Visualizzazione post con etichetta Massimo Gramellini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Massimo Gramellini. Mostra tutti i post

mercoledì 27 giugno 2012

Poche e sentite parole



"Mettono tenerezza i cittadini che chiedono la rottamazione dell’euro e il ritorno alla vecchia moneta. Non rimpiangono la lira, ma il tempo della lira. Quando le famiglie risparmiavano ancora, l’economia cresceva poco ma cresceva, e la svalutazione gonfiava gli affari. Fare un mutuo costava il doppio di adesso e l’inflazione viaggiava a due cifre, però i cinesi stavano dietro la Muraglia, gli slavi ansimavano dietro il Muro e i brasiliani e gli indiani esportavano solo miseria. Il mondo era un posto relativamente piccolo e ordinato che coincideva con l’Occidente. Ma se oggi tornasse la lira, di quel tempo tornerebbe soltanto lei. Insieme con l’inflazione a due cifre. I cinesi non andrebbero certo indietro, e nemmeno i brasiliani. In compenso noi andremmo al supermercato con la carriola: non per infilarci la spesa ma i soldi necessari a comprarla. Una pila di cartaccia che della vecchia lira conserverebbe soltanto il nome. Secondo i calcoli più ottimistici perderemmo in un giorno il 30 per cento del valore di tutto ciò che ci resta, diventando la replica della Germania di Weimar che fece da culla al nazismo.

Mettono tenerezza i cittadini spaventati dal futuro, quando si aggrappano a un passato che non può tornare. Mentre provocano soltanto rabbia quei politici che queste cose le sanno benissimo, ma preferiscono lisciare il pelo del popolo impaurito invece di guardarlo negli occhi e dirgli parole adulte: che chi perde la strada deve resistere alla tentazione di tornare indietro, perché solo andando avanti troverà il sentiero che lo riporterà sulla strada perduta".

Massimo Gramellini
La Stampa  27 giugno 2012

mercoledì 21 marzo 2012

Il giro d'Italia in 150 giorni


Che ci fanno Giuseppe Garibaldi, il ragionier Fantozzi e Silvio Berlusconi nelle pagine dello stesso libro? Che cosa ha in comune la Breccia di Porta Pia con la Milano da bere? E la voce di Pavarotti con le imprese di Dorando Pietri? La risposta – più semplice di quanto si possa pensare – è che sono tutti fatti, personaggi e caratteri italiani, magistralmente raccontati da Massimo Gramellini – giornalista e vicedirettore de La Stampa, nonché autore di ottimi libri – e Carlo Fruttero, compianto scrittore e uomo di cultura, uno di quei personaggi di cui la contemporaneità sembra essere sempre più avara.

Il libro si intitola significativamente “La Patria, bene o male, ma ancor più significativo è il sottotitolo: Almanacco essenziale dell’Italia unita (in 150 date): un viaggio tutto italiano, una risalita lungo i quindici decenni che vanno dal 1861 ad oggi. In 150 giornate. Alcune sono date inevitabili, di quelle che hanno fatto e (quasi) disfatto il paese – dal voto del Senato che sancisce la nascita dell’Italia a Mani pulite – “ma molte altre – si legge nella prefazione –, non senza lunghe discussioni tra noi, sono state incluse o escluse, con intendimenti ragionevoli e tuttavia opinabili”.

E’ così che cronaca rosa e cronaca nera si susseguono, grandi fatti si intrecciano con piccole avventure, storie collettive fanno da sfondo a storie di singoli, da Collodi a Gianni Agnelli, passando per Joe Petrosino, Giovanni Gentile e Giacomo Matteotti. C’è la mafia, ci sono gli anni di piombo. C’è la dolce vita e il neorealismo. In spazi rigorosi (ogni storia non supera la pagina e mezzo) il libro restituisce vita agli eventi, grazie ad un abile taglio narrativo che non sacrifica – anzi, enfatizza –  i particolari.

Operazione banale? Niente affatto: nulla è più difficile che condensare e rendere tanto accattivanti fatti del passato. Noiosa? Men che meno: lontano, anzi lontanissimo, è quel non so che di didascalico dei manuali scolastici. Utile? Certo, dal momento che – spiegano Gramellini e Fruttero – l’intento è quello di “offrire un’infarinatura di storia d’Italia”. Perché, tra vizi e virtù, gli anni sono passati e ancora oggi questa Italia ci divide e ci unisce, ci esalta e ci scoraggia. Eternamente sospesa tra il bene e il male. 

giovedì 23 febbraio 2012

È il denaro, bellezza

Marinus van Reymerswaele, Il cambiavalute e sua moglie, 1540
Per anni gli italiani si sono nutriti del mito del self made man equivocamente (e immeritatamente) incarnato da Berlusconi.
Per anni hanno incensato l’imprenditore-politico, benevolmente invidiandone le ricchezze e trascurando i modi poco limpidi attraverso cui, in buona parte, se le era procurate.
Per anni hanno visto in lui l’incarnazione di quello che avrebbero voluto essere, l’idea immaginaria e idealtipica di se stessi, il desiderio recondito, il sogno nel cassetto.

E oggi?

Oggi tutti a prendersela con i ministri del Governo Monti (ottimo come sempre il Buongiorno di Gramellini su La Stampa), che – sfidando anni ed anni di opacità e di sommerso – hanno coraggiosamente infranto la tradizione pubblicando i dati relativi ai loro redditi e alle loro proprietà.

Ci saremmo attesi se non un coro di applausi, almeno un cenno di benevolenza e di approvazione per una simile operazione trasparenza.

E, invece, un coro si è levato, ma un coro di scomposte reazioni, infarcite di luoghi comuni e di demagogia, dove la ricchezza – che fino a prova contraria queste persone si sono meritate – viene additata e messa alla gogna, con un’ostinazione degna dei peggiori strali mediovali. La pecunia – improvvisamente – è maledetta e sospetta, mentre stranamente non lo era nell’era dei Berluscones.

Insomma, si condanna quando non c’è da condannare e non si condanna quando c’è da condannare.

Viene da chiedersi ... ma che strano paese è questo?