venerdì 11 novembre 2011

Buona la prima

Sei prime pagine del "The Economist", dal 2001 a quella oggi in edicola.
Per capire perché non li abbiamo mai convinti.


giovedì 10 novembre 2011

L'ambasciatore



Dovremmo, in quanto italiani, ringraziare Roberto Benigni. Già perché se c’è un ambasciatore d’Italia che è in grado – anche in questi tempi bui – di fare un elogio così appassionato e vero al Bel Paese, be’, questo è proprio il grande comico e attore toscano.
Dopo un ingresso lento (ha le stampelle) ma non meno trionfale (gli tributano una standing ovation), non potevano mancare – prima di passare alla lettura del XXVI Canto dell’Inferno di Dante – i riferimenti alla cronaca politica. Scoppiettanti: «chiedo scusa per l’ingessatura ma purtroppo mi è venuta addosso una persona che in Italia ha fatto un passo indietro», inizia, strappando fragorose risate al pubblico presente a questo momento celebrativo dei 150 anni dell'Unità d'Italia presso le istituzioni europee. E poi – mescolando passato e presente, storia e attualità – parla dell’Italia. O meglio, ne fa un’ode.
E sfodera subito “l’arma” più potente, quella che tutto il mondo ci invidia, che ci ha dato grandi soddisfazioni (e ce le darebbe tuttora, se solo sapessimo farne tesoro): la cultura. Che, caso unico nell’umanità, è nata prima dello stato. La Gioconda, il David, la cupola del Brunelleschi, ma anche la musica, l’affresco e la prospettiva, e – ovvio – Dante: c’è tanto nelle parole di Benigni. Tutto il trionfo di quell’eccellenza italiana che nei secoli ha invaso il mondo «che è una gioia che mi prende il cuore e l’anima!».
«Anche quando tutto era morte», un italiano, San Benedetto da Norcia (patrono d’Europa) ha messo insieme due parole, “ora” e “labora”, rivoluzionando scienza, agricoltura, filosofia, poesia. Quando in tutto il mondo era carestia e devastazione, gli italiani hanno aperto le porte della modernità: oggi abbiamo lo spread alle stelle ma – senza uno stato e senza una lingua – abbiamo inventato le banche, il credito, la cambiale (e «chi glieli va a richiedere i soldi a Edoardo I d’Inghilterra che non ce li ha mai ridati!»). Ma anche la modernità di Giotto, primo artista pagato per le sue creazioni o Boccaccio intellettuale retribuito per scrivere saggi.  
Ma non è stata sempre e solo gloria. «Voi neanche potete immaginare quante ne abbiamo passate», quanti saccheggi (Normanni e Lanzichenecchi), quanta disgregazione («della repubblica romana, dell’impero»). «Pensate a Carlo Magno, che in tempo di pace si è portato via mezza Roma, o a Napoleone, che in guerra, ha razziato quanto poteva». E poi mille lacerazioni interne, contrasti e minacce: «anche all’Unità, una cosa da non credere».
Ma, qui sta il punto, ne siamo sempre venuti fuori. Perché per Benigni l’Italia non è solo il paese del Rinascimento e del Risorgimento (e già non è poco) ma soprattutto della resurrezione. «È un miracolo permanente».
Gli applausi punteggiano tutto l’elogio, a sottolineare i passaggi più veri e più intensi. Come se ogni italiano, ascoltandolo, riscoprisse cose – conosciute, certo – ma forse troppo spesso dimenticate. E sommerse dalla miseria di oggi. Può sembrare un atteggiamento da vecchia potenza in declino guardare in dietro e consolarsi con le glorie del passato. Forse. Ma tutto ciò è nel nostro dna. E fa bene parlarne. Per poter ripartire. Anzi, per risorgere. 


mercoledì 9 novembre 2011

L’estetica del potere


Immagine tratta dalla locandina del film "Silvio forever"

