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venerdì 6 marzo 2015

Scoperte le origini del "Salvini pensiero"



Amen.




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venerdì 17 gennaio 2014

La deriva leghista e l'imbarazzo catalano

Matteo Salvini e Roberto Maroni


“Una visita scomoda”. È il titolo, conciso quanto chiaro, dell’editoriale di Enric Juliana sul quotidiano catalano la Vanguardia. Si riferisce alla presenza a Barcellona di Roberto Maroni, leader della Lega Nord e presidente della Lombardia, in Catalogna per promozionare l’Expo di Milano del 2015. Il punto è più o meno questo: il Carroccio avrebbe grande interesse (in primis mediatico) ad identificarsi con la causa catalana (e con la sua tradizione indipendentista), mentre le autorità locali avrebbero pochissima voglia di apparire accanto ad un movimento politico in pieno revanscismo razzista e xenofobo. E monta la polemica: in molti chiedono ad Artur Mas – il presidente de la Generalitat – di non ricevere Maroni, mentre altri ritengono che, se non altro per dovere istituzionale, l’incontro debba esserci. Proteste anche dalla società civile, con tanto di hashtag su Twitter, #MaroniFotElCamp, qualcosa di simile all’italiano “smamma”).
Probabilmente il vertice si farà, ma sarà ridotto ai minimi termini, senza risonanza e, soprattutto, senza conferenza stampa congiunta.
La Lega Nord sta attraversando momenti difficili – scrive Juliana – e necessita di nuove coordinate e di nuovi referenti. Mentre il segretario Matteo Salvini lavora all’alleanza con il Fronte nazionale di Marine Le Pen, Maroni è alla ricerca della “marca catalana”, del marchio catalano.
E Juliana ricorda anche quando – erano gli anni novanta – il leader Jordi Pujol, allora al vertice della comunità autonoma catalana, si rifiutò di ricevere Umberto Bossi.
Il punto è che sono solo apparenti le somiglianze tra le rivendicazioni catalane e quelle del carroccio. «Il movimento catalano è un movimento politico e culturale con oltre 100 anni di storia: una storia europea, democratica e tollerante» si legge nell’editoriale. «La Lega Nord non ha ancora compiuto 25 anni e ha avuto bisogno di inventarsi un passato medievale, dal momento che l’unificazione d'Italia nel 1861 è nata principalmente per volontà delle regioni industriali del nord. Oscilla continuamente tra la protesta fiscale, la xenofobia e l’attacco frontale all’Europa di Bruxelles».
Ed è così che l’imbarazzo catalano diventa il paradigma delle reazioni che suscita – in Italia e fuori – la nuova Lega. 
Un partito – elettoralmente ai suoi minimi storici – che cerca disperatamente di riconquistare media e voti a colpi di razzismo, in un grottesco trionfo del ‘politicamente scorretto’. Matteo Salvini ha impresso un’accellerazione radicale, condita con alleanze azzardate. La strada, insomma, è quella che sembra condurre il Carroccio a diventare un partitino radicale di (estrema) destra, ultrapopulista e demagogico. 

Leggi l'articolo di Juliana. 


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mercoledì 19 giugno 2013

Beppe, le epurazioni e la democrazia (evaporata)



















