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giovedì 28 aprile 2016

L'A B C di Schengen


Se ne parla tanto in questi mesi caratterizzati da una forte pressione migratoria in atto nei confronti del Vecchio Continente, mentre lo spettro di muri e reti divisorie ricompare più sinistro che mai.
Ma cosa è esattamente la cosiddetta "Area Schengen"? Come funziona e da quali regole è caratterizzata?
La storia ha inizio nel Lussemburgo, a Schengen appunto, nel 1985 in occasione della firma di un accordo intergovernativo il cui obiettivo è quello di garantire la libertà di circolazione delle persone, libera circolazione che - insieme a quella delle merci, dei servizi e dei capitali - ha costituito uno degli aspetti più evidenti dell'integrazione europea. Ogni cittadino dell'Unione può viaggiare, spostarsi e lavorare all'interno dei paesi europei senza intoppi alle frontiere.
Nel 1990 viene firmata la Convenzione che implementa l'accordo di 5 anni prima. Ma ci vuole un ulteriore lustro perché il sistema Schengen diventi realtà (1995), coinvolgendo - siamo all'inizio - solo 7 Stati. In altre parole, la cooperazione di Schengen permette di attraversare i confini interni senza essere sottoposti ai controlli alle frontiere.
Ad oggi qual è la situazione? Del sistema Schengen fanno parte 26 Stati, di cui:

22 Paesi appartenenti all'Ue, con eccezione di Bulgaria, Cipro, Croazia, Romania, Irlanda e Regno Unito

4 Stati NON UE, ossia: Islanda, Norvegia, Svizzera, Liechtenstein.

L'assenza de facto di frontiere interne, dunque, garantisce la libertà di movimento a 400 milioni di cittadini europei, così come a molti non cittadini europei. Ogni persona può attraversare le frontiere interne senza essere oggetto di controlli alla frontiera. Ciò non toglie che possano essere effettuati controlli di polizia disposti dalle autorità nazionali, purché la finalità del controllo non sia l'attraversamento della frontiera in quanto tale, ma altre esigenze di polizia e di informazione finalizzata alla tutela della sicurezza e della legalità.
Ma veniamo alle possibili sospensioni di Schengen: il sistema permette agli Stati membri di reintrodurre controlli alle frontiere in caso di eventi che minaccino seriamente la sicurezza pubblica e la sicurezza interna. Viene chiarito che: "la reintroduzione dei controlli alle frontiere deve rimanere un'eccezione, in  linea con il principio di proporzionalità. Inoltre, l'estensione della sospensione della libertà di movimento deve essere strettamente legata alla sussistenza della minaccia.
Nonostante queste che potremmo definire "avvertenze", rimane il fatto che sospendere o meno la libertà di circolazione è prerogativa degli Stati Membri: la commissione europea può solo pronunciarsi sulla necessità e sulla proporzionalità della scelta del singolo Stato membro. Nessun veto UE è possibile in questo senso.
Esistono 3 fattispecie che permettono la reintroduzione di controlli alle frontiere:

1) In caso di "Eventi prevedibili" (es. eventi sportivi) : la durata della misura è limitata a 30 giorni rinnovabili (ma non per un totale che ecceda i 6 mesi). Lo Stato membro deve notificare questa decisione alla Commissione ed agli altri stati almeno quattro settimane prima della reintroduzione dei controlli alle frontiere.

2) Casi che richiedono azioni immediate: è possibile, per uno o più Stati membri reintrodurre i controlli alla frontiera senza preavviso e per la durata di 10 giorni. Commissione e altri Stati membri devono essere tempestivamente avvisati. i diedi giorni possono essere prolungati di venti giorni, entro un massimo di due mesi.

3) Casi in cui circostanze eccezionali mettono in crisi il sistema Schengen nel suo insieme.
In presenza di serie e persistenti minacce alla sicurezza interna e alla sicurezza pubblica, il Consiglio può, su proposta della Commissione, raccomandare che uno o più Stati membri reintroducano i controlli alla frontiera. Si tratta di una cosiddetta ultima spiaggia, misura tesa a salvaguardare un comune interesse dell'Area Schengen nel suo complesso.

