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giovedì 28 settembre 2017

PoliticAdv: Corbyn cavalca l'onda


Galvanizzato dall'esito delle ultime elezioni politiche, dai sondaggi di questi giorni e dalle reazioni positive al suo intervento alla conferenza annuale di partito, il leader laburista inglese Jeremy Corbyn cavalca l'onda. Mentre Theresa May annaspa nel bel mezzo della "Brexit Storm", Corbyn parla con convinzione di investimenti pubblici, di riforme e di politiche sociali. Già, perché il welfare state nasce proprio nella Queen's Land, dall'idea del politico ed economista William Beveridge, che immaginò - già nel 1942 - un sistema di tutele che accompagnassero il cittadino "dalla culla alla tomba". Oggi un video riassume il senso del manifesto politico dei Labour. Cambiamento, condivisione e dignità le parole d'ordine. E mentre chiude con lo slogan inclusivo "un paese per molti, non per pochi", appare la scritta "Hope" (un pizzico sentito, visto il notissimo poster obamiano realizzato da Shepard Farey. Comunicatori, ma la fantasia?). 

mercoledì 15 giugno 2016

Brexit and the City


Uno degli aspetti più interessanti (e più complessi) del dibattito inglese sull'appartenenza all'Unione è la posizione della City - importantissimo comparto finanziario della capitale inglese - con riferimento al voto del 23 giugno.
Fino a qualche mese fa, la vulgata più diffusa voleva che broker e banchieri all'ombra di St. Paul fossero compatti a favore della separazione da Bruxelles: troppe regolamentazioni da parte dell'Unione, la finanza inglese ha bisogno di mano libera. E invece, nelle ultime settimane, si sta profilando qualcosa di molto differente. Anzitutto la City non è affatto compatta.
"Quasi il 49% dei professionisti della City sono certi di votare no alla Brexit, mentre un altro 24% è probabile che lo faccia", stando ai dati del Center for The Study of Financial Innovation riportati da Politico. Quasi 3 banchieri e operatori di borsa su 4 intendono rimanere con Bruxelles.
E non basta, si è anche prodotta una profonda spaccatura intergenerazionale: la nuova classe di operatori della finanza si schiera a favore della permanenza nell'Unione, mentre i senior preferirebbero uscirne. "Nella City più giovani sono molto più eurofili degli anziani: l'80% di coloro tra i 18 e i 30 anni voteranno a favore della appartenenza all'Unione".
Daniel Hodson - leggiamo sul WSJ - si è fatto un nome nella City di Londra negli anni '90. Oggi vorrebbe portarla fuori dall'Europa. "La nostre reali possibilità sono fuori dal Vecchio Continente: sono a New York, a Singapore, ad Hong Kong", dice l'ex banchiere, mentre sorseggia un bicchiere di vino rosso in una sala gotica tappezzata di arazzi raffiguranti cavalieri giostranti e oli su tela che descrivono l'incoronazione di Elisabetta II. A solo mezzo chilometro di distanza, Xavier Rolet, francese del London Stock Exchange PLC, è in pensiero per il futuro del distretto finanziario inglese. L'uscita dall'Unione "sarebbe un brutto colpo per la City", dice, nel suo ufficio moderno, affacciato sulla Cattedrale di St. Paul. Invece, i "grandees" come Mr Hodson - che hanno fatto carriera prima della crisi finanziaria - la vedono pressappoco così: l'Ue soffoca il distretto finanziario con il cosiddetto "red tape", che sta per eccessiva regolamentazione, divenendo al contempo un partner commerciale sempre meno vantaggioso. 
A prescindere dalle generazioni, la spaccatura è netta. Dal Financial Time leggo: "Una significativa mole del commercio finanziario attualmente gestite da Londra scompariranno se il Regno Unito lascia l'Unione", dice Alex Wilmot Sitwell, capo del settore europeo della Banca americana Merril Lynch. "non avverrà da un giorno all'altro, ma progressivamente verrà redistribuito in tutta l'Unione". I sostenitori della Brexit invece controbattono che la City continuerà a crescere se liberata dalle catene della burocrazia brussellese. "Fuori dall'Europa, non soffriremo di regolamentazione" dice Howard Shore, chairman dello Shore Capital Group, broker specializzato nelle piccole aziende. "Saremo in grado di liberalizzare la nostra economia, predisponendo regole e contesti adeguati a noi". Il Regno Unito, insomma, dovrebbe restaurare un light-touch regulation model per meglio adattarsi alle economie emergenti dell'Asia e del Medio Oriente. 
Le considerazioni che circolano in questi ambienti, poi, richiamano nel dibattito anche altri elementi.
Ad esempio il fatto che la City abbia, di fatto, beneficiato anche di qualcosa di cui non è parte: la creazione dell'Euro. L'unione monetaria, infatti, ha creato un mercato finanziario a valuta unica la cui capitale è Londra, anche se l'Inghilterra ha scelto di non far parte dell'area-Euro. In altri termini, la City ha prosperato fuori dall'Eurozona ma largamente grazie all'Eurozona.  
Inoltre, il Regno Unito potrebbe uscirsene proprio quando l'Ue sta imbastendo una riforma che potrebbe dare maggiori opportunità agli operatori della City: il cosiddetto "Capital Market Union" (qui), il mercato unico dei capitali, disegnato al fine di eliminare le rimanenti barriere nazionali alla libera circolazione dei capitali. 
Insomma, è proprio il caso di dire... we will see. 