«La senatrice Adele Gambaro ha rilasciato dichiarazioni lesive per il M5S senza nessun coordinamento con i gruppi parlamentari e danneggiando l'immagine del M5S con valutazioni del tutto personali e non corrispondenti al vero»
Con queste affermazioni apre il post nella homepage del blog di Beppe Grillo dedicato all’affaire Gambaro. Affermazioni che contengono anzitutto una macroscopica “non-verità”. La senatrice, esposta ora al pubblico ludibrio, infatti, non ha rilasciato dichiarazioni lesive sul (e per il) M5S, ma su Beppe Grillo e, segnatamente, sui toni da questi adottati, definiti «minacciosi». E su esplicita domanda del cronista di Sky – «secondo lei in questo momento il problema del movimento è Beppe Grillo?» – risponde: «Sì, noi lavoriamo tantissimo e questo non viene percepito all’esterno», difendendo, evidentemente, il lavoro dei deputati-cittadini eletti nelle liste pentastellate.
Quindi, nessuna dichiarazione a danno del Movimento in quanto tale.
A meno che non si assuma – come sembra fare il comico genovese – che esista una totale coincidenza, una piena sovrapposizione, tra il M5S e il suo capo.
In questo senso, dunque, il Movimento di Grillo altro non sarebbe che l’ennesimo Partito-Persona (movimento-persona, a voler essere precisi), di cui è tanto ricca la storia del nostro paese, quel genere tanto in voga nell’Italia dei leader, dei leaderini e dei semi-leader.
Secondo questo modello nacque, ad esempio, la Lega Nord – imperniata attorno alla folkloristica figura di Umberto Bossi, lo stesso di cui oggi una parte del partito (sbiadito più che mai) chiede l’espulsione. E poi (e soprattutto) la fu Forza Italia, successivamente metamorfizzata nel Popolo delle Libertà, che secondo Norberto Bobbio fu il “primo partito personale di massa”. «Chi ha scelto Forza Italia – spiegava Bobbio – non ha scelto un programma, ha scelto una persona». E questo a voler circoscrivere il discorso nel perimetro della Seconda Repubblica, perché altrimenti la storia degli individui pericolosamente ed immeritatamente riconosciuti quali portatori di carisma, investirebbe certi altri periodi non propriamente felici per la storia del paese.
I partiti-persona,  insomma, sempre meno “cinghie di trasmissione” e sempre più semplici aggregati elettorali forti solo dei propri condottieri, loro, sì, in grado di scuotere, ammaliare ed affascinare i cittadini. In questi casi, non è il partito che crea il leader, ma è il leader a creare il partito. Partito che – è evidente – non può che essergli fedele e riconoscente fino alla fine, pena la sua stessa dissoluzione.
In questa cornice, la dissidenza e l’offesa diretta al vertice non hanno spazio, né cittadinanza. A reprimerli, il ruolo dominante e prioritario del capo – padre padrone, dominus infallibile – e la pratica delle epurazioni' da lui stesso pilotate.
«Per mezzo di tali epurazioni – si legge alla voce “totalitarismo” nell’enciclopedia Treccani – viene edificata, consolidata e tutelata la posizione monopolistica del capo, che è insieme espressione e fulcro del totalitarismo». «Sono i capi totalitari – si legge ancora – a costituire l'autentico nucleo del sistema di dominio».
La democrazia? Evaporata. Inevitabilmente evaporata, dal momento che quello democratico è il luogo del confronto, del dibattito e della deliberazione, dove tesi e antitesi si fanno sintesi proprio grazie alla critica. 
Che il M5S costituisca un piccolo sistema autoritario, un microclima in cui l’apice mette a tacere la base pensante?
Già perché i fatti più recenti ci rimandano sempre più l’immagine di un sistema in cui l’arbitrio e le decisioni di uno prevalgono sulla libertà e le parole di altri. Con l’astuzia di dare alla manovra di epurazione del malcapitato (o della malcapitata) di turno, una grossolana “rabberciatura” democratica, attraverso il voto – misterioso, inafferrabile e acriticamente plebiscitario – della rete. 

