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giovedì 24 aprile 2014

Di Europa si deve parlare/3




Le elezioni europee si avvicinano. E anche la Rai si è mobilitata per sensibilizzare il pubblico su quello che - nonostante bordate demagogiche e toni populisti - è e resta un voto molto importante: il 75% degli atti normativi italiani, infatti, recepiscono decisioni assunte dall'assemblea di Bruxelles. La piattaforma si chiama "Cantiere Europa" (clicca qui), non il solito sito, ma uno spazio aperto nel quale tutti possono lavorare.

In tv, intanto, passando gli spot. Ne abbiamo già pubblicati altri (quello che racconta le origini dell'Ue e quello che parla di un'Europa unita territorio di pace). Oggi è la volta della sicurezza alimentare. Perché tanta è l'attività ordinaria dell'Unione, che costantemente legifera su una serie di questioni che hanno spesso una ricaduta enorme, anche se poco visibile, sulla nostra vita quotidiana. 



sabato 9 febbraio 2013

L'Austerity sbarca in Europa

Burki

Petar Pismestrovic


Mentre i vignettisti si sbizzarriscono a raccontarci il nuovo accordo sul bilancio Ue, un dato è certo: quello varato ieri è il primo quadro finanziario al ribasso della storia comunitaria. Scontenti, molto, quelli che speravano in un’inversione di tendenza, in una sterzata Keynesiana ed in un'iniezione di politiche anticicliche. 

Il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale copre i prossimi sette anni (2014-2020) ed è concepito per un'Unione europea a 28 Stati membri, in base all'ipotesi di lavoro che la Croazia aderisca all'Unione nel 2013. 


Il Consiglio europeo, riassumendo, ha raggiunto un accordo politico in base al quale la cifra massima totale della spesa per l'Ue a 28 è pari a 959 988 milioni di Euro in stanziamenti per impegni che rappresentano l'1,00 % del reddito nazionale lordo (RNL) dell'Unione e a 908 400 milioni di EUR in stanziamenti per pagamenti che rappresentano lo 0,95% dell'RNL europeo. 

Si è trattato, come ha spiegato efficacemente Marco Zatterin su La Stampa, di uno «scontro fra i rigoristi condotti da Cameron e i fan della spesa comune in chiave anticrisi come Italia e Francia». «La cifra  - continua Zatterin - comprende 450 miliardi per la crescita, somma maggiore sull’esercizio precedente, ma smagrita rispetto alle idee di partenza: alleggeriti gli investimenti sulle reti transfrontaliere, sparite le Tlc, al punto da fare commentare a una fonte: «E’ rimorto Keynes!». 

«Guardando da una prospettiva globale – ha affermato Herman Van Rompuy alla fine della maratona negoziale, durata ben 25 ore – questo è un budget orientato al futuro, realistico e guidato da preoccupazioni urgenti». Della serie, poteva andare anche peggio.

