Visualizzazione post con etichetta Lega Nord. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lega Nord. Mostra tutti i post
venerdì 6 marzo 2015
Scoperte le origini del "Salvini pensiero"
Amen.
Leggi anche:
Salvini e la Lega in salsa mediterranea
La deriva leghista e l'imbarazzo catalano
Con la Lega si può
Quanto è pericolosa l'ignoranza
Dr. Jekyll e Mr Hyde
Le regioni della cultura
venerdì 17 gennaio 2014
La deriva leghista e l'imbarazzo catalano
![]() |
| Matteo Salvini e Roberto Maroni |
“Una visita scomoda”. È il
titolo, conciso quanto chiaro, dell’editoriale di Enric Juliana sul quotidiano
catalano la Vanguardia. Si
riferisce alla presenza a Barcellona di Roberto Maroni, leader della Lega Nord
e presidente della Lombardia, in Catalogna per promozionare l’Expo di Milano
del 2015. Il punto è più o meno questo: il Carroccio avrebbe grande interesse (in
primis mediatico) ad identificarsi
con la causa catalana (e con la sua tradizione indipendentista), mentre le
autorità locali avrebbero pochissima voglia di apparire accanto ad un movimento
politico in pieno revanscismo razzista e xenofobo. E monta la polemica: in
molti chiedono ad Artur Mas – il presidente de la Generalitat – di non ricevere Maroni, mentre altri ritengono
che, se non altro per dovere istituzionale, l’incontro debba esserci. Proteste
anche dalla società civile, con tanto di hashtag su Twitter, #MaroniFotElCamp,
qualcosa di simile all’italiano “smamma”).
Probabilmente il vertice
si farà, ma sarà ridotto ai minimi termini, senza risonanza e, soprattutto,
senza conferenza stampa congiunta.
La Lega Nord sta
attraversando momenti difficili – scrive Juliana – e necessita di nuove
coordinate e di nuovi referenti. Mentre il segretario Matteo Salvini lavora
all’alleanza con il Fronte nazionale di Marine Le Pen, Maroni è alla ricerca
della “marca catalana”, del marchio catalano.
E Juliana ricorda anche
quando – erano gli anni novanta – il leader Jordi Pujol, allora al vertice
della comunità autonoma catalana, si rifiutò di ricevere Umberto Bossi.
Il punto è che sono solo
apparenti le somiglianze tra le rivendicazioni catalane e quelle del carroccio.
«Il movimento catalano è un movimento politico e culturale con oltre 100 anni
di storia: una storia europea, democratica e tollerante» si legge
nell’editoriale. «La Lega Nord non ha ancora compiuto 25 anni e ha avuto
bisogno di inventarsi un passato medievale, dal momento che l’unificazione
d'Italia nel 1861 è nata principalmente per volontà delle regioni industriali
del nord. Oscilla continuamente tra la protesta fiscale, la xenofobia e
l’attacco frontale all’Europa di Bruxelles».
Ed è così che l’imbarazzo
catalano diventa il paradigma delle reazioni che suscita – in Italia e fuori –
la nuova Lega.
Un partito – elettoralmente ai suoi minimi storici – che cerca disperatamente di
riconquistare media e voti a colpi di razzismo, in un grottesco trionfo del
‘politicamente scorretto’. Matteo Salvini ha impresso un’accellerazione
radicale, condita con alleanze azzardate. La strada, insomma, è quella che
sembra condurre il Carroccio a diventare un partitino radicale di (estrema)
destra, ultrapopulista e demagogico.
Leggi l'articolo di Juliana.
