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mercoledì 22 giugno 2016

"Ma tu per chi voti?": elettori in crisi a Roma ai tempi di Renzi e Grillo

Virginia Raggi, neo sindaco M5S a Roma


“Tu voti a Roma? Non ti invidio per niente”. 
Per mesi questo ritornello ha accompagnato molte delle conversazioni che ho avuto con amici, parenti, colleghi, conoscenti. Perché è indubbio che, per una parte di elettorato romano, queste elezioni appena vinte al ballottaggio da Virginia Raggi non sono state facili. C’era anche chi, con sincera preoccupazione, non faceva altro che chiedere: “Ma tu per chi voti?”. Perché il problema era tutto qui. Mai come questa volta ho percepito nelle persone che avevo intorno un senso di frustrazione all’idea di dover andare al seggio elettorale ed esprimere la propria preferenza. 
Non sono mai stata di destra e non sono un’elettrice del Pd, mi considero di sinistra anche se ho sempre faticato a trovare forze politiche e coalizioni che rappresentassero appieno quello che erano le mie idee. L’esempio migliore che mi viene in mente per descrivere questa situazione è quello che è successo nel mio municipio, il XII, un quartiere dove per vent’anni ha regnato incontrastato il centrosinistra e che ora è passato ai Cinque StelleIl XII è molto più vasto e contraddittorio di Monteverde, il suo cuore più radical chic, dove è di casa Bobo Giachetti, ma pure Nanni Moretti, tanto per dirne uno: è un quartiere periferico ma non troppo ai margini dell’impero, diciamo anche stimolante sotto certi aspetti per quanto riguarda la varietà di persone che lo hanno sempre abitato, dai villini a ridosso di villa Pamphili alle palazzine nate una sull’altra tra gli altri anni Quaranta e Cinquanta attorno al Forte Bravetta, quando davvero “qui una volta era tutta campagna”, fino ai suoi confini più estremi quasi vicino al Raccordo, strozzato da notevoli problemi di sicurezza, traffico e degrado cresciuti negli ultimi anni. Stavolta si respirava un’aria diversa e, parlando con la gente, c’era l’idea che il Pd nel quartiere fosse in affanno, soprattutto lontano da Monteverde, e che probabilmente avrebbe dovuto lottare parecchio. Io come altri credevo che la battaglia si sarebbe consumata con il centrodestra, finendo al ballottaggio. Ma domenica scorsa si sono affrontate invece l’ex minisindaco uscente del Pd e la candidata del M5S. Probabilmente, chiamati a votare tra “destra” e “sinistra”, come bene o male si era quasi sempre fatto seppur masticando amaro, anche stavolta si sarebbe votato “turandosi il naso” per il Pd. Anche se Renzi non piace, anche se Marino e tutta la tragicommedia di quei mesi tormentosi ha lasciato scottati, anche se gli scandali, le mazzette e le inchieste ha fatto schifo a tutti. E invece si è votati a maggioranza per i Cinque Stelle.

Via Fabiola, sede del municipio XII, dista dal Campidoglio poco più di quattro km in linea d’aria. Rispetto chi ha votato per i Cinque Stelle e li capisco, sia per i singoli municipi sia per il sindaco. Come si fa a non voler votare chi promette intransigenza, pugno duro contro la corruzione e zero favoritismi? Come si fa a non ammettere nemmeno con se stessi che la politica dovrebbe essere proprio così, in fondo, senza compromessi? 