Se c’è stata una costante nell’atteggiamento di Silvio Berlusconi al potere, ebbene, questa è stata la cura dell’immagine. Un’ossessione che ha attraversato questi (quasi) 20 anni con il preciso scopo di  rimandare – chiara e diretta – un’immagine, appunto, spesso rassicurante, il più delle volte imbonitrice, comunque sorridente. A volte beffarda, ad ostentare una sicurezza che non sempre c’era. Ma – si sa – a contare è quello “che si vede”: la merce si compra per ciò che appare e l’elettore acquirente – questo il Berlusconi-pensiero – deve essere conquistato proprio dall’apparenza.
Allora ecco gli spot patinati (celebre rimane la “calza” che si è detto aver avvolto le telecamere che riprendevano l’allora fondatore di Forza Italia), i (dispendiosi) libri inviati “nelle case degli Italiani”, gli artefatti servizi sui giornali di famiglia. Magia della pubblicità e tattica da marketing che si fondono, in una strategia che lascia molto poco al caso. Una strategia inseguita a tutti i costi, fino a produrre l’immagine grottesca degli ultimi tempi, sempre più artificiale e sempre meno credibile in una patetica quanto illusoria fuga dalla vecchiaia.

Ma tra telecamere velate, trucchi di scena e cambi d’abito – un po’ come se tutto fosse, in fondo, una grande giostra o una commedia dell’arte – gli anni sono passati e, come sempre avviene, il trucco si rovina con il tempo, rivelando impietosamente tutte le debolezze che fino ad un minuto prima nascondeva. Ecco che allora oggi, a parlare più di ogni altra dichiarazione, è quel volto, cupo, quasi trasfigurato, che per la prima volta disubbidisce alla ferrea disciplina del sorridere. Non c’è più spazio per il sorriso, anche se forzato. Non è più il momento di studiare l’immagine migliore da offrire. 
Non è più tempo di mescolare estetica e potere. 

martedì 8 novembre 2011

Tempi supplementari



"Gli italiani perdono le guerre 
come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre"
Winston Churchill

Siamo ai tempi supplementari.

domenica 6 novembre 2011

Viva l'Italia!

Leonard Freed photo Firenze, 1958 © Leonard Freed - Magnum (Brigitte Freed)









C’è un’Italia di cui dobbiamo essere orgogliosi. Molto orgogliosi. Basta solo conoscerla e, soprattutto, conoscerne le storie. Le racconta bene – queste storie – Aldo Cazzullo, nel (fortunatissimo) libro “Viva l’Italia!” edito da Mondadori. Giornalista (prima – per quindici anni – a La Stampa, dal 2003 editorialista al Corriere) e scrittore, Aldo Cazzullo, nato ad Alba, classe 1966, è un grande comunicatore che dà voce a quei personaggi che, più o meno conosciuti, troppo spesso dimenticati, l’Italia l’hanno fatta. Perfetto – il libro – per celebrare i 150 anni dell’unità. Ma senza noia: sono lontane la polvere e l’imbalsamata retorica di certi testi che hanno popolato scaffali nelle librerie e di alcune stanche celebrazioni sugli schermi televisivi.

Al centro Risorgimento e Resistenza, due momenti cruciali, quelli in cui la storia accelera, eccome, ma troppo spesso trascurati: «il primo liquidato – spiega Cazzullo – come affare di pochi, di una ristretta elite di liberali, la seconda come ferro vecchio della sinistra, roba per comunisti». No e poi no: «non è il Risorgimento a fare l’Italia ma sono gli italiani a fare il Risorgimento – spiega il giornalista – basti pensare ai tantissimi i popolani insorti nelle città italiane infiammate dal ’48 ». «Come avrebbero potuto i soli aristocratici cacciare gli austriaci da Milano?». Sono callose le mani dei caduti nelle cinque giornate di Milano, mani di operai, di artigiani, come poté notare Carlo Cattaneo – capo della rivolta – recatosi all’obitorio proprio per capire chi fossero i combattenti morti nella rivolta.

