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mercoledì 6 gennaio 2016

#EuReform: Cameron al lavoro


"With permission, Mr Speaker, I would like to make a statement on the European Council meeting which took place before Christmas" 
Inizia così - il 5 gennaio 2016 - l'intervento del Primo Ministro inglese David Cameron alla House of Parliament su quanto avvenuto nel corso dell'ultimo Consiglio europeo del 2015. 
Il meeting - tra le altre cose - affrontava lo scotttante tema della cosiddetta "UK’s renegotiation", la riforma della membership nell'Ue voluta da Londra, in vista del referendum del 2017 che permetterà agli inglesi di decidere se restare o meno nelle stanze dei bottoni brussellesi.
"Ho delineato - spiega Cameron - le 4 aree nelle quali il Regno Unito intende promuovere significative riforme. Con riferimento alla sovranità ed alla sussidiarietà, ho chiarito che il nostro paese non intende far parte di una Unione sempre più stretta, ma che intende, anzi, rafforzare il ruolo dei parlamenti nazionali". 
Sul piano della competitività, Cameron chiarisce che "l'Ue dovrebbe rafforzarla piuttosto che comprimerla: servono - spiega - nuovi accordi commerciali, una riduzione della regolamentazione ed il completamento del mercato unico". 
Con questo ultimo passaggio, impossibile non notarlo, il discorso di Cameron diventa lievemente contraddittorio, laddove si augura un completamento del single market, aspetto che significa di per sé un rafforzamento dell'Ue e di uno dei suoi storici e maggiori risultati. 
Il PM poi si riferisce alla questione monetaria, augurandosi che - nell'ambito dellì'integrità del mercato unico - non ci siano discriminazione e detrimento per i paesi, come l'UK, fuori dall'Euro. 
Il tema della politica migratoria, poi, vede Cameron sottolineare la necessità di contrastare gli abusi della libertà di movimento, facendo sì che il sistema di welfare britannico non sia, per i migranti, una finta esca (letteralmente "artificial draw"). 
"Mr Speaker, this is the first time a country has tried to renegotiate its membership of the EU from a standing start".
"Molti, prosegue, dubitavano ciò fosse possibile, mentre questo Consiglio ha dedicato una intera sessione a questo tema, con il contributo di ciascuno degli altri leader europei". 
"C'è - spiega il Primo Ministro - una forte volontà di far rimanere il Regno Unito nell'Ue. I leader europei hanno sottolineato che per il bene dell'Europa unita occorre mantenere al suo interno la Gran Bretagna, delineando una chiara volontà di raggiungere un accordo". 
C'è stata una discussione su tutte le quattro aree e in tutte sono emerse difficoltà. Il tema più spinoso è risultato essere quello della libertà di circolazione e del welfare. "Nondimeno, spiega Cameron, ho riscontrato una grande prova di buona volontà". 
Alla fine delle discussioni il Consiglio ha determinato di lavorare per il raggiungimento di soluzioni soddisfacenti per tutti i quattro punti: é importante che le conclusioni parlino di "soluzioni" e non di "compromessi". 
Secondo Cameron, queste soluzioni debbono avvenire attraverso riforme vincolanti giuridicamente ed irreversibili. 
E Cameron arriva al dunque: "Se arriviamo i fondo ed otteniamo questi cambiamenti, riusciremo a modificare le relazioni UK-UE, dando risposte alle preoccupazioni dei cittadini inglesi. Se non ci riusciamo, non posso escludere nulla" (e qui Cameron si riferisce, non citandola, all'uscita del paese dall'Ue). 
"La mia intenzione è fare sì che alla fine della rinegoziazione il Governo inglese raggiunga una raccomandazione e che, poi, si svolga il referendum, nel quale, come è ovvio, sono i cittadini a scegliere e non i politici. Come detto prima di Natale, ci sarà una chiara posizione del Governo, ma sarà possibile per i singoli ministri prendere posizioni personali. Saranno i cittadini britannici a decidere per il futuro di questo paese votando nel referendum se stare o no dentro una UE riformata". 
Leggi qui tutto il discorso di Cameron
Altri post sullo stesso tema: 
Cosa dice il voto inglese agli americani
Victory Speech(es)
Cameron, operazione simpatia
Una botta al cerchio, una alla botte
Cameron vs Juncker

