martedì 17 marzo 2015

I due Risorgimenti(?)


(...) In realtà, il dibattito che oppone stato "inventore" della nazione e nazione preesistente rimanda direttamente al dualismo insito nel Risorgimento, dualismo rivelato tra 1848 e 1870 da un certo numero di episodi e dissidi tra varie personalità. La rivoluzione nazionale rappresenterebbe l'incontro, o lo scontro, fra una rivoluzione popolare e una imposta dall'alto; ed è evidentemente quest'ultima, quella di Cavour, dei moderati e del re, che tra il 1860 e il 1870 finisce per prevalere.
A quali realtà ed ideologie questa opposizione di concetti e di uomini è debitrice?
Come prima constatazione, occorre notare che l'opposizione non è basata su una qualche consapevolezza dei dislivelli esistenti fra un movimento elitario e uno di massa: quando gli storici evocano un Risorgimento popolare, si riferiscono innanzitutto all'ampio senso politico del termine "popolo", indicando contemporaneamente movimento mazziniano, pubblica opinione e organizzazioni radicali e democratiche di tipo rivoluzionario, senza porsi il problema di distinguere tra partecipazione attiva e semplice adesione delle classi popolari. Certo, la corrente democratico-popolare del Risorgimento viene definita anche, e con maggior precisione, da varie forme di partecipazione politica, ed è ciò che alcuni studi su quella vasta rete di organizzazioni patriottiche formatesi intorno a Mazzini e Garibaldi hanno cominciato a dimostrare.
Seconda considerazione: l'opposizione politica e personale fra quei più diversi "padri dell'unità" che sono da una parte Cavour e Vittorio Emanuele, dall'altra Mazzini e Garibaldi, ha successivamente fornito materiale per nutrire la querelle post-unitaria sulle origini dell'unità e della nazione (...)
Ma questi due Risorgimenti, durante il ventennio dell'unificazione (1848-1870), non sono poi stati sempre così chiaramente distinti. 
Confrontando i risultati della storiografia italiana con quella della storiografia angloamericana, Lucy Riall nota che l'incontro del nazionalismo delle élite moderate col nazionalismo rivoluzionario mazziniano e garibaldino, disponendosi intorno a beni comuni quali liberalismo e progresso umanitario, ha certo giovato al nascente Regno d'Italia degli anni della transizione 1859-1860. A ciò si può aggiungere, partendo da numerose ricerche regionali (fra cui le nostre di ambito toscano), quanto questa convergenza abbia dato prova di tutta la sua forza di mobilitazione all'epoca della campagna per i plebisciti del 1860, che diffuse, rendendoli tangibili per le masse, tutti i nuovi temi del progresso politico  legati all'avanzata della civiltà liberale. In questo senso ci sono stati momenti in cui, al di fuori dei conflitti, si è assistito alla convergenza delle due grandi correnti del Risorgimento, ma è altrettanto vero che questo incontro, come dimostra l'evoluzione dell'associazionismo patriottico all'inizio degli anni sessanta, ha anche favorito la strumentalizzazione del movimento popolare da parte della "rivoluzione dall'alto". Si perviene così in pratica a relativizzare sul campo, sfumandolo, il dualismo del Risorgimento, senza comunque negarne l'importanza ideologica e il ruolo strutturale che ha svolto nella vita politica postunitaria. 
L'Italia nel 1848 è ancora quel'"espressione geografica" considerata contemporaneamente con sollievo e superiorità da Metternich in seguito al congresso di Vienna. Nel 1871 è un nuovo regno, uno Stato-Nazione il cui territorio risponde finalmente nel suo insieme a quegli aneliti nazionali via via espressi sul suo suolo nel corso di mezzo secolo. A unificazione compiuta, il passaggio dal vecchio regime al nuovo Stato ha continuato ad alimentare, sia fra uomini politici che tra storici, infiniti dibattiti. Riassumendo, il più delle volte, le discussioni sono riconducibili all'eterna ed insoluta questione della gerarchia delle cause storiche in relazione alla dicotomia tempo corto/tempo lungo: l'unità è il risultato di un'evoluzione ideologica, sociale ed economica iniziata coi Lumi e accelerata dai moti europei del '48, o non rappresenta invece che il prodotto di circostanze abilmente sfruttate da uomini come il re di Sardegna, Cavour e gli appartenenti alla sua cerchia a partire dal 1859?
Evidentemente la verità sta un po' dappertutto e l'opposizione retorica non meriterebbe di essere segnalata se non servisse da quadro di riferimento per numerose reinterpretazioni polemiche fortemente ancorate al presente italiano, in cui si alternano due immagini dell'Italia apparentemente contraddittorie, ma in realtà complementari: quella di un paese senza Stato e quella di uno Stato senza nazione. 




passaggio tratto da 
G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell'Italia contemporanea (1770-1922); 1999. 


Gilles Pécout è uno storico francese che si è dedicato allo studio dei processi sociali e politici che hanno caratterizzato l'evoluzione storica della vicenda nazionale italiana. 





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