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martedì 9 ottobre 2012

Tobin Tax, ai blocchi di partenza


Finalmente l’Ecofin svoltosi oggi a Lussemburgo ha dato il via libera all’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, nota ai più come Tobin Tax. Abbandonata la strada dell’unanimità – alcuni paesi, in primis la Gran Bretagna si sono opposti da subito – si è deciso di percorrere quella della cosiddetta “cooperazione rafforzata”: undici paesi dell’Ue – tra cui l’Italia – adotteranno la Tobin Tax, sulla base di un draft che verrà presentato, sempre all’Ecofin, il prossimo novembre. Tanti i benefici di questa misura. Anzitutto permetterà di reperire nuove preziose risorse per il bilancio europeo. Ma poi scoraggerà le operazioni speculative degli squali della finanza, cominciando così a far pagare coloro che sono stati in gran parte responsabili dell'avvio della crisi. Oltretutto – nel caso dell’Italia – sarà possibile alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sull’impresa, andando a tassare le rendite finanziarie. Un modo, in altre parole, per fare della politica fiscale uno strumento per promuovere maggiore giustizia sociale e per incentivare lo sviluppo.

Ma che cosa è esattamente la Tobin Tax? Andiamo a spulciare nei libri di economia per cercare di saperne di più. Innanzitutto partiamo dal nome. Tobin, come James Tobin, ossia l’economista e premio Nobel (professore anche di Mario Monti, eh sì, come è piccolo il mondo) che l’ha inventata. Niente meno che 40 anni fa (il primo studio fu elaborato nel 1972). Già perché la “tassa Tobin” è, oramai, un vecchio progetto, mai realizzato. Ma sempre valido, anzi validissimo. Trattasi, in sostanza, di una tassa da applicare alle transazioni finanziarie internazionali, con l’obiettivo di frenare la speculazione e stabilizzare i mercati, raccogliendo al contempo nuove risorse utili – secondo la versione originaria – ad obiettivi globali (riduzione del divario tra i paesi ricchi e quelli poveri), oggi preziose soprattutto per ridare ossigeno ai debiti sovrani dei paesi in affanno.

La tassa – la cui aliquota di riferimento è compresa tra lo 0,1 e l’1 % – andrebbe a colpire soprattutto la speculazione: scattando implacabile ad ogni transazione, renderebbe poco convenienti, in particolar modo, le compravendite di breve periodo (comprare e vendere a piccoli intervalli di tempo per approfittare degli spostamenti del mercato, significherebbe vedersi applicare l’aliquota ad ogni passaggio). Valido deterrente, dunque, la Tobin Tax annullerebbe l’appetibilità di simili operazioni per i falchi della finanza. 
E se pensiamo che è stata proprio la finanza globale più spregiudicata ad innescare la crisi di cui ancora oggi stiamo pagando le (amare) conseguenze, be’, allora la Tobin tax diviene subito, agli occhi dei più, la “tassa buona” per eccellenza. Capace di rivalersi – una volta per tutte – sui veri responsabili del virus che ha drammaticamente contagiato l’economia reale. Cavallo di battaglia del movimento No Global, la tassa di Tobin era temporaneamente tornata in auge dieci anni fa (ricordate gli adesivi della campagna promossa dall’associazione francese Attac, con lo squalo – munito di ventiquattro ore – il cui feroce morso veniva fermato da una semplice matita, quella per la raccolta firme pro aliquota?), senza essere di fatto mai attuata. Le pressioni esercitate del mondo finanziario, riverito (anche dalla politica) e lasciato a mani libere, hanno sempre avuto la meglio.

Oggi, a quanto pare, qualcosa sta cambiando.


