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martedì 1 dicembre 2015

Una Rosa rivoluzionaria



Lei è Rosa Parks. In questo video del 1995 è ospite al Larry King Live.
Con una naturalezza incredibile racconta di come cambiò la storia.
Era il 1 dicembre del 1955, Montgomery (Alabama).
Un semplice autobus è il luogo della sua piccola grande rivoluzione: in piena segregazione razziale, scelse di non cedere il proprio posto ad un bianco.
Il suo gesto cambiò la storia dei diritti civili: nei giorni seguenti ci fu il boicottaggio dei mezzi pubblici. Il resto è storia, dalla marcia di Martin Luther King alle leggi sui diritti civili e politici degli anni '60.
Eppure è bene ricordarsi, sempre, della pacata fermezza di questa donna, oggi che ancora gli USA ed altre parti del mondo - più o meno inconsapevolmente - cadono nella tentazione di segregare qualcuno, nei fatti e negli animi.

martedì 27 ottobre 2015

Rileggere un libro: To kill a mockingbird




Jem, Atticus, Scout. Dill, Calpurnia, Boo Ridley, Mrs Maudie.

Alcuni di voi riconosceranno questi nomi, li sentiranno risuonare familiari.

Per chi ha letto "To kill a mockingbird" di Harper Lee (in Italia tradotto - non so perché - "il buio oltre la siepe", invece di "Uccidere un pettirosso") è difficile dimenticarli.
È difficile perché sono personaggi unici, protagonisti di un racconto unico.

Ho letto questo libro numerosi anni fa, tant'è vero che ne posseggo l'edizione scolastica. Ho deciso di leggerlo di nuovo. 

Seguo sempre con grande attenzione la cronaca americana e il prepotente ritorno sulle prime pagine della questione razziale, in particolare, di quella che potrebbe essere definita la "questione nera", mi ha turbato.
Il passato che non passa, quello della (dis)uguaglianza tra neri e bianchi. Una lunga marcia che sembra ancora incompiuta.
A Ferguson, dove il teenager afroamericano Mike Brown è stato ucciso da sei colpi di pistola esplosi da un ufficiale di polizia.  Ma c'è anche Walter Scott, colto a bruciapelo da colpi di arma da fuoco alle spalle in quel di Charleston, stesso luogo dell'ultimo, in ordine di tempo, drammatico attentato alla chiesa nera.

Tutti eventi degli ultimi mesi, degli ultimi anni. Legati da un filo rosso: quello dell'odio razziale, della mai sopita discriminazione di trattamento verso i neri d'America.

"Black lives matter", è diventato - oltre ad un hashtag molto popolare su Twitter - il nuovo grido dei neri e non solo, di tutti coloro che non accettano e mai accetteranno l'esistenza di disparità di trattamento basate sul colore della pelle e l'appartenenza sociale. "I can't breath", la frase pronunciata da Eric Garner, aggredito dalla polizia a New York e morto poco dopo all'ospedale , è diventato il grido di tutti, di dolorosa compartecipazione alla gravità di certi eventi.

Cercavo allora uno strumento di comprensione di conoscenza. Qualcosa che potesse confortarmi nell'analisi di questi fatti di cronaca, gravi e grotteschi insieme. Ho ripensato allora a questo testo di Harper Lee, i cui ricordi erano sfumati, ma che percepivo come fortemente significativo. Niente di meglio, allora, che rinfrescare la memoria. Anche perché i libri, si sa, non sono mai letti una volta per tutte. Quando ne riapri uno, ogni volta che sfogli di nuovo le sue pagine, è come se fosse la prima, sempre diversa. Cambia il contesto, sei cambiato tu che lo leggi: è sempre un'esperienza nuova.

Jim e Scout sono bambini, figli di un distinto avvocato (Atticus Finch) nella provincialissima provincia di Maycomb. Li vediamo crescere, nel corso del romanzo. Li vediamo passare dai giochi di infanzia all'incontro-scontro con temi spinosi che attraversano la loro comunità. Imparano a conoscere razzismo e discriminazione attraverso la loro stessa storia di famiglia: quando il padre accetta di difendere Tom Robinson, giovane "nero" ingiustamente accusato di violenza sessuale nei confronti niente meno che di una "bianca".

Jim e Scout Imparano a soffrire per le ingiustizie, oltre che a temere per le sorti del loro padre, esposto all'odio di chi non accettava che si potesse anche solo difendere le ragioni di un "negro".


"Se non dovresti difenderlo, perché lo difendi? - chiede Scout al padre. 
"Per vari motivi"  - disse Atticus - "Il principale è che non lo facessi non potrei andare più in giro con la testa alta, non potrei rappresentare la contea e non potrei nemmeno dire a te o a Jem: fa questo e non fare quello".
"Voi dire che se non difendi quell’uomo, Jem e io non potremmo darti retta?"
"Più o meno".

Privato e pubblico si mescolano - eccezionalità e potenza del racconto di Harper Lee - e la storia è quella di una famiglia che deve affrontare le conseguenze delle contraddizioni di una società intera.

