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venerdì 29 agosto 2014
venerdì 11 gennaio 2013
Al lavoro. Per il lavoro.
Mentre in Italia ci si
scalda, tra gli altri, sul tema del lavoro, anche in Francia le polemiche in
merito non si risparmiano. Il dibattito è più che mai acceso e la sfida non
poco impegnativa. Semplificando, la posta in gioco è questa. Da una parte, c’è l’impresa
che chiede maggiore flessibilità e, dall’altra, il lavoro dipendente, che
chiede stabilità e certezze. In mezzo, un meccanismo ancora tutto da definire
allo studio dal governo di Françoise Hollande (questa sembra essere la
settimana cruciale per le trattative).
L’impresa
vorrebbe anzitutto poter avere, quando necessario, la libertà di spostare un dipendente in termini di
mansione e/o di sede, salvaguardando – come è ovvio – qualifica e livello
retributivo. Se il lavoratore rifiuta, scatta il licenziamento per “motivi
personali”, procedura più snella rispetto al licenziamento economico. Altro
scenario: il datore di lavoro procede a riduzioni salariali temporanee, in
grado di salvaguardare però le assunzioni (l’operazione, nel suo complesso,
deve però essere approvata da almeno il 50% dei dipendenti). Anche qui, il
lavoratore che si oppone può essere licenziato. Infine, le imprese vorrebbero
un ridotto potere di giudizio della magistratura sui temi più delicati (piani
di ristrutturazione, ricorsi ...).
I
sindacati – dal canto loro – chiedono un aumento dei contributi sui contratti
brevi o brevissimi. Il fine? Disincentivare l’utilizzo di forme contrattuali
responsabili della crescente precarizzazione degli ultimi anni (i contratti
inferiori al mese e, a volte, addirittura sotto la settimana sono aumentati
negli ultimi dieci anni dell’88%). Il sindacato, inoltre, chiede che le imprese
finanzino l’assistenza sanitaria complementare per tutti i lavoratori.
Voi
che ne pensate?
(Questo post trae ispirazione dall'ottimo articolo di Marco Moussanet
"Parigi cambia le regole sul lavoro", Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2013)
"Parigi cambia le regole sul lavoro", Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2013)
lunedì 29 ottobre 2012
Europa a due velocità sì o no?
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| Il Presidente francese François Hollande |
Europa a
due velocità, nocciolo duro, avanguardia: tanti nomi per un solo scenario, che vedrebbe alcuni
paesi europei procedere verso percorsi più approfonditi di integrazione,
avanzando autonomamente rispetto agli altri, o semplicemente precedendoli. A
risollevare il dibattito sul tema – ampiamente discusso anche in passato – è il
presidente francese François Hollande, in una recentissima intervista dalla grande eco
mediatica. «La mia proposta è un’Europa che avanza a più velocità, per cerchi
differenti». E, a suo parere, l’Europa più spedita dovrebbe coincidere con l’attuale
Eurogruppo: «Abbiamo una zona Euro che ha un patrimonio, la moneta unica, e
richiede un nuovo governo», prosegue Hollande. «Questa zona deve prendere una
dimensione politica». Secondo l’inquilino dell’Eliseo, dunque, i 17 paesi che
attualmente condividono la moneta, dovrebbero istituire riunioni mensili dei
rispettivi Capi di Stato e di Governo. Inoltre, il consesso dei Ministri delle
finanze dovrebbe essere irrobustito e il suo presidente dovrebbe ricevere un
mandato chiaro e sufficientemente lungo.
