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mercoledì 8 gennaio 2014

A Riga lo chiamano Eiro

Che un paese voglia, oggi, entrare nell'Euro è sconcertante sotto vari punti di vista. Ma per uno stato come la Lettonia, l'ingresso è più che sensato. 


È più o meno questo il senso dell'articolo dell'Economist - non certo sospettabile di acritiche forme di europeismo - a commento dell'ingresso di Riga nell'eurozona, avvenuto in corrispondenza del nuovo anno.

«Le ragioni risiedono in una miscela di economia e politica: i costi di una moneta indipendente aumentano per le piccole economie, mentre i benefici si restringono. Lasciandola fluttuare, cresce il rischio di attacchi speculativi e di destabilizzanti flussi in entrata di capitali vaganti. Il margine di manovra della politica monetaria è limitato".

«Per questo motivo - prosegue l'articolo - la Lettonia è membro de facto della zona euro per anni: la vecchia valuta, il lat, è stata ancorata all'euro (e prima ancora alla valuta fittizia del FMI, lo Special Drawing Rights). L'unica flessibilità cui la Lettonia dovrà rinunciare è la possibilità di svalutazione: una scelta che ha evitato durante la grande recessione che seguì lo scoppio di una bolla finanziaria ed immobiliare nel 2008»

Se gli osservatori (soprattutto esterni) plaudono, «i lettoni non salutano l'euro con particolare entusiasmo.  Alcuni rimpiangono la vecchia valuta - il  lat - prezioso simbolo della sovranità ritrovata (per approfondire la storia del lat, nato nel 1922 e resuscitato nel 1993, leggi questo articolo). Ma la ragione principale è un cinismo diffuso, unito ad una forte diffidenza verso la classe politica. Decine di migliaia di persone hanno lasciato il paese dopo l'indipendenza. Anche se l'economia cresce oggi molto velocemente ora la più rapida crescita in Europa , sono ancora in molti a rimanere indietro»


«L'arrivo dell'euro - aggiunge l'Economist - è stato accompagnato da un simile scetticismo
 in Estonia, vicino settentrionale della Lettonia e di dimensioni analoghe, dove la moneta unica è ormai considerata un successo. L'ingresso nell'eurozona ha dato impulso al commercio ed agli investimenti, riducendo i rischi e i costi di transazione».

C'è poi la politica. Fare parte della zona euro significa per la Lettonia entrare nella stanza dove vengono prese le decisioni più importanti. Per un paese che è stato cancellato dalla carta in un accordo segreto tra l'Unione Sovietica e la Germania nazista nel 1939, i vantaggi dell'inclusione nel processo decisionale sono piuttosto chiari. Per di più, la crescente influenza della Russia nella regione ex sovietica è molto sentita in Lettonia».

Ma far parte del club è una cosa. Goderne dei benefici, un'altra. Anche al tasso di crescita del 4 % di oggi, ci vorranno molti anni prima che i lettoni superino l'eredità di quattro decenni di isolamento forzato e di arretratezza e dell politiche, sconsiderate e incompetente, degli anni successivi». 

L'articolo originale sull'Economist: leggi

venerdì 24 maggio 2013

Mario, l’Euro e la City. Mission impossible?

L’Europa ha bisogno del Regno Unito. Questo è un po’ il senso del (coraggioso) discorso di Mario Draghi ai banchieri della City di Londra. Discorso trascurato dalla stampa italiana, ma abbondantemente ripreso da quella inglese. Pur con l’intento dichiarato di non voler entrare in un dibattito tutto “domestico”, il governatore della Banca Centrale Europea ha ricordato le numerose interconnessioni tra Regno Unito ed Europa. «In virtù dei profondi legami esistenti – ha dichiarato – l’area euro e la Gran Bretagna condividono un interesse comune: quello per la stabilità nel funzionamento del nostro sistema economico, ed in particolare dei nostri mercati finanziari». Tutte le principali banche dell’Eurozona, infatti, sono presenti nel cuore della finanza londinese e, al contempo, le banche inglesi rappresentano i leading players nei mercati finanziari di tutta Europa. Senza contare che l’area-Euro rappresenta il più grande mercato delle esportazioni del Regno Unito (pari a 200 miliardi di sterline nel corso dell’ultimo anno). 
Un’eventuale uscita della Queen’s Land dall’Unione, insomma, potrebbe significare la dissoluzione delle istituzioni del continente, avverte Draghi. «E una simile scelta, sarebbe dannosa per tutti», aggiunge, facendo eco alla Cancelliera Merkel, che ha definito la Gran Bretagna “attore vitale dell’Ue”. «L’Europa ha bisogno di un’Inghilterra pienamente europea, più di quanto il Regno Unito necessiti di un’Europa più British», ha spiegato. Grazie agli interventi della Banca centrale, l’Eurozona oggi è più stabile, ma c’è ancora molto da fare. Secondo Mario Draghi, la crisi economico-finanziaria è l’occasione per far ripartire il processo di integrazione europea. Processo che non può non implicare la cessione di quote di sovranità nazionale, soprattutto  in fatto di budget e di politiche strutturali. «La risposta alla crisi – conclude il Governatore – non deve essere meno Europa, ma più Europa». 