L'avvocato Finch riuscirà, alla fine, a dimostrare l'innocenza di Tom Robinson, ma l'uomo sarà ugualmente condannato a morte. Un finale dove pregiudizi e verità si mescolano.
E dove emerge, forte, l'umanità di questi personaggi, padre a figli.
Impariamo ad affezionarci a loro e quando il libro finisce ne sentiamo la mancanza.
Ma sono con noi quando leggiamo increduli e angosciati le notizie di un'America ancora preda di sentimenti di odio. Irrazionali, ingiusti ed inumani.


sabato 4 luglio 2015

Indipendenti


Quando nel corso degli umani eventi si rende necessario ad un popolo sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato ad un altro ed assumere tra le altre potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per Legge naturale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso renda noto le cause che lo costringono a tale secessione.
Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. 
Che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati.
Che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che si fondi su quei principi e che abbia i propri poteri ordinati in quella guisa che gli sembri più idoneo al raggiungimento della sua sicurezza e felicità. La prudenza, invero, consiglierà di non modificare per cause transeunti e di poco conto Governi da lungo tempo stabiliti; e conformemente a ciò l’esperienza ha dimostrato, che gli uomini sono maggiormente disposti a sopportare, finché i mali siano sopportabili, che a farsi giustizia essi stessi abolendo quelle forme di Governo cui sono avvezzi.
Ma quando un lungo corteo di abusi e di usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli ad un duro Dispotismo, è loro diritto, è loro dovere, di abbattere un tale Governo, e di procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura. 
Tale è stata la paziente sopportazione di queste Colonie; e tale è ora la necessità che le costringe ad alterare i loro antichi sistemi di Governo. La storia dell’attuale Re di Gran Bretagna è una storia di ripetute offese ed usurpazioni, aventi tutte come obiettivo immediato l’instaurazione di una Tirannide assoluta su questi Stati. A prova di ciò, esponiamo i fatti al giudizio di un mondo imparziale.
Egli ha rifiutato di dare il suo assenso alle leggi più opportune e necessarie al bene pubblico.
Egli ha fatto divieto ai suoi Governatori di approvare leggi di urgente ed assoluta importanza, a meno che la loro efficacia restasse sospesa fin quando il suo assenso non fosse stato ottenuto; e una volta così sospese, egli ha completamente trascurato di prenderle in considerazione.
Egli ha rifiutato di approvare altre leggi dirette alla sistemazione di grandi distretti, fintanto che i popoli interessati non avessero rinunciato al loro diritto di rappresentanza in seno al corpo legislativo, un diritto inestimabile per loro e temibile soltanto per i tiranni.
Egli ha convocato corpi legislativi in luoghi inconsueti, scomodi e distanti dai loro archivi, al solo scopo di piegarli attraverso i disagi all’accoglimento delle misure da lui volute.
Egli ha ripetutamente disciolto Assemblee Rappresentative che si erano riunite allo scopo di opporsi con virile fermezza alle sue violazioni dei diritti del popolo.
Egli ha rifiutato a lungo, dopo tali scioglimenti, di consentire che altre fossero elette; di modo che i poteri legislativi, che non sono suscettibili di essere annullati, sono tornati ad esser esercitati direttamente dal Popolo, mentre lo Stato restava nel frattempo esposto a tutti i pericoli dell’invasione dall’esterno e dei disordini all’interno.
Egli ha tentato d’impedire che questi Stati venissero popolati e per questa ragione ha ostacolato le leggi per la naturalizzazione degli stranieri, rifiutando inoltre di approvarne altre dirette ad incoraggiare la loro immigrazione in questo paese e rendendo più difficili le concessioni di terre.
Egli ha intralciato l’amministrazione della Giustizia, rifiutando il suo assenso a leggi dirette a stabilire i poteri giudiziari.
Egli ha reso i Giudici dipendenti dal suo esclusivo arbitrio per quel che riguarda la durata del loro mandato e l’importo ed il pagamento dei loro stipendi.
Egli ha creato una moltitudine di nuove cariche, ed ha inviato in questo paese nugoli di funzionari destinati a tormentare il nostro popolo e a divorarne gli averi.
Egli ha mantenuto fra di noi, in tempo di pace, eserciti stanziali senza il consenso dei nostri Corpi legislativi.
Egli ha ostentato di rendere il potere militare indipendente dal potere civile e ad esso superiore.
