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domenica 22 marzo 2015

D'Alema

martedì 18 febbraio 2014

Il teatro della politica



«Da uomini di teatro sappiamo che una personalità come quella di Renzi gioca tutto sulla velocità, sull'incantamento, sulla prestigiazione. 
Quindi bisogna essere veloci affinché l'incantamento non termini». 

Con queste parole ha catturato la mia attenzione, Ruggero Cappuccio, regista e attore teatrale, ospite ieri sera a Linea Notte, edizione notturna del Tg3. 
Si parla, ça va sans dire, di Matteo Renzi, come non può essere altrimenti, nel giorno del conferimento dell'incarico di governo. 
E immaginifico come solo può esserlo chi produce arte, Cappuccio descrive la politica dei nostri tempi con una metafora, suggestiva e calzante: 
«Gli italiani hanno la netta sensazione che Camera e Senato siano diventati una sorta di Hotel Excelsior: se vincete voi, le suites a voi e le camere a noi, se vinciamo noi le suites a noi le camere a voi. L'importante è che nessuno esca dall'albergo. E se a qualcuno, di notte, occorre una bottiglia di Dom Pérignon, basta bussare e ve la allunghiamo». 
Questa, secondo Cappuccio, è una sensazione diffusa.  
«Quando si arriva sull'orlo del baratro, però, non c'è che essere ottimisti», aggiunge. «Guardiamo con ottimismo alla prestigiazione».
Ma a far riflettere è soprattutto il passaggio in cui Cappuccio propone un parallelismo tra teatro e politica. 
«Le regole del teatro, negli ultimi venti anni, impallidiscono al cospetto delle regole della politica. I teatranti recitano con la complicità del pubblico. 
Il pubblico sa che in quel momento sta guardando una rappresentazione. 
La politica pretende di fare del teatro con delle regole di finzione che tendono fondamentalmente a raggirare l'ascoltatore.  
Mentre la finzione della politica è marketing, la finzione del teatro è arte». 

Renzi, dunque, sarebbe artificio? 
Non proprio. O meglio, non lui solo. 
«È evidente che oggi ogni politico - in particolare un politico giovane, rapido, rampante, che ha capito che bisogna battere tutto e tutti sulla velocità - deve necessariamente rapportarsi con quelle che sono le percezioni del pubblico
Rapportarsi alle percezioni significa arrivare con una Smart in una certa strada, presentarsi ad un appuntamento con una giacca, presentarsi senza giacca ad un altro appuntamento, scegliere tra il colletto di camicia e la cravatta».  
«Non dico che non esistano degli spontanei in questo tipo di mondo, in questo tipo di fauna, ma è evidente che molti sono costretti a studiare questo tipo di atteggiamento.  
D'altra parte lo studio cominciò già trenta o quaranta anni fa: c'era Almirante che abbottonava la giacca prima di ogni comizio, mentre Berlinguer sapeva scegliere molto bene le pause. Un altro grande pausista amletico fu Craxi».  
Ma è centrale la differenza tra quell'epoca e quella odierna: 
«Quel tipo di uomini, però, tendeva fondamentalmente a fare un lavoro sulla retorica del discorso, nel porgere, la generazione politica di oggi tende a fare un lavoro sulla retorica dell'apparire, nel porsi».
«E in tutta questa rapidità - conclude Cappuccio - i messaggi che vengono inviati spesso vengono da noi ricordati nel come sono stati inviati, ma i contenuti sono il più delle volte obliati, dimenticati. 
E questo è abbastanza preoccupante»

Nel mare magnum di commenti di più o meno sedicenti esperti, opinionisti, osservatori e provincialissimi maître à penser, la voce di un outsider della politica, di un autore teatrale, è la migliore, la più mirata alla sostanza della delicata fase che stiamo atrraversando. 
Che non è solo questione di incarichi di governo, ministeri e congegni istituzionali, ma è un dato culturale e sociale, che ha a che fare con i nostri usi e i nostri costumi. 
Contenuto e forma. Dove finisce l'uno e dove inizia l'altra? Quanto la logica dell'apparire depaupera di senso ciò che si comunica? Fino a che punto è giustificato fingere per alimentare la macchina del consenso?
Finzione e artificio sono sempre esistiti, con la differenza che prima stavano nella retorica, in quel complesso di contenuti che fornivano un orizzonte culturale e valoriale. 
Oggi, invece, stanno nella costruzione della personalità, di un ego capace di produrre approvazione. 
Non resta che rifletterci su. 


martedì 21 gennaio 2014

Ancora liste bloccate. Ma non dovevamo vederci più?




È più che ragionevole, quando si parla fatti sociali ed umani, non contare su determinismo e rapporti causa-effetto: le variabili in gioco sono troppe ed imprevedibili; numerosi sono i fattori che concorrono a distorcere, aggirare, annullare tecnicismi e costruzioni di ingegneria costituzionale.
Eppure le regole contano e, nel caso di specie, la legge elettorale è importante. 
C'è una cosa che più delle altre lascia perplessi di questa faccenda, ed è la valutazione espressa dalla Corte Costituzionale sulle liste bloccate, secondo la quale il problema sarebbe meramente quantitativo: troppi nomi in lista non garantirebbero un adeguato rapporto candidato-elettore, in termini di 'conoscibilità' dei primi da parte dei secondi.
In altre parole, l'incostituzionalità sarebbe la conseguenza non dell’assenza di preferenze ma dell'eccessiva numerosità delle liste, tale da rendere impossibile all’elettore identificare il candidato.
Via libera, invece, a liste bloccate, purché con meno nominativi.