Gli altri articoli sulla Lega Nord:
mercoledì 19 giugno 2013
Beppe, le epurazioni e la democrazia (evaporata)
«La senatrice Adele Gambaro ha rilasciato dichiarazioni lesive per il M5S senza nessun coordinamento con i gruppi parlamentari e danneggiando l'immagine del M5S con valutazioni del tutto personali e non corrispondenti al vero»
Con queste
affermazioni apre il post nella homepage del blog di Beppe Grillo dedicato all’affaire Gambaro. Affermazioni che contengono
anzitutto una macroscopica “non-verità”. La senatrice, esposta ora al pubblico
ludibrio, infatti, non ha rilasciato dichiarazioni lesive sul (e per il) M5S,
ma su Beppe Grillo e, segnatamente, sui toni da questi adottati, definiti
«minacciosi». E su esplicita domanda del cronista di Sky – «secondo lei in
questo momento il problema del movimento è Beppe Grillo?» – risponde: «Sì, noi lavoriamo
tantissimo e questo non viene percepito all’esterno», difendendo,
evidentemente, il lavoro dei deputati-cittadini eletti nelle liste
pentastellate.
Quindi,
nessuna dichiarazione a danno del Movimento in quanto tale.
A meno che non
si assuma – come sembra fare il comico genovese – che esista una totale coincidenza, una piena sovrapposizione, tra il M5S e il suo capo.
In questo senso, dunque, il Movimento di Grillo altro non
sarebbe che l’ennesimo Partito-Persona (movimento-persona, a voler essere precisi), di cui è tanto ricca la storia del
nostro paese, quel genere tanto in voga nell’Italia dei leader, dei leaderini e
dei semi-leader.
Secondo questo modello nacque, ad esempio, la Lega Nord – imperniata attorno alla
folkloristica figura di Umberto Bossi, lo stesso di cui oggi una parte del
partito (sbiadito più che mai) chiede l’espulsione. E poi (e soprattutto) la fu
Forza Italia,
successivamente metamorfizzata nel Popolo delle Libertà, che secondo Norberto Bobbio fu
il “primo partito personale di massa”. «Chi ha scelto Forza Italia – spiegava
Bobbio – non ha scelto un programma, ha scelto una persona». E questo a voler
circoscrivere il discorso nel perimetro della Seconda Repubblica, perché
altrimenti la storia degli individui pericolosamente ed immeritatamente
riconosciuti quali portatori di carisma, investirebbe certi altri periodi non
propriamente felici per la storia del paese.
I partiti-persona,
insomma, sempre meno “cinghie di trasmissione” e sempre più semplici
aggregati elettorali forti solo dei propri condottieri, loro, sì, in grado di scuotere,
ammaliare ed affascinare i cittadini. In questi casi, non è il partito che crea
il leader, ma è il leader a creare il partito. Partito che – è evidente – non
può che essergli fedele e riconoscente fino alla fine, pena la sua stessa
dissoluzione.
In questa cornice, la dissidenza e l’offesa diretta al vertice non
hanno spazio, né cittadinanza. A reprimerli, il ruolo dominante e
prioritario del capo
– padre padrone, dominus infallibile – e la pratica delle ‛epurazioni' da
lui stesso pilotate.
«Per mezzo di tali epurazioni – si legge alla voce
“totalitarismo” nell’enciclopedia Treccani – viene edificata, consolidata e
tutelata la posizione monopolistica del capo, che è insieme espressione e fulcro
del totalitarismo». «Sono i capi totalitari – si legge ancora – a costituire l'autentico
nucleo del sistema di dominio».
La democrazia? Evaporata. Inevitabilmente evaporata, dal momento che quello democratico è il luogo del confronto, del dibattito e della deliberazione, dove tesi e antitesi si fanno sintesi proprio grazie alla critica.
La democrazia? Evaporata. Inevitabilmente evaporata, dal momento che quello democratico è il luogo del confronto, del dibattito e della deliberazione, dove tesi e antitesi si fanno sintesi proprio grazie alla critica.
Che il M5S costituisca un piccolo sistema autoritario, un
microclima in cui l’apice mette a tacere la base pensante?
Già perché i fatti più recenti ci rimandano sempre più
l’immagine di un sistema in cui l’arbitrio e le decisioni di uno prevalgono
sulla libertà e le parole di
altri. Con l’astuzia di dare alla manovra di epurazione del malcapitato (o
della malcapitata) di turno, una grossolana “rabberciatura” democratica,
attraverso il voto – misterioso, inafferrabile e acriticamente plebiscitario –
della rete.