Egli si è accordato con altri allo scopo di assoggettarci ad una giurisdizione estranea alla nostra costituzione e sconosciuta alle nostre leggi, dando il suo assenso alle loro presunte disposizioni legislative vale a dire:
— Ad acquartierare grandi corpi di truppe fra noi;
— A proteggere queste ultime, mediante dei procedimenti penali fittizi, da ogni punizione per gli omicidi da loro eventualmente commessi nei confronti degli abitanti di questi Stati;
— Ad interrompere il nostro commercio con tutte le parti del mondo;
— Ad imporre su di noi tributi senza il nostro consenso;
— A privarci in molti casi dei vantaggi del giudizio mediante giuria;
— A farci trasferire al di là dei mari per esservi giudicati per presunti crimini;
— Ad abolire il libero sistema delle leggi inglesi in una provincia vicina, instaurandovi un Governo arbitrario ed allargando le sue frontiere in modo da renderlo all’istante un esempio ed uno strumento idoneo ad introdurre lo stesso sistema assoluto in queste Colonie;
— A privarci dei nostri Statuti, abolire le nostre leggi più care ed alterare dalle fondamenta le forme dei nostri Governi;
— A sospendere i nostri Corpi legislativi, dichiarandosi direttamente investito del potere di far leggi per noi in qualsiasi materia.
Egli ha abdicato al Governo di questo paese, privandoci della sua protezione e muovendo guerra contro di noi.
Egli ha saccheggiato i nostri mari, devastato le nostre coste, bruciato le nostre città e distrutte le vite della nostra gente. Al momento presente, egli sta trasportando grandi eserciti di mercenari stranieri destinati a portare a compimento l’opera di morte, di desolazione e di tirannia già cominciata in circostanze di crudeltà e di perfidia che trovano appena paragone nelle più barbare età, e del tutto indegne del Capo di una nazione civile.
Egli ha costretto i nostri concittadini, catturati in alto mare, a portare le armi contro il proprio Paese, a diventare i carnefici dei loro amici e dei loro fratelli, o a cadere essi stessi per mano di questi.
Egli ha fomentato la rivolta al nostro interno ed ha tentato di far marciare contro gli abitanti delle nostre zone di frontiera gli spietati Indiani Selvaggi, il cui ben noto metodo di guerra consiste nel massacro indiscriminato della gente di ogni età, sesso e condizione.
Ad ogni stadio di questi soprusi, noi abbiamo inviato petizioni, redatte nei termini più umili, chiedendo la riparazione dei torti subiti; le nostre ripetute petizioni non hanno ricevuto altra risposta che ripetute offese. Un Sovrano, il cui carattere è contraddistinto da tutto ciò che può definire un Tiranno, non ha diritto a governare un popolo libero. Né abbiamo mancato di usare ogni attenzione nei confronti dei nostri fratelli inglesi. Li abbiamo ammoniti di volta in volta circa i tentativi del loro Corpo legislativo di estendere su di noi una giurisdizione illegittima. Abbiamo rammentato loro le circostanze della nostra emigrazione e del nostro insediamento in questa terra. Abbiamo fatto appello alla loro magnanimità ed al loro innato senso di giustizia, e li abbiamo scongiurati, in nome dei vincoli dovuti alla nostra comunanza di sangue, di sconfessare quelle usurpazioni che avrebbero finito inevitabilmente per recidere i nostri rapporti e la nostra collaborazione. Anch’essi tuttavia sono stati sordi alla voce della giustizia e della consanguineità. Noi dobbiamo pertanto piegarci alla necessità di dichiarare la nostra secessione e di considerarli, così come consideriamo il resto dell’umanità, nemici in guerra ed amici in pace.
Noi, pertanto, rappresentanti degli Stati d’America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell’universo quanto alla rettitudine delle nostre intenzioni, solennemente proclamiamo e dichiariamo, in nome e per autorità dei buoni Popoli di queste Colonie, che queste Colonie Unite sono, e devono di diritto essere Stati liberi e indipendenti; che sono disciolte da ogni dovere di fedeltà verso la Corona britannica e che ogni vincolo politico fra di esse e lo Stato di Gran Bretagna è e dev’essere del tutto reciso; e che quali Stati Liberi e Indipendenti, esse avranno pieno potere di muovere guerra, di concludere la pace, di stipulare alleanze, di regolare il commercio, e di compiere tutti quegli altri atti che gli Stati Indipendenti possono di diritto compiere. E a sostegno della presente Dichiarazione, con ferma fiducia nella protezione della Divina Provvidenza, noi offriamo reciprocamente in pegno le nostre vite, i nostri averi ed il nostro sacro onore.