sabato 28 giugno 2014

Una botta al cerchio, una alla botte




Cameron, c'era da aspettarselo, ci è rimasto male e non poco.
Ce l'aveva messa tutta ad evitare che il lussemburghese JC Juncker venisse nominato presidente della Commissione. 
E commenta così:
"This was a bad day for Europe - and it has reinforced my conviction that Europe needs to change.
I am not going to back down. Securing reform is going to be a long, tough fight and sometimes you have to be ready to lose a battle to win a war.
Today we showed that we won’t be put off from our task - we won't be silenced.
Because the status quo is not right for the EU. And it is certainly not right for Britain. It has got to change.
And at the end of 2017, it will not be me, it will not be the House of Commons, it will not be Brussels who decides Britain's future in the EU. It will be the British people with an in-out referendum on our membership of the EU.

It will be your choice, and your choice alone".


Quasi una minaccia, allora. 


Spieghiamoci meglio: gran parte degli inglesi sono galvanizzati dalla promessa di referendum nel 2017, nel quale dovranno scegliere tra Europa sì e Europa no. 

E questo desiderio di fuga sarebbe acuito - stando al ragionamento del Primo Ministro - dall'aver scelto un Presidente di Commissione che non rappresenta il volere britannico (soprattutto in direzione di una "soft Europe"). 

Ma ecco che nel giorno più amaro per Cameron, altri leader europei - Merkel in testa - provano a rassicurarlo. 

"David Cameron has been offered an olive branch over Britain's place in Europe by the leaders of Germany and Sweden after his defeat over the nomination of Jean-Claude Juncker as European commission president", scrive il The Guardian. 

La Cancelliera tedesca si sarebbe detta pronta a considerare le preoccupazioni britanniche, mentre il primo ministro svedese, Frederik Reinfledt pare abbia riconosciuto che un'Unione più stretta non sarebbe l'opzione migliore per tutti". Eppure, entrambi i paesi hanno sostenuto la nomina di Juncker a capo dell'esecutivo europeo, ossia una figura - quella del lussemburghese - a favore di una maggiore integrazione.  

Perchè, allora, tante attenzioni - almeno a parole - ai sentimenti d'oltremanica?  È presto detto, parola di Merkel:

"I have every interest in having the UK continue to be a member of the EU. The UK always has to take that decision itself but from a European perspective and a German perspective, I think this is most important and this is what I'm going to work on. We have shown very clearly that we are ready to address British concerns."

Cameron, dal canto suo, assicura che farà di tutto per incidere sul documento relativo all'agenda strategica per i prossimi cinque anni. Esso dovrà prevedere che, nell'ambito del rafforzamento dell'integrazione europea, non verrà preclusa ai singoli stati la possibilità di prendere proprie decisioni in merito. 

L'ex segretario della difesa Liam Fox, intervistato sull'argomento, ritiene che l'aver perso il match su Juncker non avrebbe indebolito Cameron, né il ruolo della Gran Bretagna in Europa. 
"The prime minister has shown Britain will not take a back-seat approach to reform of the European Union," spiega. "If Juncker represents an even more integrated EU, then the prime minister has shown he supports an agenda for reform."
Di tutt'altro avviso e impegnato a premere l'acceleratore dell'anti europeismo è, ça va sans dire,
il leader del partito euroscettico Ukip, Nigel Farage, secondo cui la sconfitta di Cameron rispetto alla nomina del presidente della commissione, avrebbe minato la reale possibilità, per il primo ministro inglese, di rinegoziare le relazioni Londra-Bruxelles. 

E, secondo Farage, le mosse di avvicinamento di Angela Merkel non sarebbero genuine: 

"She said countries can move at different paces, while some can get there more quickly than others, but she wasn't for a moment suggesting that Britain can opt out of the principle of an ever-closer union … What I saw yesterday was the prime minister utterly humiliated, looking like a loser who had learnt nothing, still insisting, though it's rather more difficult, that he can renegotiate our position. He can't."
Insomma, la costruzione della nuova europa dopo la tornata elettorale dello scorso maggio sembra aver agitato ancor di più le acque della mai tranquilla membership inglese nell'Ue. 
Non resta che aspettare. 
E, di sicuro, ne vedremo delle belle.   