Etichette:
Adele Gambaro,
Beppe Grillo,
Casaleggio,
democrazia,
Forza Italia,
Lega Nord,
M5S,
Movimento 5 stelle,
Pdl,
politica,
politica italiana,
Popolo delle libertà,
Silvio Berlusconi,
Umberto Bossi
giovedì 21 marzo 2013
Tra vecchia e nuova politica: l'analisi del voto
Ecco, per punti, alcune delle principali considerazioni emerse nel corso del fecondo (e partecipatissimo) seminario “Elezioni 2013: tra vecchia e nuova politica”, ospitato dalla Facoltà di scienze politiche dell'Università di Perugia. Relatori, Alessandro Campi, Roberto Segatori, Giovanni Belardelli, Bruno Bracalente, Paolo Mancini.
Note assolutamente
semplificate, nondimeno utili spunti per significative riflessioni.
·
L’elemento
caratterizzante di questa tornata elettorale è stata la forte “mobilità del
voto”: quasi il 50%
dei votanti ha cambiato la destinazione del proprio voto.
·
Il
movimento 5 stelle ha riportato nelle urne quegli elettori che – pur essendo
attivi sul mercato elettorale – sceglievano l’astensione come messaggio di
protesta.
·
Nel
corso della campagna elettorale, tre eventi hanno avuto conseguenze
nell’orientamento del voto (conseguenze rilevate mediante sondaggi via web
sulle intenzioni di voto): 1) la partecipazione di Silvio Berlusconi alla
trasmissione di Michele Santoro “Servizio pubblico”, alla quale ha corrisposto non tanto
un aumento della curva di gradimento del Pdl, quanto un calo di quella del Pd;
2) la vicenda Monte dei paschi di Siena, a seguito della quale vola il M5S; 3) la conferenza stampa
di Silvio Berlusconi, nel corso della quale viene lanciata la parola d’ordine
dell’“abolizione dell’Imu”.
·
Voto
e Geografia: il Pdl
vince soprattutto al sud, dove invece il Pd è debole. Il movimento 5 stelle
vanta una distribuzione omogenea a livello nazionale, con forte presenza al
centro, nelle regioni tradizionalmente appannaggio della sinistra.
·
Voto
ed età: mentre
l’elettorato del Pd è in assoluto il più vecchio, seguito da quello del Pdl
(che si attesta, in media, attorno alla mezza età), M5S e Scelta civica di Monti sono le forze che
catalizzano il voto dei più giovani, rappresentando i due elementi di “novità” del quadro politico.
·
Con
riferimento alla composizione dell’elettorato per titolo di studio il Pd è – semplificando – il partito
votato dai laureati, così come Scelta civica. L’elettorato del Pdl si attesta
invece ad un livello istruzione medio basso, similmente al M5S, votato da
elettori tra i quali prevale la licenza media.
·
Come si
distribuisce il voto con riferimento alle professioni e alla collocazione
lavorativa? Scelta
civica prende voti da prevalentemente da lavoratori del settore privato, mentre
il Pd pesca dal settore pubblico, configurandosi come partito degli elettori
del settore pubblico. Più nel dettaglio il Pd è votato da quadri dirigenti
(qualcuno lo definisce partito dei dirigenti) e insegnati, il M5S dagli operai
e dagli artigiani, il Pdl da operai, commercianti, partite IVA, artigiani e
casalinghe. Paradossalmente, si verifica che la componente operaia venga più
rappresentata dal Pdl e dal M5S che dal Pd, che – per tradizione
storico-politica – dovrebbe invece detenere il primato in questo senso.
Inoltre, combinando età e posizione lavorativa, viene fuori che il Pd è il
partito dei garantiti, il M5S dei non garantiti, ossia coloro in cerca del
primo lavoro.