Anche la guerra di Resistenza – secondo Cazzullo – è patrimonio di tutti. Fu fatta dai militari, dai 5000 fucilati di Cefalonia. Fu fatta dagli internati in Germania («rimangono nei lager e rifiutano la guerra fratricida di Salò»). E dai cattolici, da sacerdoti come don Ferrante Bagiardi («vi accompagno io davanti al Signore», le sue ultime parole prima di essere fucilato assieme ai suoi parrocchiani, con i quali scelse di morire). Ma anche carabinieri (basti pensare a Salvo d’Acquisto, « in un gesto nobilissimo si fa uccidere, evitando la rappresaglia per un attentato che non aveva commesso»), alpini, aristocratici e monarchici, come il colonnello Montezemolo, che – mentre governo e Re riparano al Sud – difende Roma, lui, anticomunista che collabora con i gappisti di Amendola.
Storie di uomini. E di donne, che – da leader e combattenti – furono protagoniste di Risorgimento e Resistenza, racconta Cazzullo. Storie di giovani, spontanee patriote senza retorica, che hanno perso la vita con il nome del loro paese sulle labbra, gridando “viva l’Italia!”. Come Colomba Antonietti – 23 anni, di origine umbra morta difendendo la Repubblica romana – o Cleonice Tomassetti, martire della Resistenza («niente paura», incoraggia i suoi compagni davanti al plotone di esecuzione).
Storie di uomini e di letterati. Come quelle di Ungaretti e di Carlo Emilio Gadda, volontari nella Grande guerra, «due grandi innovatori della letteratura italiana del ‘900 vicini – all’insaputa l’uno dell’altro – al fronte (pochi chilometri li dividevano sull’Isonzo)», spiega Cazzullo. Ed ecco le poesie, intrise di guerra, di Ungaretti, soldato semplice della brigata Brescia, 19° reggimento fanteria, e le parole di Gadda, sottotenente prima sul Carso orientale poi tra Plezzo e Tolmino, dove – con il «cuore spezzato» - assiste impotente all’ avanzata dei nemici. E ancora, non dimentica, Aldo Cazzullo, la storia di Resistenza di Beppe Fenoglio, «che salì in collina per opporsi al fascismo». E’ la guerra – nelle sue varie forme – che irrompe nei versi e nelle parole, carica di sangue e di dolore.
Mentre tra le mani scorrono le pagine di questo libro, le lettere impresse sulla carta finiscono col fondersi a immagini e suoni che ci tornano in mente. Si intrecciano, si mescolano a raccontare un’Italia sempre diversa ma, in fondo, così uguale. I versi di una poesia conosciuta negli anni del liceo si mescola alle note di un brano del Risorgimento, a fare da sfondo a queste storie italiane. «Sono molto critico sull’Italia di oggi», ha dichiarato recentemente Cazzullo. Ma subito compensa con l’ottimismo, quello vero, di chi ama il proprio paese. «Il paese delle cento città che – unico – ad ogni crinale di collina offre nuovi scenari» «Ma dobbiamo restare uniti. Il nord non esiste senza il sud e viceversa. Cosa saremmo senza la letteratura siciliana, senza Dante, senza la Roma dei Cesari e dei papi? Senza medioevo e rinascimento?». «Non è difficile sentire l’Italia nella bellezza creata dai suoi artisti», scrive nel libro Cazzullo, quasi a suggerire un legame sentimentale col Belpaese. Louvre, National Gallery, Prado, d’altronde, grondano di «commovente bellezza», tutta dipinta da italiani. C’è tanta Italia di cui andare orgogliosi, ieri come oggi. Possiamo e dobbiamo sentire la bellezza del nostro paese, nella vita quotidiana, nel lavoro, nei racconti, collettivi ed individuali. Nelle storie di famiglia. Nell’accumularsi della memoria. Perché – anche quando sembra non esserlo – l’Italia è una cosa seria.


Viva l'Italia!, Aldo Cazzullo, Mondadori, 2010, pp. 157, € 18.50