Delineate le casistiche previste, vediamo alcuni casi recenti di sospensione del sistema Schengen:


Ma area Schengen non significa solo libertà di transito attraverso i confini interni, ma anche cooperazione in materia giudiziaria e di polizia con riferimento ai confini esterni. Le autorità degli Stati europei lavorano assieme a tutela della sicurezza dei cittadini e di coloro che viaggiano nel territorio europeo. L'abolizione dei controlli ai confini interni, non può - questo è il senso - andare a scapito della sicurezza. Dal momento che non esistono controlli ai confini tra gli Stati dell'area Schengen, i paesi UE hanno decido di unire le forze al fine di conseguire un duplice obiettivo: aumentare la sicurezza attraverso un efficace controllo delle frontiere esterne e facilitare l'accesso a coloro che hanno un legittimato interesse ad entrare nell'Unione. 
Esistono anzitutto meccanismi di condivisione delle informazioni come il VIS, Visa Information System, che permette agli Stati Schengen di scambiare i dati dei visti, in particolare quelli relativi ai soggiorni brevi; Il SIS, Schengen Information System, invece, permette di scambiare dati sui sospetti criminali o persone che possono non avere il diritto di entrare e risiedere nel territorio dell'Unione.
Con riferimento specifico ai confini esterni, e dunque all'ingresso e transito dei non-europei, è di pochi giorni fa la notizia che la Commissione intende rafforzare il Sistema di informazione sulla sicurezza dei confini, attraverso il potenziamento di database e tecnologie per assicurare una migliore condivisione dei dati, nel rispetto della privacy (per maggiori informazioni qui).
Insomma, stando a quanto detto prima, la scelta dell'Austria con riferimento ai controlli al Brennero ed alla creazione di una frontiera anche fisica attraverso rete metallica, non sembrerebbe affatto rientrare nelle fattispecie previste dal diritto europeo.


mercoledì 10 giugno 2015

10 giugno 1940



"Combattenti di terra, di mare e dell'aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del regno di Albania. Ascoltate! Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano. (...) La nostra coscienza è assolutamente tranquilla Con voi il mondo intero è testimone che l'Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l'Europa ma tutto fu vano.
Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l'eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Fuhrer fece finita la campagna di Polonia. Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l'onore, gli interessi, l'avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.
Noi prendiamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime: noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l'accesso all'Oceano.
Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione, è lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l'oro della terra, è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli israeliti e volgenti al tramonto; è la lotta tra due secoli e due idee. (...)
Italiani!
In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che secondo le leggi della morale fascista quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose forze armate.
In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del Re imperatore, che, come sempre, ha interpretato l'anima della patria. E salutiamo alla voce il Fureher, il Capo della Grande alleata Germania.
L'Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta, come non mai.
La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti
Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo!
Popolo italiano corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!"

10 giugno 1940 con queste scellerate parole Benito Mussolini dichiara l'ingresso dell'Italia nel secondo conflitto mondiale. Quello che avete letto è il testo del discorso di Mussolini da palazzo Venezia, Roma.
(tratto da E. Collotti, La seconda guerra mondiale Loescher, Torino 1973).



martedì 26 maggio 2015

Unione (dis)integrata?


Lucio Caracciolo, saggista e direttore della rivista di geopolitica Limes, è da tempo critico circa le modalità che hanno accompagnato il processo di integrazione. Ne ho già parlato su questo Blog, intervistando Enrico Letta proprio sul testo scritto a quattro mani con Caracciolo, "L'Europa è finita". 
E il direttore di Limes, lo conferma anche oggi, con un editoriale su Repubblica. 

"L'Europa - scrive - è tornata alla normalità: ognuno per sé, nessuno per tutti. Un quarto di secolo fa il Muro di Berlino crollava, la Porta di Brandeburgo veniva riaperta. Di qui conseguiva, stando alle oleografie del tempo, niente meno che la "riunificazione dell'Europa" (il fatto che non lo fosse mai stata pareva trascurabile). Oggi questo continente, in specie l'Unione Europea che per noi italiani ne è sinonimo, appare diviso in un arcipelago di isole che alzano ponti e fortificano barriere per sventare presunte invasioni barbariche, dove i barbari sarebbero (anche) altri europei".