·
Quale è
il rapporto tra comunicazione e scelta politica? Dalle ricerche emerge che tra
utenti di Tg3 e La7 prevale il voto a sinistra, tra gli utenti delle reti
Mediaset prevale il voto orientato a destra. Il voto al M5S viene da un
elettorato che consuma essenzialmente canale 5 e Studio aperto (anche qui,
dunque, torna il tema di una possibile sovrapponibilità tra l’elettorato M5S e
quello Pdl).
·
Per
poter parlare di populismo occorrono 3 elementi: a) un credo, un mito, una voice contro i professionisti della
politica; b) una
leadership che catalizza e cavalca le pulsioni; c) una porzione di popolazione che si
sente spiazzata dalle dinamiche in corso e priva di rappresentanza. In questo
senso il movimento di Grillo è configurabile come movimento populista.
·
Il
principale rischio di una forza populista è quello del prevalere della parte destruens su quella construens. In altri termini, il movimento
populista dà la spallata ma non elabora soluzioni complesse.
·
Per
altri, invece, la categoria del populismo sarebbe non più applicabile, in quanto obsoleta dal momento che
si applicava quando c'erano i partiti di massa intesi in senso tradizionale. Il
M5S sarebbe dunque un fenomeno nuovo non interpretabile con vecchi schemi
interpretativi.
·
Il M5S
ha scardinato la cosiddetta terrritorializzazione del voto, ossia il legame stretto del voto
con il territorio: Grillo ha ottenuto un consenso omogeneo a livello nazionale,
uscendo dalle zone nelle quali era già presente. Ha rotto, così, le
tradizionali distribuzioni territoriali del voto: Lega al nord; Pd in Italia
centrale, Pdl al sud (caso macroscopico: la Sicilia, tradizionalmente granaio
del PDL).
·
M5S è
un movimento che concretizza la possibilità di una realtà che si pone oltre
le categorie della destra e della sinistra, le trascende raccogliendo in sé istanze radicali
tendenzialmente di sinistra e un leaderismo tendenzialmente di dx. Anche
spazialmente e simbolicamente i grillino si sono collocati in alto
nell’emiciclo.
·
Lo
stile politico del M5S è composto da una spiccata caratterizzazione
verticistica, da un forte elemento carismatico e da una marcata venatura
anti-politica e anti-sistema, che ricorda il Silvio Berlusconi prima maniera, intercettando ansia radicale di
cambiamento. Si colloca inoltre in un continuum di stagione di movimenti sta tesa al
rinnovamento, cominciata con il movimento referendario di Mario Segni.
· Questo
voto conferma l’incomunicabilità tra i due poli in termini di elettorato. Ciò significa che non si realizza
trasferimento di voti tra blocco centro-sinistra e blocco centro-destra,
aspetto che testimonia le difficoltà del "bipolarismo all’italiana".
I dati citati sono l’esito di due ricerche, una condotta
dall’Aur (Agenzia Umbria Ricerche) e coordinata dal Prof. Bracalente; l’altra
condotta dal Prof. Paolo Mancini insieme ai dott.ri Marco Mazzoni, Giovanni
Barbieri e Alessio Cornia.
Etichette:
Beppe Grillo,
Camera dei Deputati,
Lega Nord,
M5S,
Mario Monti,
Movimento 5 stelle,
Pd,
Pdl,
Pier Luigi Bersani,
Scelta civica,
Senato della Repubblica,
Silvio Berlusconi
mercoledì 13 febbraio 2013
martedì 3 aprile 2012
I tesorieri, veri burattinai della politica italiana (anche secondo Castelli)
giovedì 8 marzo 2012
Questione morale. In salsa padana.