Ma al tempo stesso come si fa però a votare un’emanazione del Sacro Blog? Come si fa a votare per chi, al netto dell’onestà, rischia sempre di apparire come dilettanti allo sbaraglio in gioco che via via diventa sempre più grande e rischioso? 
Le domande che da anni accompagnano il fenomeno dei Cinque Stelle, i discorsi che si facevano davanti al tg dove scorrevano le immagini di Parma, Livorno e altri comuni governati dai grillini, all’improvviso erano quelle che sentivi davanti all’ingresso del seggio nella tua scuola elementare, quella dove sono andati i tuoi genitori, i tuoi amici, dove vanno i tuoi figli. 
Al posto di amministratori locali di “professione”, gente che conosce ogni segreto di quel territorio, come si fa a metterci ragazzi di trent’anni appena, senza alcuna esperienza? Per non parlare poi della retorica del “!!1!1!” e del trionfo del qualunquismo che il più delle volte sembra accompagnare le uscite grilline su temi importanti e fondamentali della vita dei cittadini, dal debito alle grandi opere pubbliche. Certo, gli altri non sono meglio, si dice. Giachetti è la classica brava persona, ma, come ha raccontato lui stesso sconfortato: “Mi ascoltavano. Poi dicevano: senti, nun è ‘na cosa personale. È che tu rappresenti il Pd. Ce dispiace, ma nun te votamo”. Da un lato un partito nuovo e relativamente vergine, un partito che di certo non può essere responsabile di tanti dei guai che affliggono Roma, alcuni addirittura endemici, dall’altro un partito che non può nascondersi dietro un dito e non può certo dire: “Io non c’ero e se c’ero dormivo”. I Cinque Stelle hanno convinto la maggioranza e ora tocca a loro. Alla fine ha vinto anche la novità, aiutata forse anche da un certo cinismo romanesco, quello che davanti a qualsiasi lanzichenecco che viene porta il romano a fare un’alzata di spalle e tornare beffardo ai propri affari, perché tanto Roma è così e nun ce poi fa gnente (sull’atteggiamento dei romani, i peggiori cittadini d’Italia, bisognerebbe però qui aprire un capitolo a parte, senza tirare in ballo la storia che Roma è comunque la città più bella del mondo e che se non ti piace e vuoi criticarla puoi benissimo tornartene da dove sei venuto, tanto “c’avete solo la nebbia”). 
“Ne abbiamo avuti tanti, proviamo pure questi”, è stata la frase che ho sentito ripetere più spesso dopo il voto. Vero. “Peggio di altri è difficile che possano fare”. Verissimo. Speriamo. Perché sì, io non solo voto a Roma ma a Roma ci vivo e vorrei finalmente vederla diventare una città come tutte le altre e non il regno dell’assurdo, dove tutto ciò che non è augurabile di solito accade. E non vorrei vederla passare dalla padella alla brace, dal notaio delle dimissioni di Marino alla Casaleggio Associati, dal centralismo renziano al verbo grillino.


Giornalista, vive e lavora a Roma. Scrive di politica, media e cultura per Today.it.

venerdì 4 aprile 2014

Renzi e la politica passe-partout


Questa storia del Veneto fa riflettere. Non tanto per il folklore di qualche esaltato o per le rivendicazioni più o meno pittoresche. Ma per quello che c'è dietro: al netto della messinscena del carro armato, occorre riflettere su un malessere diffuso, di una terra abituata ad elevati livelli di produttività che si ritrova, oggi, a far fronte ad una contrazione del numero delle imprese e di attività di famiglia. Un disagio profondo, di un intero territorio. Cui servono risposte.
Mi viene allora in mente un comizio di Matteo Renzi al quale ho assistito in passato, risalente al periodo delle primarie del 2012. Incuriosita dall'ascesa del giovane sindaco fiorentino, sono andata ad ascoltarlo quando - a bordo del camper - girava la penisola. Idee e promesse mirabolanti, per carità! Chi può mai essere contrario al rinnovamento, alla volontà di ricambiare una classe dirigente da troppo tempo inamovibile? Chi non vorrebbe, ancora, la modernizzazione del paese? Ma mai, in quelle parole, una specificità, mai un riferimento alle problematiche di un territorio. One man show dal forte sapore di marketing e artificio, un format ripetuto secondo copione in lungo ed in largo per l’Italia, sempre uguale a se stesso, anonimo. Amici, il Grande Fratello e chi più ne ha più ne metta. Lo show che funziona, che fa presa, ma niente domande, niente interazione. Niente dibattito.
Bordate anticasta, strizzate d’occhio ai bisogni (sacrosanti) della gente, intervallati con video ruffiani tratti dal (per altro bellissimo) “Non ci resta che piangere”, dalle imitazioni di Crozza e, per parlare di finanza, dalle gag di Cettola Qualunque. Basta così poco agli italiani? E la visione politica? Si strizza l’occhio di qua e di là, per arraffare più voti possibile. E la coerenza?
Leggendo queste righe, alcuni potrebbero vederci la solita (iper)critica intellettualoide, perfezionista e pessimista, alla quale contrapporre l'ottimismo dello "speriamo sia la volta buona" e del "lasciamo lavorare Renzi, è la nostra ultima speranza".
Già, perché sono sempre più coloro, oggi, disposti a firmare al primo ministro un assegno in bianco.
È la logica (e la retorica) dell'ultima spiaggia, pericolosa perché ammette e consente tutto.
Perché, in nome dell'emergenza, si abbassa la guardia e non si va troppo per il sottile. 
Salvo poi, forse, pentirsene.  