mercoledì 11 luglio 2012

La Corte dell’Euro


Presseurop


Estenuanti trattative politico-economico-diplomatiche potrebbero – sottolineiamo potrebbero – essere messe a repentaglio da una pronuncia della Corte costituzionale tedesca. Andiamo con ordine.
I giudici di Karlsruhe stanno esaminando i ricorsi presentati con riferimento alle norme approvate dal Parlamento tedesco per ratificare l’accordo sull’European Stability Mechanism (ESM), il prezioso fondo salva stati, norme che – a parere dei ricorrenti – sarebbero incostituzionali, in quanto lesive del potere sovrano dello stato.
Il funzionamento del meccanismo di stabilità (creato non solo per concedere prestiti ai paesi in difficoltà, ma anche per esempio acquistare titoli di Stato e mantenere stabili gli spread), così come definito dall’ultimo Consiglio europeo, ridurrebbe la discrezione della Germania, in particolare nelle decisioni su come utilizzare i propri fondi pubblici.
In altre parole, fino a che la Corte costituzionale non deciderà sull’ammissibilità dei quesiti di costituzionalità e, in caso affermativo, non si esprimerà nel merito, le leggi approvate in Parlamento sull’ESM non potranno entrare in vigore. E, prevedono in molti, ci vorranno numerose settimane. Settimane preziose, viste le turbolenze cui è esposta la moneta unica.
Ma, dietro le quinte di questi avvenimenti, si consuma l’ennesima puntata delle frizioni tra l’esecutivo tedesco e la Corte Costituzionale, fondata nel 1951 per garantire che le istituzioni statali agissero conformemente a quanto prevedeva la Legge fondamentale della neonata Repubblica federale tedesca.
«Le cose non sono mai andate lisce tra Berlino e la Corte che ha sede a Karlsruhe – scrive Der Spiegel – i politici al governo l’hanno spesso considerata un essere irritante, che può abrogare a proprio piacimento le leggi con un semplice tratto di penna. Una frase attribuita al defunto Herbert Wehner, appartenente al partito socialdemocratico, è diventata leggendaria: “Non permetteremo a quegli idioti di Karlsruhe di depennare le nostre politiche”».
Antiche rivalità si scontrano, oggi, con nuove sfide: con la crisi dell’euro, infatti, in palio c’è molto più dei consueti giochi tra poteri, dal momento che le decisioni di Karlsruhe potrebbero mandare all’aria i tentativi di salvataggio dell’Eurozona.


mercoledì 27 giugno 2012

Poche e sentite parole



"Mettono tenerezza i cittadini che chiedono la rottamazione dell’euro e il ritorno alla vecchia moneta. Non rimpiangono la lira, ma il tempo della lira. Quando le famiglie risparmiavano ancora, l’economia cresceva poco ma cresceva, e la svalutazione gonfiava gli affari. Fare un mutuo costava il doppio di adesso e l’inflazione viaggiava a due cifre, però i cinesi stavano dietro la Muraglia, gli slavi ansimavano dietro il Muro e i brasiliani e gli indiani esportavano solo miseria. Il mondo era un posto relativamente piccolo e ordinato che coincideva con l’Occidente. Ma se oggi tornasse la lira, di quel tempo tornerebbe soltanto lei. Insieme con l’inflazione a due cifre. I cinesi non andrebbero certo indietro, e nemmeno i brasiliani. In compenso noi andremmo al supermercato con la carriola: non per infilarci la spesa ma i soldi necessari a comprarla. Una pila di cartaccia che della vecchia lira conserverebbe soltanto il nome. Secondo i calcoli più ottimistici perderemmo in un giorno il 30 per cento del valore di tutto ciò che ci resta, diventando la replica della Germania di Weimar che fece da culla al nazismo.

Mettono tenerezza i cittadini spaventati dal futuro, quando si aggrappano a un passato che non può tornare. Mentre provocano soltanto rabbia quei politici che queste cose le sanno benissimo, ma preferiscono lisciare il pelo del popolo impaurito invece di guardarlo negli occhi e dirgli parole adulte: che chi perde la strada deve resistere alla tentazione di tornare indietro, perché solo andando avanti troverà il sentiero che lo riporterà sulla strada perduta".

Massimo Gramellini
La Stampa  27 giugno 2012

mercoledì 13 giugno 2012

Botta e Risposta


Il primo ad iniziare è l’Economist: sulla copertina dell’ultimo numero c’è una nave che affonda – metafora dell’economia mondiale – e un fumetto che dice: “Per favore, possiamo accendere i motori adesso, signora Merkel?”.
Il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt ha risposto con una pagina interna, che –modificando la copertina originale del noto settimanale – raffigura il ministro tedesco dell’Economia, Wolfgang Schäuble (in sedia a rotelle a causa delle ferite riportate in un attentato) che chiede alla Merkel: “Dove sono i nostri amici, Angela?”: “Troppo grossi per stare a galla”, risponde la cancelliera, con un “too big to swim” che riprende (evidentemente e ironicamente) la famosa formula “too big to fail”. La nave affonda a causa di alcune “zavorre” tra cui Italia, Spagna, Grecia, Stati Uniti, Francia... 