lunedì 8 giugno 2015

Cameron: sì al referendum e sì all'Europa


Photograph: Carl Court/Getty Images

“I’ve been very clear. If you want to be part of the government, you have to take the view that we are engaged in an exercise of renegotiation, to have a referendum and that will lead to a successful outcome.”

A parlare è il Primo Ministro inglese David Cameron, di fronte ai giornalisti, in occasione del G7 in Germania.
Si riferisce al referendum sulla membership inglese all'Ue, promesso dal suo stesso governo e da realizzarsi entro il 2017.

Appartenenza alla casa comune europea: sì o no?

"I membri del governo - spiega Cameron - dovranno sostenere al campagna per il sì, impegnandosi nel processo di rinegoziazione che Londra chiede a Bruxelles circa le regole del gioco".

"David Cameron - si legge sul The Guardian - has given his clearest warning that he will sack any government minister who wants to campaign to quit the European Union, insisting the government will not be neutral once he has struck a deal on a new relationship with the EU.

Le sue affermazioni hanno sollevato qualche polemica: le voci critiche chiedono il riconoscimento della libertà di voto per i membri del governo.
David Cameron ha tentato una marcia indietro, dicendo che le sue parole sono state - cito - "over interpreted" e che lui si riferiva solo al fatto che i ministri dovessero condividere la responsabilità collettiva durante il processo di rinegoziazione delle regole di appartenenza e di funzionamento dell'Ue.  


Leggi anche: 



martedì 9 settembre 2014

La salute prima di tutto



Manca poco più di una settimana al referendum per l'indipendenza della Scozia e uno dei temi più scottanti, insieme alla moneta, è quello del National Health Service, il servizio sanitario.
Secondo i sostenitori dell'indipendenza (guarda il primo video), quest'ultima comporterebbe finalmente la possibilità di controllare le risorse finanziarie (il resto del NHS è già disciplinato dal parlamento scozzese, ma proprio il budget sfuggirebbe al controllo). La campagna del no (secondo video), invece, sostiene che le decisioni - anche finanziarie - sono già prese ad Edimburgo e che un servizio sanitario indipendente significherebbe un aumento delle tasse ed un taglio delle spese.  

lunedì 22 luglio 2013

Crosby, ancora tu.

Lynton Crosby, photo Andy Hall 

In Inghilterra si complica il caso Lynton Crosby: stando al The Guardian, la società fondata dall'attuale campaign strategist del PM David Cameron, avrebbe, nel 2010, offerto consulenza ad operatori della sanità privata, di modo che si potessero avvantaggiare lacune e crepe del NHS, il National Health Service. Ossia, il servizio sanitario pubblico. La prova? Una serie di slides della Crosby Textor (sotto il nome di "CTF partners") a dir poco eloquenti (Leggi il documento), in cui vengono evidenziati - anche a fronte di una dichiarata generale soddisfazione dei cittadini inglesi nei confronti del NHS - i principali difetti dello stesso, tra cui un eccesso di burocrazia e la lunghezza delle liste di attesa. Insomma, stringe l'analisi, per gli inglesi se la sanità è buona e veloce, non importa chi sia a fornirla, se il pubblico od il privato.