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Non sono (solo) canzonette

martedì 18 febbraio 2014

Il teatro della politica



«Da uomini di teatro sappiamo che una personalità come quella di Renzi gioca tutto sulla velocità, sull'incantamento, sulla prestigiazione. 
Quindi bisogna essere veloci affinché l'incantamento non termini». 

Con queste parole ha catturato la mia attenzione, Ruggero Cappuccio, regista e attore teatrale, ospite ieri sera a Linea Notte, edizione notturna del Tg3. 
Si parla, ça va sans dire, di Matteo Renzi, come non può essere altrimenti, nel giorno del conferimento dell'incarico di governo. 
E immaginifico come solo può esserlo chi produce arte, Cappuccio descrive la politica dei nostri tempi con una metafora, suggestiva e calzante: 
«Gli italiani hanno la netta sensazione che Camera e Senato siano diventati una sorta di Hotel Excelsior: se vincete voi, le suites a voi e le camere a noi, se vinciamo noi le suites a noi le camere a voi. L'importante è che nessuno esca dall'albergo. E se a qualcuno, di notte, occorre una bottiglia di Dom Pérignon, basta bussare e ve la allunghiamo». 
Questa, secondo Cappuccio, è una sensazione diffusa.  
«Quando si arriva sull'orlo del baratro, però, non c'è che essere ottimisti», aggiunge. «Guardiamo con ottimismo alla prestigiazione».
Ma a far riflettere è soprattutto il passaggio in cui Cappuccio propone un parallelismo tra teatro e politica. 
«Le regole del teatro, negli ultimi venti anni, impallidiscono al cospetto delle regole della politica. I teatranti recitano con la complicità del pubblico. 
Il pubblico sa che in quel momento sta guardando una rappresentazione. 
La politica pretende di fare del teatro con delle regole di finzione che tendono fondamentalmente a raggirare l'ascoltatore.  
Mentre la finzione della politica è marketing, la finzione del teatro è arte». 

Renzi, dunque, sarebbe artificio? 
Non proprio. O meglio, non lui solo. 
«È evidente che oggi ogni politico - in particolare un politico giovane, rapido, rampante, che ha capito che bisogna battere tutto e tutti sulla velocità - deve necessariamente rapportarsi con quelle che sono le percezioni del pubblico
Rapportarsi alle percezioni significa arrivare con una Smart in una certa strada, presentarsi ad un appuntamento con una giacca, presentarsi senza giacca ad un altro appuntamento, scegliere tra il colletto di camicia e la cravatta».  
«Non dico che non esistano degli spontanei in questo tipo di mondo, in questo tipo di fauna, ma è evidente che molti sono costretti a studiare questo tipo di atteggiamento.  
D'altra parte lo studio cominciò già trenta o quaranta anni fa: c'era Almirante che abbottonava la giacca prima di ogni comizio, mentre Berlinguer sapeva scegliere molto bene le pause. Un altro grande pausista amletico fu Craxi».  
Ma è centrale la differenza tra quell'epoca e quella odierna: 
«Quel tipo di uomini, però, tendeva fondamentalmente a fare un lavoro sulla retorica del discorso, nel porgere, la generazione politica di oggi tende a fare un lavoro sulla retorica dell'apparire, nel porsi».
«E in tutta questa rapidità - conclude Cappuccio - i messaggi che vengono inviati spesso vengono da noi ricordati nel come sono stati inviati, ma i contenuti sono il più delle volte obliati, dimenticati. 
E questo è abbastanza preoccupante»