venerdì 23 maggio 2014

Elezioni europee: istruzioni per l'uso





Il 25 maggio urne aperte, in Italia, per eleggere i 73 deputati spettanti al nostro paese dei 751 membri totali del Parlamento europeo. Una scelta importante, se pensiamo che chi ci rappresenta a Strasburgo avrà il compito di legiferare per i prossimi cinque anni. Le operazioni di voto nel nostro paese si terranno dalle 7.00 alle 23.00 (e, attenzione, i seggi saranno chiusi il lunedì). Il territorio nazionale è diviso in cinque circoscrizioni elettorali: nord-ovest, nord-est, centro, sud, isole. L'elettore dovrà presentarsi al seggio dove, munito di tessera elettorale e documento d'identità valido, riceverà la scheda elettorale.
Il voto si esprime tracciando un segno sul simbolo della lista prescelta (una ed una sola, ça va sans dire). A fianco del simbolo è possibile indicare fino ad un massimo di tre preferenze, scrivendo il nome e il cognome, o solo il cognome dei candidati di quella lista. Se si decide di esprimere tutte e tre le preferenze, queste dovranno riguardare candidati di sesso opposto, pena l'annullamento della terza preferenza (ecco la legge che ha introdotto modifiche al fine di rafforzare la rappresentanza di genere: qui). Le modalità di elezione del Parlamento europeo sono disciplinate autonomamente da ciascuno Stato membro sulla base di alcuni principi comuni stabiliti dall'Unione europea. In Italia il sistema elettorale è proporzionale ed i seggi sono assegnati nel collegio unico nazionale, alle liste concorrenti presentate nell’ambito delle cinque circoscrizioni. Sono ammesse all’assegnazione dei seggi le liste che hanno conseguito sul piano nazionale almeno il 4% dei voti validi espressi. I seggi sono attribuiti proporzionalmente ai voti conseguiti in ambito nazionale con il sistema dei quozienti interi e dei maggiori resti. I seggi conseguiti da ciascuna lista sono quindi riassegnati alle circoscrizioni in proporzione ai voti ottenuti in ciascuna di esse. Determinato il numero dei seggi spettanti alla lista in ciascuna circoscrizione, sono proclamati eletti i candidati con il maggior numero di voti di preferenza.



mercoledì 1 febbraio 2012

Eppur si muove




















Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’Ue. Almeno rispetto all’inazione cui ci aveva abituati. Già perché nel corso del vertice informale svoltosi lo scorso lunedì a Bruxelles, è stato messo a punto un nuovo Trattato, significativamente intitolato “sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria”. L’obiettivo? Essenzialmente quello di introdurre una disciplina fiscale più stringente, per mezzo di sanzioni (quasi) automatiche e forme di sorveglianza più efficaci.

Il trattato – più noto sotto la (mediatica) denominazione di “Fiscal compact” – sarà firmato a Marzo. Molte le novità introdotte. In primis, il rigore di bilancio. I paesi Ue, infatti, si impegnano a mantenere il deficit (grandezza di flusso derivante dalla differenza tra entrate e uscite pubbliche) sostanzialmente in equilibrio, con un valore massimo dello 0,5% rispetto al PIL. Pena l’applicazione di meccanismi correttivi automatici, attuati nel “rispetto delle prerogative dei Parlamenti nazionali”, si legge nella bozza di accordo.

Per quanto riguarda il debito pubblico (quella grandezza di stock che rappresenta il totale degli obblighi accumulati dallo Stato), invece, è stato ribadito il tetto del 60% rispetto al prodotto interno lordo, impegnando gli Stati ad un piano di rientro pari ad 1/20 l’anno.  Meccanismi più flessibili sono stati previsti per permettere l’adeguamento anche a paesi che – come l’Italia – eccedono di molto la soglia.

“È il primo passo verso l’Unione fiscale e aumenterà di certo la fiducia verso l’area Euro”, ha commentato il Presidente della BCE Mario Draghi. Tutti d’accordo, insomma. Tutti tranne uno, anzi, due: Regno Unito e Repubblica Ceca, infatti, hanno deciso di tenersi fuori dal nuovo patto.

Mercati e spread sembrano gradire (i primi sono volati, il secondo è sceso), mentre molte sono le critiche verso quello che – secondo numerosi osservatori – altro non è che un diktat improntato al rigorismo tedesco. Una bella vittoria per Angela, non c’è che dire.


