sabato 31 dicembre 2011

Stories

Eh sì, lo ammetto! Non ho resistito – in queste ultime ore del 2011 – a creare il mio personalissimo (e parzialissimo) blobbone fotografico. Qualche immagine, scelta con cura e selezionata sulla scorta delle emozioni, di alcuni dei fatti che più mi hanno colpito nei mesi scorsi. Molti li ho raccontati in queste pagine, altri avrei voluto farlo.

Nella speranza che l’anno che viene regali a questo nostro pianeta qualche soddisfazione in più!























La “Primavera araba” sconvolge l’assetto politico del Nord Africa e del Medio Oriente: prima è la volta di Tunisia e Algeria, poi di Egitto e Libia. Uno dopo l’altro, cadono i leader della regione: Ben Ali, Mubarak, Muammar Gaddafi e Ali Abdullah Saleh.



London’s burning


Muore Steve Jobs, ma non se ne vanno con lui la forza delle sue idee e l’originalità delle sue azioni.



I 150 anni dell’Unità d’Italia, celebrati in uno dei momenti più difficili della nostra storia recente






















Occupy Wall Street e indignados: i nuovi movimenti mettono in discussione gli assetti dell’attuale sistema socio-economico e Main street assedia il cuore pulsante del financial district.





















L’Euro e l’Ue ad un passo dal baratro: convulse trattative ed estenuanti riunioni provano a salvare il salvabile. La macchina Europa – per il momento – sembra rimanere in carreggiata.

mercoledì 28 dicembre 2011

La moneta cadente

Shooty (Martin Sutovec, 1973), Sme - Presseurop.eu

























Invece che la stella cometa....la moneta cadente

sabato 24 dicembre 2011

Christmas Water




Dopo il vino solidale (ricordate il progetto Asylon?), ora è la volta dell’acqua solidale.
Può una bottiglia d’acqua divenire un valido regalo di Natale? Sì, se è – come in questo caso – colma di significati positivi. Stiamo parlando della speciale, specialissima bottiglia d’acqua messa in vendita da Water.org, organizzazione non governativa attiva in Africa, Asia e centro America per rendere l’acqua pulita e i servizi igienici accessibili a tutti. Già perché ogni anno – e i dati forniti da Water.org sono più che attendibili (provengono dai rapporti ufficiali ONU) – 3.575 milioni di persone muoiono a causa di malattie provocate dalla mancanza di acqua o dall’utilizzo di acque sporche.
E per l’occasione, Matt Damon – co-fondatore, assieme allo scienziato Gary White, di Water.org – ha vestito i panni di Babbo Natale per convincere anche i più piccoli a rinunciare al giocattolo must-have di stagione. In favore di una sana bottiglietta di acqua. Il bravo attore (quello, per intenderci, di “Will Hunting genio ribelle”, “Il talento di Mr. Ripley” e molti altri...) spiega, infatti, che i proventi dell’acquisto di questa bottiglia andranno a finanziare i progetti dell’organizzazione e permetteranno a molte persone di avere finalmente accesso all’acqua pulita.
Insomma, anche a “Chi più ne ha più ne metta” tira aria natalizia... meglio ancora se – come in questo caso – solidale!
Auguri!

martedì 20 dicembre 2011

Almanya



Ebbene sì, ci ho preso gusto. Ci ho preso gusto a parlare dei (bei) film che mi è capitato di vedere in questi giorni. Dopo “Miracolo a Le Havre” è la volta di “Almanya, la mia famiglia va in Germania”. Bello, bellissimo. Genere: “migration movie”. Segni particolari: forte e ironico. Ma anche tenero.
Una famiglia, originaria di uno sperduto villaggio dell’Anatolia, decide di trasferirsi in Germania. A fare da apripista il padre, Hüseyin, protagonista principale della storia, che per primo decide di andare in Almanya a lavorare come operaio, chiedendo poi il ricongiungimento familiare. 
Lo spettatore rivive la sua storia, e quella di tutta la famiglia, grazie ad un lungo flashback: voce narrante, la nipote di Hüseyn, Canan, che racconta al piccolo (e ignaro, molto tedesco e poco turco) Cenk (oramai la terza generazione) la storia di famiglia. Tanti i temi trattati, con garbo e non senza ironia, da Yasemin e Nesrin Samdereli (rispettivamente alla regia e alla sceneggiatura), due sorelle tedesche di origine, ça va sans dire, turca!
C’è la questione della differente percezione delle origini da parte dei giovani della famiglia, nati in Germania e, di fatto, tedeschi. Ci sono i sentimenti contrastanti in merito all’acquisizione della cittadinanza del paese ospitante: Hüseyin – poco convinto e molto titubante – rispetto ad un pezzo di carta che sente estraneo da sè; la moglie che, invece, è al settimo cielo – quasi emozionata – nel divenire “ufficialmente” tedesca.
E, infine, c’è la volontà di Hüseyin di recuperare in parte quelle origini che non tollera siano ignote ad alcuni dei suoi familiari. Come? Con una vacanza in Turchia: una vacanza che sarà un viaggio indietro nel tempo per chi la patria l’aveva conosciuta, una scoperta invece per chi non ci era mai stato. Tutti insieme. Già perché in questa commedia c’è, eccome, la famiglia, grande, vera, a volte brontolona ma in fondo unitissima. E, come a chiudere un cerchio, Hüseyin muore proprio lì, accanto ai suoi cari e nel luogo da cui – tanti anni prima – si era staccato, andando in cerca di fortuna in Almanya.