Ma il nodo centrale, la sostanza, risiede, invece, proprio nella selezione. Avere, come nella proposta di Renzi, di nuovo liste bloccate, anche di soli 4, 5 o 6 nomi, senza preferenze, non risolve il vizio che - sia pure in maniera più massiccia - affliggeva il Porcellum. Una selezione – quella ottenibile con la legge elettorale – tardiva (i giochi si fanno soprattutto nelle segreterie di partito), ma non di meno importante, per garantire un sia pur residuo spazio di manovra all'elettore
Sarebbe auspicabile, cioè, non solo conoscere, ma conoscere e (di conseguenza) selezionare.
Insomma, di nuovo si vota il partito, non l’aspirante deputato. 
Di nuovo il cittadino non è messo nelle condizioni di scegliere tra i candidati, essendo questi ultimi eletti automaticamente in base all’ordine di presentazione nella lista. 
Ancora una volta, ahinoi, veniamo privati del diritto di decidere a chi attribuire il compito, delicato e impegnativo, della rappresentanza politica. 


venerdì 8 marzo 2013

Analisi di una sconfitta. O di una "non vittoria".



Se l'attuale situazione politica vi ottunde la mente, se lo scenario della rappresentanza di questo paese vi lascia sgomenti e disorientati, be', non resta che mettersi comodi e gustarsi l'ultimo video di Diego Bianchi. As usual, illuminante.

martedì 9 ottobre 2012

Renzi, c’è chi dice no



Mi aspettavo Renzi fosse un imbonitore. Sapevo, avendolo visto tante volte in tv, dei suoi toni a forti tinte populistiche. Avevo letto dei suoi one man show. Ma la realtà, come spesso accade, è andata oltre le aspettative. Ed è così che mi sono ritrovata immersa in una specie di avanspettacolo. Niente contro la persona, s’intenda. Ognuno ha il diritto di proporre la propria ricetta per il futuro dell’Italia. Ma il dato, qui, è politico. E di questo si può, anzi, si deve discutere. Ma tutto fuorché discussione c’era in quel teatro gremito di persone, per le quali la c aspirata di Renzi fungeva da elemento consolatore, mero sfogo per quel malcontento covato per molto tempo. Ma oltre a ciò, poco. Non che tutte le proposte di Renzi, si badi, siano errate. Chi sarebbe contrario al rinnovamento, alla volontà di ricambiare una classe dirigente da troppo tempo inamovibile? Chi non vorrebbe, ancora, la modernizzazione del paese? Ma l’incontro – dal forte sapore di marketing e artificio – è un format ripetuto secondo copione in lungo ed in largo per l’Italia. Mai una specificità, mai un riferimento alle problematiche di un territorio. E, quel che è peggio, la totale assenza di ogni forma di dibattito. Bordate anticasta, strizzate d’occhio ai bisogni (sacrosanti) della gente, intervallati con video ruffiani tratti dal (per altro bellissimo) “Non ci resta che piangere”, dalle imitazioni di Crozza e, per parlare di finanza, dalle gag di Cettola Qualunque. Basta così poco agli italiani? E la visione politica? Si strizza l’occhio di qua e di là, per arraffare più voti possibile. E la coerenza?
Ci risiamo, poi, con il temibilissimo mito dell’uomo della provvidenza, ennesimo demiurgo che “scende in campo” a salvare i destini di questo martoriato paese. Ancora una volta – come se dall’esperienza non fosse possibile imparare – gli italiani si infatuano di un personaggio, più che di una persona. Di un vocabolario, più che delle idee. Di un modo di fare, più che delle competenze.
E’ la “sempiterna figura della missione redentrice di un salvatore” scriveva Zagrebelsky nel 2010 (non su Renzi, ben inteso) a proposito della attitudine tutta italiana ad affidarsi al “lui” di turno. Il Lui sul quale riporre tutta la fiducia, senza andare troppo per il sottile. Senza accertarsi delle competenze, senza richiedere certe preziose caratteristiche. E dopo Grillo, il comico che fa politica, abbiamo il politico – fino a prova contraria Renzi è il sindaco di Firenze – che fa il comico, che rende i suoi comizi spettacoli di cabaret. Spettacoli che si concludono con l’immancabile metafora calcistica.

Che, ahinoi, ricorda tanto qualcuno...

Ps: chi scrive, come non si riconosce in Renzi, non si riconosce, sottolineato più volte il non, nella nomenclatura “tradizionale” del PD. Quello che è stato scritto è una semplice disamina di uno stile politico. Per la totale chiarezza: sostengo Sandro Gozi. 

domenica 30 settembre 2012

Excusatio non petita

"Doveva essere un incontro per ricevere alcuni consigli, come quello che avevo avuto con Tony Blair alcuni mesi fa", però "lo faremo un'altra volta". Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, è tornato ancora sull'incontro saltato con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che ieri sera si è trattenuto nel capoluogo toscano, dove ha cenato e pernottato, per ripartire stamattina.



"Avevamo messo in piedi l'incontro sulla base di una serie di rapporti - ha spiegato Renzi - ma evitando che diventasse di dominio pubblico e una sorta di endorsement alle primarie, per cui quando era uscito sui giornali con questa visibilità, giustamente non ha avuto più senso farlo, non aveva senso fare una photo opportunity". 

Fonte Adnkronos