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martedì 18 dicembre 2012

....e quello più divertente (sempre secondo me)

Il passaggio più intenso (secondo me) ...

venerdì 18 novembre 2011

Media (inglesi) e protagonisti (italiani)



Ultimamente la stampa inglese si è occupata – nel bene e nel male – di noi italiani. Nello specifico di due italiani: Silvio (Berlusconi) e Leonardo (da Vinci). Cosa c’entra – direte voi – l’uomo del Rinascimento, colui che ha unito umanesimo e scienza, con l’altro che – meno virtuosamente – ha unito interessi personali e politica? Niente, se non una coincidenza temporale: nei giorni in cui si consumavano – in mondovisione – le ultime ore del governo dell’imprenditore delle televisioni, infatti, apriva i battenti alla National Gallery di Londra “Painter at the Court of Milan”, l’imponente mostra dedicata al Maestro italiano. E la stampa inglese ha seguito l’una e l’altra cosa. Con ben diversi atteggiamenti, sa va sans dire.  
Mai, infatti, si sono visti editoriali tanto infuocati nei confronti di un leader estero. Come nel caso del Financial Times che – citando Oliver Cromwell – ha così sbottato: “In the name of God, Italy and Europe, go!” vattene, mentre la copertina del The Economist illustrava un Berlusconi in un clima di basso impero accanto alla scritta “That's all, folks”, è tutto, gente! Ma ancora: “Silvio Berlusconi: a story of unfulfilled promises” (The Guardian) e “Silvio Berlusconi has resigned bringing to an end a tumultuous, 17-year political career which was marred by sex scandals, corruption allegations and gaffes on the international stage.” (The Telegraph).
 Matt Pritchett, The daily Telegraph Uk
Tutt’altra musica – invece – nelle pagine della cultura: gli inglesi sembrano letteralmente perdere la testa per Leonardo da Vinci, arrivando addirittura a perdonarci (forse) vizi ed eccessi odierni. Una “mostra stupenda” dedicata ad un “talento sconfinato” (boundless talent), scrive il The Independent, mentre il Telegraph apre la sua lunghissima review complimentandosi – e l’orgoglio  è evidente – con la National Gallery, per essere riuscita a portare sotto un unico tetto le più eccezionali opere dell’Uomo del Rinascimento. E proprio all’autore della Gioconda, l’ex premier si era paragonato, qualche tempo fa, in uno dei suoi sussulti di narcisistica auto celebrazione (il video).

Due italiani visti da Londra, “due Italie” portatrici di simboli e significati che più diversi non potrebbero essere. Casuale contrapposizione, certo. Ma curiosa. Anche perchè oggi servirebbe, eccome, recuperare un po’ di quello spirito del Rinascimento che in fondo è tanto simile – e lo spiega bene Roberto Benigni – ad una resurrezione. Che sia oramai tempo di Quaresima?

giovedì 10 novembre 2011

L'ambasciatore



Dovremmo, in quanto italiani, ringraziare Roberto Benigni. Già perché se c’è un ambasciatore d’Italia che è in grado – anche in questi tempi bui – di fare un elogio così appassionato e vero al Bel Paese, be’, questo è proprio il grande comico e attore toscano.
Dopo un ingresso lento (ha le stampelle) ma non meno trionfale (gli tributano una standing ovation), non potevano mancare – prima di passare alla lettura del XXVI Canto dell’Inferno di Dante – i riferimenti alla cronaca politica. Scoppiettanti: «chiedo scusa per l’ingessatura ma purtroppo mi è venuta addosso una persona che in Italia ha fatto un passo indietro», inizia, strappando fragorose risate al pubblico presente a questo momento celebrativo dei 150 anni dell'Unità d'Italia presso le istituzioni europee. E poi – mescolando passato e presente, storia e attualità – parla dell’Italia. O meglio, ne fa un’ode.
E sfodera subito “l’arma” più potente, quella che tutto il mondo ci invidia, che ci ha dato grandi soddisfazioni (e ce le darebbe tuttora, se solo sapessimo farne tesoro): la cultura. Che, caso unico nell’umanità, è nata prima dello stato. La Gioconda, il David, la cupola del Brunelleschi, ma anche la musica, l’affresco e la prospettiva, e – ovvio – Dante: c’è tanto nelle parole di Benigni. Tutto il trionfo di quell’eccellenza italiana che nei secoli ha invaso il mondo «che è una gioia che mi prende il cuore e l’anima!».
«Anche quando tutto era morte», un italiano, San Benedetto da Norcia (patrono d’Europa) ha messo insieme due parole, “ora” e “labora”, rivoluzionando scienza, agricoltura, filosofia, poesia. Quando in tutto il mondo era carestia e devastazione, gli italiani hanno aperto le porte della modernità: oggi abbiamo lo spread alle stelle ma – senza uno stato e senza una lingua – abbiamo inventato le banche, il credito, la cambiale (e «chi glieli va a richiedere i soldi a Edoardo I d’Inghilterra che non ce li ha mai ridati!»). Ma anche la modernità di Giotto, primo artista pagato per le sue creazioni o Boccaccio intellettuale retribuito per scrivere saggi.  
Ma non è stata sempre e solo gloria. «Voi neanche potete immaginare quante ne abbiamo passate», quanti saccheggi (Normanni e Lanzichenecchi), quanta disgregazione («della repubblica romana, dell’impero»). «Pensate a Carlo Magno, che in tempo di pace si è portato via mezza Roma, o a Napoleone, che in guerra, ha razziato quanto poteva». E poi mille lacerazioni interne, contrasti e minacce: «anche all’Unità, una cosa da non credere».
Ma, qui sta il punto, ne siamo sempre venuti fuori. Perché per Benigni l’Italia non è solo il paese del Rinascimento e del Risorgimento (e già non è poco) ma soprattutto della resurrezione. «È un miracolo permanente».
Gli applausi punteggiano tutto l’elogio, a sottolineare i passaggi più veri e più intensi. Come se ogni italiano, ascoltandolo, riscoprisse cose – conosciute, certo – ma forse troppo spesso dimenticate. E sommerse dalla miseria di oggi. Può sembrare un atteggiamento da vecchia potenza in declino guardare in dietro e consolarsi con le glorie del passato. Forse. Ma tutto ciò è nel nostro dna. E fa bene parlarne. Per poter ripartire. Anzi, per risorgere.