Nel mare magnum di commenti di più o meno sedicenti esperti, opinionisti, osservatori e provincialissimi maître à penser, la voce di un outsider della politica, di un autore teatrale, è la migliore, la più mirata alla sostanza della delicata fase che stiamo atrraversando. 
Che non è solo questione di incarichi di governo, ministeri e congegni istituzionali, ma è un dato culturale e sociale, che ha a che fare con i nostri usi e i nostri costumi. 
Contenuto e forma. Dove finisce l'uno e dove inizia l'altra? Quanto la logica dell'apparire depaupera di senso ciò che si comunica? Fino a che punto è giustificato fingere per alimentare la macchina del consenso?
Finzione e artificio sono sempre esistiti, con la differenza che prima stavano nella retorica, in quel complesso di contenuti che fornivano un orizzonte culturale e valoriale. 
Oggi, invece, stanno nella costruzione della personalità, di un ego capace di produrre approvazione. 
Non resta che rifletterci su. 


martedì 21 gennaio 2014

Ancora liste bloccate. Ma non dovevamo vederci più?




È più che ragionevole, quando si parla fatti sociali ed umani, non contare su determinismo e rapporti causa-effetto: le variabili in gioco sono troppe ed imprevedibili; numerosi sono i fattori che concorrono a distorcere, aggirare, annullare tecnicismi e costruzioni di ingegneria costituzionale.
Eppure le regole contano e, nel caso di specie, la legge elettorale è importante. 
C'è una cosa che più delle altre lascia perplessi di questa faccenda, ed è la valutazione espressa dalla Corte Costituzionale sulle liste bloccate, secondo la quale il problema sarebbe meramente quantitativo: troppi nomi in lista non garantirebbero un adeguato rapporto candidato-elettore, in termini di 'conoscibilità' dei primi da parte dei secondi.
In altre parole, l'incostituzionalità sarebbe la conseguenza non dell’assenza di preferenze ma dell'eccessiva numerosità delle liste, tale da rendere impossibile all’elettore identificare il candidato.
Via libera, invece, a liste bloccate, purché con meno nominativi.

Ma il nodo centrale, la sostanza, risiede, invece, proprio nella selezione. Avere, come nella proposta di Renzi, di nuovo liste bloccate, anche di soli 4, 5 o 6 nomi, senza preferenze, non risolve il vizio che - sia pure in maniera più massiccia - affliggeva il Porcellum. Una selezione – quella ottenibile con la legge elettorale – tardiva (i giochi si fanno soprattutto nelle segreterie di partito), ma non di meno importante, per garantire un sia pur residuo spazio di manovra all'elettore
Sarebbe auspicabile, cioè, non solo conoscere, ma conoscere e (di conseguenza) selezionare.
Insomma, di nuovo si vota il partito, non l’aspirante deputato. 
Di nuovo il cittadino non è messo nelle condizioni di scegliere tra i candidati, essendo questi ultimi eletti automaticamente in base all’ordine di presentazione nella lista. 
Ancora una volta, ahinoi, veniamo privati del diritto di decidere a chi attribuire il compito, delicato e impegnativo, della rappresentanza politica. 