Significativa anche la data del documento, che si inserisce nelle delicate fasi di discussione - alla House of Commons - della legge, poi approvata, su Social and Health Care. Legge particolarmente tenera con gli operatori della sanità privata. 

La faccenda, quindi, si aggiunge alla questione che ha tenuto banco la scorsa settimana, e cioè la presunta azione di lobbying che Crosby avrebbe posto in essere con riferimento al piano allo studio del governo per regolare il settore del tabacco (leggi). 

Il problema, dunque, non sta nella attività di consulenza della Crosby Textor (è normale che un advisor faccia il proprio lavoro, a prescindere dalla valutazione di merito degli interessi rispetto ai quali fa consulenza). Il problema sta, piuttosto, nella attuale vicinanza di Crosby a Cameron ed ai Tories, in vista di un sempre più probabile coinvolgimento politico in prima persona. 
Questo ulteriore spaccato della sua attività, possiamo esserne sicuri, non contribuisce certo a placare le polemiche. 


lunedì 15 luglio 2013

I'm an Englishman in EU

La hp di "British Influence"



















Può essere definita una “cross-party initiative” quella di “British Influence” think tank pro-Europa nato su iniziativa di vari funzionari e opinion leader e che sta drenando risorse da una parte e dall’altra degli schieramenti della politica inglese.
Proprio oggi il gruppo ha pubblicato il suo manifesto, “Better off in a Better Europe”.
Ecco l’articolo che lo presenta.
Perché, con  un piede dentro ed uno fuori, la Gran Bretagna continua paradossalmente ad essere la nazione più impegnata in un serio dibattito sull’Unione eruopea e sulle riforme di cui essa ha bisogno.
***
Per oltre 500 anni la Gran Bretagna è stata un grande attore in Europa. In primo luogo, per garantire che nessun paese fosse libero, da solo, di determinare aggressivamente il futuro del vecchio continente; in secondo luogo, per spingere il continente verso i nostri valori fondamentali di democrazia, libertà e Stato di diritto. Considerando dove era l'Europa un secolo fa, non si può dire che l’influenza britannica non sia riuscita in questi compiti. Ma gli isolazionisti vorrebbero farci credere che la Gran Bretagna non ha voce in Europa ed è, al suo interno, senza amici. Questo messaggio disfattista è sbagliato e pericoloso. La Gran Bretagna possiede sia influenza che alleati. Il Regno Unito deve occupare il posto di guida, e non farsi trascinare. La leadership è in palio: evitarla significherebbe rinunciare ad una responsabilità nazionale, indegna per la nostra storia.

I nostri partner in Europa, in America e nel Commonwealth vogliono la Gran Bretagna continui a svolgere un ruolo di primo piano in Europa. Ma presteranno sempre meno attenzione se ci avvieremo verso l'uscita. L'unico modo per ottenere le riforme dell'UE nel che vogliamo è rimanervi e lavorare, da dentro, per il cambiamento: l'UE non cambierà nel modo che vogliamo, se ne usciamo. Lasciare l'Unione sarebbe per il Regno Unito un enorme errore strategico, una completa negazione dei nostri interessi nazionali. Rinunciare all’Ue metterebbe in pericolo non solo la nostra economia, ma minerebbe il nostro rapporto politico con gli Stati Uniti e il nostro impatto sulla Cina, India e le altre potenze emergenti. L’isolamento ci renderebbe più deboli e più poveri. Il mondo sta cambiando e la capacità della Gran Bretagna di influenzare l'impegnativo ambiente globale è meglio assicurata nel quadro di un partenariato con i nostri vicini europei.