Leggi l'articolo del The Guardian
Leggi l'articolo del The Telegraph

venerdì 11 gennaio 2013

Al lavoro. Per il lavoro.



Mentre in Italia ci si scalda, tra gli altri, sul tema del lavoro, anche in Francia le polemiche in merito non si risparmiano. Il dibattito è più che mai acceso e la sfida non poco impegnativa. Semplificando, la posta in gioco è questa. Da una parte, c’è l’impresa che chiede maggiore flessibilità e, dall’altra, il lavoro dipendente, che chiede stabilità e certezze. In mezzo, un meccanismo ancora tutto da definire allo studio dal governo di Françoise Hollande (questa sembra essere la settimana cruciale per le trattative).

L’impresa vorrebbe anzitutto poter avere, quando necessario, la libertà di  spostare un dipendente in termini di mansione e/o di sede, salvaguardando – come è ovvio – qualifica e livello retributivo. Se il lavoratore rifiuta, scatta il licenziamento per “motivi personali”, procedura più snella rispetto al licenziamento economico. Altro scenario: il datore di lavoro procede a riduzioni salariali temporanee, in grado di salvaguardare però le assunzioni (l’operazione, nel suo complesso, deve però essere approvata da almeno il 50% dei dipendenti). Anche qui, il lavoratore che si oppone può essere licenziato. Infine, le imprese vorrebbero un ridotto potere di giudizio della magistratura sui temi più delicati (piani di ristrutturazione, ricorsi ...).

I sindacati – dal canto loro – chiedono un aumento dei contributi sui contratti brevi o brevissimi. Il fine? Disincentivare l’utilizzo di forme contrattuali responsabili della crescente precarizzazione degli ultimi anni (i contratti inferiori al mese e, a volte, addirittura sotto la settimana sono aumentati negli ultimi dieci anni dell’88%). Il sindacato, inoltre, chiede che le imprese finanzino l’assistenza sanitaria complementare per tutti i lavoratori.
Voi che ne pensate?


(Questo post trae ispirazione dall'ottimo articolo di Marco Moussanet
"Parigi cambia le regole sul lavoro", Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2013)

mercoledì 11 luglio 2012

La Corte dell’Euro


Presseurop


Estenuanti trattative politico-economico-diplomatiche potrebbero – sottolineiamo potrebbero – essere messe a repentaglio da una pronuncia della Corte costituzionale tedesca. Andiamo con ordine.
I giudici di Karlsruhe stanno esaminando i ricorsi presentati con riferimento alle norme approvate dal Parlamento tedesco per ratificare l’accordo sull’European Stability Mechanism (ESM), il prezioso fondo salva stati, norme che – a parere dei ricorrenti – sarebbero incostituzionali, in quanto lesive del potere sovrano dello stato.
Il funzionamento del meccanismo di stabilità (creato non solo per concedere prestiti ai paesi in difficoltà, ma anche per esempio acquistare titoli di Stato e mantenere stabili gli spread), così come definito dall’ultimo Consiglio europeo, ridurrebbe la discrezione della Germania, in particolare nelle decisioni su come utilizzare i propri fondi pubblici.
In altre parole, fino a che la Corte costituzionale non deciderà sull’ammissibilità dei quesiti di costituzionalità e, in caso affermativo, non si esprimerà nel merito, le leggi approvate in Parlamento sull’ESM non potranno entrare in vigore. E, prevedono in molti, ci vorranno numerose settimane. Settimane preziose, viste le turbolenze cui è esposta la moneta unica.
Ma, dietro le quinte di questi avvenimenti, si consuma l’ennesima puntata delle frizioni tra l’esecutivo tedesco e la Corte Costituzionale, fondata nel 1951 per garantire che le istituzioni statali agissero conformemente a quanto prevedeva la Legge fondamentale della neonata Repubblica federale tedesca.
«Le cose non sono mai andate lisce tra Berlino e la Corte che ha sede a Karlsruhe – scrive Der Spiegel – i politici al governo l’hanno spesso considerata un essere irritante, che può abrogare a proprio piacimento le leggi con un semplice tratto di penna. Una frase attribuita al defunto Herbert Wehner, appartenente al partito socialdemocratico, è diventata leggendaria: “Non permetteremo a quegli idioti di Karlsruhe di depennare le nostre politiche”».
Antiche rivalità si scontrano, oggi, con nuove sfide: con la crisi dell’euro, infatti, in palio c’è molto più dei consueti giochi tra poteri, dal momento che le decisioni di Karlsruhe potrebbero mandare all’aria i tentativi di salvataggio dell’Eurozona.