È con questa ricetta che Hollande rilancia un tema antico
(perfettamente riassunto da Dastoli, Majocchi e Santaniello in “Prospettiva
Europa”, 1996), già circolato tra gli intellettuali europei – europeisti o
antieuropeisti, a seconda delle vocazioni e delle nazionalità – e sul quale ora
sarebbe auspicabile un dibattito esteso. In principio fu Luis Armand a parlare
di un’Europe a la carte, dove ognuno poteva scegliere quello che preferiva: lo sviluppo
di ulteriori iniziative, in altre parole, era lasciato alla libera adesione dei
singoli paesi. A metà degli anni ’70, ai tempi del Serpente monetario europeo
(progenitore dell’attuale moneta unica) Willy Brandt e Leo Tindemans parlavano
di Europa a due velocità: «È impossibile presentare oggi un programma d’azione
credibile, se si considera assolutamente necessario che in tutti i casi tutte
le tappe siano raggiunte da tutti gli stati nello stesso momento». E ancora: «la
divergenza obiettiva delle situazioni economiche e finanziarie è tale che, se
questa esigenza è posta, il progresso diventa impossibile».
Jacques Delors preferiva invece un’Europa “a geometrie variabili”, per permettere alla recalcitrante
Gran Bretagna (e non solo a lei) di svincolarsi – attraverso specifiche deroghe
– da alcuni aspetti del contesto comunitario, senza però staccarsene del tutto.
Altiero Spinelli invocava, invece, un “nucleo federale” di paesi decisi a
procedere lungo la strada dell’integrazione politica. Alla fine degli anni ’80,
i cambiamenti economici (l’avvio dei negoziati sull’Unione economico monetaria)
e geopolitici (l’imminente crollo dell’Urss) imponevano di ripensare l’architettura
europea. Sempre Delors immaginava allora un’Europa “a cerchi concentrici”: il
primo cerchio federale, il secondo a natura economica, il terzo per la
cooperazione con l’Europa orientale e il quarto – il più largo – per inglobare
altri consessi internazionali.
Diverse (anche molto) le soluzioni, ma un medesimo fine: differenziare i livelli di
integrazione, per consentire all’Europa di evolvere anche di fronte a
divergenze di interessi, differenti volontà politiche o livelli di sviluppo
economico diseguali. Oggi è la crisi a riproporre il tema dell’Europa a due
velocità. Per alcuni soluzione, per altri tomba del processo di integrazione. Già perché è il concetto stesso di
Europa a due velocità ad essere un’arma a doppio taglio. Occorre chiarirsi
sulla portata e soprattutto sulla natura della differenziazione. Se il
discrimine venisse individuato nella maggiore o minore ricchezza, il progetto
sarebbe fortemente discriminatorio e, come tale, negativo per il futuro stesso
dell’Unione. Se invece la differenza di velocità risiedesse nella volontà
politica, più o meno forte, di compiere scelte per mettere in comune politica e
governance economica, be’, allora il progetto sarebbe tutta altra cosa. E,
probabilmente potrebbe avere una ricaduta positiva per l’Ue. Il nocciolo duro
degli avanguardisti, infatti, potrebbe fungere da traino, aprendo la strada a
innovazioni politico-istituzionali non di poco conto. Attualmente i trattati
europei già permettono meccanismi a velocità variabile. Si pensi alla
cosiddetta cooperazione rafforzata che consente ad un numero limitato di Stati
membri di progredire sulla via dell’approfondimento della costruzione europea,
nel rispetto del contesto istituzionale. Questo l’escamotage che ha permesso –
per fare un esempio recente e significativo – il varo della Tobin Tax. L’accordo
di Schengen, ancora, riunisce solo i paesi che hanno optato per la libera
circolazione delle persone. Ma se la differenziazione dovesse significare
lasciare in dietro la cosiddetta Europa di serie B, abbandonando senza cure i
morti sul campo di battaglia della crisi, questo sarebbe il più grande
fallimento di tutto il disegno europeo. E l’articolo 3 del Trattato sull’Unione
Europea, per cui “essa promuove la coesione economica, sociale e
territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri” rimarrebbe, ahinoi, vuota retorica.