La sua analisi odierna prende le mosse dalla cronaca politica di questi giorni, con la vittoria del candidato della destra nazionalista, Duda, alle elezioni presidenziali polacche e l'affermazione di Podemos nel voto amministrativo di Barcellona e di Madrid. Tutti elementi che si aggiungono allo scenario di fondo che prevede la possibilità di una doppia uscita dall'Unione (diversissima per motivazioni): quella di Regno Unito e Grecia. Secondo Caracciolo, ciò è la dimostrazione plastica del "grado di disintegrazione raggiunto dal processo di integrazione europea".

Troppo facile, secondo il direttore di Limes, sarebbe poi dare la colpa ai "populisti" di destra e di sinistra, "da Salvini a Tsipras passando per Le Pen e Iglesias, irresponsabili agitatori che parlano alla pancia della gente esasperata dalla selvaggia crisi economica degli ultimi otto anni, da cui stentiamo a uscire, e dal senso di deprivazione che ne deriva. "Tutti in un calderone - nazistelli, opportunisti e democratici sinceri. Bollati quali nemici del buon tono, che ci rovinano il gusto dei frutti dell'albero piantato sessant'anni fa dai padri fondatori. Spiegazione di comodo".

"È ovvio che in questo clima avvelenato alcuni imprenditori politici speculino su paure diffuse  -  peraltro fondate  -  per raccattare voti e profilarsi come vendicatori del popolo contro i poteri stabiliti. È altrettanto scontato che costoro non abbiano interesse a risolvere i problemi che denunciano, e anzi godano ogni volta che il demone dell'eurocrisi avanza di un passo verso il baratro. Ed era prevedibile, come scrisse vent'anni fa Tony Judt, che l'europeismo di maniera intento a rimuovere la realtà delle nazioni sarebbe diventato "una risorsa elettorale dei nazionalisti virulenti".

Insomma, se la diagnosi di Caracciolo sembra essere, per molti versi, corretta, la sua terapia qual è? 
Non ne parla esplicitamente, ma la lascia intendere: abbandonare il processo di integrazione.

Eppure, bisognerebbe tenere conto di una serie di elementi.

Anzitutto l'Unione è sospinta di volta in volta dalla volontà politica prevalente: chi ha detto - e già la cosa si sta profilando - che l'ortodossia dell'austerità non possa lasciare il posto ad una politica della crescita?

Inoltre, c'è da tenere conto del contesto congiunturale di crisi (prima finanziaria, poi economica), il cui virus è rapidamente passato attraverso le due sponde dell'Atlantico. Di questo contesto qualsiasi progetto avrebbe risentito pesantemente, impossibile negarlo.

Insomma, se la casa comune ha bisogno di essere ristrutturata, lo si faccia, invece che pensare di demolirla.

Ecco che allora servirebbe una governance comune della politica economica dei paesi dell'Eurozona, così come di una politica estera (davvero) comune, che comunque sarebbe molto più efficace di 28 politiche estere differenti. 
Non auspico per nulla - ma proprio per nulla - il ritorno all'Europa delle patrie, gelose ed egoiste. 






giovedì 5 febbraio 2015

An englishman in Rome

C'è molto dell'Italia nello sguardo lucido di John Hooper, corrispondente da venti anni in Italia dell'Economist. Ha scritto un libro, "The Italians", in cui fornisce il "ritratto di una nazione". Ha provato a descrivere quella che definisce una storia molto particolare del nostro Paese, fatta, da una parte, di gloria (si pensi all'Impero romano, ma anche al Rinascimento ed al Risorgimento); dall'altra di dominazioni straniere, di forti fratture nord-sud. Affronta anche il ruolo della Chiesa, oggi ed allora, quando era contraria alla riunificazione del paese. Un altro stereotipo, chiede l'intervistatrice è quello della famiglia. Le famiglie sono molto più piccole di una volta ma i legami familiari, comunque, rimangono forti. Il ruolo delle donne? Non è cambiato molto negli ultimi venti anni.
Sul piano strettamente politico, coglie appieno l'evoluzione della Lega Nord, oramai del tutto slegata dalla tradizionale rivendicazione territoriale: si tratta oramai di un "populist right wing movement", su base nazionale, simile al Front National francese.
Un paese molto vario, con grandi differenze, ma che non ha, però, maturato un separatismo culturalmente basato, come è invece avvenuto in altri paesi europei (il paragone viene fatto con la Catalogna in Spagna). 

sabato 31 gennaio 2015

Forza Italia. Come neve al sole.


