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lunedì 11 aprile 2016

African stories can be better told by african people



Anas Aremeyaw Anas is an award-winning investigative journalist in Ghana, focusing on issues of human rights and corruption. He has become well known for using his anonymity as a tool in his undercover journalistic work. He maintains his anonymity by shielding his face when conducting TV interviews and making public appearances. His latest project is the 2015 documentary film Ghana in the Eyes of God, which dramatically reveals corruption within the Ghanaian judiciary. No fewer than 34 judges have been suspended, pending investigation by the authorities, as a result of the documentary.For further information see the article entitled Ghana’s top undercover journalist masters disguise to expose corruption by Monica Mark in The Guardian.
Anas Aremeyaw Anas è un premiato giornalista investigativo di origini ghanesi, specializzato in storie di corruzione e diritti umani. È diventato famoso per l'uso dell'anonimato nel lavoro d'inchiesta sotto copertura, anonimato che mantiene nascondendo il volto nelle interviste televisive e nelle apparizioni pubbliche. Il suo ultimo progetto è il documentario Ghana in the eyes of God (2015), che denuncia la corruzione nel sistema giudiziario ghanese. In seguito al documentario almeno 34 giudici sono stati sospesi e sottoposti a indagini.

mercoledì 23 aprile 2014

Well done



La scommessa (vinta) di un giornale che ha saputo adattarsi al mutare delle condizioni. La strada giusta verso il successo.

venerdì 27 aprile 2012

Democrazia, media e potere nell’era della conoscenza



Il titolo è impegnativo, e non poco. «È un tema infinito – spiega Stefano Rodotà, intervenuto con una preziosissima lectio al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia 2012. «Ma va trattato, sia pure per generalizzazioni – avverte, il Professore, giurista di fama internazionale – per capire, in fondo, quale è il futuro che ci sta davanti». Tanti, infatti, gli interrogativi. La democrazia è salvata o invasa dalla tecnologia? I nuovi media nutrono o uccidono la libertà?
Perché, sullo sfondo, c’è sempre l’idea della democrazia diretta, «quasi un mito fondativo che affonda le sue origini nella antica Grecia». È Atene, infatti, che – per quanto incompiuta (le donne e gli apolidi non erano previsti nell’agorà) – offre l’immagine, oltre che la prima sperimentazione, di quella democrazia in cui ciascuno può parlare, sentire e farsi sentire.
E oggi, esiste una piazza virtuale? Secondo Rodotà sì. E, aggiunge, «non è detto che sia in competizione con quella reale». Nel 1999, agli albori del movimento no-global, manifestanti provenienti da tutto il mondo si riunirono a Seattle, in occasione della conferenza della World Trade Organization. Dove si erano conosciuti, organizzati? Nella piazza della rete. Dove si ritrovavano? Nella piazza fisica della città statunitense. «È la prova che la vecchia piazza convive con quella nuova, come dimostrano – più recentemente – le Primavere Arabe».
E i media tradizionali? Continuano ad avere un loro peso, spiega il Professore. Sempre nel ’99 la notizia delle proteste venne diffusa dai media tradizionali. Ma anche il caso Wikileaks – grazie al quale i cittadini del mondo si sono appropriati degli arcana imperii – lo dimostra: «Assange non ha messo in rete i dati di cui disponeva, ma li ha forniti ai grandi giornali americani ed europei. Questo perché non c’è solo discontinuità, ma anche continuità tra le tecnologie di prima e quelle successive».
Il Festival Internazionale del Giornalismo
di Perugia 
Ma quella di Rodotà non è una visione (solo) romantica della rete e del web. Esitono punti oscuri, come, in primis,  la selezione del materiale e la verifica della notizia, resa più difficile nel mare magnum del web. «La stampa tradizionale era depositaria del controllo della notizia. Oggi prima arriva la notizia e poi c’è la verifica. Che non può non esserci». E poi, il controllo (sia quello pubblico, cioè di sicurezza, che quello privato, ossia di mercato), oggi reso possibile in una forma più che mai capillare. 

La prospettiva allora è forse quella di «un “Orwell ad Atene”, ad indicarci che la grande utopia della democrazia diretta e la distopia della sorveglianza globale, in qualche modo, già oggi convivono».