giovedì 18 dicembre 2014

Cuba, sospesa tra passato e futuro

Reuters


Tutti intorno ad un vecchio televisore, in quel dell'Havana, scoppiano in lacrime di gioia e applausi di fronte ad una notizia difficile anche solo da immaginare: il presidente Raul Castro, seguito da Obama, annuncia una nuova era nelle relazioni tra gli Stati Uniti d'America e Cuba. 
Ma per Armando Gutierrez, che gestisce una piccola locanda nella capitale dell'isola, ciò che veramente conta sono i suoi letti. Ne occorrono di migliori e in passato la corsa per accaparrarsene di nuovi è sempre andata a vuoto. Ora il signor Gutierrez spera che la salvezza per la sua attività sia più vicina. "Ci vorrà del tempo, ma siamo strafelici, senza parole", dice dall'altro capo di un telefono che ora intende sostituire con un modello più moderno. 
Per quanto la scelta di Obama possa essere innovativa per gli Usa, gli effetti principali si avranno a Cuba, dove l'isolamento dai vicini States ha modellato non solo l'economia, ma anche le politiche ed il sentimento di identità nazionale. Per decenni spada e scudo in mano ai Castro, l'embargo americano è stato ritenuto responsabile di soffocare lo sviluppo della nazione, privando la popolazione dei beni fondamentali e giustificando gli stretti controlli in tutti gli aspetti della società
Ora il potente rivale assicura espansioni negli spostamenti, nelle esportazioni e nei pagamenti, la più grande rottura dell'embargo da quando fu imposto, 50 anni or sono. Gli esperti dicono che si assisterà all'arrivo di un flusso di denaro nell'isola, potenzialmente in grado di dare nuova vita all'economia e - insieme a nuove relazioni diplomatiche - di trasformare le relazioni tra le due parti in un modo del tutto nuovo dai quando un barbuto ribelle di nome Fidel arrivò dalle montagne cubane. 
"Sta per cambiare tutto", dice Carlos Alzugaray, un ex diplomatico cubano vicino ai Castro. 
Ma la vera questione è se i rinnovati scambi saranno in grado di dare - insieme all'impulso ad una economia e ad un governo moribondi - uno slancio al cambiamento democratico dell'isola.  
"Per Cuba è un'opportunità di velocizzare il processo di riforme economiche e sociali, di liberalizzazione e di apertura", dice Arturo Lopez-Levy, ex intelligence analyst a Cuba, ora alla New York University. 
Altri, invece, sono più scettici, avendo sperimentato precedenti aperture incapaci di produrre cambiamenti significativi. Si pensi, inoltre, alla legge americana del 1996, conosciuta come Helms-Burton, che impedisce un commercio esteso, mentre c'è da chiedersi: Cuba, da parte sua, ha veramente la volontà di aprirsi? 
"Il Regime farà di tutto per controllare gli investimenti stranieri, le modalità di impiego, gli alti livelli di tassazione, che hanno costituito un grande ostacolo allo sviluppo economico e sociale di Cuba", dice Josè Daniel Ferrer, che coordina i gruppi dissidenti di Cuba. "Molte di queste risorse saranno ancora utilizzate per mantenere gli apparati repressivi". 
Per i cubani quanto annunciato da Washington e dall'Havana rappresenta più che un evento storico nelle relazioni internazionali, una possibilità pratica per i propri beni. L'economia cubana è debole, quest'anno è cresciuta del solo 1.4%, stando alle rosee statistiche governative, nonostante cambiamenti significativi che hanno permesso la compravendita di proprietà e macchine. 
Più di 300.000 persone hanno avviato attività e l'agricoltura privata è cresciuta. Il governo ha di recente annunciato che avrebbe convertito i ristoranti proprietà dello stato in cooperative private e ha annunciato un piano di doppia valuta, per rendere il turismo ed altri beni costosi. La speranza tra i cubani è che le nuove relazioni velocizzino il percorso verso un'economica di mercato, pur mantenendo gli ideali sociali di istruzione e sistema sanitario gratuiti, ciò che nelle parole di Castro è un "prospero e sostenibile socialismo". 
Ma perché la visione di Obama possa funzionare, Cuba deve sciogliere numerosi nodi: le promesse dell'isola di permettere più impresa privata e investimenti stranieri sono state sinora disattese.
"Abbiamo problemi incredibili, dice Nidialys Acosta, che ha aperto una officina-noleggio per auto d'epoca assieme a venti soci. "Dobbiamo superare un numero elevato di ostacoli". La sopravvivenza del suo business dipende dalle esportazioni americane: i pezzi di ricambio per le sue automobili e i turisti che le guidino. Da oggi spera che entrambi siano più facili da intercettare. "Sto saltando dalla gioia. Questo è il mio regalo di Natale". Ma mentre il governo di Cuba ha individuato nella impresa privata lo strumento essenziale per ridurre il settore pubblico che opprime l'economia, allo stesso tempo non riconosce il business della signora Acosta, così come quello di molti altri. 
Ottenere pezzi di ricambio come gli specchietti o i fati di una Chevrolet Impale del 1956 e pagarli è estremamente difficile e dispendioso perché non possono essere ordinati dagli Stati Uniti a devono essere acquistati di persona viaggiando tra Miami e Cuba. "Effettuare transazioni finanziarie a Cuba è difficile perché - dice - ufficialmente la mia attività non esiste". 
Il fatto che Obama possa decidere di rimuovere Cuba dalla black list degli stati che supportano il terrorismo potrebbe avere grandi effetti, stando a quanto sostenuto da Phil Peters, direttore del Cuba Research Center in Alexandria VA. Essere in quella lista, infatti, ha pesantemente complicato la possibilità per Cuba di fare business con le banche internazionali. Quando Cuba commercia con l'estero deve agire tramite istituti bancari che non abbiano nulla a che fare con gli Stati Uniti. 
L'economia cubana ha una lunga lista di acciacchi: scarsità di moneta, fuga di cervelli, anemici investimenti stranieri, scarsa produzioni di cibo (quasi l'80% degli alimenti sono importati) spiega Ted Henken, professore di studi latino-americani al Baruch College di New York. 
Senza gli Stati uniti cui dare la colpa, le carenze del governo cubano saranno molto più visibili. Il governo cubano non potrà più incolpare gli stati uniti per le difficoltà affrontate dagli imprenditori. Il governo dovrà essere in grado di spiegare perché è così difficile ottenere prestiti dalle banche, comprare un telefono cellulare o accedere alla banda larga".  Si rivelerà per quello che è Questo comporta grandi aspettative sia fuori che dentro Cuba.
In un paese dove il contante è padrone incontrastato, le piccole attività come la mia - spiega Niuris Higueras Martinez, proprietaria di un ristorante privato, dovranno abituarsi ad utilizzare strumenti bancari Non avverrà subito, ma siamo pronti ad integrarci in una nuova economia di mercato". 