giovedì 31 maggio 2012

Irish vote



Fiscal compact, sì o no? Questo il quesito al quale dovranno rispondere, oggi, giovedì 31 maggio, i cittadini irlandesi. L’Irlanda, infatti, è l’unico paese europeo a sottoporre a consultazione popolare il patto, nato 4 mesi fa per tamponare gli effetti traumatici della crisi e per avviare percorsi di maggiore rigore fiscale.
E mentre sondaggi e pronostici danno per vincenti i sì, non mancano coloro che del fiscal compact, così come della troika (Bce, Fmi e Ue) e dell’austerity farebbero volentieri a meno. Come, ad esempio, Sinn Féin, storica formazione socialista irlandese che – similmente a Syriza in Grecia – ha fatto dell’anti-austerità la sua più recente bandiera.
«Ancora una volta – si legge sulla piattaforma web “vote no 2012”, creata dal partito proprio in occasione del referendum – i leader europei hanno fallito e si sono concentrati sui sintomi della crisi più che sulle cause». Nel mirino, dunque, la strategia adottata dall’Unione per gestire una crisi erroneamente ritenuta, spiegano quelli di Sinn Féin, prerogativa della periferia dell’Eurozona, curabile solo con massicce dosi di austerità. «Per accorgersi poi – si legge – che il problema stava coinvolgendo anche le “core economies” dell’Europa, poste sempre più sotto pressione dai mercati e sempre più in difficoltà nel ripagare i propri debiti».
Il governo di Dublino, dal canto suo, promuove la linea della responsabilità. «Non è un referendum qualsiasi – spiega in un video messaggio il Primo Ministro Enda Kenny – e ci sono tre ragioni per votare sì». Anzitutto, spiega, il sì è il modo migliore per consolidare il recente flusso di investimenti da parte delle multinazionali, unica via per incrementare le prospettive occupazionali dei cittadini irlandesi. E poi, in secondo luogo, aprirebbe la strada ai fondi messi a disposizione dall’Ue via “European Stabiliy Mechanism”. «Voglio che il nostro paese abbia lo stesso accesso degli altri a queste opportunità». Last but not least, il sì andrebbe ad aumentare il livello di regolamentazione, in Irlanda così come nel resto d’Europa, ingenerando maggiore responsabilità in fatto di bilanci.

Ma di Fiscal Compact non si parla solo nella verde Irlanda: il trattato occupa (e preoccupa) altre capitali. Prima fra tutte, Parigi: Hollande, infatti, non ha mai fatto mistero della sua volontà di volerne rivedere i contenuti, anche a costo di inasprire i rapporti con i tedeschi di Angela Merkel, contraria ad ogni modifica all’attuale testo. 

