mercoledì 29 maggio 2013

La vendetta (sette anni dopo)


Guarda anche:
Tablet vs Carta
Inventare il fururo: Adriano Olivetti e Steve Jobs

lunedì 27 maggio 2013

La Grande Bellezza


Toni Servillo è Jep Gambardella nel film di Paolo Sorrentino, La Grande Bellezza

La Grande Bellezza, un film di Paolo Sorrentino.

Anzitutto la musica. È la musica, e più precisamente la contrapposizione tra la chiassosa dance e la limpida vocalità liturgica, a farti capire che in questo film c’è il sacro e il profano. C’e Roma – silente, maestosa e placida, forte della sua storia, quasi tronfia. E ci sono gli uomini, certi uomini e certe donne che di quella bellezza e di quella maestosità ne fanno solo lo sfondo per le loro squallide imprese. Imprese mondane, vacue, trasparenti come un drink, sfavillanti come le luci stroboscopiche dei locali vip che frequentano per tentare – non riuscendoci – di dare sostanza alle loro vite.
La scena iniziale è da girone dantesco. Corpi pacchianamente agghindati si agitano al ritmo della musica da discoteca, si strusciano, si sovrappongono, si mescolano. Braccia, gambe, orecchini che sembrano lampadari, labbra rifatte, capelli cotonati. La telecamera mano a mano individua un uomo. Lo segue, gli si avvicina e, mentre la musica rallenta deformandosi nel ritmo, ecco che ci viene presentato il protagonista, Jep.
Jep Gambardella, scrittore (forse) di talento poi divenuto giornalista, ma che – una volta arrivato a Roma – viene fagocitato dalla mondanità capitolina. Fagocitato, sì, ma consapevolmente: «Non volevo essere semplicemente un mondano – spiega la sua voce fuori campo, in una delle sue passeggiate lungo il Tevere – volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste, io volevo avere il potere di farle fallire». Ed è così che decide di sprecare il tempo, di buttare via giornate che iniziano di pomeriggio, in un costante, monotono e ripetitivo jet lag. Tempo fatto di notti, di ricevimenti e inviti a casa, la casa che guarda al Colosseo (no, non è quella di Scajola). Di gente improbabile, tutta preoccupata a sembrare quello che non è.
Ma sa osservare, Jep. La sua capacità critica non è stata del tutto affossata da questa vita, Sa scorgere angoli e colori di Roma, la corsa di un bambino e il suono delle campane. Ed è ancora la musica sacra a fare da contrappunto ai momenti in cui il bello ed il vero emergono, riuscendo a squarciare il velo di una non-vita. E sa essere critico, Jep, più conscio dei suoi stessi simili, bacchettandoli quando si prendono troppo sul serio: «Sull’orlo della disperazione, non ci resta che farci compagnia, prenderci un po’ in giro».
Numerosi personaggi ruotano attorno al protagonista, senza però acquisire mai una fisionomia ben precisa. C’è Ramona, l’amica genuina, più vera di quelli solitamente frequentati da Jep. Ma è solo una meteora. C’è l’amico poeta che non sfonda e, sconfitto nella sua “lotta” con la Capitale, se ne torna in provincia.
E poi c’è il ricordo dell’amore di un tempo a rappresentare le opportunità perse, il momento in cui tutto si poteva ancora fare. Una vita in potenza che oramai vive solo nella memoria.
Sì, è tutto esagerato nel film senza trama di Paolo Sorrentino, tutto esasperato fino al ridicolo. È un ritratto impietoso di certa umanità, varia. Addirittura troppo caricaturale per essere sufficientemente intensa. Le rifatte (e i rifatti) seriali, in fila dal santone del moderno culto del fisico, fisico che deve rimanere sempre uguale a se stesso e finisce con l’essere deformato in maschere orribili e uniformate. Non manca – siamo a Roma! – il clero, gli alti prelati dediti più alla bella vita che alla spiritualità, più avvezzi a disquisire di pietanze gourmet che ad affrontare i temi della fede.
Inquietante l’umanità tratteggiata ne La Grande Bellezza. Roma, per forza indifferente, fa da sfondo ad una messinscena grottesca. Il film è spesso surreale e visionario, spiazzante.
Ma non del tutto privo di speranza. Qualcuno, come sembra succedere allo stesso Gambardella, può forse anche salvarsi. Ed è proprio grazie alla Grande Bellezza che gli appare fugace, che Jep recupera la consapevolezza. E decide di riprendere a scrivere, ricucendo – anche se in ritardo – con l’io di decenni prima. Perché, in fondo, per usare le sue parole, «è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura… Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile».




venerdì 24 maggio 2013

Mario, l’Euro e la City. Mission impossible?