Tradotto da Diletta Paoletti dall'articolo del New York Times del 17 dicembre 2014 "As Havana celebrates historic shift, economic and political hopes rise"


giovedì 5 settembre 2013

La Grande Mela al voto


Uno dei video della campagna di Christine C. Quinn L'endorsement di Rudy Giuliani per Joseph J. Lhota.
Il video promozionale di Bill de Blasio


NYC va alle urne. Dopo i tre mandati dell’attuale sindaco Michael Bloomberg, la Grande Mela vota un nuovo Mayor. Il 10 settembre si terranno le primarie (se nessuno, tra i dodici candidati, otterrà più del 40 per cento dei voti, i primi due si giocheranno la candidatura in un ballottaggio il primo ottobre), mentre il voto è fissato per il 5 novembre.  

Ma chi sono i pretendenti alla poltrona più importante della più progressista e cosmopolita città degli USA (che, però, ha espresso prevalentemente sindaci repubblicani)?

Oggi ne conosciamo tre. 

Christine C. Quinn (web), democratica,
ha 46 anni ed è la presidente del Consiglio comunale, di fatto la figura istituzionale più importante in città dopo Bloomberg. È lesbica e si batte per i diritti civili, puntando in particolare al voto delle donne e della comunità gay. I suoi temi? La casa – ha proposto la costruzione di  80,000 nuove unità abitative per l e fasce deboli della popolazione – e la sanità.

Joseph J. Lhota (web), 58 anni, repubblicano,
è stato alla guida della azienda dei trasporti di New York. Vicino a Rudy Giuliani, è considerato il favorito alle primarie, ma forse è un po’ troppo di destra per attirare elettori moderati e centristi alle elezioni di novembre (New York, infatti, ha sempre optato per repubblicani censtristi).


Bill de Blasio (web), 51 anni, democratico,
è attualmente il difensore civico di New York. La sua campagna si basa su una forte critica di quanto realizzato nell’era Bloomberg. Con le sue origini italiane e con quelle caraibiche della moglie (sul suo sito ufficiale le dedica grande spazio), punta agli ethnic voters, anche se la presenza nella corsa di un candidato asiatico e di uno afroamericano rende più complicata la sfida. 



sabato 31 agosto 2013

Odi et amo

L'ultima copertina del Time fotografa bene quello che deve essere lo stato d'animo di Mr. President
(photograph by Jonathan Ernst/Reuters)
In queste ore di incertezze e indecisioni, infarcite di quel lessico ripetitivo e monotono, che fa tanto tensione internazionale (crimine, colpo e intervento le parole più usate), il caso Siria riapre, puntuale, il vaso di Pandora di valutazioni - più o meno accurate - sull'interventismo americano. Bello il pezzo di Vittorio Zucconi su Repubblica, che descrive in termini asciutti il paradosso storico di una nazione e, ora, anche di un Presidente. Il paradosso di un paese che, nato da un gruppo di padri pellegrini che fuggivano dal vischiosissimo vecchio continente e dai tutti i suoi lacci e lacciuoli, si impantana sempre in guerre combattute lontano, molto lontano. E il paradosso di un Presidente, che solo pochi giorni fa celebrava il cinquantesimo anno dalla storica giornata di "I have a dream", di un sogno di pacifismo ed eguaglianza, e che oggi si trova, controvoglia, alle prese con una crisi internazionale dalla cui gestione - così dicono - dipende la credibilità di un governo e di un paese.
«Anche in Siria - scrive Zucconi - come nei canali di Fiandra, come tra le dune della Normandia, come nelle paludi Indocinesi, come nei deserti d'Arabia, come in dozzine di altri angoli del mondo spesso sconosciuti anche ai soldati mandati a morire per loro, l'America non può sfuggire al destino di essere America». Perché? Facile: l'interventismo, secondo molti, non sarebbe altro che il rovescio della medaglia dell'imperialismo economico e commerciale nordamericano. E, all'uopo, gli Usa avrebbero non solo colto al volo le occasioni di intervento, ma anche creato le occasioni per l'intervento manu militari. Queste, in breve, le tesi di certo antiamericanismo tanto in voga da noi. Ma queste spiegazioni, impastate di dietrologia e infarcite di complottismo, non spiegano niente. Certo, la storia Usa è fatta anche di errori e di false provocazioni (Zucconi cita l'esplosione del Maine a l'Avana e l'incidente americano nel Golfo del Tonchino), ma spesso l'interventismo ha prodotto più costi che benefici.
"Non ci sono precedenti nella storia del mondo - continua il giornalista - di superpotenze che consumino tesori immensi e brucino migliaia di vite senza pretendere annessioni, tributi, cessioni totali di sovranità dai nemici vinti, come ha fatto l'America dopo il doppio intervento nella guerra dei trent'anni in Europa, fra il 1914 e il 1945». E dalle tragedie di Vietnam, Afghanistan ed Iraq, gli Usa non hanno tratto particolari vantaggi imperiali, finendo - al contrario - col perdere ogni forma di controllo su queste complesse realtà geopolitiche. «Tutto questo mentre nel 2008, quando l'imperialismo yankee avrebbe dovuto conoscere la propria apoteosi, gli Stati Uniti hanno rischiato il collasso economico totale».
Criticata e, al tempo stesso, chiamata in causa.
«Segretamente e incoffessabilmente si punta sull'eccezionalismo americano, sulla disponibilità ad intervenire con la violenza per impedire la violenza. La prepotenza americana è l'indicatore inverso della della impotenza altrui. Di fronte al vuoto di volontà, di determinazione, di semplice capacità d'azione Washington si lascia risucchiare ancora e ancora pur sapendo, come anche oggi i generali stanno dicendo a Obama, che una spedizione punitiva contro Assad è un salto nel buio dove i rischi superano di molto i possibili vantaggi. Ma l'America non può fare a meno di essere l'America, di sentirsi chiamata a rispondere e a indossare la responsabilità di essere insieme il protettore e al vittima, il poliziotto e il killer nella viltà del mondo».
In queste ore di incertezze ed indecisioni, non sappiamo se ci saranno altre tragedie, altri uomini e donne destinati a morire, in spirali di violenza che non vorremmo mai vedere.
Sappiamo solo che, per dirla con Zucconi, «non c'è un'altra America, ma soltanto questa, la somma di tutti i successi e i disastri della storia contemporanea, sempre più sola, sempre meno amata, sempre più indispensabile».