Guarda:
Vote Yes VIDEO
Vote No VIDEO

venerdì 4 maggio 2012

Il voto greco



Esattamente tra due giorni, il 6 maggio, una Grecia stremata dalle difficoltà economiche e dal malessere sociale torna alle urne. La posta in gioco è, in primis, quella della governabilità del paese, ma anche la sua permanenza nell'Eurozona. Da una parte, Evanghelos Venizelos, leader del partito socialista Pasok e attuale ministro delle Finanze del governo tecnico Papademos, artefice di una serie di rigide misure di austerity (la cui efficacia tarda a farsi sentire), che ha dichiarato di voler ricostruire l'autonomia economica della Grecia e, sul piano istituzionale, la malandata membership greca nell'Ue. Dall'altra, Nuova Democrazia (ND), formazione di centro destra - con grandi responsabilità nell'attuale crisi economica, per aver truccato i conti, nascondendo il buco nel bilancio pubblico - guidata da Antonis Samaras, politico di lungo corso, ministro dei governi di centrodestra degli anni Novanta, che ha promesso, pur nel rispetto dei limiti e degli obiettivi imposti dalla comunità internazionale, tagli alle tasse e aumento della spesa pubblica. 
La ricetta di Venizelos, invece, propone l’annullamento graduale della “tassa di solidarietà”, imposta negli ultimi anni per combattere la crisi, promettendo anche la graduale riduzione dell’IVA per agricoltori e ristoranti. Ha inoltre dichiarato di voler diminuire i contributi alla sicurezza sociale del 10 per cento, per far ripartire l’economia e l’occupazione (oggi in Grecia i disoccupati sono circa il 25 per cento della forza lavoro). Ha anche promesso la graduale riduzione dell’IVA per agricoltori e ristoranti, sempre nel rispetto dei paletti imposti dalla comunità internazionale.
Segue una sfilza di altri partiti e partitini (in tutto sono 32 - sigh! - le formazioni politiche in lizza). Molto probabile, comunque, una grande coalizione ND-Pasok, dal momento che, da soli, i due partiti non riuscirebbero a formare un governo.  Ma è anche possibile che i due grandi partiti non raggiungano insieme la maggioranza dei voti, scenario che comporterebbe una elevatissima instabilità politica. 
Ma a preoccupare è anche l'ascesa delle forze di estrema destra. «In tempo di crisi economica è la democrazia ad essere svantaggiata», spiega Ilia Maglini in un articolo apparso sul quotidiano greco Kathimerini, citando Robert Paxton autore de "The Anathomy of Fascismo". Osservazione che pare essere confermata: "Alba dorata" - partito nazionalista, il cui simbolo ricorda neanche tanto vagamente una svastica -  ha già superato, nei sondaggi, il 5 per cento dei voti, ben oltre la soglia del 3 per cento necessaria per entrare in Parlamento. Esclation paragonata da Venizelos ad un inquietante precedente, l'ascesa politica dei nazisti durante la Repubblica di Weimar tedesca, appena dopo la Prima guerra mondiale. 



martedì 21 febbraio 2012

Nuovi equilibri



L’Eurogruppo ha (faticosamente) raggiunto un accordo sui nuovi aiuti alla Grecia. Ma questo lo sapete già. Così come sapete già che 130 miliardi confluiranno ad Atene, sotto il controllo degli osservatori della cosiddetta troika, e cioè dell’Unione, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

Quello che – in tutta questa vicenda – risulta più che atipico, è l’entusiasmo quasi europeista di una Gran Bretagna che – per tradizione e per scelte recenti – particolarmente europeista non è mai stata. «Il salvataggio della Grecia è più che positivo per la Gran Bretagna», ha commentato un euforico George Osborne, ministro delle finanze nella Queen’s Land. «Risolvere la situazione greca è un passo fondamentale per risolvere la crisi dell’Eurozona», ha aggiunto. E – va da sé – risolvere la crisi dell’Eurozona rappresenta uno stimolo fondamentale per l’economia inglese.

Ancor più stupefacente è che proprio il Regno Unito figuri – assieme a Italia e Olanda – tra i paesi dai quali è partita l’iniziativa di scrivere un documento programmatico sotto forma di lettera, inviato a Barroso e a van Rompuy. Il testo – che prende spunto da una precedente missiva di Mario Monti al Consiglio europeo – chiede, in poche parole, “più Europa”. Si invoca il completamento del mercato interno europeo (in primis nel settore dei servizi), la realizzazione del mercato unico digitale e del mercato unico dell’energia.
Al fine di potenziare i commerci, si auspicano accordi internazionali, mentre è ritenuto di vitale importanza ridurre quella zavorra di oneri amministrativi che pesano sulle imprese europee. Altro obiettivo della ricetta per la crescita è quello di promuovere – nei singoli paesi – un mercato del lavoro ben funzionante, che crei più opportunità di impiego. E, dulcis in fundo, operare per ottenere un “settore dei servizi finanziari che sia solido, dinamico e competitivo, che crei posti di lavoro e offra sostegno vitale a cittadini ed imprese”.
L’iniziativa italo-britannico-olandese ha poi raggranellato il consenso di altri 9 paesi (Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia e Polonia). Manca – e l’assenza si nota – la firma di Germania e Francia, i due paesi che più negli ultimi mesi hanno gestito gli affari europei, sollevando da più parti il timore di un asse eccessivamente decisionista ed accentratore.
Che grazie al rinnovato attivismo europeo italiano si siano modificati gli assetti di potere dell’Unione, creando alleanze inaspettate ed insolite?  E’ presto per dirlo. Certo è che oggi collaborazioni ed intese nell’Europa a 27 si sono fatte più fluide e meno prevedibili.
Benvenuti nell’Europa dalle geometrie variabili.
Leggi anche:

