Visualizzazione post con etichetta Governo italiano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Governo italiano. Mostra tutti i post

domenica 30 dicembre 2012

Visto da fuori

giovedì 6 dicembre 2012

Incredulità



C’è un rapporto di proporzionalità diretta tra le voci insistenti di una ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi e la mia incredulità: il 9 novembre del 2011 scrivevo questo post, nella convinzione di stare a parlare di un capitolo oramai chiuso. Definitivamente chiuso.
Descrivevo un uomo quasi sfigurato da scandali ed errori ripetuti e degradanti.

Pare impossibile che, ancora oggi, quello che quest’uomo dice e decide sia tuttora in grado di incidere in qualche modo nella vita politica del paese.


Se c’è stata una costante nell’atteggiamento di Silvio Berlusconi al potere, ebbene, questa è stata la cura dell’immagine. Un’ossessione che ha attraversato questi (quasi) 20 anni con il preciso scopo di  rimandare – chiara e diretta – un’immagine, appunto, spesso rassicurante, il più delle volte imbonitrice, comunque sorridente. A volte beffarda, ad ostentare una sicurezza che non sempre c’era. Ma – si sa – a contare è quello “che si vede”: la merce si compra per ciò che appare e l’elettore acquirente – questo il Berlusconi-pensiero – deve essere conquistato proprio dall’apparenza.

Allora ecco gli spot patinati (celebre rimane la “calza” che si è detto aver avvolto le telecamere che riprendevano l’allora fondatore di Forza Italia), i (dispendiosi) libri inviati “nelle case degli Italiani”, gli artefatti servizi sui giornali di famiglia. Magia della pubblicità e tattica da marketing che si fondono, in una strategia che lascia molto poco al caso. Una strategia inseguita a tutti i costi, fino a produrre l’immagine grottesca degli ultimi tempi, sempre più artificiale e sempre meno credibile in una patetica quanto illusoria fuga dalla vecchiaia.

Ma tra telecamere velate, trucchi di scena e cambi d’abito – un po’ come se tutto fosse, in fondo, una grande giostra o una commedia dell’arte – gli anni sono passati e, come sempre avviene, il trucco si rovina con il tempo, rivelando impietosamente tutte le debolezze che fino ad un minuto prima nascondeva. Ecco che allora oggi, a parlare più di ogni altra dichiarazione, è quel volto, cupo, quasi trasfigurato, che per la prima volta disubbidisce alla ferrea disciplina del sorridere. Non c’è più spazio per il sorriso, anche se forzato. Non è più il momento di studiare l’immagine migliore da offrire. 

Non è più tempo di mescolare estetica e potere. 

martedì 9 ottobre 2012

Tobin Tax, ai blocchi di partenza


Finalmente l’Ecofin svoltosi oggi a Lussemburgo ha dato il via libera all’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, nota ai più come Tobin Tax. Abbandonata la strada dell’unanimità – alcuni paesi, in primis la Gran Bretagna si sono opposti da subito – si è deciso di percorrere quella della cosiddetta “cooperazione rafforzata”: undici paesi dell’Ue – tra cui l’Italia – adotteranno la Tobin Tax, sulla base di un draft che verrà presentato, sempre all’Ecofin, il prossimo novembre. Tanti i benefici di questa misura. Anzitutto permetterà di reperire nuove preziose risorse per il bilancio europeo. Ma poi scoraggerà le operazioni speculative degli squali della finanza, cominciando così a far pagare coloro che sono stati in gran parte responsabili dell'avvio della crisi. Oltretutto – nel caso dell’Italia – sarà possibile alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sull’impresa, andando a tassare le rendite finanziarie. Un modo, in altre parole, per fare della politica fiscale uno strumento per promuovere maggiore giustizia sociale e per incentivare lo sviluppo.

Ma che cosa è esattamente la Tobin Tax? Andiamo a spulciare nei libri di economia per cercare di saperne di più. Innanzitutto partiamo dal nome. Tobin, come James Tobin, ossia l’economista e premio Nobel (professore anche di Mario Monti, eh sì, come è piccolo il mondo) che l’ha inventata. Niente meno che 40 anni fa (il primo studio fu elaborato nel 1972). Già perché la “tassa Tobin” è, oramai, un vecchio progetto, mai realizzato. Ma sempre valido, anzi validissimo. Trattasi, in sostanza, di una tassa da applicare alle transazioni finanziarie internazionali, con l’obiettivo di frenare la speculazione e stabilizzare i mercati, raccogliendo al contempo nuove risorse utili – secondo la versione originaria – ad obiettivi globali (riduzione del divario tra i paesi ricchi e quelli poveri), oggi preziose soprattutto per ridare ossigeno ai debiti sovrani dei paesi in affanno.