![]() |
Marzo
1993: Luca Leoni Orsenigo, deputato Lega Nord, sventola nell’aula di
Montecitorio un cappio, nell’esplicito riferimento alla necessità di fare
pulizia di una classe politica corrotta
|
«La lega avanzerà, baionette in canna, paese per paese, villaggio per villaggio, per sfidare la partitocrazia», sbraita un Sentur urlante dal palco di Pontida. Siamo nel lontano 1995 e la Lega nord – formazione territoriale per eccellenza – è, eccome, un partito di lotta, imbevuto di antipolitica. Poche le parole d’ordine, riconoscibili e convincenti quanto velleitarie e demagogiche: populismo, autonomismo ed etnoregionalismo. Il tutto condito con una buona dose di intolleranza sociale. Ma tant’è.
Ed è proprio
sulla crisi dei partiti che il “Carroccio prima maniera” costruirà le sue
fortune: onesti contro corrotti, lavoratori contro fannulloni della politica e
delle istituzioni, gente del nord contro “terùn”, precedendo gli Stella e
i Rizzo nel denunciare i privilegi della Casta. Prima di decidere di goderne.
Di nascosto, ovvio.
Già perché
la Lega non ha esitato ad entrare – più volte – nelle tanto disprezzate stanze
dei bottoni di “Roma ladrona”, fino ad occupare poltrone importanti. «La dittatura
partitocratrica», ad un certo punto, non fa più ribrezzo e si vola alla
conquista delle istituzioni, nazionali e locali. Fatti due conti, in fondo,
conviene.
Ed oggi che
Davide Boni – presidente del già martoriato Consiglio regionale lombardo – è indagato
per corruzione (sì, proprio lui che cavalcò, in perfetto stile leghista, la
cosiddetta "questione morale”), il doppio volto della Lega è più evidente
che mai.
E se le accuse saranno provate, non si tratta di una marachella individuale,
di un singolo che – sbagliando, sia chiaro – si fa tentare dal luccichio dei
facili denari. Qui è in gioco proprio il reato che caratterizza la peggiore
partitocrazia, quella in cui la corruzione è fatta sistema. E tangenti e
mazzette sembrano essere modalità ordinarie di gestione della cosa pubblica.
Leggi anche:
Dr. Jekyll e Mr. Hyde
Le ragioni della cultura
mercoledì 4 gennaio 2012
Lenticchie e Cotechino
4 Gennaio 2012
"Il Presidente del
Consiglio ha appreso da fonti di stampa che il Senatore Roberto Calderoli
avrebbe presentato in data odierna un’interrogazione a risposta scritta con la
quale chiede di dar conto delle modalità di svolgimento della cena del 31
dicembre 2011 del medesimo Presidente del Consiglio.
Il Presidente Monti
precisa che non c’è stato alcun tipo di festeggiamento presso Palazzo Chigi, ma
si è tenuta presso l’appartamento, residenza di servizio del Presidente del
Consiglio, una semplice cena di natura privata, dalle ore 20.00 del 31 dicembre
2011 alle ore 00.15 del 1° gennaio 2012, alla quale hanno partecipato: Mario
Monti e la moglie, a titolo di residenti pro tempore nell’appartamento
suddetto, nonché quali invitati la figlia e il figlio, con i rispettivi
coniugi, una sorella della signora Monti con il coniuge, quattro bambini,
nipoti dei coniugi Monti, di età compresa tra un anno e mezzo e i sei anni.
Tutti gli invitati
alla cena, che hanno trascorso a Roma il periodo dal 27 dicembre al 2 gennaio,
risiedevano all’Hotel Nazionale, ovviamente a loro spese.
Gli oneri della
serata sono stati sostenuti personalmente da Mario Monti, che, come
l’interrogante ricorderà, ha rinunciato alle remunerazioni previste per le
posizioni di Presidente del Consiglio e di Ministro dell’economia e delle
finanze.
Gli acquisti sono
stati effettuati dalla signora Monti a proprie spese presso alcuni negozi siti
in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo
(cotechino e lenticchie).
La cena è stata
preparata e servita in tavola dalla signora Monti. Non vi è perciò stato alcun
onere diretto o indiretto per spese di personale.