venerdì 16 dicembre 2011

Bagarre





























"Ci sono cose che non devono farmi alcun effetto
altrimenti non sarei in grado di adempiere 
a questa momentanea funzione 
che mi è stata 'benevolmente' attribuita"

- Mario Monti, Presidente del Consiglio 




Leggi anche: 

mercoledì 14 dicembre 2011

Un'altra storia



Di fronte alle agghiaccianti scene di Firenze, ieri il mio pensiero è corso ad un film, visto solo poche sere prima. “Miracolo a Le Havre”, di Aki Kaurismaki, una pellicola che somiglia ad una poesia, di un candore quasi inverosimile. È la storia – ambientata nella cittadina affacciata sulla Manica – di Marcel Marx, (ex)scrittore e bohémien sulla sessantina. Una vita tranquilla, la sua, tra il lavoro di lustrascarpe, l’amore per una moglie (un po’mamma) e il bicchiere di bianco al bar del quartiere.
Fino a che due eventi interrompono il regolare e scandito fluire della quotidianità: la malattia (con “lieto fine”) dell’amata Arletty e l’incontro con una ragazzino del Gabon, Idrissa, fuggito da un container di clandestini al porto. Vuole raggiungere la madre a Londra, Idrissa. E Marcel farà di tutto per aiutarlo. Innanzitutto lo protegge dai poliziotti che gli danno la caccia. E poi – povero di soldi e ricco di fantasia e generosità – organizza un concerto rock: i soldi ricavati sono proprio quelli che servono ad Idrissa per attraversare la Manica e cavalcare un sogno.
E anche il Commissario – un po’ burbero, sì, tutto intabarrato nei suoi abiti cupi – è stanco di inseguire ed eseguire una giustizia troppo spesso miope e così ci stupisce quando permette e copre la fuga del ragazzino. È il momento, anche per lui, di disobbedire. Certo, questo è un film. Ma la cosa bella è che di queste storie è piena anche la realtà. Il fatto è che non fanno notizia, rispetto al frastuono mediatico provocato, invece, dagli eventi di violenza. 

Per esorcizzare il dramma avvenuto al mercato di Firenze, per non essere sopraffatta dall’orrore, ho ripensato a questo film. Che racconta un’altra storia. Un altro modo di vedere e soprattutto vivere l’immigrazione. Un altro modo di rapportarsi con il diverso da sé, che è poi profondamente, intimamente uguale a sé. Uguale in quanto parte di quella precaria ma splendida condizione che è l’essere uomini e donne. 