da Odiata e indispensabile, la condanna dell'America a finire in prima linea, articolo di Vittorio Zucconi, La Repubblica 31 agosto 2013, pag. 7

mercoledì 28 agosto 2013

Un sogno di eguaglianza e di pace



Un sogno di eguaglianza e di pace. Questo il senso più profondo di un discorso - "I have a dream"- che è passato alla storia. Lo pronuncia a Washington, il 28 agosto 1963, Martin Luther King, pastore della chiesa battista nera, ben presto leader e catalizzatore del movimento improntato alla non violenza ed alla disobbedienza civile. Già perché dopo un secolo dalla abolizione della schiavitù (voluta dal Presidente Lincoln e costata una guerra) i neri americani sperimentano ancora le violenze e le frustrazioni della segregazione. Nel 1964 il Civil rights Act riconosce i diritti civili ai neri, rendendo illegali le sinora consuete "separazioni" tra neri e bianchi nelle scuole, nei trasporti e nei luoghi pubblici in genere. Un anno dopo è la volta del Voting Right Act che afferma la piena partecipazione dei neri alla politica, sia come elettori che come eletti.
Con due importanti leggi federali, dunque, il movimento per i diritti civili, con tutte le sue anime e tutte le sue modalità di espressione, ottiene un primo grande successo.
Ma la marcia di emancipazione è ancora lunga.
E purtroppo - e non solo in america - non è ancora finita.

Leggi il testo del discorso di Martin Luther King.


Non solo in America...:
Scene di ordinario razzismo in ospedale

giovedì 20 giugno 2013

mercoledì 15 maggio 2013

I'm an Englishman in New York



Prime Minister & Prince Harry, insieme, a New York, per promuovere l'industria e il turismo made in Britain. Lo scopo è quello di incoraggiare un numero crescente di americani non solo a visitare il Regno Unito, ma anche a considerarlo una buona opportunità per studi e business. L'evento fa parte della Great Campaign, l'iniziativa governativa a sostegno dell'immagine della Gran Bretagna in giro per il mondo. Con tanto di rieditato bus a due piani."Dobbiamo essere competitivi: Stati uniti e Inghilterra vantano intelligenza, abilità e creatività", spiega Cameron. Perché, si sa, la famiglia è un po' la stessa e - accantonati gli oramai vetusti rancori della Guerra di indipendenza - le due sponde dell'atlantico sono da tempo unite da una incontrovertibile special relationship. E chissà che anche questo viaggio - insieme alla campagna di promozione più in generale - non sia il segno della sempre crescente volontà del Regno Unito giocare da singolo, di optare per il solo, in contrapposizione ad una integrazione europea nella quale crede sempre meno.

mercoledì 27 marzo 2013

Vintage Easter Egg Roll


Easter Egg Roll 1898
Easter Egg Roll 1901
Easter Egg Roll 1920s
Easter Egg Roll 1922
  
Easter Egg Roll 1923

Easter Egg Roll 1939


Easter Egg Roll 1982

Easter Egg Roll




Non c’è Pasqua, alla Casa Bianca, senza il tradizionale Easter Egg Roll. Il gioco è semplice e come tutte le cose semplici è duraturo: dal 1878 i Presidenti americani – assieme alle loro famiglie – celebrano il Lunedì dell’Angelo con questo evento un po’ speciale, che consiste nel far rotolare, con l’aiuto di un cucchiaio dal lungo manico, le uova (opportunamente decorate) sul tappeto erboso nel lato ovest della residenza presidenziale. Vince chi riesce a far compiere alle uova più a lungo. Senza romperle, ça va sans dire. In origine il gioco si svolgeva nel giardino del Capitol Hill, prima di essere proibito da un Atto del Congresso. Ma le tradizioni, si sa, sono dure a morire ed è così che – grazie al Presidente Hayes – nel 1878 il gioco si trasferì al cortile della White House. Altri ritengono sia stata la First Lady Dolley Madison – agli inizi dell’800 – ad avviare la tradizione, mentre alcuni parlano di informali Egg Roll risalenti addirittura all’epoca dell’amministrazione Lincoln. Oggi l’Egg Roll si è trasformato in una vera e propria kermesse con animazioni varie, giochi, racconti di fiabe, ma anche attività sportive e corsi di cucina legati alla campagna Let’s Move! della First Leader Michelle Obama. 