LEGGI IL TESTO DEL TRATTATO

lunedì 24 ottobre 2011

Mr Euro























Tra ultimatum (molto economici e non poco politici) all’Italia e auspici per una rapida uscita dalla crisi, il Consiglio europeo svoltosi ieri a Bruxelles ha prodotto una novità importante: è nata, infatti, una nuova figura, quella del Presidente dell’Eurogruppo, ossia del consesso informale che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei 17 paesi della zona euro.
Basta andare a leggere le Conclusioni del Consiglio Europeo e la figura di “Mr Euro” – questa l’espressione (molto scenografica e poco tecnica) coniata dai media – appare più che mai chiara. Il «Presidente dell’Euro Summit – si legge nel comunicato – sarà designato dai Capi di Stato e di Governo dell’area Euro, contemporaneamente all’elezione del Presidente del Consiglio europeo e per la stessa durata del mandato». Per il momento (le elezioni sono previste per il 2012) ad assumere la carica sarà l’attuale presidente del Consiglio europeo, ossia il belga Herman Van Rompuy.
L’obiettivo di questa decisione? Quello di affrontare la crisi anche e soprattutto in termini di governance economica, procedendo verso una maggiore integrazione tra i paesi che condividono la moneta unica. L’intenzione è quella – si legge ancora nel testo – di rafforzare l’integrazione economica e sviluppare la disciplina fiscale.
Come la prenderanno gli altri dieci Stati dell’Ue? Di certo lo scatto in avanti di Eurolandia si tradurrà per loro in una perdita di influenza, configurando un’Europa a due velocità. Ma il Consiglio, su questo aspetto, è rassicurante: «il Presidente dell’Euro Summit informerà dettagliatamente i paesi extra area-euro sulla preparazione e sulle decisioni dei summit».
La decisione di oggi, inoltre, prelude ad imminenti modifiche («condivise dai 27», si affretta a dire il Consiglio) dei Trattati istitutivi, già invocate giorni fa dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel. Ora resta da vedere se la nuova figura sarà veramente in grado di coordinare i paesi dell’Eurozona, portando ad un inevitabile (e auspicabile) approfondimento dell’unione. E se avranno o meno colto nel segno coloro che proprio nella crisi avevano visto l’opportunità per una maggiore integrazione. 

giovedì 20 ottobre 2011

Manovre di salvataggio



Sono ore, queste, a dir poco concitate per l’Europa. Ieri sera si è tenuto a Francoforte un supervertice improvvisato tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, insieme ai numeri uno della BCE. L’occasione? La cerimonia di fine mandato di Jean-Claude Trichet, che tra pochi giorni abbandonerà ufficialmente la carica di Presidente della Banca centrale europea in favore dell’italiano Mario Draghi. Cerimonia che – vista l’urgenza della crisi – si è tramutata in un vertice ristretto per cercare, in extremis, soluzioni da mettere sul tappeto nel corso del Consiglio europeo in programma per il fine settimana.
L’allarme economico, infatti, è salito a livelli emergenziali e l’imminente summit tra i leader europei si preannuncia più delicato che mai. Nel frattempo, sembra vacillare l’entente cordiale franco-tedesca: nonostante la condivisione degli ultimi tempi, Merkel e Sarkozy non hanno ancora trovato l’accordo su alcuni aspetti centrali nella gestione della crisi del debito. Ferma la volontà comune di aumentare la dotazione del cosiddetto “Fondo salva stati”, ancora in alto mare sono le scelte circa il funzionamento (procedure e poteri) dello stesso.
Ma che cosa è esattamente il Fondo europeo salva stati? L’European Financial Stability Facilty (questa la dicitura inglese) altro non è che una società di diritto lussemburghese i cui azionisti sono i 17 paesi di Eurolandia. Istituito nel giugno 2010, il suo compito è quello di aiutare gli Stati europei in difficoltà. Come? Emettendo obbligazioni ed altri strumenti di debito con massimo rating (ossia tripla A).
Da chi è garantito? Dai singoli bilanci dei Paesi europei. E – sa va sans dire – questo è il problema, dato che proprio oggi le agenzie di valutazione internazionale hanno annunciato di essere pronte a tagliare l’affidabilità del debito di Parigi, facendo così venire meno uno dei capisaldi dell’intero meccanismo di salvataggio. Il tutto reso ancora più traballante da una Germania con crescita dimezzata ed esportazioni in caduta libera.
E non finisce qui. Recentemente – tra aspre polemiche – il Fondo di  stabilità ha visto aumentate (e di molto) le proprie competenze, decisione che a fine settembre è stata ratificata anche dal riluttante parlamento tedesco. La versione evoluta dell’Efsf prevede che questo possa non solo intervenire sul mercato secondario (acquistando titoli di Stato di Paesi in difficoltà), ma anche agire a sostegno delle banche da ricapitalizzare. Aspetto, quest’ultimo, particolarmente caro a Sarkozy, impegnato nel (difficile) tentativo di salvare dal fallimento gli istituti bancari francesi, nelle cui casse abbondano i titoli dei paesi più deboli. «Le trattative sono in corso», fanno sapere da Berlino, mentre un accorato Barroso implora: «trovate un compromesso». 