lunedì 18 giugno 2012

La Grecia, tra il mito di se stessa e la crisi

Oli Scarff/Getty Images

«Non è certo una novità, è molto tempo che in Grecia viviamo nella luce di una stella morta», spiega Dimitris Dimitriadis, 68 anni, drammaturgo saggista, poeta e traduttore, intervistato da Le Monde a proposito del suo paese, mai come oggi in (profonda) difficoltà. Ma che forse, con il voto di domenica, ha deciso di voltare pagina, di andare avanti e provare a risalire la china. «Quello che caratterizza la Grecia è una sorta di stagnazione, di immobilismo mentale. Si rimane intrappolati in abitudini psicologiche e sociali, ci si adagia su una tradizione morta e non si pensa più a rinnovare – continua – si tratta di un problema gravissimo. Un paese con una storia come la Grecia è bloccato nel meccanismo stesso della storia. Per questo motivo siamo arrivati a questa situazione. Tutto quello di cui si parla, questa grande eredità greca di cui ci si vanta, è chiusa in modelli preconcetti, in stereotipi».
E, ironia della sorte, proprio lui – in Muoio come paese, opera risalente all’ormai lontano 1978 – aveva profetizzato un simile destino: «ho scritto questo testo 35 anni fa. Il paese era uscito dalla dittatura dei colonnelli, era un periodo pieno di speranze, di promesse e di ricchezza. Mi trovavo in una situazione personale di solitudine assoluta, che mi ha spinto a scrivere questo testo che ha preso la forma di una parabola: parlo di un paese che muore perché non accetta la propria fine e non accetta l'altro. Un paese che si sente assediato da mille anni, che non accetta quello che chiama il nemico, che non vede che il "nemico" è la sua stessa prospettiva di futuro».
Dimitris Dimitriadis
Nelle parole di Dimitriadis, dunque, la crisi appare, prima che economico-finanziaria, storica e culturale. «il sistema politico nel quale viviamo in Grecia, e che risale all'occupazione ottomana (quindi a diversi secoli fa), è completamente clientelare. I grandi proprietari terrieri di un tempo sono stati sostituiti dai partiti politici, ma i rapporti con la popolazione sono rimasti gli stessi. Lo stato appartiene al partito, e il partito sfrutta le risorse dello stato per mantenere il suo sistema clientelare».
E non nasconde le responsabilità dei cittadini greci, rei di aver «vissuto con facilità e superficialità». «I nostri politici sono l'immagine del nostro popolo. Questa deplorevole mentalità interessa tutta la popolazione greca. Spesso ho l'impressione che una forma di volgarità, di maleducazione, abbia conquistato il nostro paese».
Da sempre si parla della Grecia come della"culla" della nostra civiltà «In realtà dobbiamo renderci conto che questa culla è diventata la nostra tomba. Ma una tomba può a sua volta diventare una culla. Finora l'umanità ha sempre saputo rinnovare le sue forze e i suoi modelli di civiltà attraverso le sventure e le catastrofi. E non vi è alcuna ragione per pensare che non possa continuare a farlo».

giovedì 14 giugno 2012

Botta e risposta 2. La vendetta.


All’Economist non l’hanno presa bene e rispondono, piccati, al quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, reo di aver, per così dire, “reinterpretato” – in una variante filo-tedesca – l’ultima copertina del giornale inglese, che raffigurava la riluttanza della Cancelliera Merkel ad "accendere i motori" dell’economia europea. «E’ una replica quanto mai strana» – si legge nella versione on-line del settimanale londinese – con la Germania, export dipendente, che se ne sta in disparte rispetto all’economia mondiale». Quando in realtà, «il debito pubblico dei tedeschi è più grande di quello della Spagna e l'America è cresciuta più rapidamente rispetto alla Germania nel corso del primo trimestre del 2012 (per la fortuna degli stessi tedeschi, che sono esportatori netti per l'economia americana)».
«La verità è che – conclude l’Economist – il governo della Germania, più di ogni altro, ha la capacità solcare le acque dell’economia dell’eurozona e, dunque, di quella mondiale, allontanandola dal pericolo di una catastrofe economica. Ma, come dimostra l’immagine proposta da Handelsblatt, i tedeschi ancora non se ne rendono conto».

mercoledì 13 giugno 2012

Botta e Risposta


Il primo ad iniziare è l’Economist: sulla copertina dell’ultimo numero c’è una nave che affonda – metafora dell’economia mondiale – e un fumetto che dice: “Per favore, possiamo accendere i motori adesso, signora Merkel?”.
Il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt ha risposto con una pagina interna, che –modificando la copertina originale del noto settimanale – raffigura il ministro tedesco dell’Economia, Wolfgang Schäuble (in sedia a rotelle a causa delle ferite riportate in un attentato) che chiede alla Merkel: “Dove sono i nostri amici, Angela?”: “Troppo grossi per stare a galla”, risponde la cancelliera, con un “too big to swim” che riprende (evidentemente e ironicamente) la famosa formula “too big to fail”. La nave affonda a causa di alcune “zavorre” tra cui Italia, Spagna, Grecia, Stati Uniti, Francia... 