 

mercoledì 20 marzo 2013

E sono dieci


Kuwait: i preparativi dei Marines americani all'ordine di attraversare il confine iracheno, 20 marzo 2003 - CNN
Washington: le prime pagine dei giornali - CNN
Fumo e fiamme si alzano da Baghdad dopo un massiccio attacco aereo, 21 marzo 2003 - CNN
Marines camminano sullo sfondo del panorama desolato di Nasiryah, 26 marzo 2003




Maggio 2009, il corpo di un militare statunitense viene trasportato
Le tombe di un cimitero costruito in un campo di calcio, Falluja, maggio 2004 - CNN
Al cimitero Nazionale di Arlington (Washington), maggio 2007
 Un tecnico al lavoro nella fabbrica di protesi di Baghdad, dicembre 2011 - CNN
Narwan, Luglio 2008
Approfondisci su:

giovedì 31 gennaio 2013

Un Senato di emozioni



Forti emozioni, ieri, al Senato Usa. Gabrielle Giffords, ex-deputata ferita alla testa durante la sparatoria di Tucson nel 2011, ha fatto il suo personalissimo e intenso appello per la regolamentazione delle armi. John Kerry, fresco di nomina a Segretario di Stato, saluta il Senato e si commuove ricordando i Kennedy.

martedì 29 gennaio 2013

Lincoln


C’è tutto nel Lincoln di Steven Spielberg. C’è la figura istituzionale che si intreccia – più di quanto si possa credere – con l’uomo privato, con le sue difficoltà, con i suoi affetti e con le sue relazioni familiari. C’è l’annosissima questione se la bontà del fine debba necessariamente comportare la liceità dei mezzi per raggiungerlo. C’è la politica, tanta politica. Che si fa verbo, parola, per persuadere, convincere, coagulare il consenso. C’è quell’arte oratoria, ridondante e retorica, spesso affilata, tipica delle assemblee ottocentesche. Ma soprattutto c’è la libertà. L’America di quegli anni era completamente lacerata attorno al significato da dare a questa sterminata parola: da una parte, i sudisti confederati che rivendicavano la “libertà di rendere schiavi gli altri”, dall’altra il Nord, che smaniava di presentarsi al mondo come patria del progresso e delle opportunità, dove anche i neri dovevano essere liberi. Due mondi – il nord e il sud –  diversi, tanto diversi da farsi la guerra. Fatto di centri manifatturieri, commerciali e finanziari il primo, incentrato sull’agricoltura il secondo: cotone, tabacco, riso. E soprattutto schiavi, la cui manodopera non pagata era indispensabile per le colture. L’elezione dell’abolizionista Lincoln alla Casa Bianca nel 1860 fu la goccia che fece traboccare il vaso. La parola passò alle armi per cinque lunghi, lunghissimi anni. Ma non è di questo che sceglie di parlare Spielberg. La guerra c’è, si percepisce (molto) e si vede (poco), ma siamo quasi alla fine. Lincoln è appena stato rieletto al suo secondo mandato ed è più intenzionato che mai a fare approvare dal Congresso il tredicesimo Emendamento, contenente l’abolizione della schiavitù: nel 1862 il Presidente aveva già proclamato, con una legge di guerra, l’emancipazione dei neri, che andavano così ad ingrossare le fila dell’esercito nordista, ma – senza trasposizione in Costituzione – il provvedimento non avrebbe superato la fine delle ostilità. Non è affatto semplice, per Lincoln, ottenere i voti necessari. Occorre un lavorio politico di cesello, al limite (e spesso oltre) della legittimità. Costantemente stretto tra pragmatismo e tensione ideale. È così che si scambiano voti con incarichi governativi, più o meno di prestigio ma, si sa, bisogna accontentarsi. E spesso, in questi casi, occorre scendere a compromessi. Anche con se stessi. Come nel caso di Thaddeus Stevens, capo della minoranza radicale dei repubblicani. Fervente sostenitore dell’eguaglianza naturale degli uomini, Stevens è costretto a mentire di fronte ai deputati, sostenendo di credere alla sola eguaglianza “di fronte alla legge”. Solo così riesce ad ottenere l’appoggio della maggioranza del partito. Alla fine, la sospirata vittoria dei numeri arriva. E con essa un passaggio storico: la schiavitù è finita. Certo, di acqua sotto i ponti ne dovrà ancora passare molta prima del completo riconoscimento dei diritti civili e politici per gli afro-americani (lo stesso Lincoln si era opposto a che venisse loro concesso il suffragio e ci vorrà ancora un secolo, un movimento, un reverendo ed un sogno, per l’approvazione del Civil Rights Act e del Voting Rights Act).
È profondamente americano, questo film, e ci racconta di un paese dalle mille contraddizioni, che – a me che scrivevo una tesi sulle origini della democrazia statunitense e sulle differenze con quella europea e che leggevo, avida, “La Democrazia in America” di Alexis de Tocqueville – ha sempre affascinato. In “Storia della libertà americana”, Eric Foner si esprime così: «Lincoln batteva sul concetto che la schiavitù fosse incompatibile con gli ideali dei fondatori e con la missione storica della nazione nei confronti del mondo». In altri termini, «la schiavitù violava le premesse essenziali della libertà americana: libertà personale, democrazia politica, e opportunità di migliorare le proprie condizioni di vita».
È proprio per questo che, in quel preciso momento, non c’era cosa migliore che il Governo “of the people, by the people, for the people” potesse fare: riaffermare, a tutti i costi, la dignità umana. 


