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martedì 13 novembre 2012

Perché la rielezione di Obama fa bene all’Europa


Photo by: Scout Tufankjian for Obama for America

Con Obama ha vinto la politica che ascolta anche gli altri. E non potrebbe essere altrimenti. L’America, oramai da tempo, non può più fare da sola, come si pensava – e in molti ci avevano creduto – qualche decennio fa. Certo l’Europa, per molti versi malconcia e azzoppata, non è, ad oggi, un punto di riferimento: diversi sono gli scenari che attirano le attenzioni d’oltreoceano. Molto probabilmente, infatti, negli anni a venire gli americani guarderanno più al Pacifico che all’Atlantico, più all’Asia che all’Europa. Dopo settanta anni di diplomazia americana basata sull’alleanza con gli europei, oggi l’America è concentrata sull’Asia emergente, dove ha posizioni economico-industriali da difendere e una potenza concorrente da contrastare, la Cina. Ma, nonostante tutto ciò, Barack Obama considera il Vecchio continente un partner imprescindibile. «L’Europa è una sfida importante – ha dichiarato, poche settimane fa, di fronte ad una platea di investitori – non penso che gli europei vogliano davvero la fine dell’Euro. Ma è urgente che facciano i passi decisivi per il suo salvataggio». Non usa mezzi termini nemmeno Politico.com – Bibbia della politica interna americana – quando scrive: «Obama parla di Europa. Molto. Interroga regolarmente il Segretario del Tesoro Timothy Geithner sull’andamento della crisi e telefona spesso ai leader europei». Ma forti, anzi, fortissime, restano le divergenze di impostazione e proprio sull’economia esistono le divisioni più profonde. Se sviluppo e lavoro restano le priorità comuni, come hanno ricordato oggi Barroso e Van Rompuy, l’Ue rimprovera ad Obama di non aver fatto abbastanza per riformare una finanza fatta di speculazione, mentre dagli Usa è stata più e più volte criticata la ricetta europea, targata Gemania, del rigore. Ma non c’è solo l’economia e la finanza. Anche in politica internazionale diversi sono gli scacchieri nei quali Unione Europea e Stati Uniti possono collaborare (e hanno già iniziato a farlo). Nei mesi scorsi, ad esempio, il Dipartimento di Stato americano ha inviato a Catherine Ashton – Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza – una nota confidenziale che delinea una stretta cooperazione in Asia, con specifico riferimento ai temi dei diritti umani, della governance e degli aiuti allo sviluppo. Ma anche in Africa, dove Usa e Ue lavorano gomito a gomito alla stabilizzazione del Mali, caduto in parte sotto il controllo di una ramificazione di Al Qaeda. Se l’America e l’Europa continueranno su questa strada – dicono gli analisti – ne deriveranno vantaggi per entrambe. Di certo, l’ingresso alla Casa Bianca del repubblicano Mitt Romney sarebbe stata una pessima notizia per gli europei. Durante tutta la campagna elettorale, infatti, il candidato mormone non si è risparmiato dal bacchettare duramente l’Europa, biasimandola e stigmatizzandone natura, caratteristiche e comportamenti. E questo non solo in merito alla fallimentare gestione della crisi dell’Euro – cosa, in fondo, comprensibile – ma anche e soprattutto con riferimento al ruolo dello Stato. Perché proprio lo Stato “interventista” ha sempre rappresentato lo spauracchio numero uno dei conservatori a stelle e strisce e, con esso, la sanità pubblica e il welfare che, in tutte le sue varianti, protegge (quale misfatto!) le fasce più deboli della popolazione. Per questo e altro ancora, (ri)avere un democratico alla Casa Bianca è una buona notizia. L’America di Barack Obama ha sempre sostenuto gli sforzi europei per uscire dalla crisi puntando sulla crescita. Già, la crescita, ad oggi affossata dai diktat imposti dal rigore teutonico. Ecco perché, molti – a partire dal Presidente francese François Hollande – sperano che la rielezione di Obama incoraggi ad un cambiamento di rotta anche l’Europa. Allora non rimane che ripetere il mantra di questa campagna obamiana, con la speranza che valga anche per questa parte dell’oceano: forward!

Questo mio contributo è stato originariamente pubblicato 
sul portale di Libertà e Giustizia , associazione nazionale di cultura politica

martedì 6 novembre 2012

Hello! My name is Walter




Si chiama grassoroots movement o grassoroots democracy e sta a significare quel modo –un po’ speciale e molto anglosassone – di partecipazione alla politica. Come? La base, in tutte le sue espressioni, si mobilita, producendo una felice parentesi dell’altrimenti marcato individualismo americano. Un movimento dal basso, un esercizio di quella democrazia, tutta americana, basata sul door to door e che lavora sul concetto di vicinato, tra un barbecue, una serata musicale e una lotteria.
Ecco allora che Walter, 91 anni, veterano della seconda guerra mondiale, si mette in gioco e telefona agli elettori per sostenere la rielezione di Barack Obama.
È con persone come lui che, quattro anni fa, una campagna che sembrava improbabile, divenne probabilissima e, soprattutto, vittoriosa, regalandoci il primo Presidente afroamericano della storia degli States.
Oggi ci risiamo, e si tratta della conquista di un prezioso ‘secondo tempo’. 

mercoledì 31 ottobre 2012

Quella di ieri e quella di oggi



Questione di parole. E di note. Nel 2008 il mantra obamiano Yes we can era stato trasformato nella omonima canzone ad opera di will.i.am. 
Oggi, Anno Domini 2012, nuova parola d’ordine, Forward, e nuova corrispondente song di Ne Yo, Johnny Rzeznik, Herbie Hancock, Delta Rae e Natasha Bedingfield. 