venerdì 1 giugno 2012

L’Irlanda dice sì

Il Primo Ministro irlandese, Enda Kenny, festeggia la vittoria dei sì al referendum sul Fiscal Compact























60% sì, 40% no. Questo il risultato del referendum irlandese sul Fiscal compact, il nuovo trattato fiscale europeo varato in piena tempesta economico-finanziaria e destinato ad introdurre norme più severe in fatto di bilancio. Gli irlandesi, dunque, danno il nulla osta al patto, iniettando una buona dose di fiducia sull’operato dell’Unione, recentemente da più parti aspramente criticato. Con un affluenza al 50.6 per cento, il quesito referendario si è rivolto ad un elettorato di 3,144,828 persone.
Diversificate, come è ovvio, le reazioni. Entusiasta il Primo Ministro Enda Kenny (foto) che fino all’ultimo si è speso per un netto e convinto sostegno al sì: «il voto affermativo sul Trattato fiscale – spiega – lancia un forte segnale al resto del mondo: l’Irlanda è seriamente intenzionata a superare le proprie difficoltà economiche».
Gerry Adams, leader dei socialisti di Sinn Féin, contrari al Fiscal Compact così come, più in generale, alla politica di austerità targata Ue, dice di accettare l’esito delle urne. Non manca, però, di criticare gli esponenti del governo, rei – a suo parere – di aver fatto facili promesse (hanno assicurato, ad esempio, di non affibbiare ai cittadini i costi del salvataggio degli istituti bancari e di  lavorare per maggiori opportunità occupazionali). Vedremo - spiega Adams - se manterranno questi impegni.
Tirano un sospiro di sollievo le Istituzioni europee che – per voce del Presidente della Commissione José Manuel Barroso – «salutano con favore il risultato della consultazione popolare, congratulandosi con l’Irlanda per aver partecipato ad un intenso dibattito su un Trattato fondamentale in termini di risposta europea alla crisi economica». 

giovedì 31 maggio 2012

Irish vote



Fiscal compact, sì o no? Questo il quesito al quale dovranno rispondere, oggi, giovedì 31 maggio, i cittadini irlandesi. L’Irlanda, infatti, è l’unico paese europeo a sottoporre a consultazione popolare il patto, nato 4 mesi fa per tamponare gli effetti traumatici della crisi e per avviare percorsi di maggiore rigore fiscale.
E mentre sondaggi e pronostici danno per vincenti i sì, non mancano coloro che del fiscal compact, così come della troika (Bce, Fmi e Ue) e dell’austerity farebbero volentieri a meno. Come, ad esempio, Sinn Féin, storica formazione socialista irlandese che – similmente a Syriza in Grecia – ha fatto dell’anti-austerità la sua più recente bandiera.
«Ancora una volta – si legge sulla piattaforma web “vote no 2012”, creata dal partito proprio in occasione del referendum – i leader europei hanno fallito e si sono concentrati sui sintomi della crisi più che sulle cause». Nel mirino, dunque, la strategia adottata dall’Unione per gestire una crisi erroneamente ritenuta, spiegano quelli di Sinn Féin, prerogativa della periferia dell’Eurozona, curabile solo con massicce dosi di austerità. «Per accorgersi poi – si leggeche il problema stava coinvolgendo anche le “core economies” dell’Europa, poste sempre più sotto pressione dai mercati e sempre più in difficoltà nel ripagare i propri debiti».
Il governo di Dublino, dal canto suo, promuove la linea della responsabilità. «Non è un referendum qualsiasi – spiega in un video messaggio il Primo Ministro Enda Kenny – e ci sono tre ragioni per votare sì». Anzitutto, spiega, il sì è il modo migliore per consolidare il recente flusso di investimenti da parte delle multinazionali, unica via per incrementare le prospettive occupazionali dei cittadini irlandesi. E poi, in secondo luogo, aprirebbe la strada ai fondi messi a disposizione dall’Ue via “European Stabiliy Mechanism”. «Voglio che il nostro paese abbia lo stesso accesso degli altri a queste opportunità». Last but not least, il sì andrebbe ad aumentare il livello di regolamentazione, in Irlanda così come nel resto d’Europa, ingenerando maggiore responsabilità in fatto di bilanci.

