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venerdì 1 giugno 2012

L’Irlanda dice sì

Il Primo Ministro irlandese, Enda Kenny, festeggia la vittoria dei sì al referendum sul Fiscal Compact























60% sì, 40% no. Questo il risultato del referendum irlandese sul Fiscal compact, il nuovo trattato fiscale europeo varato in piena tempesta economico-finanziaria e destinato ad introdurre norme più severe in fatto di bilancio. Gli irlandesi, dunque, danno il nulla osta al patto, iniettando una buona dose di fiducia sull’operato dell’Unione, recentemente da più parti aspramente criticato. Con un affluenza al 50.6 per cento, il quesito referendario si è rivolto ad un elettorato di 3,144,828 persone.
Diversificate, come è ovvio, le reazioni. Entusiasta il Primo Ministro Enda Kenny (foto) che fino all’ultimo si è speso per un netto e convinto sostegno al sì: «il voto affermativo sul Trattato fiscale – spiega – lancia un forte segnale al resto del mondo: l’Irlanda è seriamente intenzionata a superare le proprie difficoltà economiche».
Gerry Adams, leader dei socialisti di Sinn Féin, contrari al Fiscal Compact così come, più in generale, alla politica di austerità targata Ue, dice di accettare l’esito delle urne. Non manca, però, di criticare gli esponenti del governo, rei – a suo parere – di aver fatto facili promesse (hanno assicurato, ad esempio, di non affibbiare ai cittadini i costi del salvataggio degli istituti bancari e di  lavorare per maggiori opportunità occupazionali). Vedremo - spiega Adams - se manterranno questi impegni.
Tirano un sospiro di sollievo le Istituzioni europee che – per voce del Presidente della Commissione José Manuel Barroso – «salutano con favore il risultato della consultazione popolare, congratulandosi con l’Irlanda per aver partecipato ad un intenso dibattito su un Trattato fondamentale in termini di risposta europea alla crisi economica». 

giovedì 31 maggio 2012

Irish vote



Fiscal compact, sì o no? Questo il quesito al quale dovranno rispondere, oggi, giovedì 31 maggio, i cittadini irlandesi. L’Irlanda, infatti, è l’unico paese europeo a sottoporre a consultazione popolare il patto, nato 4 mesi fa per tamponare gli effetti traumatici della crisi e per avviare percorsi di maggiore rigore fiscale.
E mentre sondaggi e pronostici danno per vincenti i sì, non mancano coloro che del fiscal compact, così come della troika (Bce, Fmi e Ue) e dell’austerity farebbero volentieri a meno. Come, ad esempio, Sinn Féin, storica formazione socialista irlandese che – similmente a Syriza in Grecia – ha fatto dell’anti-austerità la sua più recente bandiera.
«Ancora una volta – si legge sulla piattaforma web “vote no 2012”, creata dal partito proprio in occasione del referendum – i leader europei hanno fallito e si sono concentrati sui sintomi della crisi più che sulle cause». Nel mirino, dunque, la strategia adottata dall’Unione per gestire una crisi erroneamente ritenuta, spiegano quelli di Sinn Féin, prerogativa della periferia dell’Eurozona, curabile solo con massicce dosi di austerità. «Per accorgersi poi – si legge – che il problema stava coinvolgendo anche le “core economies” dell’Europa, poste sempre più sotto pressione dai mercati e sempre più in difficoltà nel ripagare i propri debiti».
Il governo di Dublino, dal canto suo, promuove la linea della responsabilità. «Non è un referendum qualsiasi – spiega in un video messaggio il Primo Ministro Enda Kenny – e ci sono tre ragioni per votare sì». Anzitutto, spiega, il sì è il modo migliore per consolidare il recente flusso di investimenti da parte delle multinazionali, unica via per incrementare le prospettive occupazionali dei cittadini irlandesi. E poi, in secondo luogo, aprirebbe la strada ai fondi messi a disposizione dall’Ue via “European Stabiliy Mechanism”. «Voglio che il nostro paese abbia lo stesso accesso degli altri a queste opportunità». Last but not least, il sì andrebbe ad aumentare il livello di regolamentazione, in Irlanda così come nel resto d’Europa, ingenerando maggiore responsabilità in fatto di bilanci.

Ma di Fiscal Compact non si parla solo nella verde Irlanda: il trattato occupa (e preoccupa) altre capitali. Prima fra tutte, Parigi: Hollande, infatti, non ha mai fatto mistero della sua volontà di volerne rivedere i contenuti, anche a costo di inasprire i rapporti con i tedeschi di Angela Merkel, contraria ad ogni modifica all’attuale testo. 

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