sabato 15 dicembre 2012

Smokin' Guns




“Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, non si potrà violare il diritto dei cittadini di possedere e portare armi”.
- II emendamento, The Bill of Rights
(ratificato dal Congresso degli Usa nel 1791)

Così recita l’emendamento che sa di frontiera e di pionieri, di coloni e di neonata nazione che, in crescita costante ma ancora fragile, vuole difendersi. Che parla della corsa all'ovest, di avventure e di polvere da sparo. Emendamento che oggi, 2012, quasi 2013, è ancora sacro vessillo di libertà (!) per le aree più conservatrici e retrive degli Stati Uniti.
Perché, in fondo, tutto cambia e nulla cambia. Anche nel paese per antonomasia più mutevole e più contraddittorio.
E poi c’è la NRA, National Rifle Association, potentissima lobby delle armi, tenace barriera ad ogni tentativo di legiferazione contraria ai suoi interessi. 

E così ci ritroviamo – once again – a piangere vittime su vittime. Che le lacrime di Obama lo spingano ad affrontare questa annosissima questione. Se è riuscito a vincere i forti interessi delle assicurazioni nella sanità, potrà forse far sì che gli Usa non siano più un grottesco, tragico e violento far west.

lunedì 19 novembre 2012

Incontri


Quando due Premi Nobel per la Pace si incontrano, non può che essere un bello spettacolo. E proprio un bello spettacolo – carico di speranze e di buoni significati – è andando in scena in queste ore in Birmania, dove una minuta e coraggiosa signora si è incontrata con un possente e determinato uomo di colore. Aung San Suu Kyi e Barack Obama. L’una, leader dell’opposizione birmana alla dittatura, per anni prigioniera, oggi parlamentare; l’altro, neo-rieletto presidente degli Stati Uniti.

Il luogo dell’incontro è più che mai simbolico, quella "casa sul lago" a Rangoon, prigione di Aung San Suu Kyi per ben quindici anni.

Barack Obama, ancora una volta, fa la storia: è il primo presidente americano a visitare il paese asiatico. Lo fa «per sostenere il cammino della Birmania verso la democrazia». E lo fa anche per lei: «un'icona della lotta per la democrazia, che ha ispirato tante persone e non solo nel suo paese: mi ci metto anch'io», spiega Obama alla folla di giornalisti e di comuni cittadini che li ascoltano.

Il paese, governato dai militari fino agli inizi del 2011, attraversa ora una delicata fase di transizione. Molte le riforme compiute, ma molta è anche la strada che resta ancora da percorrere. Aung San Suu Kyi è cauta: «ci attendono ancora anni difficili. In questo momento è importante non essere ingannati dal miraggio del successo».

Entrambi premi Nobel per la pace, dicevamo. Lei nel 1991, “ per la sua battaglia non  violenta per la democrazia e i diritti umani”, si legge nella motivazione ufficiale. Lui nel 2009, al termine del suo primo anno di presidenza, “per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e al cooperazioe tra i popoli”.

L’abbraccio finale tra i due è intenso, una di quelle immagini destinate a durare.

Perché sono le persone a fare la storia. 


martedì 6 novembre 2012

Hello! My name is Walter




Si chiama grassoroots movement o grassoroots democracy e sta a significare quel modo –un po’ speciale e molto anglosassone – di partecipazione alla politica. Come? La base, in tutte le sue espressioni, si mobilita, producendo una felice parentesi dell’altrimenti marcato individualismo americano. Un movimento dal basso, un esercizio di quella democrazia, tutta americana, basata sul door to door e che lavora sul concetto di vicinato, tra un barbecue, una serata musicale e una lotteria.
Ecco allora che Walter, 91 anni, veterano della seconda guerra mondiale, si mette in gioco e telefona agli elettori per sostenere la rielezione di Barack Obama.
È con persone come lui che, quattro anni fa, una campagna che sembrava improbabile, divenne probabilissima e, soprattutto, vittoriosa, regalandoci il primo Presidente afroamericano della storia degli States.
Oggi ci risiamo, e si tratta della conquista di un prezioso ‘secondo tempo’.