L’Europa ha bisogno del Regno Unito. Questo è un po’ il senso del (coraggioso) discorso di Mario Draghi ai banchieri della City di Londra. Discorso trascurato dalla stampa italiana, ma abbondantemente ripreso da quella inglese. Pur con l’intento dichiarato di non voler entrare in un dibattito tutto “domestico”, il governatore della Banca Centrale Europea ha ricordato le numerose interconnessioni tra Regno Unito ed Europa. «In virtù dei profondi legami esistenti – ha dichiarato – l’area euro e la Gran Bretagna condividono un interesse comune: quello per la stabilità nel funzionamento del nostro sistema economico, ed in particolare dei nostri mercati finanziari». Tutte le principali banche dell’Eurozona, infatti, sono presenti nel cuore della finanza londinese e, al contempo, le banche inglesi rappresentano i leading players nei mercati finanziari di tutta Europa. Senza contare che l’area-Euro rappresenta il più grande mercato delle esportazioni del Regno Unito (pari a 200 miliardi di sterline nel corso dell’ultimo anno). 
Un’eventuale uscita della Queen’s Land dall’Unione, insomma, potrebbe significare la dissoluzione delle istituzioni del continente, avverte Draghi. «E una simile scelta, sarebbe dannosa per tutti», aggiunge, facendo eco alla Cancelliera Merkel, che ha definito la Gran Bretagna “attore vitale dell’Ue”. «L’Europa ha bisogno di un’Inghilterra pienamente europea, più di quanto il Regno Unito necessiti di un’Europa più British», ha spiegato. Grazie agli interventi della Banca centrale, l’Eurozona oggi è più stabile, ma c’è ancora molto da fare. Secondo Mario Draghi, la crisi economico-finanziaria è l’occasione per far ripartire il processo di integrazione europea. Processo che non può non implicare la cessione di quote di sovranità nazionale, soprattutto  in fatto di budget e di politiche strutturali. «La risposta alla crisi – conclude il Governatore – non deve essere meno Europa, ma più Europa». 

Leggi l'articolo del The Guardian. 
Leggi l'articolo del The Telegraph. 

mercoledì 22 maggio 2013

Stockholm is burning


Auto in fiamme, sassaiole, scontri con la polizia e numerosi arresti. È guerriglia urbana a Stoccolma. Da giorni, la capitale svedese vive qualcosa di simile ai riots londinesi dell’estate 2011 e alle rivolte delle banlieu parigine di qualche anno fa. La miccia che ha fatto esplodere la rabbia dei dimostranti? La fatale uccisione da parte della polizia di un uomo di 69 anni armato di machete ad Husby, sobborgo povero epicentro della protesta. Ma il nervosismo viene piuttosto dal violento dibattito degli ultimi tempi sulla reale o meno integrazione della presenza immigrata in Svezia. Il paese, infatti, è tra quelli in Europa con il maggiore tasso di presenza immigrata (in rapporto alla popolazione di riferimento). Gli elevati livelli di disoccupazione – uniti a riemergenti forme di razzismo – hanno incendiato gli animi, fino all’escalation di violenza attualmente in corso.
«Sta avvenendo qualcosa di simile a quanto accaduto a Londra e a Parigi, anche se non ancora a quei livelli. Ma è il segnale di un malessere, è il segno del fallimento dell’integrazione», spiega al Financial Times Per Adman, professore alla Uppsala University. Secondo il Primo Ministro, Fredrik Reinfeldt, «si tratta di un gruppo di giovani convinti di poter cambiare la società con la forza». «Dobbiamo essere chiari – continua – l’uso della violenza non è un modo per dar voce alla libertà di espressione in Svezia». Un duro colpo, questo rappresentato dai riots, al modello scandinavo, a quel blend di sicurezza e flessibilità invidiato da molti e a quel Welfare State tanto sviluppato da costituire un esempio virtuoso in tutto il territorio europeo.

Leggi anche:
Londra ieri e oggi 

martedì 21 maggio 2013