Ma di Fiscal Compact non si parla solo nella verde Irlanda: il trattato occupa (e preoccupa) altre capitali. Prima fra tutte, Parigi: Hollande, infatti, non ha mai fatto mistero della sua volontà di volerne rivedere i contenuti, anche a costo di inasprire i rapporti con i tedeschi di Angela Merkel, contraria ad ogni modifica all’attuale testo. 

Guarda:
Vote Yes VIDEO
Vote No VIDEO

domenica 6 maggio 2012

ψήφος, stimme, voto, vote



Giornata importante, questa, per la politica europea. Oggi, infatti, è il giorno delle elezioni in Grecia, le prime dopo il collasso dovuto alla crisi finanziaria e la conseguente entrata in scena del governo tecnico. Ma è anche il giorno del secondo turno delle Presidenziali di Francia. In Italia, invece, è la volta di una significativa tornata di amministrative, mentre in Germania si vota nel nell'importante Land Schleswig-Holstein. 

Ad Atene la posta in gioco è quella della governabilità del paese, ma anche la sua permanenza nell'Eurozona. In mezzo a pericolosi estremismi, rossi e neri, che sembrano spiccare il volo. In Italia, i dieci milioni di elettori che andranno alle urne per il voto amministrativo lo faranno sullo sfondo di molte le novità. Anzitutto la spaccatura Pdl-Lega nel centrodestra. Il Pd, dal canto suo, potrebbe tenere o subire erosioni di consenso da parte dei partiti antisistema o della sinistra più radicale. Pure senza influenze dirette sul Governo di Mario Monti, il voto - soprattutto se di protesta - potrebbe aprire una fase di (ulteriore) instabilità, con riflessi anche sul (complesso) risanamento economico. 

Nello Schleswig-Holstein, il land più settentrionale della Germania, al confine con la Danimarca, si profila un testa a testa tra i cristiano democratici della Cdu - il partito di Angela Merkel -  e i socialisti targati Spd. Al voto ben  2,2 milioni di cittadini. Un voto regionale, sì, ma molto importante anche per gli equilibri del governo federale di Angela Merkel, e cioè del pilastro che oggi regge, con fatica e suscitando molte critiche, le sorti traballanti di un'Europa in balia della crisi. In attesa di un altra importante giornata elettorale, quella in programma tra una settimana nel popoloso Land del Reno-Westfalia. 


mercoledì 11 gennaio 2012

Angie, la Gioconda del Nord

Angela Merkel
























Se la parola più usata nell’ultimo scorcio del 2011 è stata spread, il nome più pronunciato è stato senza dubbio quello di Angela Merkel. E non si prevedono inversioni di tendenza per il 2012. La cancelliera tedesca, in coppia (quasi) fissa con Nicolas Sarkozy, ha dominato non solo pagine di giornale e summit europei, ma anche dibattiti televisivi e chiacchiere da bar. Con giudizi non sempre lusinghieri. Proviamo allora a fare ordine su questa figura che, accusata o difesa che sia, si è trovata a guidare un’Europa ... sull’orlo del baratro.