lunedì 12 dicembre 2011

O sole mio


Si è conclusa ieri mattina a Durban – dopo 14 giorni di lavoro e 20 ore ininterrotte di trattative – la Climate Change Conference 2011, il consesso delle Nazioni Unite interamente dedicato ai problemi climatici. E alle soluzioni per risolverli. Come al solito, tante le questioni sul tappeto, e la conferenza ha riproposto i principali temi in fatto di energia, inquinamento e sostenibilità.
Proprio questa mattina il The Guardian propone un interessantissimo articolo dal titolo accattivante: “Può il sole del deserto dare energia al mondo?” Niente di nuovo, della proposta si è già sentito parlare, ma questo articolo di Leo Hickman spiega davvero bene le opportunità e le potenzialità che possono venire dalla sabbia infuocata del deserto. 
Il sole che picchia sulle aree desertiche, infatti, potrebbe non solo generare elettricità in Medio oriente e Nord Africa, ma anche in Europa, eliminando l’uso dei combustibili fossili. E Hickman spiega anche i precedenti di questa “luminosa idea”: addirittura nel 1913 un ingegnere americano, Frank Schuman, propose un progetto che – con un gioco di sole, acqua e specchi – avrebbe prodotto energia. Ad interrompere il tutto, la prima guerra mondiale. E più recentemente il tedesco Gerhard Kniesche – già negli anni ’80 – scoprì che in appena sei ore, i deserti sparsi per il mondo, ricevono dal sole più energia di quella che l’umanità consuma in un anno. La conseguenza? Una piccola frazione del Sahara potrebbe liberarci da emissioni nocive.
Ecco la proposta, in concreto: si chiama “Desertec”, e mira a fornire, entro il 2050, il 15% dell’elettricità europea attraverso un vasto network di impianti solari ed eolici che si estendono lungo le regioni medio-orientali e nord africane, collegato al vecchio continente attraverso cavi di trasmissione.
Liquidato da alcuni come progetto ai limiti dell’utopia, il piano – che vede capofila la Germania – sembra invece essere perfettamente realizzabile. E negli ultimi tempi è cresciuto l’impegno e il supporto da parte di compagnie e soggetti interessati, fino alla creazione, per mano di un consorzio internazionale, della “Desertec Industrial Initiative (Dii)”. E anche gli impulsi della politica sembrano andare in questo senso, soprattutto dopo che la Germania ha deciso di abbandonare un’altra (discutibilissima) fonte di energia: il nucleare. 
l'articolo del The Guardian
Proprio la Dii ha confermato che il prossimo anno verrà realizzata la prima parte del progetto, attraverso la costruzione di una prima installazione in Marocco. L’obiettivo di questa azione pilota è quello di dimostrare le benefiche conseguenze del piano. Certo, la crisi economico-finanziaria non aiuta, ma è opportuno convincersi che proprio su questo settore – cioè quello delle rinnovabili e dei sistemi alternativi di produzione dell’energia – sarà più che mai opportuno investire.
Chi paga il progetto? Il finanziamento dovrebbe avvenire da parte della Banca mondiale, con il coinvolgimento di alcuni istituti bancari tedeschi, ma si vocifera anche su un impegno dell’Ue, con sovvenzioni appositamente destinate. Un’altra questione solleva qualche dubbio: alcuni vedono in Desertec il rischio di un larvato neocolonialismo: in un ciclo per cui il passato sembra ritornare, di nuovo le risorse dei paesi extra-europei vengono sfruttate dagli eredi dei vecchi colonialisti. Niente affatto, spiegano dalla Dii: il progetto si realizzerà all’insegna di processi cooperativi, a vantaggio di tutte le parti. A vantaggio di Europa e Medio Oriente, ma anche del Nord Africa. Ma soprattutto – aggiungiamo – a vantaggio dell’intera umanità, che potrebbe finalmente cominciare ad affrancarsi da obsolete e tossiche fonti di energia. Here comes the sun...

venerdì 9 dicembre 2011

Will it be splendid isolation or miserable?



Ce lo aspettavamo e ne avevamo già parlato. Nelle settimane scorse abbiamo scritto, abbondantemente, del difficile rapporto tra il Regno Unito e l’Unione europea (Niente Euro siamo inglesiSecessione?). E lo strappo è arrivato: David Cameron, nella convulsa nottata di ieri, ha optato per una rottura difficilmente sanabile. Ed ora è braccio di ferro. Braccio di ferro con l’Unione del rigore, impersonata da Nicholas Sarkozy e Angela Merkel, che sono riusciti, dopo estenuanti trattative durate tutta la notte, a far accettare a 26 Stati una nuova disciplina fiscale, studiata proprio per avere bilanci più sani rispetto a quelli che hanno condotto l’Europa ad un passo dall’implosione. 26 su 27, appunto, perché, alla fine, solo la Gran Bretagna ha deciso di tenersi fuori.

Ma andiamo con ordine. Cosa ha causato la spaccatura tra il Regno unito e il resto dell’Ue? Il veto, posto da David Cameron. O meglio, i veti, tutti di fatto volti a lasciare mano libera al mercato dei servizi finanziari della City di Londra. La principale richiesta? Quella di condizionare al criterio dell’unanimità ogni decisione relativa a regole più stringenti per la finanza, dove unanimità sta – di fatto – per possibilità di veto. Nella difficile decisione di Cameron ha di certo pesato, e non poco, il grande euroscetticismo degli ultimi tempi, manifestato anche dai parlamentari dello stesso partito conservatore.

E la scelta del Primo Ministro spiazza gli stessi inglesi. Scetticismo è espresso, oggi, dai quotidiani britannici. Michael White, dal Guardian, si chiede: will it be splendid isolation or miserable? “Sarà uno splendido o un miserabile isolamento?”, parafrasando con qualche ironia la nota espressione con cui la storia descrive l’isolamento cercato dalla Queen’s Land alla fine dell’800. Mentre l’Independent scrive così: “David Cameron ha drammaticamente posto il veto alle modifiche dei Trattati dell’Ue, rischiando l’isolamento politico e provocando il più grande scossone dell’Europa negli ultimi tempi”.

LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI SUL TEMA:

martedì 6 dicembre 2011

sabato 3 dicembre 2011

Vespa o non Vespa? Questo (non) è il problema



Con un tasso di disoccupazione all'8,5% (fonte ISTAT);
con un debito pubblico pari a 1.911,807 miliardi di euro (fonte Banca d'Italia),
con un tasso di occupazione dei laureati fermo al 76,6%, all'ultimo posto tra i Paesi europei e ben al di sotto della media (fonte 45° rapporto CENSIS);
con un PIL che aumenta solo dello 0,3 per cento sul periodo precedente, dopo due trimestri di sostanziale stagnazione (fonte Banca d'Italia); 
con 38 imprese al giorno (4 in più del 2010) uscite dal mercato tra gennaio e settembre 2011 (fonte Unioncamere);
con una domanda interna debole;

con l'Euro a un passo dal fallimento e molto altro ancora,

il fatto che Mario Monti vada o non vada a Porta Porta, francamente, non è un problema.

venerdì 2 dicembre 2011

Baciami ancora


Dmitry Vrubel, Mein Gott hilf mir, diese tödliche Liebe zu überleben






Campagna Benetton 2011
Il politically uncorrect va di moda, a quanto pare. Avrete sicuramente notato – circola oramai da un paio di settimane – la nuova campagna pubblicitaria del gruppo Benetton, dove una sapiente opera di photo-shop rende possibile l’impossibile: Barack Obama che bacia il leader cinese Hu Jintao, ma anche il presidente del Venezuela Hugo Chavez, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu bacia il palestinese Mahmoud Abbas. E, dulcis in fundo, un bacio unisce Papa Benedetto XVI e l’Imam del Cairo Mohamed Ahmed el-Tayeb (immagine poi ritirata a seguito delle proteste del Vaticano). L’unica, a dire il vero, più verosimile (e, per questo meno, provocatoria) è quella che raffigura Nicholas Sarkozy in atteggiamenti, per così dire, confidenziali con Angela Merkel: li abbiamo visti spesso scambiarsi gesti affettuosi (bacetti, abbracci e risolini), certo meno impegnativi di quelli raffigurati nei maxi cartelloni del marchio italiano. Miracoli del digitale, insomma, e di colpo la campagna ideata da Fabrica, (communication research centre di Benetton, fondato, tra gli altri, da Oliviero Toscani) annulla ogni divisione politica e religiosa e – sullo slancio del concetto “unhate” – il gruppo promuove, grazie ad un’apposita fondazione, una serie di iniziative in favore della tolleranza.
Ma l’idea pubblicitaria non è poi così originale e i precedenti, illustri, non mancano: anni fa – precisamente nel 1991 – proprio Oliviero Toscani immortalò, sempre per Benetton, il bacio tra due giovani: fin qui niente di strano, se non per il fatto che lei era una monaca, lui un prete. 
Campagna Benetton 1991
E – ancora prima, è la storia a consegnarci un’immagine – per così dire – inusuale, questa volta non photoshoppata né artefatta ma vera più del vero: il bacio, secondo l’usanza russa, tra Leonid Breznev e Erich Honecker, rispettivamente Presidente dell’Unione sovietica e della Germania dell’est. Immagine datata 1979 e simbolo della allora imperante guerra fredda. Foto poi ripresa dall’artista russo Dmitry Vrubel e dipinta sull’allora (in piedi) Muro di Berlino.  Con la frase: «Dio mio, aiutami a sopravvivere a questo bacio della morte».
il bacio tra Leonid Breznev e Erich Honecker, 1979

mercoledì 30 novembre 2011

Il difensore



Ieri difendeva Nicole Minetti dall'assalto dei giornalisti. Oggi dovrà difendere se stesso, dalle pesanti accuse di traffico organizzato di rifiuti illeciti e corruzione. Ecco la performance di Franco Nicoli Cristiani (Pdl), vicepresidente del consiglio della Regione Lombardia da stamane in carcere. 

