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giovedì 6 dicembre 2012

Incredulità



C’è un rapporto di proporzionalità diretta tra le voci insistenti di una ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi e la mia incredulità: il 9 novembre del 2011 scrivevo questo post, nella convinzione di stare a parlare di un capitolo oramai chiuso. Definitivamente chiuso.
Descrivevo un uomo quasi sfigurato da scandali ed errori ripetuti e degradanti.

Pare impossibile che, ancora oggi, quello che quest’uomo dice e decide sia tuttora in grado di incidere in qualche modo nella vita politica del paese.


Se c’è stata una costante nell’atteggiamento di Silvio Berlusconi al potere, ebbene, questa è stata la cura dell’immagine. Un’ossessione che ha attraversato questi (quasi) 20 anni con il preciso scopo di  rimandare – chiara e diretta – un’immagine, appunto, spesso rassicurante, il più delle volte imbonitrice, comunque sorridente. A volte beffarda, ad ostentare una sicurezza che non sempre c’era. Ma – si sa – a contare è quello “che si vede”: la merce si compra per ciò che appare e l’elettore acquirente – questo il Berlusconi-pensiero – deve essere conquistato proprio dall’apparenza.

Allora ecco gli spot patinati (celebre rimane la “calza” che si è detto aver avvolto le telecamere che riprendevano l’allora fondatore di Forza Italia), i (dispendiosi) libri inviati “nelle case degli Italiani”, gli artefatti servizi sui giornali di famiglia. Magia della pubblicità e tattica da marketing che si fondono, in una strategia che lascia molto poco al caso. Una strategia inseguita a tutti i costi, fino a produrre l’immagine grottesca degli ultimi tempi, sempre più artificiale e sempre meno credibile in una patetica quanto illusoria fuga dalla vecchiaia.

Ma tra telecamere velate, trucchi di scena e cambi d’abito – un po’ come se tutto fosse, in fondo, una grande giostra o una commedia dell’arte – gli anni sono passati e, come sempre avviene, il trucco si rovina con il tempo, rivelando impietosamente tutte le debolezze che fino ad un minuto prima nascondeva. Ecco che allora oggi, a parlare più di ogni altra dichiarazione, è quel volto, cupo, quasi trasfigurato, che per la prima volta disubbidisce alla ferrea disciplina del sorridere. Non c’è più spazio per il sorriso, anche se forzato. Non è più il momento di studiare l’immagine migliore da offrire. 

Non è più tempo di mescolare estetica e potere. 

giovedì 23 febbraio 2012

È il denaro, bellezza

Marinus van Reymerswaele, Il cambiavalute e sua moglie, 1540
Per anni gli italiani si sono nutriti del mito del self made man equivocamente (e immeritatamente) incarnato da Berlusconi.
Per anni hanno incensato l’imprenditore-politico, benevolmente invidiandone le ricchezze e trascurando i modi poco limpidi attraverso cui, in buona parte, se le era procurate.
Per anni hanno visto in lui l’incarnazione di quello che avrebbero voluto essere, l’idea immaginaria e idealtipica di se stessi, il desiderio recondito, il sogno nel cassetto.

E oggi?

Oggi tutti a prendersela con i ministri del Governo Monti (ottimo come sempre il Buongiorno di Gramellini su La Stampa), che – sfidando anni ed anni di opacità e di sommerso – hanno coraggiosamente infranto la tradizione pubblicando i dati relativi ai loro redditi e alle loro proprietà.

Ci saremmo attesi se non un coro di applausi, almeno un cenno di benevolenza e di approvazione per una simile operazione trasparenza.

E, invece, un coro si è levato, ma un coro di scomposte reazioni, infarcite di luoghi comuni e di demagogia, dove la ricchezza – che fino a prova contraria queste persone si sono meritate – viene additata e messa alla gogna, con un’ostinazione degna dei peggiori strali mediovali. La pecunia – improvvisamente – è maledetta e sospetta, mentre stranamente non lo era nell’era dei Berluscones.

Insomma, si condanna quando non c’è da condannare e non si condanna quando c’è da condannare.

Viene da chiedersi ... ma che strano paese è questo?