giovedì 21 marzo 2013

Tra vecchia e nuova politica: l'analisi del voto






















Ecco, per punti, alcune delle principali considerazioni emerse nel corso del fecondo (e partecipatissimo) seminario “Elezioni 2013: tra vecchia e nuova politica”, ospitato dalla Facoltà di scienze politiche dell'Università di Perugia. Relatori, Alessandro Campi, Roberto Segatori, Giovanni Belardelli, Bruno Bracalente, Paolo Mancini.
Note assolutamente semplificate, nondimeno utili spunti per significative riflessioni.
·      L’elemento caratterizzante di questa tornata elettorale è stata la forte “mobilità del voto”: quasi il 50% dei votanti ha cambiato la destinazione del proprio voto. 
·      Il movimento 5 stelle ha riportato nelle urne quegli elettori che – pur essendo attivi sul mercato elettorale – sceglievano l’astensione come messaggio di protesta.
·      Nel corso della campagna elettorale, tre eventi hanno avuto conseguenze nell’orientamento del voto (conseguenze rilevate mediante sondaggi via web sulle intenzioni di voto): 1) la partecipazione di Silvio Berlusconi alla trasmissione di Michele Santoro “Servizio pubblico”, alla quale ha corrisposto non tanto un aumento della curva di gradimento del Pdl, quanto un calo di quella del Pd; 2) la vicenda Monte dei paschi di Siena, a seguito della quale vola il M5S; 3) la conferenza stampa di Silvio Berlusconi, nel corso della quale viene lanciata la parola d’ordine dell’“abolizione dell’Imu”.
·      Voto e Geografia: il Pdl vince soprattutto al sud, dove invece il Pd è debole. Il movimento 5 stelle vanta una distribuzione omogenea a livello nazionale, con forte presenza al centro, nelle regioni tradizionalmente appannaggio della sinistra.
·      Voto ed età: mentre l’elettorato del Pd è in assoluto il più vecchio, seguito da quello del Pdl (che si attesta, in media, attorno alla mezza età), M5S e Scelta civica di Monti sono le forze che catalizzano il voto dei più giovani, rappresentando i due elementi di “novità” del quadro politico.
·      Con riferimento alla composizione dell’elettorato per titolo di studio il Pd è – semplificando – il partito votato dai laureati, così come Scelta civica. L’elettorato del Pdl si attesta invece ad un livello istruzione medio basso, similmente al M5S, votato da elettori tra i quali prevale la licenza media.
·      Come si distribuisce il voto con riferimento alle professioni e alla collocazione lavorativa? Scelta civica prende voti da prevalentemente da lavoratori del settore privato, mentre il Pd pesca dal settore pubblico, configurandosi come partito degli elettori del settore pubblico. Più nel dettaglio il Pd è votato da quadri dirigenti (qualcuno lo definisce partito dei dirigenti) e insegnati, il M5S dagli operai e dagli artigiani, il Pdl da operai, commercianti, partite IVA, artigiani e casalinghe. Paradossalmente, si verifica che la componente operaia venga più rappresentata dal Pdl e dal M5S che dal Pd, che – per tradizione storico-politica – dovrebbe invece detenere il primato in questo senso. Inoltre, combinando età e posizione lavorativa, viene fuori che il Pd è il partito dei garantiti, il M5S dei non garantiti, ossia coloro in cerca del primo lavoro.
·      Quale è il rapporto tra comunicazione e scelta politica? Dalle ricerche emerge che tra utenti di Tg3 e La7 prevale il voto a sinistra, tra gli utenti delle reti Mediaset prevale il voto orientato a destra. Il voto al M5S viene da un elettorato che consuma essenzialmente canale 5 e Studio aperto (anche qui, dunque, torna il tema di una possibile sovrapponibilità tra l’elettorato M5S e quello Pdl).
·      Per poter parlare di populismo occorrono 3 elementi: a) un credo, un mito, una voice contro i professionisti della politica; b) una leadership che catalizza e cavalca le pulsioni; c) una porzione di popolazione che si sente spiazzata dalle dinamiche in corso e priva di rappresentanza. In questo senso il movimento di Grillo è configurabile come movimento populista.
·      Il principale rischio di una forza populista è quello del prevalere della parte destruens su quella construens. In altri termini, il movimento populista dà la spallata ma non elabora soluzioni complesse.  
·      Per altri, invece, la categoria del populismo sarebbe non più applicabile, in quanto obsoleta dal momento che si applicava quando c'erano i partiti di massa intesi in senso tradizionale. Il M5S sarebbe dunque un fenomeno nuovo non interpretabile con vecchi schemi interpretativi.
·      Il M5S ha scardinato la cosiddetta terrritorializzazione del voto, ossia il legame stretto del voto con il territorio: Grillo ha ottenuto un consenso omogeneo a livello nazionale, uscendo dalle zone nelle quali era già presente. Ha rotto, così, le tradizionali distribuzioni territoriali del voto: Lega al nord; Pd in Italia centrale, Pdl al sud (caso macroscopico: la Sicilia, tradizionalmente granaio del PDL).
·      M5S è un movimento che concretizza la possibilità di una realtà che si pone oltre le categorie della destra e della sinistra, le trascende raccogliendo in sé istanze radicali tendenzialmente di sinistra e un leaderismo tendenzialmente di dx. Anche spazialmente e simbolicamente i grillino si sono collocati in alto nell’emiciclo.
·      Lo stile politico del M5S è composto da una spiccata caratterizzazione verticistica, da un forte elemento carismatico e da una marcata venatura anti-politica e anti-sistema, che ricorda il Silvio Berlusconi prima maniera, intercettando ansia radicale di cambiamento. Si colloca inoltre in un continuum di stagione di movimenti sta tesa al rinnovamento, cominciata con il movimento referendario di Mario Segni.
· Questo voto conferma l’incomunicabilità tra i due poli in termini di elettorato.  Ciò significa che non si realizza trasferimento di voti tra blocco centro-sinistra e blocco centro-destra, aspetto che testimonia le difficoltà del "bipolarismo all’italiana".