martedì 29 novembre 2011

My name is bond, Eurobond



Eurobond sì o Eurobond no? Eurobond sì. E a parlare non è uno qualsiasi, ma Jacques Delors, uno che l’Europa l’ha fatta (è considerato tra i padri nobili dell’Ue), l’ha guidata (dal 1985 al 1995 è stato Presidente della Commissione europea) e l’ha vissuta da dentro (celebre il suo impegno per il completamento del mercato interno, per la coesione regionale e per l’unione monetaria). E, strano ma vero per i tempi che corrono, la ama. Sempre oggettivo, mai ipocrita, non ha mancato di sottolinearne, in passato, le stranezze: celebre la frase con cui definisce l’Ue “un oggetto politico non identificato”, parafrasando l’acronimo attribuito agli Ufo. E oggi, preoccupato per i destini della “casa comune” che ha contribuito a costruire, non si tira in dietro. Interpellato (molte le interviste negli ultimi tempi, al Corriere della Sera, a El Pais e al The Guardian, solo per citarne alcune), non si limita ad interpretare la cronaca e la politica di Bruxelles, ma fa proposte concrete. Tra queste, quella dei tanto dibattuti Eurobond, attorno cui si gioca non solo il sì o il no tedesco, ma anche il futuro dell’Unione (monetaria ed europea).
Ma andiamo con ordine. Primo: cosa sono questi famigerati Eurobond? Sono titoli di debito pubblico, emessi – diversamente da BTP italiani o Bund tedeschi – a livello europeo. Secondo: a cosa sono destinati? Nella sua proposta originaria, Delors li aveva immaginati come modo per finanziare gli investimenti pubblici e, quindi, la crescita. «Avevo proposto le euro-obbligazioni nel 1993, per finanziare i grandi progetti infrastrutturali», spiega al Corriere. Ma oggi, gli Eurobond (astutamente ribattezzati stability bond) servirebbero anche (e soprattutto) a garantire la stabilità dell’Eurozona, mutualizzando, anche se in parte, i debiti europei. Questo significherebbe creare un meccanismo per sostenere i Paesi in difficoltà e per garantire a tutti i Governi la possibilità di finanziarsi sul mercato attraverso emissioni obbligazionarie comuni. I risultati? Meno speculazione e riduzione degli spread.
Come convincere i tedeschi? Non è semplice, anche perché per loro l’operazione avrebbe degli svantaggi (soprattutto in termini di maggiore costo di finanziamento del proprio debito e un rischio superiore a quello dei Bund tedeschi). Inoltre, per Angela Merkel è più che mai difficile far accettare all’opinione pubblica una misura di “socializzazione del debito”. Ma, a confronto, sono molto maggiori i costi derivanti dalla lentezza e dall’inazione delle istituzioni europee – spiega l’ex presidente della Commissione – e gli Eurobond produrrebbero effetti di scala con un ritorno positivo per tutta Europa.
Insomma, secondo Delors, per l’Eurozona sarebbe opportuno arrivare quanto prima ai titoli obbligazionari comuni, in una doppia veste: quelli “pro debito”, emessi dal Meccanismo di Stabilità (ESM) e quelli pro investimenti, emessi invece dalla Banca centrale europea. Nel primo caso, con un effetto stabilizzante nel breve periodo, nel secondo, per cementare crescita e coesione a lungo termine, spiega al The Guardian in un articolo intitolato, non a caso, “Europe must use bonds to fight the debt crisis on two fronts”. 
Se questo non accadrà, l’Europa rischierà di essere un oggetto non solo non identificato ma, ahinoi, inesistente. 

venerdì 25 novembre 2011

Mayday


Oliver Schopf



"When the Titanic sank in 1912, even its first-class passengers ended up in the sea"

- Quando nel 1912 il Titanic affondò, anche i passeggeri di prima classe finirono in mare

dall'editoriale di Mark Gilbert, Lukanyo Mnyanda e Emma Charlton su Bloomberg, a proposito della scelta della Germania di non appoggiare la creazione degli Eurobond per risolvere la crisi del debito. 

giovedì 24 novembre 2011

In vino veritas



È un DOC. Più precisamente è un Grechetto, prodotto con le uve delle colline umbre. Ed è più che mai solidale. Stiamo parlando del vino Ásylon, realizzato – con il sostegno di Caritas Umbria e dell’associazione Libera – dall’azienda agricola annessa all’(antichissimo) Istituto Agrario di Todi. Il tutto, con il patrocinio dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati. Perché proprio ai rifugiati, infatti, saranno destinati i proventi della vendita di questo vino speciale. In che modo? Andando a finanziare borse di studio, che permetteranno loro di formarsi presso l’istituto di Todi, specializzandosi dunque nel settore agricolo, attraverso corsi di qualificazione professionale e percorsi di studio quinquennali. Una doppia risorsa, insomma: per le persone (che avranno l’opportunità di ottenere importanti qualifiche) e per il territorio, che potrà giovarsi di personale formato. Un circolo virtuoso, in grado di mescolare agricoltura e solidarietà, ma anche commercio ed eticità, andando a vantaggio di – e questa volta nessuno è escluso – singoli e comunità.  «I rifugiati possono così dare un senso al permesso di soggiorno – spiega, appassionata come sempre, Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato ONU – e non è un caso che questo progetto parta dall’agricoltura». Già, perché nel settore agricolo (ma non solo), spesso si concentra quell'Italia sommersa che fa affari con lo sfruttamento degli immigrati e con l'economia esentasse. Quello sfruttamento senza scrupoli (drammaticamente  portato in evidenza – per fare un esempio – dai fatti di Rosarno del 2010) che corrompe le campagne italiane, che deforma il concetto stesso di lavoro, rendendolo somigliante a moderne forme di schiavitù. Interviene proprio su tutto questo il progetto Ásylon, dal momento che «con questa iniziativa pilota – aggiunge Laura Boldrini – possiamo restituire dignità al lavoro». Scusate se è poco. Cin cin. 


venerdì 18 novembre 2011

Media (inglesi) e protagonisti (italiani)