Donna dell’est, protestante, due matrimoni, senza figli, Angie – come la chiamano amici e detrattori – nasce nel 1954 ad Amburgo, ma cresce nella Repubblica Democratica Tedesca, meglio nota come Germania dell’Est. Il padre – il pastore protestante Horst Kasner (Merkel è il cognome del primo marito di Angela) – decide di trasferirsi, famiglia al seguito, al di là della Cortina di ferro (il Muro non era ancora arrivato a dividere – fisicamente e simbolicamente – due modi di essere, due ideologie e due sistemi politico-sociali). La penuria di pastori spingeva i più motivati tra loro a compiere missioni ad Est, muovendosi in controtendenza rispetto alle tantissime persone che, fuggendo dalla RDT nell’illegalità e rischiando non poco, si riversavano nella Repubblica Federale tedesca.
Angela Merkel cresce nella RDT
Ecco allora che la giovane Angela muove i primi passi. E se è vero che le difficoltà aiutano ad essere migliori, così sembra essere stato per la futura Cancelliera: dietro al suo successo – concordando molti osservatori – sta il fatto di essere cresciuta sotto ad un regime dispotico, dove ha imparato l’arte di mediare, anzitutto tra le proprie idee e la realtà. Tenace e determinata, “vuole essere sempre la numero uno”, racconta chi la conosce bene e lei stessa ha ammesso, in una delle poche interviste concesse, che, in fondo, “non c’è niente di male ad essere ambiziosi”. Studia Fisica all’Università di Lipsia, ottiene un dottorato e diviene membro dello staff accademico al Central Institute of Physical Chemistry dell’Accademia delle Scienze di Berlino Est. Ma alla carriera universitaria si sostituisce ben presto quella politica.
Entrata nella CDU (Unione Cristiano-democratica) nel 1990, la Merkel diviene due volte ministro nella Germania riunificata: nel 1991 alle Pari opportunità, nel 1994 all’ancor più strategico Ministero per l’Ambiente e la sicurezza nucleare. Da aspirante scienziata ad aspirante Cancelliere, dunque, il salto è breve. Ancor più breve se a propiziarlo è niente meno che Helmuth Kohl, leader della CDU, artefice della (delicatissima) riunificazione delle due Germanie e grande europeista. I destini politici dei due si incontrano in occasione del congresso di partito del ‘90: Kohl viene colpito dal carattere e dalla biografia (spendibile politicamente) di Angela, la ribattezza “das madchen” (la ragazza) e decide di spianarle la strada, dentro al partito e dentro al governo.
Angela Merkel con Helmut Kohl
Fino al 2005, quando la ragazza, ormai cresciuta, vince (di misura) le elezioni politiche e assume la guida dell’intero paese, “prima donna e prima tedesca dell’est ad occupare la cancelleria”, è scritto, ben in evidenza, nel sito ufficiale di governo. Successo ottenuto anche attraverso – tra le altre cose –  la rottura con il padrino politico: quando Kohl è travolto dallo scandalo finanziario legato ai finanziamenti al partito, Angela non lo risparmia e lo invita pubblicamente a farsi da parte.
Lontana dall’idealtipo di donna in voga tra i conservatori, contribuisce a svecchiare non solo il partito ma tutta la scena politica tedesca. Spesso illuminata (come ministro per l’Ambiente affronta la questione del trasporto delle scorie nucleari appellandosi a tutte le forze politiche e sociali: quando è in gioco il bene comune, meglio non escludere nessuno dal tavolo), è stata una grande sostenitrice della parità tra i sessi (ha promosso, solo per fare un esempio, gli asili pubblici, fino ad allora impopolari tra le fila dei conservatori). Con lei va in porto la seconda Grosse Koalition della storia tedesca (dopo quella degli anni ’60), che vede al governo i cristiano-democratici insieme ai socialisti della SPD. Nel 2009 la rielezione, questa volta a braccetto con i liberali.
Il resto è storia: oggi la Merkel ha gli occhi di Europa e del mondo addosso. Col suo fare – enigmatico quanto basta (Der Spiegel l’ha definita la “Gioconda del Nord”) – cerca, in un difficilissimo equilibrismo, di salvare sia l’Ue che i favori del suo elettorato. Viene accusata – a ragione – di aver tentennato in momenti cruciali: sono datate 2009 le prime drammatiche avvisaglie della crisi greca e, a quei tempi, sarebbe bastato poco per calmare i mercati e tranquillizzare gli investitori. E invece, ci volle una telefonata accorata di Obama per sbloccare le reticenze della Cancelliera e a convincerla ad intervenire, sia pure in ritardo.

Angela Merkel, Nicholas Sarkozy e Mario Monti

Ma deve esserle riconosciuto, altrettanto a ragione, di aver saputo tenere testa agli agguerritissimi falchi antieuropeisti made in Deutschland e ai profeti del rigore (basti citare – tra i secondi – Jürgen Stark, economista tedesco alla BCE, che – in nome dell’ortodossia rigorista – si è addirittura dimesso dall’incarico, tanto era contrario all’acquisto, da parte dell’Eurotower, dei titoli sovrani dei paesi in difficoltà). Ed è riuscita a fare accettare ad un Bundestag più che riluttante il Fondo salva stati, irrobustito da ultimo lo scorso settembre. Ma ancora molte sono le rigidità di Angela: dal (netto) rifiuto degli Eurobond, alla contrarietà al rafforzamento dei poteri della Banca centrale europea. Che la nuova intesa tra Italia e Francia riesca a convincere la cauta Cancelliera? Alla prossima puntata.  

sabato 31 dicembre 2011

Stories

Eh sì, lo ammetto! Non ho resistito – in queste ultime ore del 2011 – a creare il mio personalissimo (e parzialissimo) blobbone fotografico. Qualche immagine, scelta con cura e selezionata sulla scorta delle emozioni, di alcuni dei fatti che più mi hanno colpito nei mesi scorsi. Molti li ho raccontati in queste pagine, altri avrei voluto farlo.

Nella speranza che l’anno che viene regali a questo nostro pianeta qualche soddisfazione in più!























La “Primavera araba” sconvolge l’assetto politico del Nord Africa e del Medio Oriente: prima è la volta di Tunisia e Algeria, poi di Egitto e Libia. Uno dopo l’altro, cadono i leader della regione: Ben Ali, Mubarak, Muammar Gaddafi e Ali Abdullah Saleh.



London’s burning


Muore Steve Jobs, ma non se ne vanno con lui la forza delle sue idee e l’originalità delle sue azioni.



I 150 anni dell’Unità d’Italia, celebrati in uno dei momenti più difficili della nostra storia recente






















Occupy Wall Street e indignados: i nuovi movimenti mettono in discussione gli assetti dell’attuale sistema socio-economico e Main street assedia il cuore pulsante del financial district.





