La tassa – la cui aliquota di riferimento è compresa tra lo 0,1 e l’1 % – andrebbe a colpire soprattutto la speculazione: scattando implacabile ad ogni transazione, renderebbe poco convenienti, in particolar modo, le compravendite di breve periodo (comprare e vendere a piccoli intervalli di tempo per approfittare degli spostamenti del mercato, significherebbe vedersi applicare l’aliquota ad ogni passaggio). Valido deterrente, dunque, la Tobin Tax annullerebbe l’appetibilità di simili operazioni per i falchi della finanza. 
E se pensiamo che è stata proprio la finanza globale più spregiudicata ad innescare la crisi di cui ancora oggi stiamo pagando le (amare) conseguenze, be’, allora la Tobin tax diviene subito, agli occhi dei più, la “tassa buona” per eccellenza. Capace di rivalersi – una volta per tutte – sui veri responsabili del virus che ha drammaticamente contagiato l’economia reale. Cavallo di battaglia del movimento No Global, la tassa di Tobin era temporaneamente tornata in auge dieci anni fa (ricordate gli adesivi della campagna promossa dall’associazione francese Attac, con lo squalo – munito di ventiquattro ore – il cui feroce morso veniva fermato da una semplice matita, quella per la raccolta firme pro aliquota?), senza essere di fatto mai attuata. Le pressioni esercitate del mondo finanziario, riverito (anche dalla politica) e lasciato a mani libere, hanno sempre avuto la meglio.

Oggi, a quanto pare, qualcosa sta cambiando.


lunedì 9 gennaio 2012

L'elogio del dubbio























C’è un passaggio dell’intervento televisivo di Mario Monti ieri sera a Che tempo che fa che mi ha colpito più degli altri. Alla domanda di Fabio Fazio: sono previsti interventi sulla RAI? – stanno parlando di privatizzazioni e liberalizzazione – Monti fa una breve pausa e dice: “mi dia ancora qualche settimana e vedrà”. E poi, come a giustificarsi, aggiunge: “sarò un po’ evasivo, ma le politiche serie impongono delle riflessioni che durano più di qualche secondo”.
Squilli di tromba e rulli di tamburo: un Presidente del Consiglio che non spara slogan, che si rifiuta di snocciolare risposte preconfezionate. Che, insomma, non parla tanto per parlare e non dice tanto per dire. Che inserisce la categoria – filosofica? – del dubbio nell’attività di governo.
Dal “so di non sapere” di Socrate, al dubbio come metodo di Cartesio (per lui l’unica certezza era il cogito ergo sum), l’attività di dubitare ha tormentato e fatto grandi gli uomini. E la sospensione del giudizio – grande segno di civiltà – ha contribuito allo sviluppo, non solo del pensiero greco e della filosofia moderna, ma di tutta l’umanità.
Passaggio obbligato per raggiungere la verità o, più modestamente, qualcosa che si avvicina ad essa, il dubbio, soprattutto in tempi recenti, sembra non essere appartenuto alla nostra classe dirigente, tutta intenta a dare risposte istantanee e a presentare categorie assolute, come tali, non veritiere.
È così che il Professore, più politico del politico, ha dato prova di grande misura e di grande serietà.
Grazie all’elogio del dubbio. Alè!

mercoledì 4 gennaio 2012

Lenticchie e Cotechino






















4 Gennaio 2012
"Il Presidente del Consiglio ha appreso da fonti di stampa che il Senatore Roberto Calderoli avrebbe presentato in data odierna un’interrogazione a risposta scritta con la quale chiede di dar conto delle modalità di svolgimento della cena del 31 dicembre 2011 del medesimo Presidente del Consiglio.
Il Presidente Monti precisa che non c’è stato alcun tipo di festeggiamento presso Palazzo Chigi, ma si è tenuta presso l’appartamento, residenza di servizio del Presidente del Consiglio, una semplice cena di natura privata, dalle ore 20.00 del 31 dicembre 2011 alle ore 00.15 del 1° gennaio 2012, alla quale hanno partecipato: Mario Monti e la moglie, a titolo di residenti pro tempore nell’appartamento suddetto, nonché quali invitati la figlia e il figlio, con i rispettivi coniugi, una sorella della signora Monti con il coniuge, quattro bambini, nipoti dei coniugi Monti, di età compresa tra un anno e mezzo e i sei anni.
Tutti gli invitati alla cena, che hanno trascorso a Roma il periodo dal 27 dicembre al 2 gennaio, risiedevano all’Hotel Nazionale, ovviamente a loro spese.
Gli oneri della serata sono stati sostenuti personalmente da Mario Monti, che, come l’interrogante ricorderà, ha rinunciato alle remunerazioni previste per le posizioni di Presidente del Consiglio e di Ministro dell’economia e delle finanze.
Gli acquisti sono stati effettuati dalla signora Monti a proprie spese presso alcuni negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).
La cena è stata preparata e servita in tavola dalla signora Monti. Non vi è perciò stato alcun onere diretto o indiretto per spese di personale.
Il Presidente Monti non si sente tuttavia di escludere che, in relazione al numero relativamente elevato degli invitati (10 ospiti), possano esservi stati per l’Amministrazione di Palazzo Chigi oneri lievemente superiori a quelli abituali per quanto riguarda il consumo di energia elettrica, gas e acqua corrente.
Nel dare risposta al Senatore Calderoli, il Presidente Monti esprime la propria gratitudine per la richiesta di chiarimenti, poiché anche a suo parere sarebbe “inopportuno e offensivo verso i cittadini organizzare una festa utilizzando strutture e personale pubblici”. Come risulta dalle circostanze di fatto sopra indicate, non si è trattato di “una festa” organizzata “utilizzando strutture e personale pubblici”.
D’altronde il Presidente Monti evita accuratamente di utilizzare mezzi dello Stato se non per ragioni strettamente legate all’esercizio delle sue funzioni, quali gli incontri con rappresentanti istituzionali o con membri di governo stranieri. Pertanto, il Presidente, per raggiungere il proprio domicilio a Milano, utilizza il treno, a meno che non siano previsti la partenza o l’arrivo a Milano da un viaggio ufficiale".