giovedì 21 marzo 2013

Tra vecchia e nuova politica: l'analisi del voto






















Ecco, per punti, alcune delle principali considerazioni emerse nel corso del fecondo (e partecipatissimo) seminario “Elezioni 2013: tra vecchia e nuova politica”, ospitato dalla Facoltà di scienze politiche dell'Università di Perugia. Relatori, Alessandro Campi, Roberto Segatori, Giovanni Belardelli, Bruno Bracalente, Paolo Mancini.
Note assolutamente semplificate, nondimeno utili spunti per significative riflessioni.
·      L’elemento caratterizzante di questa tornata elettorale è stata la forte “mobilità del voto”: quasi il 50% dei votanti ha cambiato la destinazione del proprio voto. 
·      Il movimento 5 stelle ha riportato nelle urne quegli elettori che – pur essendo attivi sul mercato elettorale – sceglievano l’astensione come messaggio di protesta.
·      Nel corso della campagna elettorale, tre eventi hanno avuto conseguenze nell’orientamento del voto (conseguenze rilevate mediante sondaggi via web sulle intenzioni di voto): 1) la partecipazione di Silvio Berlusconi alla trasmissione di Michele Santoro “Servizio pubblico”, alla quale ha corrisposto non tanto un aumento della curva di gradimento del Pdl, quanto un calo di quella del Pd; 2) la vicenda Monte dei paschi di Siena, a seguito della quale vola il M5S; 3) la conferenza stampa di Silvio Berlusconi, nel corso della quale viene lanciata la parola d’ordine dell’“abolizione dell’Imu”.
·      Voto e Geografia: il Pdl vince soprattutto al sud, dove invece il Pd è debole. Il movimento 5 stelle vanta una distribuzione omogenea a livello nazionale, con forte presenza al centro, nelle regioni tradizionalmente appannaggio della sinistra.
·      Voto ed età: mentre l’elettorato del Pd è in assoluto il più vecchio, seguito da quello del Pdl (che si attesta, in media, attorno alla mezza età), M5S e Scelta civica di Monti sono le forze che catalizzano il voto dei più giovani, rappresentando i due elementi di “novità” del quadro politico.
·      Con riferimento alla composizione dell’elettorato per titolo di studio il Pd è – semplificando – il partito votato dai laureati, così come Scelta civica. L’elettorato del Pdl si attesta invece ad un livello istruzione medio basso, similmente al M5S, votato da elettori tra i quali prevale la licenza media.
·      Come si distribuisce il voto con riferimento alle professioni e alla collocazione lavorativa? Scelta civica prende voti da prevalentemente da lavoratori del settore privato, mentre il Pd pesca dal settore pubblico, configurandosi come partito degli elettori del settore pubblico. Più nel dettaglio il Pd è votato da quadri dirigenti (qualcuno lo definisce partito dei dirigenti) e insegnati, il M5S dagli operai e dagli artigiani, il Pdl da operai, commercianti, partite IVA, artigiani e casalinghe. Paradossalmente, si verifica che la componente operaia venga più rappresentata dal Pdl e dal M5S che dal Pd, che – per tradizione storico-politica – dovrebbe invece detenere il primato in questo senso. Inoltre, combinando età e posizione lavorativa, viene fuori che il Pd è il partito dei garantiti, il M5S dei non garantiti, ossia coloro in cerca del primo lavoro.
·      Quale è il rapporto tra comunicazione e scelta politica? Dalle ricerche emerge che tra utenti di Tg3 e La7 prevale il voto a sinistra, tra gli utenti delle reti Mediaset prevale il voto orientato a destra. Il voto al M5S viene da un elettorato che consuma essenzialmente canale 5 e Studio aperto (anche qui, dunque, torna il tema di una possibile sovrapponibilità tra l’elettorato M5S e quello Pdl).
·      Per poter parlare di populismo occorrono 3 elementi: a) un credo, un mito, una voice contro i professionisti della politica; b) una leadership che catalizza e cavalca le pulsioni; c) una porzione di popolazione che si sente spiazzata dalle dinamiche in corso e priva di rappresentanza. In questo senso il movimento di Grillo è configurabile come movimento populista.
·      Il principale rischio di una forza populista è quello del prevalere della parte destruens su quella construens. In altri termini, il movimento populista dà la spallata ma non elabora soluzioni complesse.  
·      Per altri, invece, la categoria del populismo sarebbe non più applicabile, in quanto obsoleta dal momento che si applicava quando c'erano i partiti di massa intesi in senso tradizionale. Il M5S sarebbe dunque un fenomeno nuovo non interpretabile con vecchi schemi interpretativi.
·      Il M5S ha scardinato la cosiddetta terrritorializzazione del voto, ossia il legame stretto del voto con il territorio: Grillo ha ottenuto un consenso omogeneo a livello nazionale, uscendo dalle zone nelle quali era già presente. Ha rotto, così, le tradizionali distribuzioni territoriali del voto: Lega al nord; Pd in Italia centrale, Pdl al sud (caso macroscopico: la Sicilia, tradizionalmente granaio del PDL).
·      M5S è un movimento che concretizza la possibilità di una realtà che si pone oltre le categorie della destra e della sinistra, le trascende raccogliendo in sé istanze radicali tendenzialmente di sinistra e un leaderismo tendenzialmente di dx. Anche spazialmente e simbolicamente i grillino si sono collocati in alto nell’emiciclo.
·      Lo stile politico del M5S è composto da una spiccata caratterizzazione verticistica, da un forte elemento carismatico e da una marcata venatura anti-politica e anti-sistema, che ricorda il Silvio Berlusconi prima maniera, intercettando ansia radicale di cambiamento. Si colloca inoltre in un continuum di stagione di movimenti sta tesa al rinnovamento, cominciata con il movimento referendario di Mario Segni.
· Questo voto conferma l’incomunicabilità tra i due poli in termini di elettorato.  Ciò significa che non si realizza trasferimento di voti tra blocco centro-sinistra e blocco centro-destra, aspetto che testimonia le difficoltà del "bipolarismo all’italiana".