Questo mio contributo è stato originariamente pubblicato
sul portale di Libertà e Giustizia, associazione nazionale di cultura politica.
martedì 26 giugno 2012
Quando anche la tassa piace
Che sia la volta buona? Per mesi, lo scorso inverno, ha campeggiato nei titoli dei quotidiani e rimbalzato sulle pagine dei social network, diventando inevitabile e ripetitivo leitmotiv di ogni Tg. Stiamo parlando della Tobin Tax, l'arcinota tassa sulle transazioni finanziarie (in inglese FFT, financial transaction act). Alcuni paesi europei, infatti, hanno deciso di avviare la cosiddetta procedura di cooperazione rafforzata, quella che permette - nei casi in cui manca l'unanimità - di procedere comunque, cominciando a buttare giù un progetto per l'introduzione dell'imposta. Ma che cosa è esattamente la Tobin Tax? Andiamo a spulciare nei libri di economia per cercare di saperne di più.
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| Il Prof. James Tobin |
Innanzitutto partiamo dal nome.
Tobin, come James Tobin, ossia
l’economista e premio Nobel (professore anche di Mario Monti, eh sì, come è piccolo
il mondo) che l’ha inventata. Niente meno che 40 anni fa (il primo studio fu
elaborato nel 1972). Già perché la “tassa Tobin” è, oramai, un vecchio progetto,
mai realizzato. Ma sempre valido, anzi validissimo.
Trattasi, in sostanza, di una tassa
da applicare alle transazioni finanziarie internazionali, con l’obiettivo di frenare la speculazione e stabilizzare i
mercati, raccogliendo al contempo nuove risorse utili – secondo la versione
originaria – ad obiettivi globali (riduzione del divario tra i paesi ricchi e
quelli poveri), oggi preziose soprattutto per ridare ossigeno ai debiti sovrani
dei paesi in affanno.
La tassa – la cui aliquota di riferimento è compresa
tra lo 0,1 e l’1 % – andrebbe a colpire soprattutto la speculazione: scattando implacabile ad ogni transazione,
renderebbe poco convenienti, in particolar modo, le compravendite di breve
periodo (comprare e vendere a piccoli intervalli di tempo per approfittare
degli spostamenti del mercato, significherebbe vedersi applicare l’aliquota ad
ogni passaggio). Valido deterrente, dunque, la Tobin Tax annullerebbe
l’appetibilità di simili operazioni per i falchi della finanza.
E se pensiamo che è stata proprio la finanza globale
più spregiudicata ad innescare la crisi di cui ancora oggi stiamo pagando le
(amare) conseguenze, be’, allora la Tobin tax diviene subito, agli occhi dei
più, la “tassa buona” per eccellenza.
Capace di rivalersi – una volta per tutte – sui veri responsabili del virus che
ha drammaticamente contagiato l’economia reale.
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| L'adesivo della campagna promossa dall'associazione ATTAC |
Cavallo di battaglia del movimento No Global, la
tassa di Tobin era temporaneamente tornata in auge dieci anni fa (ricordate gli
adesivi della campagna promossa dall’associazione francese Attac, con lo squalo
– munito di ventiquattro ore – il cui feroce morso veniva fermato da una
semplice matita, quella per la raccolta firme pro aliquota?), senza essere di
fatto mai attuata. Le pressioni esercitate del mondo finanziario, riverito
(anche dalla politica) e lasciato a mani libere, hanno sempre avuto la meglio.
E oggi a rispolverarla e
rilanciarla ci pensano in particolare Francia e Germania (dal ministro dell'economia tedesco, Wolfgang Schauble, la svolta: durante l'ultimo Ecofin ha proposto un'alzata di mano per valutare la possibilità di avviare la cooperazione rafforzata). Mentre il Premier inglese David
Cameron – alla ricerca del consenso della City – non ne vuole sentire a parlare: “gli Stati che vogliono introdurre la tassa sulle
transazioni finanziarie sono liberi di farlo – dichiarò senza mezzi termini
qualche mese fa – ma bloccherò l’idea di una tassa europea”. E, ad oggi, non sembra aver cambiato idea. L'Italia, dal
canto suo, appoggia l’ipotesi di un prelievo sugli scambi finanziari, ma - al momento - ha preferito non prendere impegni concreti. Il nostro paese, infatti, avrebbe preferito una applicazione estesa a tutti i 27 (o 26, senza il Regno Unito)
paesi dell’Unione. Già perché, con una misura del genere, il rischio è quello
di provocare l’effetto “fuga dei capitali”: gli
investitori andrebbero ad operare nei Paesi detassati. Rischio che anche Mario
Monti – pur favorevole (“per ragioni economiche e politiche”) alla misura –
ha ben presente.