I dati citati sono l’esito di due ricerche, una condotta dall’Aur (Agenzia Umbria Ricerche) e coordinata dal Prof. Bracalente; l’altra condotta dal Prof. Paolo Mancini insieme ai dott.ri Marco Mazzoni, Giovanni Barbieri e Alessio Cornia. 



giovedì 8 marzo 2012

Questione morale. In salsa padana.


Marzo 1993: Luca Leoni Orsenigo, deputato Lega Nord, sventola nell’aula di Montecitorio un cappio, nell’esplicito riferimento alla necessità di fare pulizia di una classe politica corrotta

«La lega avanzerà, baionette in canna, paese per paese, villaggio per villaggio, per sfidare la partitocrazia», sbraita un Sentur urlante dal palco di Pontida. Siamo nel lontano 1995 e la Lega nord – formazione territoriale per eccellenza – è, eccome, un partito di lotta, imbevuto di antipolitica. Poche le parole d’ordine, riconoscibili e convincenti quanto velleitarie e demagogiche: populismo, autonomismo ed etnoregionalismo. Il tutto condito con una buona dose di intolleranza sociale. Ma tant’è. 

Ed è proprio sulla crisi dei partiti che il “Carroccio prima maniera” costruirà le sue fortune: onesti contro corrotti, lavoratori contro fannulloni della politica e delle istituzioni, gente del nord contro “terùn”, precedendo gli Stella e i Rizzo nel denunciare i privilegi della Casta. Prima di decidere di goderne. Di nascosto, ovvio.

Già perché la Lega non ha esitato ad entrare – più volte – nelle tanto disprezzate stanze dei bottoni di “Roma ladrona”, fino ad occupare poltrone importanti. «La dittatura partitocratrica», ad un certo punto, non fa più ribrezzo e si vola alla conquista delle istituzioni, nazionali e locali. Fatti due conti, in fondo, conviene.

Ed oggi che Davide Boni – presidente del già martoriato Consiglio regionale lombardo – è indagato per corruzione (sì, proprio lui che cavalcò, in perfetto stile leghista, la cosiddetta "questione morale”), il doppio volto della Lega è più evidente che mai.

E se le accuse saranno provate, non si tratta di una marachella individuale, di un singolo che – sbagliando, sia chiaro – si fa tentare dal luccichio dei facili denari. Qui è in gioco proprio il reato che caratterizza la peggiore partitocrazia, quella in cui la corruzione è fatta sistema. E tangenti e mazzette sembrano essere modalità ordinarie di gestione della cosa pubblica. 