I dati citati sono l’esito di due ricerche, una condotta dall’Aur (Agenzia Umbria Ricerche) e coordinata dal Prof. Bracalente; l’altra condotta dal Prof. Paolo Mancini insieme ai dott.ri Marco Mazzoni, Giovanni Barbieri e Alessio Cornia. 



venerdì 8 marzo 2013

Analisi di una sconfitta. O di una "non vittoria".



Se l'attuale situazione politica vi ottunde la mente, se lo scenario della rappresentanza di questo paese vi lascia sgomenti e disorientati, be', non resta che mettersi comodi e gustarsi l'ultimo video di Diego Bianchi. As usual, illuminante.

giovedì 6 dicembre 2012

Incredulità



C’è un rapporto di proporzionalità diretta tra le voci insistenti di una ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi e la mia incredulità: il 9 novembre del 2011 scrivevo questo post, nella convinzione di stare a parlare di un capitolo oramai chiuso. Definitivamente chiuso.
Descrivevo un uomo quasi sfigurato da scandali ed errori ripetuti e degradanti.

Pare impossibile che, ancora oggi, quello che quest’uomo dice e decide sia tuttora in grado di incidere in qualche modo nella vita politica del paese.


Se c’è stata una costante nell’atteggiamento di Silvio Berlusconi al potere, ebbene, questa è stata la cura dell’immagine. Un’ossessione che ha attraversato questi (quasi) 20 anni con il preciso scopo di  rimandare – chiara e diretta – un’immagine, appunto, spesso rassicurante, il più delle volte imbonitrice, comunque sorridente. A volte beffarda, ad ostentare una sicurezza che non sempre c’era. Ma – si sa – a contare è quello “che si vede”: la merce si compra per ciò che appare e l’elettore acquirente – questo il Berlusconi-pensiero – deve essere conquistato proprio dall’apparenza.

Allora ecco gli spot patinati (celebre rimane la “calza” che si è detto aver avvolto le telecamere che riprendevano l’allora fondatore di Forza Italia), i (dispendiosi) libri inviati “nelle case degli Italiani”, gli artefatti servizi sui giornali di famiglia. Magia della pubblicità e tattica da marketing che si fondono, in una strategia che lascia molto poco al caso. Una strategia inseguita a tutti i costi, fino a produrre l’immagine grottesca degli ultimi tempi, sempre più artificiale e sempre meno credibile in una patetica quanto illusoria fuga dalla vecchiaia.