Ultimamente la stampa inglese si è occupata – nel bene e nel male – di noi italiani. Nello specifico di due italiani: Silvio (Berlusconi) e Leonardo (da Vinci). Cosa c’entra – direte voi – l’uomo del Rinascimento, colui che ha unito umanesimo e scienza, con l’altro che – meno virtuosamente – ha unito interessi personali e politica? Niente, se non una coincidenza temporale: nei giorni in cui si consumavano – in mondovisione – le ultime ore del governo dell’imprenditore delle televisioni, infatti, apriva i battenti alla National Gallery di Londra “Painter at the Court of Milan”, l’imponente mostra dedicata al Maestro italiano. E la stampa inglese ha seguito l’una e l’altra cosa. Con ben diversi atteggiamenti, sa va sans dire.  
Mai, infatti, si sono visti editoriali tanto infuocati nei confronti di un leader estero. Come nel caso del Financial Times che – citando Oliver Cromwell – ha così sbottato: “In the name of God, Italy and Europe, go!” vattene, mentre la copertina del The Economist illustrava un Berlusconi in un clima di basso impero accanto alla scritta “That's all, folks”, è tutto, gente! Ma ancora: “Silvio Berlusconi: a story of unfulfilled promises” (The Guardian) e “Silvio Berlusconi has resigned bringing to an end a tumultuous, 17-year political career which was marred by sex scandals, corruption allegations and gaffes on the international stage.” (The Telegraph).
 Matt Pritchett, The daily Telegraph Uk
Tutt’altra musica – invece – nelle pagine della cultura: gli inglesi sembrano letteralmente perdere la testa per Leonardo da Vinci, arrivando addirittura a perdonarci (forse) vizi ed eccessi odierni. Una “mostra stupenda” dedicata ad un “talento sconfinato” (boundless talent), scrive il The Independent, mentre il Telegraph apre la sua lunghissima review complimentandosi – e l’orgoglio  è evidente – con la National Gallery, per essere riuscita a portare sotto un unico tetto le più eccezionali opere dell’Uomo del Rinascimento. E proprio all’autore della Gioconda, l’ex premier si era paragonato, qualche tempo fa, in uno dei suoi sussulti di narcisistica auto celebrazione (il video).

Due italiani visti da Londra, “due Italie” portatrici di simboli e significati che più diversi non potrebbero essere. Casuale contrapposizione, certo. Ma curiosa. Anche perchè oggi servirebbe, eccome, recuperare un po’ di quello spirito del Rinascimento che in fondo è tanto simile – e lo spiega bene Roberto Benigni – ad una resurrezione. Che sia oramai tempo di Quaresima?

martedì 15 novembre 2011

Dr. Jekyll e Mr. Hyde





Partito di lotta, partito di governo e ancora partito di lotta: ecco, in breve, l’ondivago percorso politico della Lega Nord che in queste ore si dichiara, orgogliosa, partito di opposizione, quasi a tirare un sospiro di sollievo dopo che – negli ultimi mesi – non poco malcontento era stato espresso dalla base, stufa di Berlusconi e dei suoi scandali. La doppia personalità, ben inteso, non è una novità (Pci docet) e lo stesso Bossi aveva parlato – già nel lontano ’93 – di “Lega di lotta e di governo”. Ma certo è che, ora, per recuperare consensi occorre recuperare il passato.
Per alcuni esempio virtuoso (ha saputo trasformarsi senza perdere i suoi caratteri identitari di fondo), per altri ennesima dimostrazione (tutta italica) di pratiche, per così dire, trasformistiche, la Lega Nord – partito territoriale per eccellenza (il suo radicamento sul territorio fa invidia ad altri) – era, eccome, un partito di lotta, intriso di antipolitica. Nel corso degli anni ’90, infatti, la principale mission politica del “Carroccio prima maniera” è stata – oltre, ovvio, al tentativo di autonomizzazione delle regioni settentrionali – proprio quella di canalizzare e cavalcare la contestazione alla politica italiana, il disprezzo montante per i partiti tradizionali e per le altrettanto tradizionali pratiche e consuetudini politiche, il tutto, condito con una buona dose di intolleranza sociale (principalmente contro immigrati e meridionali). Riuscendo persino ad intercettare la domanda di rappresentanza prima destinata ad altri partiti (basti pensare ai successi ottenuti sull’elettorato di matrice operaia, bacino esclusivo – fino a quel momento – della sinistra).
È così che la Lega (con il suo misto di populismo ed etnoregionalismo, fino a quel momento inedito per l’Italia) non ha esitato ad entrare – più volte – nelle tanto disprezzate stanze dei bottoni di “Roma ladrona”, fino ad occupare ministeri importanti, come quello degli interni fino a pochi giorni fa in mano a Roberto Maroni. Ma oggi, tutt’altra musica e la Lega sembra decisa a ritornare alla lotta e ad abbandonare il governo. Crisi di identità? Niente affatto, semplice prevalere – a seconda di dove tira il vento – dell’una o dell’altra anima del Carroccio. Ecco allora che, tra secessione e federalismo, tra un ribaltone e una ricostruita alleanza, si arriva al turbolento scenario attuale.
E, a simboleggiare il rinnovato “vigore” leghista (per non usare altre espressioni, ben più colorite, cui eravamo stati abituati) sta per riaprire – udite, udite! – il Parlamento del Nord, una delle creazioni di quella “invenzione della tradizione” che andò in scena tra il 1995 e il 1997, quando una Lega in calo di consensi, decise di costruire – a tavolino – l’ideale artificiale e artificioso della Nazione Padana. Come si suol dire, a volte ritornano. 