mercoledì 12 ottobre 2011

(Dis)unione europea?


Riassumendo, questa è la situazione. L'Europa è alla vigilia di un Consiglio europeo scottante come non mai e, proprio per questo, posticipato di qualche giorno per propiziarne l'efficacia (si terrà, alla fine, il prossimo 23 ottobre). Già perché questa volta si tratta di decidere la strategia complessiva sulla crisi del debito sovrano e su tutte le questioni ad essa collegate, incluso il famoso fondo salva stati. Ma anche (e soprattutto) sul nodo rappresentato dal salvataggio degli istituti bancari. Una fumata nera sarebbe, quindi, deleteria.

Nel frattempo però l'Unione sembra tutto fuorché unita. Nel fine settimana il vertice franco-tedesco – iniziativa salutata con favore anche da Obama – ha scoperchiato, nel vecchio continente, un vaso di Pandora pieno zeppo di mai sopite gelosie e malcelate rivalità. Mentre Merkel e Sarkozy – al loro ottavo tête-à-tête dall’inizio della crisi della zona euro – ridavano ossigeno alle Borse con la loro decisione di ricapitalizzare le banche in difficoltà, infatti, qualcuno ha puntato il dito contro il cosiddetto ‘asse franco-tedesco’. 

Il primo a dare vita a questo (quasi) caso diplomatico e ad esternare il j'accuse è stato Franco Frattini. Il Ministro degli esteri italiano ha definito il vertice bilaterale non solo inutile ma anche fuori luogo. Dal canto loro Francia e Germania si difendono. Lungi dal voler creare un Direttorio – si affrettano a riferire fonti francesi – men che meno imporre decisioni a due. Più piccata la Germania, che tira in ballo le proporzioni delle economie, come a dire chi conta di più è normale che prenda l’iniziativa.

Ma l'entente Merkel-Sarkozy sembra non andare giù nemmeno a Romano Prodi, perché – oltre a bypassare le istituzioni comuni – susciterebbe non poca diffidenza negli altri paesi. Numerosi osservatori, invece, si concentrano non tanto su quello che Francia e Germania fanno ma su quello che l’Italia non fa. Da Enrico Letta (pd) a Antonio Puri Purini (ex ambasciatore italiano a Berlino), in molti accusano il governo italiano di aver perso terreno in Europa, in termini di prestigio e peso contrattuale.

Dal canto suo la Commissione europea interpreta l’incontro franco-tedesco come «un contributo» alla preparazione dei lavori del vertice che riunirà capi di Stato e di Governo alla fine del mese.
«Dobbiamo dimostrare di essere determinati a superare le difficoltà» chiedono Barroso e Van Rompuy, rispettivamente Presidente della Commissione europea e Presidente del Consiglio Ue, in una lettera indirizzata ai leader dei 27 paesi. Mentre il Presidente della Banca centrale europea, Trichet, lancia un preoccupante monito: la crisi è peggiorata e le istituzioni devono reagire rapidamente, basta con i ritardi. «Abbiamo i minuti contati».

Tra appelli, moniti e ripicche, quel che è certo è che senza un intervento deciso dell’Unione – l’unica a poter agire efficacemente – la situazione è destinata a peggiorare. E di molto.