domenica 6 maggio 2012
ψήφος, stimme, voto, vote
Giornata importante,
questa, per la politica europea. Oggi, infatti, è il giorno delle elezioni in Grecia, le prime dopo il collasso dovuto alla crisi
finanziaria e la conseguente entrata in scena del governo tecnico. Ma è anche
il giorno del secondo turno delle Presidenziali di Francia. In Italia, invece, è la volta di una significativa tornata di amministrative,
mentre in Germania si vota
nel nell'importante Land Schleswig-Holstein.
Ad Atene la
posta in gioco è quella della governabilità del paese, ma anche la sua
permanenza nell'Eurozona. In mezzo
a pericolosi estremismi, rossi e neri, che sembrano spiccare il volo. In Italia, i dieci milioni di elettori che andranno alle
urne per il voto amministrativo lo faranno sullo sfondo di molte le novità.
Anzitutto la spaccatura Pdl-Lega nel centrodestra. Il Pd, dal canto suo, potrebbe tenere o subire
erosioni di consenso da parte dei partiti antisistema o della sinistra più
radicale. Pure senza influenze dirette sul Governo di Mario Monti, il voto -
soprattutto se di protesta - potrebbe aprire una fase di (ulteriore)
instabilità, con riflessi anche sul (complesso) risanamento economico.
Nello Schleswig-Holstein,
il land più settentrionale della Germania, al confine con la Danimarca, si
profila un testa a testa tra i cristiano democratici della Cdu - il partito
di Angela Merkel - e i socialisti targati Spd. Al voto ben 2,2 milioni di
cittadini. Un voto regionale, sì, ma molto importante anche per gli
equilibri del governo federale di Angela Merkel, e cioè del pilastro che oggi
regge, con fatica e suscitando molte critiche, le sorti traballanti di
un'Europa in balia della crisi. In attesa di un altra importante giornata
elettorale, quella in programma tra una settimana nel popoloso Land
del Reno-Westfalia.
martedì 24 aprile 2012
Il voto che preoccupa l’Europa
C’è preoccupazione, in
Europa, per il voto francese della scorsa domenica. Ma a
suscitare timori diffusi non è tanto lo scontro finale tra Sarkozy e Hollande,
in programma per il prossimo 6 maggio. A spaventare è piuttosto il trionfo del
Front National di Marine Le Pen, che, al primo turno, si è conquistata un
sensazionale 17,9%, mai raggiunto prima, nemmeno dal padre (quando nel 2002
Jean Marie Le Pen travolse Jospin, aveva solo sfiorato il 17 per cento).
Secondo
quanto riferisce Le Figarò, il
cancelliere tedesco Angela Merkel ha definito "preoccupante" il
punteggio ottenuto dall’estrema destra.
Come dire, l’energica bionda del FN non diventerà presidente, ma il partito da
lei guidato si aggiudica comunque il terzo posto nella politica d’oltralpe. Rincara
la dose, il Ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, che – ribadendo
l'importanza della collaborazione franco-tedesca per il futuro dell'Europa –
tira un sospiro di sollievo nel vedere al secondo turno due candidati
"democratici", etichetta inapplicabile per l’euroscettica Le Pen.