Si ha un partito personale quando «non è l’associazione che ha creato un capo, ma è un capo che ha creato l’associazione».
Questa frase – scritta (anzi, pronunciata, dal momento che è una conversazione) da Norberto Bobbio in un bellissimo libro, vero condensato di etica civile – mi è tornata potentemente alla memoria osservando il caos che in questi giorni si è impossessato del Popolo delle libertà ora che il suo leader, fondatore e padrone (?) si avvia a lasciare la scena. 
Il libro in questione è Dialogo intorno alla Repubblica – che ho letto oramai dieci anni or sono – e raccoglie le intense conversazioni avvenute tra due studiosi diversi per età e formazione ma uniti da una profonda (quanto rara, soprattutto oggi) passione civile: Norberto Bobbio, uno tra i più importanti pensatori contemporanei (grande il vuoto che ha lasciato) e Maurizio Viroli, italianissima gloria in un’università americana (insegna storia del pensiero politico a Princeton).
Tra i grandi temi politici di cui discutono – diritti e doveri, libertà, corruzione e amore per la patria (ma «non abbiamo verità definitive da proporre», si legge nella prefazione) – c’è un capitolo, “La Repubblica e suoi mali”, in cui – e del riferimento all’allora Forza Italia non è fatto mistero – Bobbio e Viroli si interrogano sulle storture del cosiddetto partito-persona.
Il partito è personale quando vive per e in virtù del leader fondatore, quando è “cosa sua”, si identifica e si sovrappone con la sua immagine e la sua ideologia. Trattasi, in altri termini, di una formazione politica fondata sulla lealtà incondizionata al capo. E in questi venti anni, Berlusconi ha fatto di tutto per accentuare il carattere personalistico del suo “prodotto” politico. Questo, se ci pensate, trova riscontro nei simboli stessi di Forza Italia, prima, e del Pdl, poi: l’immagine (sorridente) e il nome (a caratteri cubitali) di Silvio Berlusconi hanno fatto tutt’uno con il partito, sono serviti ad identificarlo e a dargli sostanza, come pure i grotteschi slogan sul modello di “meno male che Silvio c’è”. E se qualcuno prova a fare la differenza, be’, l’ostracismo è l’unica soluzione (caso Fini docet).
Insomma, il partito-persona è cosa ben diversa dalla personalizzazione della politica, fisiologica soprattutto nella modernità, quella che si ha – ad esempio – in presenza di un leader carismatico e la minaccia più seria ad una repubblica democratica viene proprio da questi agglomerati di uomini fedeli al capo, dal quale altro non desiderano che vantaggi e privilegi, fino a che questi – sa va sans dire – ha da offrirne.
La mancanza di forza contrattuale di Forza Italia in scena in queste ultime ore somiglia molto al disfacimento dell’esercito di un generale sconfitto: spaccature nel gruppo dirigente, divergenze di vedute e disgregazione. «È sempre azzardato avventurarsi in previsioni – scrive Viroli nel 2001 – ma credo proprio che in questi partiti se scompare il leader fondatore scompare anche il partito». Come neve al sole. 