martedì 15 gennaio 2013

Allargare il dibattito per aumentare la democrazia


Il titolo – “Una campagna elettorale europea” – è particolarmente invitante. Così comincio a leggere quello che ha tutta l’aria di essere un articolo promettente, scritto da André Wilkens (tra i fondatori dell’European Council on Foreign Relations e direttore del Mercator Centre di Berlino), pubblicato su Project Syndicate e ripreso da Presseurop, l’utilissimo portale che raggruppa il meglio della stampa europea.
Il discorso è più o meno questo: l’Europa unita, per decenni fautrice di benessere, pace e successo, è oggi bersaglio del fuoco incrociato di più o meno giustificato biasimo. Colpevole di alcune incertezze e di qualche (grave) ritardo nella gestione della crisi dell’Euro, oggi l’Ue ha conquistato i titoli dei giornali, ma i termini non sono così lusinghieri. «Dopo tutto – scrive Wilkens – i dissidi fanno notizia. Ma il dibattito pubblico innescato da tali dissidi non è stato del tutto costruttivo». Perché? «I dibattiti che si svolgono in tutta l’Unione – spiega – continuano a essere in buona parte condotti da attori nazionali in forum nazionali e con lo sguardo rivolto ai soli interessi nazionali». «Per compiere un autentico passo avanti e decidere lo sviluppo dell’Ue – continua – occorre definire chiaramente gli interessi europei».
Ma individuare obiettivi e programmi che siano veramente condivisi – che forniscano, cioè, quel comune denominatore che spesso sembra sfuggire – significa attivare meccanismi di dibattito declinati in chiave europea. Wilkens non usa mezzi termini: «si renderà necessario un dibattito paneuropeo serio e schietto, superiore alla somma dei singoli dibattiti nazionali. La discussione dovrà essere pubblica e coinvolgere l’intera cittadinanza europea». E le elezioni del Parlamento europeo nel 2014 sono un’ottima occasione per mettersi in cammino lungo questa strada.
In altre parole, il dibattito prodotto dal Financial Times e dall’Economist, dalle conferenze paneuropee, dai network e dalle Ong, è condizione probabilmente necessaria, ma certamente non sufficiente, dal momento che è in grado di coinvolgere le sole élite intellettuali, che già possiedono un elevato livello di informazione ed alfabetizzazione circa gli affari europei. Occorrono, piuttosto, cambiamenti istituzionali in grado di propiziare la nascita di una sfera pubblica comune. In molti, da tempo, suggeriscono nuovi meccanismi, quali la creazione di collegi elettorali transnazionali per una competizione su scala europea o l’elezione diretta del Presidente della Commissione.
Perché, oggi, è proprio questo il punto: costruire una vera opinione pubblica europea. Luogo per eccellenza della rappresentanza e della partecipazione, ambito (a volte) della decisione, più spesso della discussione e del confronto, l’opinione pubblica – insieme allo spazio operativo immateriale entro cui opera, la sfera pubblica – costituisce linfa vitale della democrazia. Anche per l’Unione europea, organismo spurio, né Stato (tanto meno super-Stato), né semplice organizzazione internazionale, ma che, quotidianamente, decide di numerosi aspetti della nostra vita.
«La crisi dell’euro – conclude Wilkens – mette a repentaglio l’esistenza stessa dell’Ue, ma costituisce al contempo un’occasione per allargare l’importante dibattito sul futuro dell’Europa, un dibattito che funzionerà soltanto nell’ambito di una democrazia parlamentare genuinamente europea».


Questo mio contributo è stato originariamente pubblicato 
sul portale di Libertà e Giustizia, associazione nazionale di cultura politica. 

mercoledì 11 gennaio 2012

Angie, la Gioconda del Nord

Angela Merkel
























Se la parola più usata nell’ultimo scorcio del 2011 è stata spread, il nome più pronunciato è stato senza dubbio quello di Angela Merkel. E non si prevedono inversioni di tendenza per il 2012. La cancelliera tedesca, in coppia (quasi) fissa con Nicolas Sarkozy, ha dominato non solo pagine di giornale e summit europei, ma anche dibattiti televisivi e chiacchiere da bar. Con giudizi non sempre lusinghieri. Proviamo allora a fare ordine su questa figura che, accusata o difesa che sia, si è trovata a guidare un’Europa ... sull’orlo del baratro.

