Alla domanda “Che cosa sognava di fare da grande?”, risponde: "Il
pilota di Formula uno o il collaudatore di vacanze: andare in giro in posti
bellissmi ed essere pagato per questo". A parlare è niente meno che
Roberto Formigoni, intevistato su Sette del Corriere della Sera del – udite, udite!
– febbraio 1997.
In pochi, non c’è che dire, riescono a raggiungere i propri sogni.
Marzo
1993: Luca Leoni Orsenigo, deputato Lega Nord, sventola nell’aula di
Montecitorio un cappio, nell’esplicito riferimento alla necessità di fare
pulizia di una classe politica corrotta
«La lega
avanzerà, baionette in canna, paese per paese, villaggio per villaggio, per
sfidare la partitocrazia», sbraita un Sentur urlante dal palco di Pontida.
Siamo nel lontano 1995 e la Lega nord – formazione territoriale per eccellenza
– è, eccome, un partito di lotta, imbevuto di antipolitica. Poche le parole
d’ordine, riconoscibili e convincenti quanto velleitarie e demagogiche:
populismo, autonomismo ed etnoregionalismo. Il tutto condito con una buona dose
di intolleranza sociale. Ma tant’è.
Ed è proprio
sulla crisi dei partiti che il “Carroccio prima maniera” costruirà le sue
fortune: onesti contro corrotti, lavoratori contro fannulloni della politica e
delle istituzioni, gente del nord contro “terùn”, precedendo gli Stella e
i Rizzo nel denunciare i privilegi della Casta. Prima di decidere di goderne.
Di nascosto, ovvio.
Già perché
la Lega non ha esitato ad entrare – più volte – nelle tanto disprezzate stanze
dei bottoni di “Roma ladrona”, fino ad occupare poltrone importanti. «La dittatura
partitocratrica», ad un certo punto, non fa più ribrezzo e si vola alla
conquista delle istituzioni, nazionali e locali. Fatti due conti, in fondo,
conviene.
Ed oggi che
Davide Boni – presidente del già martoriato Consiglio regionale lombardo – è indagato
per corruzione (sì, proprio lui che cavalcò, in perfetto stile leghista, la
cosiddetta "questione morale”), il doppio volto della Lega è più evidente
che mai.
E se le accuse saranno provate, non si tratta di una marachella individuale,
di un singolo che – sbagliando, sia chiaro – si fa tentare dal luccichio dei
facili denari. Qui è in gioco proprio il reato che caratterizza la peggiore
partitocrazia, quella in cui la corruzione è fatta sistema. E tangenti e
mazzette sembrano essere modalità ordinarie di gestione della cosa pubblica.