Ma tra telecamere velate, trucchi di scena e cambi d’abito – un po’ come se tutto fosse, in fondo, una grande giostra o una commedia dell’arte – gli anni sono passati e, come sempre avviene, il trucco si rovina con il tempo, rivelando impietosamente tutte le debolezze che fino ad un minuto prima nascondeva. Ecco che allora oggi, a parlare più di ogni altra dichiarazione, è quel volto, cupo, quasi trasfigurato, che per la prima volta disubbidisce alla ferrea disciplina del sorridere. Non c’è più spazio per il sorriso, anche se forzato. Non è più il momento di studiare l’immagine migliore da offrire. 

Non è più tempo di mescolare estetica e potere. 

martedì 9 ottobre 2012

Renzi, c’è chi dice no



Mi aspettavo Renzi fosse un imbonitore. Sapevo, avendolo visto tante volte in tv, dei suoi toni a forti tinte populistiche. Avevo letto dei suoi one man show. Ma la realtà, come spesso accade, è andata oltre le aspettative. Ed è così che mi sono ritrovata immersa in una specie di avanspettacolo. Niente contro la persona, s’intenda. Ognuno ha il diritto di proporre la propria ricetta per il futuro dell’Italia. Ma il dato, qui, è politico. E di questo si può, anzi, si deve discutere. Ma tutto fuorché discussione c’era in quel teatro gremito di persone, per le quali la c aspirata di Renzi fungeva da elemento consolatore, mero sfogo per quel malcontento covato per molto tempo. Ma oltre a ciò, poco. Non che tutte le proposte di Renzi, si badi, siano errate. Chi sarebbe contrario al rinnovamento, alla volontà di ricambiare una classe dirigente da troppo tempo inamovibile? Chi non vorrebbe, ancora, la modernizzazione del paese? Ma l’incontro – dal forte sapore di marketing e artificio – è un format ripetuto secondo copione in lungo ed in largo per l’Italia. Mai una specificità, mai un riferimento alle problematiche di un territorio. E, quel che è peggio, la totale assenza di ogni forma di dibattito. Bordate anticasta, strizzate d’occhio ai bisogni (sacrosanti) della gente, intervallati con video ruffiani tratti dal (per altro bellissimo) “Non ci resta che piangere”, dalle imitazioni di Crozza e, per parlare di finanza, dalle gag di Cettola Qualunque. Basta così poco agli italiani? E la visione politica? Si strizza l’occhio di qua e di là, per arraffare più voti possibile. E la coerenza?
Ci risiamo, poi, con il temibilissimo mito dell’uomo della provvidenza, ennesimo demiurgo che “scende in campo” a salvare i destini di questo martoriato paese. Ancora una volta – come se dall’esperienza non fosse possibile imparare – gli italiani si infatuano di un personaggio, più che di una persona. Di un vocabolario, più che delle idee. Di un modo di fare, più che delle competenze.
E’ la “sempiterna figura della missione redentrice di un salvatore” scriveva Zagrebelsky nel 2010 (non su Renzi, ben inteso) a proposito della attitudine tutta italiana ad affidarsi al “lui” di turno. Il Lui sul quale riporre tutta la fiducia, senza andare troppo per il sottile. Senza accertarsi delle competenze, senza richiedere certe preziose caratteristiche. E dopo Grillo, il comico che fa politica, abbiamo il politico – fino a prova contraria Renzi è il sindaco di Firenze – che fa il comico, che rende i suoi comizi spettacoli di cabaret. Spettacoli che si concludono con l’immancabile metafora calcistica.

Che, ahinoi, ricorda tanto qualcuno...

Ps: chi scrive, come non si riconosce in Renzi, non si riconosce, sottolineato più volte il non, nella nomenclatura “tradizionale” del PD. Quello che è stato scritto è una semplice disamina di uno stile politico. Per la totale chiarezza: sostengo Sandro Gozi.