sabato 19 aprile 2014

Gufi e rosiconi


Rosicare ossia, stando al vocabolario Treccani, "rodersi, consumarsi per la gelosia, l’invidia". E, ancora, gufo, il cui senso figurato, sempre stando allo stesso dizionario, è quello di "Persona, abitualmente di umore tetro e cupo, che vive rintanata per poca socievolezza". 
Queste le nuove categorie dello spirito inventate dal primo ministro Renzi e dai suoi comunicatori, spin doctor e chi più ne ha più ne metta. 
"Abbiamo smentito gufi e rosiconi, sono felice, avremo un'Italia più semplice, andiamo avanti come treni", ha dichiarato ieri Renzi, cui ha fatto eco - dal suo staff - Filippo Sensi, con questo tweet: "All'improvviso, per un istante, avere davanti agli occhi chiaro tutto #gufierosiconi".
Già perché a quanto pare il giovane premier a forza di cambiar verso non è riuscito affatto a sradicare quella tradizione tutta italiana del guelfighibellinismo, del "o sei con me o sei contro di me".  Anzi, se possibile, l'ha radicata ancora di più, di quanto già non fosse - ad esempio - in epoca berlusconiana, dove il doppiopetto del cavaliere divideva due italie, accigliate e in perenne conflitto (conflitto che, va da sé, finiva per fornire reciproca legittimazione ad entrambe). 
Dunque, niente di nuovo sotto al sole. Anzi, si mettono alla berlina quanti - lesa maestà! - avanzano delle preoccupazioni, sollevano legittime critiche e mettono i bastoni tra le ruote della logica del "fare" (con tre f, ça va sans dire, in onore alla fiorentinità). 
E allora, anche qui, impossibile non notare la continuità con il ventennio berlusconiano, che esaltava il  momento esecutivo dell’azione, a scapito di quello deliberativo, in cui contano anche (e soprattutto) il pensiero ed il confronto.
Ma il sistema democratico, insieme alle sue procedure istituzionali, non dovrebbe - mi si passi la metafora - essere considerato alla stregua di un preziosissimo decanter, necessario a dare ossigeno al buon vino delle decisioni?  Forse.
Ma, a ben guardare, alla fine, non è nemmeno poi tanto colpa di Berlusconi o di Renzi, ma di quel deficit strutturale che l’Italia unita si porta dietro a partire dalla sua nascita.
Un insieme sciagurato di peccati originali, a partire dalla mancanza di un’idea di nazione socialmente condivisa, alla quale si aggiunge l’assenza di istituzioni forti (la stessa assemblea parlamentare nel nostro paese non ha mai acquisito, diversamente da quanto è avvenuto in Gran Bretagna, Francia e Spagna, quel granitico valore, effettivo e simbolico). Tutta la vicenda del paese può essere riassunta in una lunga serie di coppie di opposti: monarchici/repubblicani, laici/cattolici, interventisti/neutralisti; fascisti/antifascisti, comunisti/anticomunisti.
Poi è arrivata la politica contemporanea con le sue forti iniezioni di “personalismo” e abbiamo cominciato a dividerci non solo attorno alle appartenenze politico-ideologiche, ma anche intorno alle persone.
È per tutto questo (e altro ancora) che anche sul fenomeno Renzi si posa una fitta coltre di polvere. Che l'immaturo slang giovanilistico a colpi di tweet non potrà certo spazzare via.

martedì 18 febbraio 2014

Il teatro della politica



«Da uomini di teatro sappiamo che una personalità come quella di Renzi gioca tutto sulla velocità, sull'incantamento, sulla prestigiazione. 
Quindi bisogna essere veloci affinché l'incantamento non termini». 

Con queste parole ha catturato la mia attenzione, Ruggero Cappuccio, regista e attore teatrale, ospite ieri sera a Linea Notte, edizione notturna del Tg3. 
Si parla, ça va sans dire, di Matteo Renzi, come non può essere altrimenti, nel giorno del conferimento dell'incarico di governo. 
E immaginifico come solo può esserlo chi produce arte, Cappuccio descrive la politica dei nostri tempi con una metafora, suggestiva e calzante: 
«Gli italiani hanno la netta sensazione che Camera e Senato siano diventati una sorta di Hotel Excelsior: se vincete voi, le suites a voi e le camere a noi, se vinciamo noi le suites a noi le camere a voi. L'importante è che nessuno esca dall'albergo. E se a qualcuno, di notte, occorre una bottiglia di Dom Pérignon, basta bussare e ve la allunghiamo». 
Questa, secondo Cappuccio, è una sensazione diffusa.  
«Quando si arriva sull'orlo del baratro, però, non c'è che essere ottimisti», aggiunge. «Guardiamo con ottimismo alla prestigiazione».
Ma a far riflettere è soprattutto il passaggio in cui Cappuccio propone un parallelismo tra teatro e politica. 
«Le regole del teatro, negli ultimi venti anni, impallidiscono al cospetto delle regole della politica. I teatranti recitano con la complicità del pubblico. 
Il pubblico sa che in quel momento sta guardando una rappresentazione. 
La politica pretende di fare del teatro con delle regole di finzione che tendono fondamentalmente a raggirare l'ascoltatore.  
Mentre la finzione della politica è marketing, la finzione del teatro è arte». 