Il mondo globalizzato è ormai tenuto insieme da regole forgiate nelle sedi internazionali. Per garantire la crescita e creare posti di lavoro, la Gran Bretagna deve sedere al tavolo dove tali norme vengono decise. Al di fuori dell'Ue, la vendita di beni e servizi inglesi in Europa significherebbe conformarsi continuamente alle mutate norme Ue. Con l’uscita dall’Unione, il Regno unito perderebbe in fatto di sovranità, invece che guadagnarne. Westminster diventerebbe, al pari della Norvegia, una “fax democracy”.

Quindi dobbiamo rimanere, per vincere. Tuttavia, sono più che mai necessarie riforme economiche e politiche, e la Gran Bretagna dovrebbe condurle. Attraverso la creazione di alleanze con i tanti amici che condividono le nostre opinioni possiamo riformare attivamente l'Ue e proiettare questi valori in Europa e, attraverso essa, al resto del mondo. Sarebbe un errore storico di abbandonare questo compito proprio ora, quando il ruolo della Gran Bretagna è più che mai necessario. È per questo che il Regno unito dovrebbe adoperarsi per porre in essere le riforme dall'interno, e non minacciare un “rimpatrio unilaterale dei poteri”; dovremmo proporre un ordine del giorno per il cambiamento, che offra miglioramenti per tutti i membri, e non solo un accordo speciale per la Gran Bretagna. Molto si può essere fatto senza modificare i trattati, ed è questo il modo migliore per apportare cambiamenti per noi e per i nostri partner europei.
Westminster deve aprirsi e fare il suo lavoro. Qui in Gran Bretagna, il Parlamento dovrebbe tenere in maggiore considerazione il Consiglio e le altre istituzioni dell'UE, attraverso un deciso miglioramento sia in sede di esame della legislazione europea, che nelle attività di comunicazione ai cittadini. Grazie alla collaborazione con altri governi e parlamenti europei, si possono raggiungere maggiore trasparenza e responsabilità e cittadini potrebbero essere rassicurati circa il progresso democratico, in Europa come “in casa”. Ora, i nostri parlamentari non dispongono degli strumenti e dei poteri necessari per fare il loro lavoro correttamente, lasciando la responsabilità politica all'esecutivo e agli “eurofobi”.
Non c'è uscita senza dolore. La convinzione per cui – con l’uscita dall’Unione – verrebbe meno il peso della normativa europea è sbagliata: qualsiasi paese al di fuori del blocco e che desideri operare con l'UE – ad esempio la Norvegia - deve rispettare tutte le normative commerciali, ambientali e sociali dell’Unione. L'ipotesi secondo la quale per il Regno Unito andrebbe tutto liscio con un semplice accordo di libero scambio con l'Ue (e che un tale accordo sarebbe a costo zero) è sbagliata. Quali sarebbero le implicazioni per i milioni di cittadini britannici che vivono nel resto dell'UE? Verrebbero probabilmente meno diritti di assistenza sociale e sanitaria reciproca, nom ci sarebbe più alcun diritto automatico di permanenza, nessuna libertà di studiare e viaggiare in tutta l'UE e di costruirsi una casa di riposo al sole. Se la Gran Bretagna non fosse una base - all'interno dell'UE – per i produttori e gli investitori, sarebbero così tanti investitori internazionali a sentirsi sicuri di affollarsi sulle nostre coste? Sarebbe davvero tutto uguale per l'87% per cento dei nostri esportatori che commerciano con il resto dell'UE?

Quindi, i patrioti immaginano la Gran Bretagna in un’Europa riformata, mentre gli isolazionisti vogliono uscirne.  È una battaglia tra ottimisti e pessimisti, tra il futuro e il passato. Tra la realtà e la fantasia.

Leggi anche:
Nebbia sulla Manica: chi è (veramente isolato)? (sito internet "Isituto di politica")

mercoledì 15 maggio 2013

I'm an Englishman in New York



Prime Minister & Prince Harry, insieme, a New York, per promuovere l'industria e il turismo made in Britain. Lo scopo è quello di incoraggiare un numero crescente di americani non solo a visitare il Regno Unito, ma anche a considerarlo una buona opportunità per studi e business. L'evento fa parte della Great Campaign, l'iniziativa governativa a sostegno dell'immagine della Gran Bretagna in giro per il mondo. Con tanto di rieditato bus a due piani."Dobbiamo essere competitivi: Stati uniti e Inghilterra vantano intelligenza, abilità e creatività", spiega Cameron. Perché, si sa, la famiglia è un po' la stessa e - accantonati gli oramai vetusti rancori della Guerra di indipendenza - le due sponde dell'atlantico sono da tempo unite da una incontrovertibile special relationship. E chissà che anche questo viaggio - insieme alla campagna di promozione più in generale - non sia il segno della sempre crescente volontà del Regno Unito giocare da singolo, di optare per il solo, in contrapposizione ad una integrazione europea nella quale crede sempre meno.