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mercoledì 4 gennaio 2012

Lenticchie e Cotechino






















4 Gennaio 2012
"Il Presidente del Consiglio ha appreso da fonti di stampa che il Senatore Roberto Calderoli avrebbe presentato in data odierna un’interrogazione a risposta scritta con la quale chiede di dar conto delle modalità di svolgimento della cena del 31 dicembre 2011 del medesimo Presidente del Consiglio.
Il Presidente Monti precisa che non c’è stato alcun tipo di festeggiamento presso Palazzo Chigi, ma si è tenuta presso l’appartamento, residenza di servizio del Presidente del Consiglio, una semplice cena di natura privata, dalle ore 20.00 del 31 dicembre 2011 alle ore 00.15 del 1° gennaio 2012, alla quale hanno partecipato: Mario Monti e la moglie, a titolo di residenti pro tempore nell’appartamento suddetto, nonché quali invitati la figlia e il figlio, con i rispettivi coniugi, una sorella della signora Monti con il coniuge, quattro bambini, nipoti dei coniugi Monti, di età compresa tra un anno e mezzo e i sei anni.
Tutti gli invitati alla cena, che hanno trascorso a Roma il periodo dal 27 dicembre al 2 gennaio, risiedevano all’Hotel Nazionale, ovviamente a loro spese.
Gli oneri della serata sono stati sostenuti personalmente da Mario Monti, che, come l’interrogante ricorderà, ha rinunciato alle remunerazioni previste per le posizioni di Presidente del Consiglio e di Ministro dell’economia e delle finanze.
Gli acquisti sono stati effettuati dalla signora Monti a proprie spese presso alcuni negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).
La cena è stata preparata e servita in tavola dalla signora Monti. Non vi è perciò stato alcun onere diretto o indiretto per spese di personale.
Il Presidente Monti non si sente tuttavia di escludere che, in relazione al numero relativamente elevato degli invitati (10 ospiti), possano esservi stati per l’Amministrazione di Palazzo Chigi oneri lievemente superiori a quelli abituali per quanto riguarda il consumo di energia elettrica, gas e acqua corrente.
Nel dare risposta al Senatore Calderoli, il Presidente Monti esprime la propria gratitudine per la richiesta di chiarimenti, poiché anche a suo parere sarebbe “inopportuno e offensivo verso i cittadini organizzare una festa utilizzando strutture e personale pubblici”. Come risulta dalle circostanze di fatto sopra indicate, non si è trattato di “una festa” organizzata “utilizzando strutture e personale pubblici”.
D’altronde il Presidente Monti evita accuratamente di utilizzare mezzi dello Stato se non per ragioni strettamente legate all’esercizio delle sue funzioni, quali gli incontri con rappresentanti istituzionali o con membri di governo stranieri. Pertanto, il Presidente, per raggiungere il proprio domicilio a Milano, utilizza il treno, a meno che non siano previsti la partenza o l’arrivo a Milano da un viaggio ufficiale".


venerdì 16 dicembre 2011

Bagarre





























"Ci sono cose che non devono farmi alcun effetto
altrimenti non sarei in grado di adempiere 
a questa momentanea funzione 
che mi è stata 'benevolmente' attribuita"

- Mario Monti, Presidente del Consiglio 




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martedì 15 novembre 2011

Dr. Jekyll e Mr. Hyde





Partito di lotta, partito di governo e ancora partito di lotta: ecco, in breve, l’ondivago percorso politico della Lega Nord che in queste ore si dichiara, orgogliosa, partito di opposizione, quasi a tirare un sospiro di sollievo dopo che – negli ultimi mesi – non poco malcontento era stato espresso dalla base, stufa di Berlusconi e dei suoi scandali. La doppia personalità, ben inteso, non è una novità (Pci docet) e lo stesso Bossi aveva parlato – già nel lontano ’93 – di “Lega di lotta e di governo”. Ma certo è che, ora, per recuperare consensi occorre recuperare il passato.
Per alcuni esempio virtuoso (ha saputo trasformarsi senza perdere i suoi caratteri identitari di fondo), per altri ennesima dimostrazione (tutta italica) di pratiche, per così dire, trasformistiche, la Lega Nord – partito territoriale per eccellenza (il suo radicamento sul territorio fa invidia ad altri) – era, eccome, un partito di lotta, intriso di antipolitica. Nel corso degli anni ’90, infatti, la principale mission politica del “Carroccio prima maniera” è stata – oltre, ovvio, al tentativo di autonomizzazione delle regioni settentrionali – proprio quella di canalizzare e cavalcare la contestazione alla politica italiana, il disprezzo montante per i partiti tradizionali e per le altrettanto tradizionali pratiche e consuetudini politiche, il tutto, condito con una buona dose di intolleranza sociale (principalmente contro immigrati e meridionali). Riuscendo persino ad intercettare la domanda di rappresentanza prima destinata ad altri partiti (basti pensare ai successi ottenuti sull’elettorato di matrice operaia, bacino esclusivo – fino a quel momento – della sinistra).
È così che la Lega (con il suo misto di populismo ed etnoregionalismo, fino a quel momento inedito per l’Italia) non ha esitato ad entrare – più volte – nelle tanto disprezzate stanze dei bottoni di “Roma ladrona”, fino ad occupare ministeri importanti, come quello degli interni fino a pochi giorni fa in mano a Roberto Maroni. Ma oggi, tutt’altra musica e la Lega sembra decisa a ritornare alla lotta e ad abbandonare il governo. Crisi di identità? Niente affatto, semplice prevalere – a seconda di dove tira il vento – dell’una o dell’altra anima del Carroccio. Ecco allora che, tra secessione e federalismo, tra un ribaltone e una ricostruita alleanza, si arriva al turbolento scenario attuale.
E, a simboleggiare il rinnovato “vigore” leghista (per non usare altre espressioni, ben più colorite, cui eravamo stati abituati) sta per riaprire – udite, udite! – il Parlamento del Nord, una delle creazioni di quella “invenzione della tradizione” che andò in scena tra il 1995 e il 1997, quando una Lega in calo di consensi, decise di costruire – a tavolino – l’ideale artificiale e artificioso della Nazione Padana. Come si suol dire, a volte ritornano. 