Il Presidente Monti
non si sente tuttavia di escludere che, in relazione al numero relativamente
elevato degli invitati (10 ospiti), possano esservi stati per l’Amministrazione
di Palazzo Chigi oneri lievemente superiori a quelli abituali per quanto
riguarda il consumo di energia elettrica, gas e acqua corrente.
Nel dare risposta
al Senatore Calderoli, il Presidente Monti esprime la propria gratitudine per
la richiesta di chiarimenti, poiché anche a suo parere sarebbe “inopportuno e
offensivo verso i cittadini organizzare una festa utilizzando strutture e
personale pubblici”. Come risulta dalle circostanze di fatto sopra indicate,
non si è trattato di “una festa” organizzata “utilizzando strutture e personale
pubblici”.
D’altronde il Presidente
Monti evita accuratamente di utilizzare mezzi dello Stato se non per ragioni
strettamente legate all’esercizio delle sue funzioni, quali gli incontri con
rappresentanti istituzionali o con membri di governo stranieri. Pertanto, il
Presidente, per raggiungere il proprio domicilio a Milano, utilizza il treno, a
meno che non siano previsti la partenza o l’arrivo a Milano da un viaggio
ufficiale".
venerdì 16 dicembre 2011
Bagarre
"Ci sono cose che non devono farmi alcun effetto,
altrimenti non sarei in grado di
adempiere
a questa momentanea funzione
che mi è stata 'benevolmente' attribuita"
- Mario Monti, Presidente del Consiglio
Leggi anche:
martedì 15 novembre 2011
Dr. Jekyll e Mr. Hyde
Partito di lotta, partito di governo e ancora partito di lotta: ecco, in breve, l’ondivago percorso politico della Lega Nord che in queste ore si dichiara, orgogliosa, partito di opposizione, quasi a tirare un sospiro di sollievo dopo che – negli ultimi mesi – non poco malcontento era stato espresso dalla base, stufa di Berlusconi e dei suoi scandali. La doppia personalità, ben inteso, non è una novità (Pci docet) e lo stesso Bossi aveva parlato – già nel lontano ’93 – di “Lega di lotta e di governo”. Ma certo è che, ora, per recuperare consensi occorre recuperare il passato.
Per alcuni esempio virtuoso
(ha saputo trasformarsi senza perdere i suoi caratteri identitari di fondo),
per altri ennesima dimostrazione (tutta italica) di pratiche, per così dire,
trasformistiche, la Lega Nord – partito territoriale per eccellenza (il suo
radicamento sul territorio fa invidia ad altri) – era, eccome, un partito di
lotta, intriso di antipolitica. Nel corso degli anni ’90, infatti, la
principale mission politica del
“Carroccio prima maniera” è stata – oltre, ovvio, al tentativo di
autonomizzazione delle regioni settentrionali – proprio quella di canalizzare e
cavalcare la contestazione alla politica italiana, il disprezzo montante per i
partiti tradizionali e per le altrettanto tradizionali pratiche e consuetudini
politiche, il tutto, condito con una buona dose di intolleranza sociale
(principalmente contro immigrati e meridionali). Riuscendo persino ad
intercettare la domanda di rappresentanza prima destinata ad altri partiti
(basti pensare ai successi ottenuti sull’elettorato di matrice operaia, bacino
esclusivo – fino a quel momento – della sinistra).
È
così che la Lega (con il suo misto di populismo ed etnoregionalismo, fino a
quel momento inedito per l’Italia) non ha esitato ad entrare – più volte –
nelle tanto disprezzate stanze dei bottoni di “Roma ladrona”, fino ad occupare
ministeri importanti, come quello degli interni fino a pochi giorni fa in mano a Roberto Maroni. Ma oggi, tutt’altra
musica e la Lega sembra decisa a ritornare alla lotta e ad abbandonare il
governo. Crisi di identità? Niente affatto, semplice prevalere – a seconda di
dove tira il vento – dell’una o dell’altra anima del Carroccio. Ecco allora
che, tra secessione e federalismo, tra un ribaltone e una ricostruita alleanza,
si arriva al turbolento scenario attuale.