L’Euro e l’Ue ad un passo dal baratro: convulse trattative ed estenuanti riunioni provano a salvare il salvabile. La macchina Europa – per il momento – sembra rimanere in carreggiata.

martedì 6 dicembre 2011

martedì 29 novembre 2011

My name is bond, Eurobond



Eurobond sì o Eurobond no? Eurobond sì. E a parlare non è uno qualsiasi, ma Jacques Delors, uno che l’Europa l’ha fatta (è considerato tra i padri nobili dell’Ue), l’ha guidata (dal 1985 al 1995 è stato Presidente della Commissione europea) e l’ha vissuta da dentro (celebre il suo impegno per il completamento del mercato interno, per la coesione regionale e per l’unione monetaria). E, strano ma vero per i tempi che corrono, la ama. Sempre oggettivo, mai ipocrita, non ha mancato di sottolinearne, in passato, le stranezze: celebre la frase con cui definisce l’Ue “un oggetto politico non identificato”, parafrasando l’acronimo attribuito agli Ufo. E oggi, preoccupato per i destini della “casa comune” che ha contribuito a costruire, non si tira in dietro. Interpellato (molte le interviste negli ultimi tempi, al Corriere della Sera, a El Pais e al The Guardian, solo per citarne alcune), non si limita ad interpretare la cronaca e la politica di Bruxelles, ma fa proposte concrete. Tra queste, quella dei tanto dibattuti Eurobond, attorno cui si gioca non solo il sì o il no tedesco, ma anche il futuro dell’Unione (monetaria ed europea).
Ma andiamo con ordine. Primo: cosa sono questi famigerati Eurobond? Sono titoli di debito pubblico, emessi – diversamente da BTP italiani o Bund tedeschi – a livello europeo. Secondo: a cosa sono destinati? Nella sua proposta originaria, Delors li aveva immaginati come modo per finanziare gli investimenti pubblici e, quindi, la crescita. «Avevo proposto le euro-obbligazioni nel 1993, per finanziare i grandi progetti infrastrutturali», spiega al Corriere. Ma oggi, gli Eurobond (astutamente ribattezzati stability bond) servirebbero anche (e soprattutto) a garantire la stabilità dell’Eurozona, mutualizzando, anche se in parte, i debiti europei. Questo significherebbe creare un meccanismo per sostenere i Paesi in difficoltà e per garantire a tutti i Governi la possibilità di finanziarsi sul mercato attraverso emissioni obbligazionarie comuni. I risultati? Meno speculazione e riduzione degli spread.
Come convincere i tedeschi? Non è semplice, anche perché per loro l’operazione avrebbe degli svantaggi (soprattutto in termini di maggiore costo di finanziamento del proprio debito e un rischio superiore a quello dei Bund tedeschi). Inoltre, per Angela Merkel è più che mai difficile far accettare all’opinione pubblica una misura di “socializzazione del debito”. Ma, a confronto, sono molto maggiori i costi derivanti dalla lentezza e dall’inazione delle istituzioni europee – spiega l’ex presidente della Commissione – e gli Eurobond produrrebbero effetti di scala con un ritorno positivo per tutta Europa.
Insomma, secondo Delors, per l’Eurozona sarebbe opportuno arrivare quanto prima ai titoli obbligazionari comuni, in una doppia veste: quelli “pro debito”, emessi dal Meccanismo di Stabilità (ESM) e quelli pro investimenti, emessi invece dalla Banca centrale europea. Nel primo caso, con un effetto stabilizzante nel breve periodo, nel secondo, per cementare crescita e coesione a lungo termine, spiega al The Guardian in un articolo intitolato, non a caso, “Europe must use bonds to fight the debt crisis on two fronts”. 
Se questo non accadrà, l’Europa rischierà di essere un oggetto non solo non identificato ma, ahinoi, inesistente. 

venerdì 25 novembre 2011

Mayday


Oliver Schopf



"When the Titanic sank in 1912, even its first-class passengers ended up in the sea"

- Quando nel 1912 il Titanic affondò, anche i passeggeri di prima classe finirono in mare

dall'editoriale di Mark Gilbert, Lukanyo Mnyanda e Emma Charlton su Bloomberg, a proposito della scelta della Germania di non appoggiare la creazione degli Eurobond per risolvere la crisi del debito. 