mercoledì 23 gennaio 2013

In or Out



Prima David Cameron inizia con i complimenti. Sì, vero, l'Europa ha contribuito alla costruzione della pace dopo una guerra che «ha ricoperto le strade delle città Europe di macerie». Oggi - spiega - l'obiettivo centrale dell'Unione è cambiato: «non si tratta più si conquistare la pace, ma di assicurare la prosperità». Si giustifica («non sono un isolazionista») e giustifica i suoi connazionali («sono consapevole che - nella famiglia delle nazioni europee - il Regno Unito è percepito come il membro più polemico. La nostra geografia ha plasmato la nostra personalità: siamo un'isola, indipendente, esplicita e appassionata nella difesa della propria sovranità. Possiamo cambiare la sensibilità britannica quanto prosciugare il canale della Manica»). E, a chi descrive il regno Unito come un attore più proteso verso l'Atlantico che verso il Continente e impegnato soprattutto nello scacchiere del Commonwealth, risponde che «no, non siamo anti-europei». Dalle «legioni di Cesare alle guerre napoleoniche; dalla Riforma, all'Illuminismo, passando per la rivoluzione industriale, fino ad arrivare alla sconfitta del nazismo, abbiamo aiutato l'Europa a scrivere la sua storia e lei a scrivere la nostra».  «Per noi l'Europa è uno strumento, per raggiungere stabilità, prosperità, è ancora di libertà e democrazia. Non è essa stessa un fine» 
E passa in rassegna i vizi di questa europa, dell'Unione come attualmente congegnata. Anzitutto, l'eccessiva complessità delle regole e l'altrettanto eccessiva regolamentazione. 
«Le persone vivono con crescente frustrazione il fatto che decisioni prese sempre più lontano da loro implichino che il loro tenore di vita venga impoverito dall'austerity o che le loro tasse siano usate per salvare governi dall'altra parte del continente». 
E spiega l'Europa dei suoi sogni: competitiva («il mercato unico è ancora incompleto»), flessibile («l'Ue dovrebbe agire come una rete, non con l'ingombro di un monolite»), democratica («c'è bisogno di un ruolo più significativo per i parlamenti nazionali»).  
«Insomma, a quelli che dicono che non abbiamo una visione dell'Europa io rispondo che invece ce l'abbiamo».
Ma l'attacco arriva alla fine: «ci sarà un referendum in-out. E' arrivato il momento per il popolo britannico di dire la sua». Ma invita alla prudenza, Cameron: «se lasceremo l'Unione, sarà un biglietto di sola andata, senza possibilità di ritorno. Abbiamo tempo per un dibattito ragionato, alla fine del quale saranno gli inglesi a decidere». Ma, nonostante tutto, lascia uno spiraglio aperto: «credo profondamente che l'interesse nazionale britannico sia meglio tutelato in un'Europa flessibile, adattabile e aperta. E che questa Europa sia migliore con la Gran Bretagna». 



LEGGI IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO

martedì 21 febbraio 2012

Nuovi equilibri



L’Eurogruppo ha (faticosamente) raggiunto un accordo sui nuovi aiuti alla Grecia. Ma questo lo sapete già. Così come sapete già che 130 miliardi confluiranno ad Atene, sotto il controllo degli osservatori della cosiddetta troika, e cioè dell’Unione, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

Quello che – in tutta questa vicenda – risulta più che atipico, è l’entusiasmo quasi europeista di una Gran Bretagna che – per tradizione e per scelte recenti – particolarmente europeista non è mai stata. «Il salvataggio della Grecia è più che positivo per la Gran Bretagna», ha commentato un euforico George Osborne, ministro delle finanze nella Queen’s Land. «Risolvere la situazione greca è un passo fondamentale per risolvere la crisi dell’Eurozona», ha aggiunto. E – va da sé – risolvere la crisi dell’Eurozona rappresenta uno stimolo fondamentale per l’economia inglese.