lunedì 31 ottobre 2011

Le regioni della cultura



Ci risiamo. La lega rispolvera uno dei suoi cavalli di battaglia, il tormentone della regionalizzazione della cultura. E per nostra sfortuna ci delizia con nobili crociate culturali. Nel “Buongiorno” de La Stampa di qualche giorno fa, Massimo Gramellini riportava una notizia lanciata da un blog che ha dell’inquietante. Ma forse (giudicate voi!) è maggiore la componente comica.
Le cose stanno così: la città di Mantova si sta preparando – con tutta la pompa magna del caso – alle celebrazioni in onore di un suo cittadino (piuttosto) speciale e (certamente) illustre: niente meno che Virgilio, che nel 70 a.C. nasceva in un villaggio non lontano dalla città. Sì, il Virgilio de L’Eneide, ma anche delle Bucoliche e delle Georgiche, assunto da Dante come il simbolo stesso della ragione umana e delle sue più alte realizzazioni.
Ma qualcuno sembra non gradire. Chi può mai – direte voi – fare una levata di scudi contro le sacrosante celebrazioni al poeta (che poi, diciamolo, in fondo se le è forse meritate)? Tal Vincenzo Chizzini, assessore leghista al Turismo al Comune di Mantova, contrario a festeggiare quel traditore (Virgilio, per l’appunto) che ha osato lasciare la terra natia per approdare – quale vergogna! – nelle zone meridionali della penisola.
Famosissimo, infatti (e deve aver colpito non poco Chizzini), l’epitaffio del poeta che recita: «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenec nunc Parthenope», ossia Mantova mi generò, la Calabria (in realtà l’odierna Puglia) mi rapì; ora mi custodisce Napoli. Meglio sarebbe, propone l’assessore, celebrare Teofilo Folengo, gloria locale (lui sì, dall’inizio alla fine!) e padre della lingua maccheronica.
Ebbene sì, ci risiamo. Ricordo ancora, anni fa, la polemica leghista sull’Inno di Mameli e sulla canzone del Piave. Ricordo ancora il disarmante piano scuola del Carroccio, secondo cui – udite udite ! - gli studenti del Nord dovrebbero formarsi su autori settentrionali, mentre quelli del Sud su scrittori del Mezzogiorno.
Regionalizzare la cultura. Sciocca fantascienza, certo. Ma è una sciocchezza pericolosa. E irrispettosa, soprattutto in Italia. Già perché in una storia nazionale percorsa da fratture come la nostra, la cultura (e in particolare la letteratura), hanno costituito da sempre flebile ma saldo veicolo di unitarietà.
Prosa e poesia – lungimiranti avanguardie - hanno garantito, anche nelle età più tristi, un'unità che si realizzava nonostante ogni differenza. Il motivo nazionale ha intriso di sé parole e componimenti, mentre la comunanza di lingua e cultura ha rappresentato sempre (lontane erano l’unità politica e l’indipendenza), fattore di unificazione sentimentale. Un’Italia che per secoli non fu uno Stato unitario ma sentì fortemente ed espresse nella sua letteratura il proprio esser nazione. Ecco perché, oltre che ridicolo, è tristemente grottesco voler dividere l'Italia di Pirandello dall'Italia di Manzoni.