E,
a simboleggiare il rinnovato “vigore” leghista (per non usare altre
espressioni, ben più colorite, cui eravamo stati abituati) sta per riaprire –
udite, udite! – il Parlamento del Nord, una delle creazioni di quella “invenzione della tradizione” che andò
in scena tra il 1995 e il 1997, quando una Lega in calo di consensi, decise di
costruire – a tavolino – l’ideale artificiale e artificioso della Nazione
Padana. Come si suol dire, a volte ritornano.
lunedì 31 ottobre 2011
Le regioni della cultura
Ci risiamo.
La lega rispolvera uno dei suoi cavalli di battaglia, il tormentone della
regionalizzazione della cultura. E per nostra sfortuna ci delizia con nobili
crociate culturali. Nel “Buongiorno” de La Stampa di qualche giorno fa, Massimo
Gramellini riportava una notizia lanciata da un blog che ha dell’inquietante.
Ma forse (giudicate voi!) è maggiore la componente comica.
Le cose stanno così: la città di Mantova si sta preparando – con
tutta la pompa magna del caso – alle celebrazioni in onore di un suo cittadino
(piuttosto) speciale e (certamente) illustre: niente meno che Virgilio, che nel
70 a.C. nasceva in un villaggio non lontano dalla città. Sì, il Virgilio de L’Eneide, ma anche delle Bucoliche e delle Georgiche, assunto da Dante come il simbolo stesso
della ragione umana e delle sue più alte realizzazioni.
Ma qualcuno sembra non gradire. Chi può mai – direte voi – fare
una levata di scudi contro le sacrosante celebrazioni al poeta (che poi,
diciamolo, in fondo se le è forse meritate)? Tal Vincenzo Chizzini, assessore
leghista al Turismo al Comune di Mantova, contrario a festeggiare quel
traditore (Virgilio, per l’appunto) che ha osato lasciare la terra natia per
approdare – quale vergogna! – nelle zone meridionali della penisola.
Famosissimo, infatti (e deve aver colpito non poco Chizzini),
l’epitaffio del poeta che recita: «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenec
nunc Parthenope»,
ossia Mantova mi generò, la Calabria (in realtà l’odierna Puglia) mi rapì; ora
mi custodisce Napoli. Meglio sarebbe, propone l’assessore, celebrare Teofilo
Folengo, gloria locale (lui sì, dall’inizio alla fine!) e padre della lingua
maccheronica.
Ebbene sì, ci risiamo. Ricordo ancora, anni fa, la polemica
leghista sull’Inno di Mameli e sulla canzone del Piave. Ricordo ancora il
disarmante piano scuola del Carroccio, secondo cui – udite udite ! - gli
studenti del Nord dovrebbero formarsi su autori settentrionali, mentre quelli
del Sud su scrittori del Mezzogiorno.
Regionalizzare la cultura. Sciocca fantascienza, certo. Ma è una
sciocchezza pericolosa. E irrispettosa, soprattutto in Italia. Già perché in
una storia nazionale percorsa da fratture come la nostra, la cultura (e in
particolare la letteratura), hanno costituito da sempre flebile ma saldo
veicolo di unitarietà.
Prosa e poesia – lungimiranti avanguardie - hanno garantito,
anche nelle età più tristi, un'unità che si realizzava nonostante ogni
differenza. Il motivo nazionale ha intriso di sé parole e componimenti, mentre
la comunanza di lingua e cultura ha rappresentato sempre (lontane erano l’unità
politica e l’indipendenza), fattore di unificazione sentimentale. Un’Italia che
per secoli non fu uno Stato unitario ma sentì fortemente ed espresse nella sua
letteratura il proprio esser nazione. Ecco perché, oltre che ridicolo, è
tristemente grottesco voler dividere l'Italia di Pirandello dall'Italia di
Manzoni.
Etichette:
Cultura,
Lega Nord,
Letteratura italiana,
Mantova
Iscriviti a:
Post (Atom)