Enjoy! 

martedì 23 ottobre 2012

Terzo round






Obama vs Romney, Romney vs Obama. Si è svolto ieri il terzo ed ultimo dibattito televisivo tra i due candidati alla Casa Bianca. E ora, inizia il countdown verso l’Election day del 6 novembre. Intanto, più o meno noti vignettisti si sbizzarriscono e ne ... disegnano di tutti i colori.


Ps: a proposito, perché i candidati alle primarie democratiche nostrane non prendono il buon esempio? Un confronto sui temi e suoi programmi non sarebbe, davvero, una cattiva idea. 


giovedì 6 settembre 2012

Le donne della Convention


La first lady, ovviamente, appassionata e convincente come sempre. Ma anche Kamala Harris, Procuratore Generale della California, la spumeggiante Tulsi Gabbard, candidata hawaiana alla House of Representative ed Elizabeth Warren, lo sceriffo di Wall Street, impegnata nel controllo delle operazioni di salvataggio delle banche.

mercoledì 5 settembre 2012

cAstro nascente




Julian Castro. Astro nascente dei Democrats Usa? Forse. Anzi, molto probabile. Così come la Convention del 2004 lanciò Barack Obama nella sua incredibile ascesa da outsider a Presidente, così la kermesse attualmente in corso a Charlotte sembra portare alla ribalta il giovane ispanico, 37 anni, sindaco di San Antonio, seconda città nel repubblicanissimo Texas (lo Stato di origine – tanto per spiegarsi – del clan Bush).
Carte da giocare ne ha, eccome. Anzitutto è carismatico: sa parlare e sa affrontare il pubblico, galvanizzandolo quanto basta. Vanta poi un’ottima istruzione, con una laurea - “with honors and distinction” – alla Stanford University, più un dottorato alla Harvard Law School.
Ha, inoltre, una storia familiare che si inserisce perfettamente nella lunga marcia per la tutela delle minoranze (la madre, Rosie, è un’attivista impegnata da sempre per i diritti civili).
Come Obama ha rappresentato gli afroamericani,  Castro darebbe voce ai “latinos” americani, che hanno ormai sfondato la soglia dei 50 milioni, rappresentando il 17% della popolazione totale. E la chiamano minoranza...  

martedì 24 luglio 2012

Inspiring First Lady



Continua la parata di stelle mobilitate per la rielezione di Barack Obama. Dopo Sarah Jessica Parker, Anna Wintour e molti altri, è la volta di Beyoncé Knowles. E' con una lettera alla First Lady ed un video che la protagonista del moderno R&B targato Usa offre il suo endorsement alla coppia presidenziale, in una campagna elettorale che si sta rivelando più difficile del previsto (impressionante la quantità di fondi raccolti dallo sfidabnte Romney - soprattutto grazie ai criticatissimi PAC - mentre il microfinanziamento pro-Obama, tanto massiccio nel 2008, oggi stenta a raggiungere i fortunati livelli del passato) . "Michelle Obama inspires me -  spiega senza mezzi termini la cantante - she is the ultimate example of a truly strong african american woman".

martedì 3 luglio 2012

Avanti tutta



Ieri erano "change" e il celeberrimo "yes we can".
Oggi è "forward", e cioè "avanti".
Stiamo parlando delle parole d'ordine delle campagne elettorali di Barack Obama. Quella del 2008 puntava tutto sul cambiamento e sulla discontinuità con quanto veniva prima. Oggi, invece, lo slogan vincente indica (e, soprattutto, chiede agli elettori) continuità. Il cambiamento, in altre parole, ha bisogno del suo second time per essere davvero completo.

sabato 18 febbraio 2012

Five years ago




Cinque anni fa poche migliaia di cittadini – da Springfield, Illinois – lanciavano una improbabile campagna presidenziale. L’obiettivo era quello di costruire un ‘grassroots movement’, un movimento dal basso, un esercizio di quella democrazia basata sul door to door, tutta americana, che lavora sul concetto di vicinato, tra un barbecue e una serata musicale.

Quella campagna improbabile divenne poi probabilissima, e soprattutto vittoriosa, regalandoci il primo Presidente afroamericano della storia americana. Oggi si riparte, per la conquista del ‘secondo tempo’. E la macchina organizzativa (ri)comincia a muoversi. 
Le parole d’ordine? Mobilitare e partecipare.