Renzi, dunque, sarebbe artificio? 
Non proprio. O meglio, non lui solo. 
«È evidente che oggi ogni politico - in particolare un politico giovane, rapido, rampante, che ha capito che bisogna battere tutto e tutti sulla velocità - deve necessariamente rapportarsi con quelle che sono le percezioni del pubblico
Rapportarsi alle percezioni significa arrivare con una Smart in una certa strada, presentarsi ad un appuntamento con una giacca, presentarsi senza giacca ad un altro appuntamento, scegliere tra il colletto di camicia e la cravatta».  
«Non dico che non esistano degli spontanei in questo tipo di mondo, in questo tipo di fauna, ma è evidente che molti sono costretti a studiare questo tipo di atteggiamento.  
D'altra parte lo studio cominciò già trenta o quaranta anni fa: c'era Almirante che abbottonava la giacca prima di ogni comizio, mentre Berlinguer sapeva scegliere molto bene le pause. Un altro grande pausista amletico fu Craxi».  
Ma è centrale la differenza tra quell'epoca e quella odierna: 
«Quel tipo di uomini, però, tendeva fondamentalmente a fare un lavoro sulla retorica del discorso, nel porgere, la generazione politica di oggi tende a fare un lavoro sulla retorica dell'apparire, nel porsi».
«E in tutta questa rapidità - conclude Cappuccio - i messaggi che vengono inviati spesso vengono da noi ricordati nel come sono stati inviati, ma i contenuti sono il più delle volte obliati, dimenticati. 
E questo è abbastanza preoccupante»

Nel mare magnum di commenti di più o meno sedicenti esperti, opinionisti, osservatori e provincialissimi maître à penser, la voce di un outsider della politica, di un autore teatrale, è la migliore, la più mirata alla sostanza della delicata fase che stiamo atrraversando. 
Che non è solo questione di incarichi di governo, ministeri e congegni istituzionali, ma è un dato culturale e sociale, che ha a che fare con i nostri usi e i nostri costumi. 
Contenuto e forma. Dove finisce l'uno e dove inizia l'altra? Quanto la logica dell'apparire depaupera di senso ciò che si comunica? Fino a che punto è giustificato fingere per alimentare la macchina del consenso?
Finzione e artificio sono sempre esistiti, con la differenza che prima stavano nella retorica, in quel complesso di contenuti che fornivano un orizzonte culturale e valoriale. 
Oggi, invece, stanno nella costruzione della personalità, di un ego capace di produrre approvazione. 
Non resta che rifletterci su. 