Meno
esplicite, ma ugualmente intimorite, le istituzioni dell’Ue, che – per voce di
Olivier Bailly, spokesperson
del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso – lanciano un
appello ai leader europei, invitandoli a "non cedere alla deriva
populista, ma a continuare ad avanzare lungo la strada dell’Europa della pace e
della crescita”. Il tutto – è vero
– a dispetto della crisi, rea di aver aggravato le disuguaglianze sociali e
aver reso, così, il “terreno più che mai fertile per lo sviluppo del populismo
politico”. E c’è chi – come il socialista Jean Asselborn, ministro degli Esteri
del Lussemburgo – se la prende con Nicolas Sarkozy, che – con le sue critiche
al sistema Schengen – sarebbe in parte responsabile del punteggio della
candidata del FN, mentre secondo il danese Villy Sovndal, il risultato di
Marine Le Pen si inserisce in un trend generale, che già da qualche tempo ha
visto crescere in Danimarca, in Austria ed in Finlandia i movimenti di estrema
destra.
E, in effetti, i
timori sembrano essere fondati. Il FN, infatti, non esita a descrivere l’integrazione europea come un processo “contro i popoli d’Europa” e l’Euro come un novello Minotauro al quale
sadici eurocrati offrono in pasto vittime greche.
Alla prossima puntata....
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venerdì 20 aprile 2012
Tra i due litiganti, l'Europa.
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| Peter Schrank - Handelszeitung |
A
poche ore dal primo turno delle presidenziali francesi, facciamo il
“toto-europeismo”. Che Europa vogliono i due leader in lizza per l’Eliseo?
Quali cambiamenti auspicano e quali proposte avanzano?
Andiamo con ordine.
Innanzitutto, partiamo da un dato di fatto: per riavvicinarsi al proprio
elettorato, Sarkozy si è allontanato, e di molto, da Angela Merkel, con la quale nei, mesi scorsi, aveva vissuto una
(apparentemente) solida entente cordiale. “Merkozy”, dunque, “è morto”. Già perché il presidente uscente ha
affermato di voler congelare il contributo francese all'Unione europea, rincorrendo così Marine Le Pen, leader
dell’estrema destra, la prima a voler ridurre la somma francese versata a
Bruxelles. E soprattutto, Sarkozy sarebbe anche persuaso della necessità di riscrivere
lo statuto della Banca centrale europea (BCE) rendendola sempre più simile alla Federal Reserve. E cioè,
riconoscendole il ruolo di prestatore di ultima istanza. Irritata la reazione
di Berlino, da sempre contraria a cambiamenti di pelle dell’istituzione di
Francoforte. Il governo tedesco è, infatti, «profondamente convinto che la Bce
debba esercitare il suo mandato in modo totalmente indipendente dalla
politica».
Dal
canto suo, il candidato socialista Francois
Hollande lancia un appello alla
Eurotower, chiedendo di tagliare i tassi di interesse al fine di favorire la
crescita in Europa.
Ai microfoni di radio Europe 1, Hollande ha precisato che ''ci
sono due modi per rilanciare la crescita: o la Banca centrale europea abbassa i
tassi di interesse, oppure concede prestiti direttamente agli Stati membri''.
A
quanto pare, dunque, l’austerity promossa dall’Ue negli ultimi mesi non
convince nessuno. E gli slogan
“pro crescita”, ca va sans dire,
restano sempre quelli vincenti in campagna elettorale. Ma, al netto delle
ricette anti-crisi, a fare la differenza tra i due sfidanti è la concezione stessa
dell’Unione: «Sarkozy è per
un’Europa intergovernativa, che risponda alle decisioni di Parigi e che non
accetti il metodo comunitario con un ruolo centrale della Commissione e del
Parlamento europeo – spiega a Lettera43.it François Lafond, analista politico
francese e già consulente di ministeri e think-tank– mentre Hollande ha
un’idea di Europa molto più federalista, orientata verso un futuro comune. Ma
deve convincere una parte della sua maggioranza assai più critica su questo
punto». Quel che è certo è che il voto francese è destinato ad influire
sui rapporti di potere dell’intero Vecchio Continente. Intanto, secondo l’ultimo sondaggio di questa
mattina, Hollande è in testa di quattro punti percentuali rispetto al
presidente uscente.
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