Donna dell’est, protestante, due matrimoni, senza figli, Angie – come la chiamano amici e detrattori – nasce nel 1954 ad Amburgo, ma cresce nella Repubblica Democratica Tedesca, meglio nota come Germania dell’Est. Il padre – il pastore protestante Horst Kasner (Merkel è il cognome del primo marito di Angela) – decide di trasferirsi, famiglia al seguito, al di là della Cortina di ferro (il Muro non era ancora arrivato a dividere – fisicamente e simbolicamente – due modi di essere, due ideologie e due sistemi politico-sociali). La penuria di pastori spingeva i più motivati tra loro a compiere missioni ad Est, muovendosi in controtendenza rispetto alle tantissime persone che, fuggendo dalla RDT nell’illegalità e rischiando non poco, si riversavano nella Repubblica Federale tedesca.
Angela Merkel cresce nella RDT
Ecco allora che la giovane Angela muove i primi passi. E se è vero che le difficoltà aiutano ad essere migliori, così sembra essere stato per la futura Cancelliera: dietro al suo successo – concordando molti osservatori – sta il fatto di essere cresciuta sotto ad un regime dispotico, dove ha imparato l’arte di mediare, anzitutto tra le proprie idee e la realtà. Tenace e determinata, “vuole essere sempre la numero uno”, racconta chi la conosce bene e lei stessa ha ammesso, in una delle poche interviste concesse, che, in fondo, “non c’è niente di male ad essere ambiziosi”. Studia Fisica all’Università di Lipsia, ottiene un dottorato e diviene membro dello staff accademico al Central Institute of Physical Chemistry dell’Accademia delle Scienze di Berlino Est. Ma alla carriera universitaria si sostituisce ben presto quella politica.
Entrata nella CDU (Unione Cristiano-democratica) nel 1990, la Merkel diviene due volte ministro nella Germania riunificata: nel 1991 alle Pari opportunità, nel 1994 all’ancor più strategico Ministero per l’Ambiente e la sicurezza nucleare. Da aspirante scienziata ad aspirante Cancelliere, dunque, il salto è breve. Ancor più breve se a propiziarlo è niente meno che Helmuth Kohl, leader della CDU, artefice della (delicatissima) riunificazione delle due Germanie e grande europeista. I destini politici dei due si incontrano in occasione del congresso di partito del ‘90: Kohl viene colpito dal carattere e dalla biografia (spendibile politicamente) di Angela, la ribattezza “das madchen” (la ragazza) e decide di spianarle la strada, dentro al partito e dentro al governo.
Angela Merkel con Helmut Kohl
Fino al 2005, quando la ragazza, ormai cresciuta, vince (di misura) le elezioni politiche e assume la guida dell’intero paese, “prima donna e prima tedesca dell’est ad occupare la cancelleria”, è scritto, ben in evidenza, nel sito ufficiale di governo. Successo ottenuto anche attraverso – tra le altre cose –  la rottura con il padrino politico: quando Kohl è travolto dallo scandalo finanziario legato ai finanziamenti al partito, Angela non lo risparmia e lo invita pubblicamente a farsi da parte.
Lontana dall’idealtipo di donna in voga tra i conservatori, contribuisce a svecchiare non solo il partito ma tutta la scena politica tedesca. Spesso illuminata (come ministro per l’Ambiente affronta la questione del trasporto delle scorie nucleari appellandosi a tutte le forze politiche e sociali: quando è in gioco il bene comune, meglio non escludere nessuno dal tavolo), è stata una grande sostenitrice della parità tra i sessi (ha promosso, solo per fare un esempio, gli asili pubblici, fino ad allora impopolari tra le fila dei conservatori). Con lei va in porto la seconda Grosse Koalition della storia tedesca (dopo quella degli anni ’60), che vede al governo i cristiano-democratici insieme ai socialisti della SPD. Nel 2009 la rielezione, questa volta a braccetto con i liberali.
Il resto è storia: oggi la Merkel ha gli occhi di Europa e del mondo addosso. Col suo fare – enigmatico quanto basta (Der Spiegel l’ha definita la “Gioconda del Nord”) – cerca, in un difficilissimo equilibrismo, di salvare sia l’Ue che i favori del suo elettorato. Viene accusata – a ragione – di aver tentennato in momenti cruciali: sono datate 2009 le prime drammatiche avvisaglie della crisi greca e, a quei tempi, sarebbe bastato poco per calmare i mercati e tranquillizzare gli investitori. E invece, ci volle una telefonata accorata di Obama per sbloccare le reticenze della Cancelliera e a convincerla ad intervenire, sia pure in ritardo.

Angela Merkel, Nicholas Sarkozy e Mario Monti

Ma deve esserle riconosciuto, altrettanto a ragione, di aver saputo tenere testa agli agguerritissimi falchi antieuropeisti made in Deutschland e ai profeti del rigore (basti citare – tra i secondi – Jürgen Stark, economista tedesco alla BCE, che – in nome dell’ortodossia rigorista – si è addirittura dimesso dall’incarico, tanto era contrario all’acquisto, da parte dell’Eurotower, dei titoli sovrani dei paesi in difficoltà). Ed è riuscita a fare accettare ad un Bundestag più che riluttante il Fondo salva stati, irrobustito da ultimo lo scorso settembre. Ma ancora molte sono le rigidità di Angela: dal (netto) rifiuto degli Eurobond, alla contrarietà al rafforzamento dei poteri della Banca centrale europea. Che la nuova intesa tra Italia e Francia riesca a convincere la cauta Cancelliera? Alla prossima puntata.