lunedì 4 marzo 2013

Capelli selvaggi

Gianni Cipriano for The New York Times

«Un populista dai capelli selvaggi, dalla voce tuonante e con la camicia fuori dai pantaloni, tiene in mano il destino dell’Italia e – in certa misura – dell’Europa».
Inizia così l’articolo del New York Times, tutto dedicato all’Italia, in generale, e a Beppe Grillo, in particolare. In piena homepage e con tanto di foto del leader del Movimento 5 Stelle. «Dopo aver conquistato un quarto dei voti alle urne – spiegano Liz Alderman ed Elisabetta Povoledo – ha gettato la politica italiana in una impasse». «Grillo rappresenta un nuovo genere di uomo politico nato tra le fiamme della lunga crisi economica. Come Alexis Tsipras, il giovane che in Grecia ha guidato l’ondata anti-austerità, o Yair Lapid, che ha cavalcato il malcontento per la disuguaglianza sociale in Israele». E ne abbozzano una succinta bio: «nel corso degli anni, ha raccolto grande seguito dopo essere stato escluso dalla televisione italiana negli anni ’80 a causa del suo prendersi gioco dei politici corrotti. Con un background in materia di contabilità, ha anche saputo cavalcare gli scandali derivanti dalla cattiva gestione di alcune aziende, tra cui l'impero del latte Parmalat, Telecom Italia e la banca Monte dei Paschi di Siena». Arrivano presto al dunque, al discrimine che rende Grillo – tuttora – un personaggio unico nel panorama politico italiano: «il suo più grande vantaggio, tuttavia, è l’aver saputo sfruttare il potere dei mezzi di comunicazione, di Internet e dei social network per diffondere il suo messaggio. A partire dal 2005, quando ha avviato il suo Blog politico».
«Poco più di tre anni fa, ha poi formato il suo Movimento Cinque Stelle, sulla base di un manifesto volto a migliorare i servizi pubblici (acqua, trasporti, sviluppo, connessione a Internet) e a tutelare l'ambiente». Da lì, un crescendo in termini di popolarità, come dimostrato dal caso Sicilia, dove il M5S non ha solo guadagnato un ampio successo in termini elettorali, ma sta ottenendo ottimi feedback sul piano legislativo. «Ma muoversi nella vasca degli squali romana– avvertono Povoledo e Aldreman – richiede un approccio diverso». Le proposte, ci sono, in capo a tutte il «cosiddetto salario di cittadinanza, una sorta di assicurazione contro la disoccupazione per le fasce più deboli. Interventi, questi, da finanziare attraverso il taglio degli sprechi e delle spese politiche e la lotta alla corruzione. Ulteriori risparmi verrebbero poi dal ritiro delle forze italiane dall'Afghanistan, dal tetto delle pensioni di stato a 5.000 euro al mese e dal ribaltamento condoni fiscali».
Insomma, da fuori ci guardano (piuttosto) incuriositi, ma anche (molto) spaventati. «Si sono riaccesi i timori che l’Italia possa tornare al centro della crisi dell’Euro, cui Grillo addossa gran parte delle colpe del peggioramento delle condizioni di vita degli italiani. Ha chiesto un referendum sulla permanenza dell’Italia nella zona Euro e sostiene che lo spread non sia altro che un’allucinazione». A chiudere il pezzo, una dichiarazione del Governatore siciliano Crocetta: «per Grillo è giunto il momento di scegliere se continuare ad essere il pifferaio magico di un movimento di protesta fine a se stesso, o assumere le responsabilità istituzionali, per le quali ha chiesto ai cittadini un mandato. Deve mostrare agli elettori se intende aiutare il paese, o condurlo nel caos». 

Vai all'articolo del New York Times

Su Chi più ne ha più ne metta:
Leggi anche: Le (cinque) stelle viste dall'America
Leggi anche: Gemelli (molto) diversi
Guarda: Il Grillo prepolitico

martedì 26 febbraio 2013

Una risata vi seppellirà (definitivamente).

  Kap (Jaume Capdevila) from Cagle.com




Dave Brown, The Independent - London

La resurrezione di Lazzaro
"Rilancio con il taglio delle tasse e con un po' di bunga-bunga"





Altan
Giannelli 

venerdì 22 febbraio 2013

Il Grillo prepolitico


Ecco il Grillo tra gli anni '70 e '80, così diverso (ma forse neanche tanto) da quello 2.0 di oggi. Preferenze tra le due versioni? Le lascio alle valutazioni individuali. Ma quel che è certo è che questi video sono divertenti, eccome.