venerdì 10 febbraio 2012

Tu vuò fa' l'europeo




Low profile e understatement. Due parole (anglosassoni) descrivono particolarmente bene lo stile del nostro Presidente del Consiglio Mario Monti, in patria come all’estero. Ma molto (forse troppo e in modo caricaturale) è stato detto della sobrietà dell’era del “loden”. Non è di questo che vogliamo parlare, ora. Quello che ci è piaciuto della visita di Monti negli States è l’immagine di un leader che ha, sì, a cuore il destino del proprio paese, ma che ragiona in termini europei. Parla, eccome, d’Europa, Monti. C’è l’Italia, ma è saldamente e fermamente collocata – nella strategia del professore – in Europa. Scomparsi il senso di fastidio e disagio di un’Italia affetta dal “mal d’Europa”, insofferente, pronta – appena possibile – a disattendere impegni comuni e a deviare da strade condivise. Niente più marachelle, dispetti o leggerezze. Ma profondo senso di responsabilità.

Già, perché se a molti l’Europa dello spread, delle Merkel e dei Sarkozy sta antipatica, è proprio di più Unione (e di una diversa Unione) che abbiamo bisogno. Di una azione fiscale comune (va in questo senso l’accordo firmato non più di dieci giorni giorni fa), di una governance economica comune. Di una politica comune. 

«Ora è il momento di completare il mercato unico europeo – ha spiegato Monti in un’intervista al Time (guarda) – e di attivare politiche di crescita». Un imperativo, questo, su cui ha concordato con Obama: «una crescita che può venire solo da riforme strutturali in grado di stimolare la produttività e l’efficienza europee».

E intanto in Italia – un giorno sì e l’altro pure – si rischia di venire travolti da un fiume in piena di demagogia, di maldestro e malcelato rancore sociale, dove una dichiarazione, più o meno azzeccata, spesso mal compresa, riesce a catalizzare l’attenzione di tutti, azzerando ogni possibilità di un serio e costruttivo dibattito pubblico. Un paese che non sembra volersi lasciare alle spalle vecchie incrostazioni e vecchi stereotipi.

Ma per fortuna c’è chi parla una nuova lingua, quella europea. Facendo un passo in avanti, uscendo da quell’asfittico provincialismo che rischia di farci precipitare nel baratro.
Un perfetto esempio, insomma, di quella ‘leadership europea’ che – da tempo – ci mancava.


Leggi anche:

L’Intervista a Marc Lazar “Ue: cercasi urgentemente un leader”
L’intervista a Enrico Letta “L’Europa è finita. Anzi no”  
L'intervista ad Emma Bonino "Ripartire dal sogno federalista"

mercoledì 1 febbraio 2012

Eppur si muove




















Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’Ue. Almeno rispetto all’inazione cui ci aveva abituati. Già perché nel corso del vertice informale svoltosi lo scorso lunedì a Bruxelles, è stato messo a punto un nuovo Trattato, significativamente intitolato “sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria”. L’obiettivo? Essenzialmente quello di introdurre una disciplina fiscale più stringente, per mezzo di sanzioni (quasi) automatiche e forme di sorveglianza più efficaci.

Il trattato – più noto sotto la (mediatica) denominazione di “Fiscal compact” – sarà firmato a Marzo. Molte le novità introdotte. In primis, il rigore di bilancio. I paesi Ue, infatti, si impegnano a mantenere il deficit (grandezza di flusso derivante dalla differenza tra entrate e uscite pubbliche) sostanzialmente in equilibrio, con un valore massimo dello 0,5% rispetto al PIL. Pena l’applicazione di meccanismi correttivi automatici, attuati nel “rispetto delle prerogative dei Parlamenti nazionali”, si legge nella bozza di accordo.