venerdì 4 novembre 2011

Lui chi è



Mario Draghi, buona la prima. Insediatosi ufficialmente solo pochi giorni fa alla Presidenza della Banca Centrale europea, l’ex-governatore di Via Nazionale spiazza tutti con una mossa che nulla o poco ha a che fare con l’ortodossia dell’Eurotower, il taglio del costo del denaro: il principale tasso d'interesse, quello di rifinanziamento, scende all'1,25%, con una riduzione di 25 punti base.
La decisione ha convinto tutti, anche gli occhiuti tedeschi (persino il rappresentante della Bundensbank ha sostenuto la scelta, adottata – infatti – all’unanimità), a dimostrazione del grande potere contrattuale dell’italiano a Francoforte. La riduzione ha significato forzare il cosiddetto dogmatismo anti-inflazionistico alla tedesca, secondo cui, con l’inflazione al 3%, (ossia troppo al di sopra del livello desiderato del 2%), non ci si può muovere. E invece Draghi è riuscito dove altri avrebbero fallito.
E le borse plaudono, aprendo in rialzo. Per il resto, Draghi avverte: «il programma della Bce di acquisti di Titoli di Stato dell'area euro resta temporaneo e limitato», ha dichiarato. Convincendo anche per la prudenza mostrata: in conferenza stampa (Video) non ha usato grandi parole, né fatto grandi promesse. Molto pragmatismo e una buona dose di realismo, insomma.
Ma chi è questo italiano che, per competenze e abilità tecniche, attira la fiducia non solo dei connazionali (un recente sondaggio dimostra che – nel Bel Paese – sono in molti quelli che lo preferiscono ai politici nostrani, piazzandolo in testa alle classifiche di gradimento), ma anche dell’Europa tutta? Già perché se è vero (come è vero) che la credibilità internazionale del nostro paese sta toccando – in queste settimane – i minimi storici, proprio il neo-capo dell’Eurotower sembra permetterci di recuperare lustro agli occhi dell’Ue.
Classe 1947, romano di nascita, Mario Draghi – dopo la Laurea in Economia (con Federico Caffè) all’Università La Sapienza di Roma e un periodo di formazione al Mit di Boston – approda alla Banca Mondiale di cui – tra il 1984 ed il 1990 – è stato direttore esecutivo. Numerosi, da quel momento in poi, gli incarichi ricoperti: oltre ad importanti ruoli in aziende e banche (IRI, Banca nazionale del lavoro, Eni e, dal 2002, Goldman Sachs, di cui è stato vicepresidente per l'Europa), dal 1991 al 2001 è stato Direttore generale del Tesoro e dal 1993 al 2001 presidente del comitato per le liberalizzazioni. Nel 1998 ha contribuito al testo unico della finanza (“legge Draghi”) per la riforma del sistema finanziario italiano. Nel 2006, infine, diviene Governatore della Banca di Italia, prima di approdare – e siamo arrivati all’oggi – alla direzione di un’altra banca centrale, quella europea. In una delle congiunture storiche – non c’è che dire – più difficili per economia, finanza ed Europa.   

lunedì 24 ottobre 2011

Mr Euro























Tra ultimatum (molto economici e non poco politici) all’Italia e auspici per una rapida uscita dalla crisi, il Consiglio europeo svoltosi ieri a Bruxelles ha prodotto una novità importante: è nata, infatti, una nuova figura, quella del Presidente dell’Eurogruppo, ossia del consesso informale che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei 17 paesi della zona euro.
Basta andare a leggere le Conclusioni del Consiglio Europeo e la figura di “Mr Euro” – questa l’espressione (molto scenografica e poco tecnica) coniata dai media – appare più che mai chiara. Il «Presidente dell’Euro Summit – si legge nel comunicato – sarà designato dai Capi di Stato e di Governo dell’area Euro, contemporaneamente all’elezione del Presidente del Consiglio europeo e per la stessa durata del mandato». Per il momento (le elezioni sono previste per il 2012) ad assumere la carica sarà l’attuale presidente del Consiglio europeo, ossia il belga Herman Van Rompuy.
L’obiettivo di questa decisione? Quello di affrontare la crisi anche e soprattutto in termini di governance economica, procedendo verso una maggiore integrazione tra i paesi che condividono la moneta unica. L’intenzione è quella – si legge ancora nel testo – di rafforzare l’integrazione economica e sviluppare la disciplina fiscale.
Come la prenderanno gli altri dieci Stati dell’Ue? Di certo lo scatto in avanti di Eurolandia si tradurrà per loro in una perdita di influenza, configurando un’Europa a due velocità. Ma il Consiglio, su questo aspetto, è rassicurante: «il Presidente dell’Euro Summit informerà dettagliatamente i paesi extra area-euro sulla preparazione e sulle decisioni dei summit».
La decisione di oggi, inoltre, prelude ad imminenti modifiche («condivise dai 27», si affretta a dire il Consiglio) dei Trattati istitutivi, già invocate giorni fa dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel. Ora resta da vedere se la nuova figura sarà veramente in grado di coordinare i paesi dell’Eurozona, portando ad un inevitabile (e auspicabile) approfondimento dell’unione. E se avranno o meno colto nel segno coloro che proprio nella crisi avevano visto l’opportunità per una maggiore integrazione.