domenica 13 novembre 2011

Come neve al sole

Sciogliersi come neve al sole, Alighiero Boetti, arazzo, 1988






































Si ha un partito personale quando «non è l’associazione che ha creato un capo, ma è un capo che ha creato l’associazione».
Questa frase – scritta (anzi, pronunciata, dal momento che è una conversazione) da Norberto Bobbio in un bellissimo libro, vero condensato di etica civile – mi è tornata potentemente alla memoria osservando il caos che in questi giorni si è impossessato del Popolo delle libertà ora che il suo leader, fondatore e padrone (?) si avvia a lasciare la scena. 
Il libro in questione è Dialogo intorno alla Repubblica – che ho letto oramai dieci anni or sono – e raccoglie le intense conversazioni avvenute tra due studiosi diversi per età e formazione ma uniti da una profonda (quanto rara, soprattutto oggi) passione civile: Norberto Bobbio, uno tra i più importanti pensatori contemporanei (grande il vuoto che ha lasciato) e Maurizio Viroli, italianissima gloria in un’università americana (insegna storia del pensiero politico a Princeton).
Tra i grandi temi politici di cui discutono – diritti e doveri, libertà, corruzione e amore per la patria (ma «non abbiamo verità definitive da proporre», si legge nella prefazione) – c’è un capitolo, “La Repubblica e suoi mali”, in cui – e del riferimento all’allora Forza Italia non è fatto mistero – Bobbio e Viroli si interrogano sulle storture del cosiddetto partito-persona.
Il partito è personale quando vive per e in virtù del leader fondatore, quando è “cosa sua”, si identifica e si sovrappone con la sua immagine e la sua ideologia. Trattasi, in altri termini, di una formazione politica fondata sulla lealtà incondizionata al capo. E in questi quasi venti anni, Berlusconi ha fatto di tutto per accentuare il carattere personalistico del suo “prodotto” politico. Questo, se ci pensate, trova riscontro nei simboli stessi di Forza Italia, prima, e del Pdl, poi: l’immagine (sorridente) e il nome (a caratteri cubitali) di Silvio Berlusconi hanno fatto tutt’uno con il partito, sono serviti ad identificarlo e a dargli sostanza, come pure i grotteschi slogan sul modello di “meno male che Silvio c’è”. E se qualcuno prova a fare la differenza, be’, l’ostracismo è l’unica soluzione (caso Fini docet).
Insomma, il partito-persona è cosa ben diversa dalla personalizzazione della politica, fisiologica soprattutto nella modernità, quella che si ha – ad esempio – in presenza di un leader carismatico e la minaccia più seria ad una repubblica democratica viene proprio da questi agglomerati di uomini fedeli al capo, dal quale altro non desiderano che vantaggi e privilegi, fino a che questi – sa va sans dire – ha da offrirne.
Il “tutti contro tutti” in scena in queste ultime ore nel Pdl (prima e dopo le dimissioni del Premier) somiglia molto al disfacimento dell’esercito di un generale sconfitto: spaccature nel gruppo dirigente, divergenze di vedute e disgregazione. «È sempre azzardato avventurarsi in previsioni – scrive Viroli nel 2001 – ma credo proprio che in questi partiti se scompare il leader fondatore scompare anche il partito». Come neve al sole. 

In mondovisione






































venerdì 11 novembre 2011

Buona la prima

Sei prime pagine del "The Economist", dal 2001 a quella oggi in edicola.
Per capire perché non li abbiamo mai convinti.