Per quanto riguarda il debito pubblico (quella grandezza di stock che rappresenta il totale degli obblighi accumulati dallo Stato), invece, è stato ribadito il tetto del 60% rispetto al prodotto interno lordo, impegnando gli Stati ad un piano di rientro pari ad 1/20 l’anno.  Meccanismi più flessibili sono stati previsti per permettere l’adeguamento anche a paesi che – come l’Italia – eccedono di molto la soglia.

“È il primo passo verso l’Unione fiscale e aumenterà di certo la fiducia verso l’area Euro”, ha commentato il Presidente della BCE Mario Draghi. Tutti d’accordo, insomma. Tutti tranne uno, anzi, due: Regno Unito e Repubblica Ceca, infatti, hanno deciso di tenersi fuori dal nuovo patto.

Mercati e spread sembrano gradire (i primi sono volati, il secondo è sceso), mentre molte sono le critiche verso quello che – secondo numerosi osservatori – altro non è che un diktat improntato al rigorismo tedesco. Una bella vittoria per Angela, non c’è che dire.


LEGGI IL TESTO DEL TRATTATO

mercoledì 25 gennaio 2012

Se la nave (italiana) diventa metafora della crisi (europea e americana)

David Fitzsimmons






















Accade che – mentre il mondo naviga in acque a dir poco agitate – disegnatori e vignettisti prendono la Costa Concordia, simbolicamente adagiata mezza sott’acqua e mezza sopra, e ne fanno potente metafora per descrivere la crisi dell’Eurozona come degli USA.

Ho fatto un giro per il web e questo è quello che ho trovato. Dove gli Schettino sono Merkel, Monti e Obama. E dove lo scoglio che manda tutto a fondo è la crisi del debito e l’ingordigia della  finanza. 

Alan Moir

Jeff Koterba


Jeremy Nell

Paresh Nath 
Rick McKee

Sean Delonas


venerdì 9 dicembre 2011

Will it be splendid isolation or miserable?



Ce lo aspettavamo e ne avevamo già parlato. Nelle settimane scorse abbiamo scritto, abbondantemente, del difficile rapporto tra il Regno Unito e l’Unione europea (Niente Euro siamo inglesi – Secessione?). E lo strappo è arrivato: David Cameron, nella convulsa nottata di ieri, ha optato per una rottura difficilmente sanabile. Ed ora è braccio di ferro. Braccio di ferro con l’Unione del rigore, impersonata da Nicholas Sarkozy e Angela Merkel, che sono riusciti, dopo estenuanti trattative durate tutta la notte, a far accettare a 26 Stati una nuova disciplina fiscale, studiata proprio per avere bilanci più sani rispetto a quelli che hanno condotto l’Europa ad un passo dall’implosione. 26 su 27, appunto, perché, alla fine, solo la Gran Bretagna ha deciso di tenersi fuori.

Ma andiamo con ordine. Cosa ha causato la spaccatura tra il Regno unito e il resto dell’Ue? Il veto, posto da David Cameron. O meglio, i veti, tutti di fatto volti a lasciare mano libera al mercato dei servizi finanziari della City di Londra. La principale richiesta? Quella di condizionare al criterio dell’unanimità ogni decisione relativa a regole più stringenti per la finanza, dove unanimità sta – di fatto – per possibilità di veto. Nella difficile decisione di Cameron ha di certo pesato, e non poco, il grande euroscetticismo degli ultimi tempi, manifestato anche dai parlamentari dello stesso partito conservatore.

E la scelta del Primo Ministro spiazza gli stessi inglesi. Scetticismo è espresso, oggi, dai quotidiani britannici. Michael White, dal Guardian, si chiede: will it be splendid isolation or miserable? “Sarà uno splendido o un miserabile isolamento?”, parafrasando con qualche ironia la nota espressione con cui la storia descrive l’isolamento cercato dalla Queen’s Land alla fine dell’800. Mentre l’Independent scrive così: “David Cameron ha drammaticamente posto il veto alle modifiche dei Trattati dell’Ue, rischiando l’isolamento politico e provocando il più grande scossone dell’Europa negli ultimi tempi”.

LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI SUL TEMA:

martedì 6 dicembre 2011

sabato 3 dicembre 2011

Vespa o non Vespa? Questo (non) è il problema



Con un tasso di disoccupazione all'8,5% (fonte ISTAT);
con un debito pubblico pari a 1.911,807 miliardi di euro (fonte Banca d'Italia),
con un tasso di occupazione dei laureati fermo al 76,6%, all'ultimo posto tra i Paesi europei e ben al di sotto della media (fonte 45° rapporto CENSIS);
con un PIL che aumenta solo dello 0,3 per cento sul periodo precedente, dopo due trimestri di sostanziale stagnazione (fonte Banca d'Italia); 
con 38 imprese al giorno (4 in più del 2010) uscite dal mercato tra gennaio e settembre 2011 (fonte Unioncamere);
con una domanda interna debole;

con l'Euro a un passo dal fallimento e molto altro ancora,

il fatto che Mario Monti vada o non vada a Porta Porta, francamente, non è un problema.

martedì 29 novembre 2011

My name is bond, Eurobond



Eurobond sì o Eurobond no? Eurobond sì. E a parlare non è uno qualsiasi, ma Jacques Delors, uno che l’Europa l’ha fatta (è considerato tra i padri nobili dell’Ue), l’ha guidata (dal 1985 al 1995 è stato Presidente della Commissione europea) e l’ha vissuta da dentro (celebre il suo impegno per il completamento del mercato interno, per la coesione regionale e per l’unione monetaria). E, strano ma vero per i tempi che corrono, la ama. Sempre oggettivo, mai ipocrita, non ha mancato di sottolinearne, in passato, le stranezze: celebre la frase con cui definisce l’Ue “un oggetto politico non identificato”, parafrasando l’acronimo attribuito agli Ufo. E oggi, preoccupato per i destini della “casa comune” che ha contribuito a costruire, non si tira in dietro. Interpellato (molte le interviste negli ultimi tempi, al Corriere della Sera, a El Pais e al The Guardian, solo per citarne alcune), non si limita ad interpretare la cronaca e la politica di Bruxelles, ma fa proposte concrete. Tra queste, quella dei tanto dibattuti Eurobond, attorno cui si gioca non solo il sì o il no tedesco, ma anche il futuro dell’Unione (monetaria ed europea).
Ma andiamo con ordine. Primo: cosa sono questi famigerati Eurobond? Sono titoli di debito pubblico, emessi – diversamente da BTP italiani o Bund tedeschi – a livello europeo. Secondo: a cosa sono destinati? Nella sua proposta originaria, Delors li aveva immaginati come modo per finanziare gli investimenti pubblici e, quindi, la crescita. «Avevo proposto le euro-obbligazioni nel 1993, per finanziare i grandi progetti infrastrutturali», spiega al Corriere. Ma oggi, gli Eurobond (astutamente ribattezzati stability bond) servirebbero anche (e soprattutto) a garantire la stabilità dell’Eurozona, mutualizzando, anche se in parte, i debiti europei. Questo significherebbe creare un meccanismo per sostenere i Paesi in difficoltà e per garantire a tutti i Governi la possibilità di finanziarsi sul mercato attraverso emissioni obbligazionarie comuni. I risultati? Meno speculazione e riduzione degli spread.
Come convincere i tedeschi? Non è semplice, anche perché per loro l’operazione avrebbe degli svantaggi (soprattutto in termini di maggiore costo di finanziamento del proprio debito e un rischio superiore a quello dei Bund tedeschi). Inoltre, per Angela Merkel è più che mai difficile far accettare all’opinione pubblica una misura di “socializzazione del debito”. Ma, a confronto, sono molto maggiori i costi derivanti dalla lentezza e dall’inazione delle istituzioni europee – spiega l’ex presidente della Commissione – e gli Eurobond produrrebbero effetti di scala con un ritorno positivo per tutta Europa.
Insomma, secondo Delors, per l’Eurozona sarebbe opportuno arrivare quanto prima ai titoli obbligazionari comuni, in una doppia veste: quelli “pro debito”, emessi dal Meccanismo di Stabilità (ESM) e quelli pro investimenti, emessi invece dalla Banca centrale europea. Nel primo caso, con un effetto stabilizzante nel breve periodo, nel secondo, per cementare crescita e coesione a lungo termine, spiega al The Guardian in un articolo intitolato, non a caso, “Europe must use bonds to fight the debt crisis on two fronts”. 
Se questo non accadrà, l’Europa rischierà di essere un oggetto non solo non identificato ma, ahinoi, inesistente.