Ancor più stupefacente è che proprio il Regno Unito figuri – assieme a Italia e Olanda – tra i paesi dai quali è partita l’iniziativa di scrivere un documento programmatico sotto forma di lettera, inviato a Barroso e a van Rompuy. Il testo – che prende spunto da una precedente missiva di Mario Monti al Consiglio europeo – chiede, in poche parole, “più Europa”. Si invoca il completamento del mercato interno europeo (in primis nel settore dei servizi), la realizzazione del mercato unico digitale e del mercato unico dell’energia.
Al fine di potenziare i commerci, si auspicano accordi internazionali, mentre è ritenuto di vitale importanza ridurre quella zavorra di oneri amministrativi che pesano sulle imprese europee. Altro obiettivo della ricetta per la crescita è quello di promuovere – nei singoli paesi – un mercato del lavoro ben funzionante, che crei più opportunità di impiego. E, dulcis in fundo, operare per ottenere un “settore dei servizi finanziari che sia solido, dinamico e competitivo, che crei posti di lavoro e offra sostegno vitale a cittadini ed imprese”.
L’iniziativa italo-britannico-olandese ha poi raggranellato il consenso di altri 9 paesi (Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia e Polonia). Manca – e l’assenza si nota – la firma di Germania e Francia, i due paesi che più negli ultimi mesi hanno gestito gli affari europei, sollevando da più parti il timore di un asse eccessivamente decisionista ed accentratore.
Che grazie al rinnovato attivismo europeo italiano si siano modificati gli assetti di potere dell’Unione, creando alleanze inaspettate ed insolite?  E’ presto per dirlo. Certo è che oggi collaborazioni ed intese nell’Europa a 27 si sono fatte più fluide e meno prevedibili.
Benvenuti nell’Europa dalle geometrie variabili.
Leggi anche:

martedì 25 ottobre 2011

Secessione?




Terremoto politico in Inghilterra, dove il Primo ministro David Cameron deve fronteggiare – dalla scorsa notte – una delle più grandi “ribellioni parlamentari” sull’Europa mai sperimentate da un Premier conservatore. La notizia – finora trascurata dai principali giornali italiani – non è di poco conto.
Ma andiamo con ordine. Tra malesseri e malumori di matrice euroscettica, è di pochi giorni fa la proposta di indire un referendum popolare niente meno che sulla stessa permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Di fronte a questa eventualità il governo ha optato per una posizione ufficiale, contraria alla realizzazione della consultazione popolare. 
Ieri notte Cameron ha vinto in Parlamento con una maggioranza di 372 voti. Ma il problema (tutto politico) è la sfida lanciatagli dai “ribelli” del suo stesso partito: 80 parlamentari tories, infatti, hanno votato contro la posizione ufficiale del governo e – ora – annunciano battaglia. Si apre, così, una ferita politica non facile da chiudere.
Il Regno Unito, si sa, non è mai stato un paese particolarmente acceso da entusiasmi “europeisti”.  Forte della rete rappresentata dal Commonwealth e della “Special Relationship” con i cugini d’oltreoceano, non ha mai investito molto sulla casa comune europea, da quando – nel lontano 1973 – vi entrò a far parte. E, a conferma di ciò, il paese non si è mai convinto di abbandonare la cara vecchia Sterlina in favore dell’Euro.
A partire dal “I want my money back” della sig.ra Thatcher relativo a questioni di budget (il Regno Unito – allora – finanziava la Politica agricola comune senza avvantaggiarsene più di tanto), numeorsi sono stati i momenti ben poco idilliaci nel rapporto tra la Gran Bretagna e Bruxelles, ma mai come ora la stessa membership inglese era stata così duramente osteggiata. Complici – senza dubbio – le incertezze e i ritardi dall’Ue nella gestione della attuale crisi economico-finanziaria.