giovedì 10 novembre 2011

L'ambasciatore



Dovremmo, in quanto italiani, ringraziare Roberto Benigni. Già perché se c’è un ambasciatore d’Italia che è in grado – anche in questi tempi bui – di fare un elogio così appassionato e vero al Bel Paese, be’, questo è proprio il grande comico e attore toscano.
Dopo un ingresso lento (ha le stampelle) ma non meno trionfale (gli tributano una standing ovation), non potevano mancare – prima di passare alla lettura del XXVI Canto dell’Inferno di Dante – i riferimenti alla cronaca politica. Scoppiettanti: «chiedo scusa per l’ingessatura ma purtroppo mi è venuta addosso una persona che in Italia ha fatto un passo indietro», inizia, strappando fragorose risate al pubblico presente a questo momento celebrativo dei 150 anni dell'Unità d'Italia presso le istituzioni europee. E poi – mescolando passato e presente, storia e attualità – parla dell’Italia. O meglio, ne fa un’ode.
E sfodera subito “l’arma” più potente, quella che tutto il mondo ci invidia, che ci ha dato grandi soddisfazioni (e ce le darebbe tuttora, se solo sapessimo farne tesoro): la cultura. Che, caso unico nell’umanità, è nata prima dello stato. La Gioconda, il David, la cupola del Brunelleschi, ma anche la musica, l’affresco e la prospettiva, e – ovvio – Dante: c’è tanto nelle parole di Benigni. Tutto il trionfo di quell’eccellenza italiana che nei secoli ha invaso il mondo «che è una gioia che mi prende il cuore e l’anima!».
«Anche quando tutto era morte», un italiano, San Benedetto da Norcia (patrono d’Europa) ha messo insieme due parole, “ora” e “labora”, rivoluzionando scienza, agricoltura, filosofia, poesia. Quando in tutto il mondo era carestia e devastazione, gli italiani hanno aperto le porte della modernità: oggi abbiamo lo spread alle stelle ma – senza uno stato e senza una lingua – abbiamo inventato le banche, il credito, la cambiale (e «chi glieli va a richiedere i soldi a Edoardo I d’Inghilterra che non ce li ha mai ridati!»). Ma anche la modernità di Giotto, primo artista pagato per le sue creazioni o Boccaccio intellettuale retribuito per scrivere saggi.  
Ma non è stata sempre e solo gloria. «Voi neanche potete immaginare quante ne abbiamo passate», quanti saccheggi (Normanni e Lanzichenecchi), quanta disgregazione («della repubblica romana, dell’impero»). «Pensate a Carlo Magno, che in tempo di pace si è portato via mezza Roma, o a Napoleone, che in guerra, ha razziato quanto poteva». E poi mille lacerazioni interne, contrasti e minacce: «anche all’Unità, una cosa da non credere».
Ma, qui sta il punto, ne siamo sempre venuti fuori. Perché per Benigni l’Italia non è solo il paese del Rinascimento e del Risorgimento (e già non è poco) ma soprattutto della resurrezione. «È un miracolo permanente».
Gli applausi punteggiano tutto l’elogio, a sottolineare i passaggi più veri e più intensi. Come se ogni italiano, ascoltandolo, riscoprisse cose – conosciute, certo – ma forse troppo spesso dimenticate. E sommerse dalla miseria di oggi. Può sembrare un atteggiamento da vecchia potenza in declino guardare in dietro e consolarsi con le glorie del passato. Forse. Ma tutto ciò è nel nostro dna. E fa bene parlarne. Per poter ripartire. Anzi, per risorgere. 


mercoledì 9 novembre 2011

L’estetica del potere


Immagine tratta dalla locandina del film "Silvio forever"

Se c’è stata una costante nell’atteggiamento di Silvio Berlusconi al potere, ebbene, questa è stata la cura dell’immagine. Un’ossessione che ha attraversato questi (quasi) 20 anni con il preciso scopo di  rimandare – chiara e diretta – un’immagine, appunto, spesso rassicurante, il più delle volte imbonitrice, comunque sorridente. A volte beffarda, ad ostentare una sicurezza che non sempre c’era. Ma – si sa – a contare è quello “che si vede”: la merce si compra per ciò che appare e l’elettore acquirente – questo il Berlusconi-pensiero – deve essere conquistato proprio dall’apparenza.
Allora ecco gli spot patinati (celebre rimane la “calza” che si è detto aver avvolto le telecamere che riprendevano l’allora fondatore di Forza Italia), i (dispendiosi) libri inviati “nelle case degli Italiani”, gli artefatti servizi sui giornali di famiglia. Magia della pubblicità e tattica da marketing che si fondono, in una strategia che lascia molto poco al caso. Una strategia inseguita a tutti i costi, fino a produrre l’immagine grottesca degli ultimi tempi, sempre più artificiale e sempre meno credibile in una patetica quanto illusoria fuga dalla vecchiaia.

Ma tra telecamere velate, trucchi di scena e cambi d’abito – un po’ come se tutto fosse, in fondo, una grande giostra o una commedia dell’arte – gli anni sono passati e, come sempre avviene, il trucco si rovina con il tempo, rivelando impietosamente tutte le debolezze che fino ad un minuto prima nascondeva. Ecco che allora oggi, a parlare più di ogni altra dichiarazione, è quel volto, cupo, quasi trasfigurato, che per la prima volta disubbidisce alla ferrea disciplina del sorridere. Non c’è più spazio per il sorriso, anche se forzato. Non è più il momento di studiare l’immagine migliore da offrire. 
Non è più tempo di mescolare estetica e potere.