mercoledì 20 febbraio 2013

Gemelli (molto) diversi





Articolo di Ubaldo Villani-Lubelli

Movimento5Stelle e Partito Pirata Tedesco vengono spesso accostati come fossero partiti gemelli, in Italia il primo e in Germania il secondo. Lo stesso Beppe Grillo, la scorsa primavera, sull’onda di sondaggi che davano i pirati tedeschi al 13 per cento, si sbilanciò: “Siamo noi i Pirati in Italia”. Oggi, a dire il vero, il M5S, almeno nei numeri, sembra aver superato i Pirati. I recenti successi elettorali di Grillo vanno ben oltre i pur ottimi risultati ottenuti dal Partito Pirata Tedesco nella scorsa stagione politica. Ed inoltre, mentre il M5S vola nei sondaggi fino a sfiorare il 20 per cento, i Pirati, in Germania, arrancano faticosamente per raggiungere la soglia di sopravvivenza del 5 per cento che li permetterebbe di entrare nel Bundestag. Ma cosa unisce e cosa divide questi due movimenti? Proviamo a fare chiarezza e cerchiamo di capire quali siano le analogie e le differenze  tra questi due nuovi protagonisti della politica europea.
I due movimenti si rivolgono certamente ad una stessa tipologia di elettori delusi dai partiti tradizionali  e che si nutre principalmente di malcontento e che negli ultimi anni, magari, non è andata neanche a votare. L’altro punto di contatto tra M5S e Pirati è dato dal fatto che entrambi hanno invertito il processo di comunicazione tra partiti e cittadini. Normalmente i partiti si propongono agli elettori con un programma predefinito per il quale chiedono il voto ai cittadini. M5S e Pirati hanno invertito questo meccanismo. È il movimento che chiede ai cittadini quali sono i temi di cui il movimento si deve fare interprete. I Pirati usano lo slogan: “Noi siamo quelli con le domande, voi quelli con le risposte”. Beppe Grillo dice spesso negli incontri con i cittadini: Diteci quali sono i problemi del vostro territorio, iscrivetevi al movimento, mettetevi in gioco ed io vi metto a disposizione la nostre rete di relazioni e di contatti e l’organizzazione del movimento.
Se i due partiti, dunque, si fanno interpreti delle esigenze e delle necessità dei cittadini, delle istanze che vengono dalla base e dal territorio, sono diversi nelle modalità con cui agiscono. Mentre il M5S è dominato dalla figura di Grillo che “concede” la rete del proprio movimento, i Pirati non hanno un “padrone”. La differenza dunque è che mentre il M5S si nutre del carisma e della popolarità del suo leader ed è un movimento con un forte accento leaderistico, il Partito Pirata rifiuta le personalità centralizzanti e totalizzanti. I Pirati non accettano leader carismatici, e l’organizzazione del partito non è verticistica, ma orizzontale. Hanno anche loro un’organizzazione interna in cui c’è un Presidente, un segretario, un comitato di direzione,  un capogruppo e le altre figure tradizionali dei partiti, ma le decisioni sono sempre collegiali e votate a maggioranza.
E qui arriviamo alla seconda grande differenza. Proprio in virtù di questa organizzazione orizzontale, il Partito Pirata costruisce il suo programma dal basso. Sono i cittadini che costruiscono il programma attraverso la famosa piattaforma di Liquid Feedback che oggi ha circa 10.000 iscritti. Si tratta di un sistema non sempre fluido e veloce, a volte un po’ caotico, ma che permette una reale  partecipazione. Naturalmente non tutto è perfetto, tanto che si denuncia spesso che è un sistema in cui i super-attivi della piattaforma, tramite il sistema delle deleghe, riescono, di fatto, a monopolizzare alcuni temi.  Il M5S pur cercando di farsi interprete delle esigenze dei cittadini, concede solo in alcuni casi l’utilizzo di Liquid Feedback o piattaforme simili. Questo perché naturalmente è un sistema che non permette un controllo diretto nel processo di formazione delle decisioni.
La terza grossa differenza tra i due partiti è rappresentata dal fatto che se il M5S è un movimento tipicamente italiano in quanto frutto della specifica situazione italiana del momento, il Partito Pirata è un fenomeno internazionale. Nato in Svezia, ha trovato soprattutto in Germania (ma anche in Svizzera e Austria) il modo di radicarsi e di ottenere dei buoni risultati. Esiste dunque una piattaforma di idee di base (diritti civili, libertà nella rete, diritto d’autore, difesa dell’ambiente, trasparenza, rifiuto del leaderismo) che fanno da cerniera tra i vari movimenti nazionali. L’ultima differenza, infine, è che mentre il M5S ha un tratto populista e si nutre dei comunicati politici di Grillo, di anatemi contro la stampa e di editti contro i militanti che non si allineano alla linea dettata dal vertice, il Partito Pirata non fa nulla di tutto questo e non conosce i toni che caratterizzato il M5S. Non usano mai espressioni sopra le righe, forse semmai sono le singole personalità del movimento pirata che possono essere considerate molto singolari, quasi anarchiche e quindi poco gestibili anche nelle loro azioni.


Ubaldo Villani-Lubelli è  giornalista. 
Ha studiato e lavorato in Germania.
Il suo Blog:  Potsdamer Platz