, come l'UK, fuori dall'Euro. 
Il tema della politica migratoria, poi, vede Cameron sottolineare la necessità di contrastare gli abusi della libertà di movimento, facendo sì che il sistema di welfare britannico non sia, per i migranti, una finta esca (letteralmente "artificial draw"). 
"Mr Speaker, this is the first time a country has tried to renegotiate its membership of the EU from a standing start".
"Molti, prosegue, dubitavano ciò fosse possibile, mentre questo Consiglio ha dedicato una intera sessione a questo tema, con il contributo di ciascuno degli altri leader europei". 
"C'è - spiega il Primo Ministro - una forte volontà di far rimanere il Regno Unito nell'Ue. I leader europei hanno sottolineato che per il bene dell'Europa unita occorre mantenere al suo interno la Gran Bretagna, delineando una chiara volontà di raggiungere un accordo". 
C'è stata una discussione su tutte le quattro aree e in tutte sono emerse difficoltà. Il tema più spinoso è risultato essere quello della libertà di circolazione e del welfare. "Nondimeno, spiega Cameron, ho riscontrato una grande prova di buona volontà". 
Alla fine delle discussioni il Consiglio ha determinato di lavorare per il raggiungimento di soluzioni soddisfacenti per tutti i quattro punti: é importante che le conclusioni parlino di "soluzioni" e non di "compromessi". 
Secondo Cameron, queste soluzioni debbono avvenire attraverso riforme vincolanti giuridicamente ed irreversibili. 
E Cameron arriva al dunque: "Se arriviamo i fondo ed otteniamo questi cambiamenti, riusciremo a modificare le relazioni UK-UE, dando risposte alle preoccupazioni dei cittadini inglesi. Se non ci riusciamo, non posso escludere nulla" (e qui Cameron si riferisce, non citandola, all'uscita del paese dall'Ue). 
"La mia intenzione è fare sì che alla fine della rinegoziazione il Governo inglese raggiunga una raccomandazione e che, poi, si svolga il referendum, nel quale, come è ovvio, sono i cittadini a scegliere e non i politici. Come detto prima di Natale, ci sarà una chiara posizione del Governo, ma sarà possibile per i singoli ministri prendere posizioni personali. Saranno i cittadini britannici a decidere per il futuro di questo paese votando nel referendum se stare o no dentro una UE riformata". 
Leggi qui tutto il discorso di Cameron
Altri post sullo stesso tema: 
Cosa dice il voto inglese agli americani
Victory Speech(es)
Cameron, operazione simpatia
Una botta al cerchio, una alla botte
Cameron vs Juncker

lunedì 22 luglio 2013

Crosby, ancora tu.

Lynton Crosby, photo Andy Hall 

In Inghilterra si complica il caso Lynton Crosby: stando al The Guardian, la società fondata dall'attuale campaign strategist del PM David Cameron, avrebbe, nel 2010, offerto consulenza ad operatori della sanità privata, di modo che si potessero avvantaggiare lacune e crepe del NHS, il National Health Service. Ossia, il servizio sanitario pubblico. La prova? Una serie di slides della Crosby Textor (sotto il nome di "CTF partners") a dir poco eloquenti (Leggi il documento), in cui vengono evidenziati - anche a fronte di una dichiarata generale soddisfazione dei cittadini inglesi nei confronti del NHS - i principali difetti dello stesso, tra cui un eccesso di burocrazia e la lunghezza delle liste di attesa. Insomma, stringe l'analisi, per gli inglesi se la sanità è buona e veloce, non importa chi sia a fornirla, se il pubblico od il privato.

Significativa anche la data del documento, che si inserisce nelle delicate fasi di discussione - alla House of Commons - della legge, poi approvata, su Social and Health Care. Legge particolarmente tenera con gli operatori della sanità privata. 

La faccenda, quindi, si aggiunge alla questione che ha tenuto banco la scorsa settimana, e cioè la presunta azione di lobbying che Crosby avrebbe posto in essere con riferimento al piano allo studio del governo per regolare il settore del tabacco (leggi). 

Il problema, dunque, non sta nella attività di consulenza della Crosby Textor (è normale che un advisor faccia il proprio lavoro, a prescindere dalla valutazione di merito degli interessi rispetto ai quali fa consulenza). Il problema sta, piuttosto, nella attuale vicinanza di Crosby a Cameron ed ai Tories, in vista di un sempre più probabile coinvolgimento politico in prima persona. 
Questo ulteriore spaccato della sua attività, possiamo esserne sicuri, non contribuisce certo a placare le polemiche. 


venerdì 24 maggio 2013

Mario, l’Euro e la City. Mission impossible?

L’Europa ha bisogno del Regno Unito. Questo è un po’ il senso del (coraggioso) discorso di Mario Draghi ai banchieri della City di Londra. Discorso trascurato dalla stampa italiana, ma abbondantemente ripreso da quella inglese. Pur con l’intento dichiarato di non voler entrare in un dibattito tutto “domestico”, il governatore della Banca Centrale Europea ha ricordato le numerose interconnessioni tra Regno Unito ed Europa. «In virtù dei profondi legami esistenti – ha dichiarato – l’area euro e la Gran Bretagna condividono un interesse comune: quello per la stabilità nel funzionamento del nostro sistema economico, ed in particolare dei nostri mercati finanziari». Tutte le principali banche dell’Eurozona, infatti, sono presenti nel cuore della finanza londinese e, al contempo, le banche inglesi rappresentano i leading players nei mercati finanziari di tutta Europa. Senza contare che l’area-Euro rappresenta il più grande mercato delle esportazioni del Regno Unito (pari a 200 miliardi di sterline nel corso dell’ultimo anno). 
Un’eventuale uscita della Queen’s Land dall’Unione, insomma, potrebbe significare la dissoluzione delle istituzioni del continente, avverte Draghi. «E una simile scelta, sarebbe dannosa per tutti», aggiunge, facendo eco alla Cancelliera Merkel, che ha definito la Gran Bretagna “attore vitale dell’Ue”. «L’Europa ha bisogno di un’Inghilterra pienamente europea, più di quanto il Regno Unito necessiti di un’Europa più British», ha spiegato. Grazie agli interventi della Banca centrale, l’Eurozona oggi è più stabile, ma c’è ancora molto da fare. Secondo Mario Draghi, la crisi economico-finanziaria è l’occasione per far ripartire il processo di integrazione europea. Processo che non può non implicare la cessione di quote di sovranità nazionale, soprattutto  in fatto di budget e di politiche strutturali. «La risposta alla crisi – conclude il Governatore – non deve essere meno Europa, ma più Europa». 

Leggi l'articolo del The Guardian
Leggi l'articolo del The Telegraph